martedì 25 luglio 2017   
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GENOVA: LE PAROLE INTERROTTE
Maurizio Montanari

Come in ‘1984’ di Orwell i fatti di Genova appaiono sempre più come una non storia. Fatta di non persone. Un bolo che non va ne su né giù.

La descrizione che Vittorio Agnoletto ha fatto presentando il suo libro “L’eclisse della democrazia” (scritto a quattro mani  con Lorenzo Guadagnucci) evidenziano quanto quel periodo di “sospensione della democrazia” sia drammaticamente attuale. A Genova l'innocenza si svegliò bruscamente adulta,  finì in qualche modo un epoca e se ne inaugurò un altra.
Genova fu il traumatico passaggio dal tempo in cui era possibile avere uno sparring-patner per esercitare il proprio diritto alla parola, a quello della sospensione del diritto a dire qualcosa. A Genova le giovani e vecchie generazioni dovettero fare i conti con una realtà ben più agghiacciante: l'autorità garante mutò il suo volto per divenire persecutore. Il tutore della legge partorì, come le sentenze hanno dimostrato, dei torturatori. Fu l'interruzione di un normale rapporto dialettico di sviluppo. A Genova morirono le certezze di due generazioni.
Da quel momento in poi, si instilla in ciascuno di noi l'idea che le istanze deputate a proteggerti, possono diventare nemiche. Che la forza può diventare avversa. Genova oggi è una città, per alcuni un ricordo buio, per altri un belletto da impiastricciarsi sul naso.

Colpisce del racconto dell’autore l’ostracismo mediatico al quale la sua opera è stata sottoposta. A quel tempo non c’era tv o giornale che non ne parlasse.  Ci sono stati approfondimenti, discussioni, una luce intensa su un momento storico che oggi è soggetto ad una profonda rimozione di massa. La narrazione dell’autore ha colpito la platea per il deserto che si andava creando attorno a lui e al suo coautore. Un indifferenza equamente distribuita tra la destra e la sinistra. Un opera che difficilmente troveremo recensita nelle pagine dei cosiddetti quotidiani “seri e politicamente corretti”. Agnoletto scava nella carne di quei giorni, affonda il bisturi e scopre parti di corpi diversi legate da fili insospettabili. Collusioni, silenzi, botte.  Non ci furono solo le vessazioni ai  malcapitati ospiti della Diaz, le loro parole strozzate. Non ci fu solo uno uso sistematico della violenza, scelta come tappo per zittire. Ci fu altro. Ci furono silenzi imbarazzanti, depistaggi. Finte molotov  ritrovate  miracolosamente. E dietro tutto lo schifo, ci furono gli uomini. Magistrati che non si sono fatti intimorire e sono andati avanti a schiena dritta.  Giornalisti tenaci e caparbi. Uomini dello Stato testardi e ancora leali. Contorno a tutto un mondo fatto di picchiatori, depistatori, mestatori, fabbricatori  di prove false che hanno vista premiata la loro malacondotta.

Nella parte finale del film “I 3 giorni del condor” troviamo, in un dialogo illuminante, il  motivo per il quale oggi quasi nessuno ne vuole sapere.

« Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?
Joe: Chiediglielo.
Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d'inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo».

Leggete il libro, e fatevi un idea del clima col quale Agnoletto e Guadagnucci hanno scritto queste pagine. Leggete e ascoltate l’intervista per rendervi conto che il mondo che viviamo si basa su un apparenza che poggia su verità nascoste, uomini e donne che  non torneranno mai più quelli di prima.

E’ una storia piena di sorci quella non scritta dietro ai fatti di Genova.



     

 

 

 

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