mercoledì 26 aprile 2017   
  Cerca  
 
wwwalkemia.gif
  Login  
Controinformazione  
Controinform.jpg
fghdfh
Altri Articoli  Altri Articoli Riduci

  

FESTIVAL INTERNAZIONALE - FERRARA 2016
CONSIDERAZIONI DI UNA SPETTATRICE ATTENTA
di Tiziana Nicolini

 

Le file si moltiplicano alla caccia di tagliandi e di posti in prima fila, ma non c’è tempo ne voglia di ascoltare “loro”. Ne siamo circondati, ma “loro” non hanno spazi, non hanno dignità da relatori.
In un Festival che pone grande attenzione ai migranti, ai loro viaggi, ai problemi che li costringono a fuggire, è triste vedere i tanti venditori di “editoria dei migranti” ormai costretti a chiedere i soldi per un caffè.
Sono troppi e offrono storie brevi dai prezzi alti se confrontati ai testi svenduti nei grandi magazzini, o alla gratuità della rete. Li offrono poi ad una popolazione di soggetti interessati agli eventi in diretta, ai nomi famosi, alla partecipazione temporanea sufficiente per realizzare qualcosa da postare su un profilo on line.

La storia e le sue immagini: ma, ai migranti cosa viene lasciato?
In “Vi prego scattate” vengono fatte considerazioni su come raccontare la crisi dei migranti attraverso la fotografia. Ci sono quattro famosi fotografi italiani, c’è una foto editor a moderare. Si vedono immagini forti che sono state accompagnate da sottofondi studiati per rendere più reale il racconto visuale. Si sentono le voci della centrale operativa che raccoglie gli SOS delle imbarcazioni in difficoltà che hanno raggiunto ormai le acque territoriali italiane. Come ci ricorderanno nel dibattito, ormai gli sbarchi sono quotidiani e si contano a centinaia i passeggeri delle carrette del mare, a volte si parla di migliaia, ma oramai ormai abituati - anzi assuefatti - alle immagini  serve qualcosa in più. La fotografia rimane il mezzo principale per documentare/raccontare/rappresentare ciò che avviene, tanto che molti fotografi professionisti (e non) pianificano il loro viaggio con/verso le rotte dei migranti alla ricerca del servizio fotografico che “li faccia distinguere”. C’è chi si improvvisa esperto di fotografia aerea e tramite un drone scatta immagini dall’alto…gli era stato consigliato…quel mercato ancora non è saturo…il prezzo della vendita del servizio sicuramente compenserà le spese del viaggio.
Ma, ai migranti cosa viene lasciato? Tutti questi fotografi al seguito che aiuto concreto portano? Alcuni sviluppano progetti lunghi anni e attraverso i loro lavori narrano gli eventi, denunciano situazioni, ma molti degli scatti che raggiungono gli spettatori provengono dai mercenari, da chi si dirige verso le mete del momento.

Ascoltando e vedendo i fotografi dei migranti mi torna in mente la denuncia della street artisti Alice Pasquini: siamo circondati dalla schizzofrenia. La sua considerazione era relativa al dibattito su quella che oggi viene identificata come street art, l’arte che viene realizzata sulle strade, sui muri della città, negli angoli abbandonati.
Espressione artistica controversa che fa confondere gli artisti con i writers. Molti street artist hanno dato nuova vita alla pittura, ovvero a quella forma d’arte ormai dimenticata a favore della fotografia e delle installazioni multidisciplinari. C’è chi utilizza questi nuovi artisti per riqualificare aree degradate della città, e chi li sfrutta per far aumentare il valore degli immobili di interi quartieri.
Nel momento in cui arriva un committente sembra scomparire lo spirito della street art a favore dell’investimento economico, e se l’artista rivendica la sua libertà d’espressione e/o di dissenso rischia di essere perseguito penalmente. A volte viene semplicemente escluso dal progetto che nominalmente vuole celebrare la street art, altre volte vede le proprie opere “sradicate” dal luogo originale per essere trasferite nei musei…rappresentazioni sottratte senza permesso dell’artista e private del contesto, come se questo non facesse parte del racconto.

Sui volti degli intervistati si vede la luce dell’essere “pieno di se”

La schizzofrenia sembra rappresentare bene la realtà anche per il Festival che alterna  interventi ricchi di contenuti e palchi dove si presentano idee e spunti di riflessione, a palcoscenici dove si trovano soggetti in cerca di visibilità e di conferma dell’aver raggiunto un punto di arrivo.
Sui volti degli intervistati si vede la luce dell’essere “pieno di se” e spesso sono proprio i più giovani a sentirsi superiori, pur essendo seduti al fianco dei “mostri sacri”. Invece di interagire ci si limita a raccontare la propria vita e ad elencare i traguardi raggiunti. Racconti brevi e privi di visione d’insieme, di un progetto, di un’utopia. Non ci sono proposte a cui partecipare, ma denunce e richieste di parte.
Un esempio: si parla di scuola, c’è De Mauro. E’ chiaro che siamo davanti a uno dei pochi baluardi della cultura italiana: emana rispetto; trasmette speranza; affronta i problemi di un mondo dove sono ancora in molti a credere nella possibilità di migliorare l’insegnamento e l’apprendimento; porta elementi concreti; parla di ruoli che dovrebbero essere ricoperti; propone metodi. Si guarda al futuro per i giovani studenti, per gli insegnanti, per i dirigenti scolastici.
Sul palco ci sono anche loro: il giovane docente e la dirigente. Ascoltando loro le speranze si trasformano, non riesco più a vedere la forza per una trasformazione della scuola  attuale. Dalle loro parole non si identificano progetti concreti o sognati, nessuna idea reale, nessun analisi critica del “cosa è stato fatto” alla scuola italiana negli ultimi decenni.
Il giovane docente si lamenta. Accolto nella scuola francese vede con occhio critico la realtà italiana. Denuncia principalmente l’assenza di una classe di insegnamento dedicata alla storia, si sente superiore rispetto agli altri insegnanti che hanno studiato lettere e che sono abilitati ad insegnare materie come la storia, studiata solo in forma opzionale per il proprio piano di studi.
Mi chiedo: come mai non c’è stata una denuncia dell’assenza dell’insegnamento della storia come materia obbligatoria per quelli che rappresentano (nell’immaginario di molti e) nella realtà l’insegnante di riferimento in tutti i livelli scolastici?
La dirigente rapp
resenta bene le difficoltà del momento, le rappresenta concretamente nel suo modo di fare. E’ lei in prima persona a non avere capacità espositive; ha portato fogli che “racconta”; non ha con se un discorso da leggere, non è un testo da citare, parla di  vignette che rappresentano dei bambini. Secondo lei in quelle vignette viene rappresentato il possibile risultato dell’applicazione di un metodo di insegnamento focalizzato su eventi specifici e non sulla linearità cronologica dei fatti. Guardare all’evento per ragionare e approfondire la conoscenza sfruttando anche l’immaginazione.
E’ triste pensare che le posizioni di influenza per i cambiamenti siano ricoperte da figure vittime della frammentazione e della de-responsabilizzazione. E’ sempre la dirigente che prende le difese dell’attuale testo con le linee guida per gli insegnanti; mi fa pensare alla volontà di non cambiare le cose. I poveri insegnanti hanno ricevuto linee guida che li rendono potenzialmente in grado di trasformare il modo di insegnare, ma solo nella loro classe, nella loro materia, e soprattutto senza la forza istituzionale per difendere le scelte del metodo di insegnamento adottato…difese necessarie verso quei genitori che misurano l’apprendimento dei propri figli attraverso il confronto col figlio del vicino.
De Mauro riassume in poche frasi la grande crisi della scuola, crisi non solo nell’insegnamento della storia (tema originale del dibattito): alla scuola manca un’organicità disciplinare che permetta di far comunicare gli insegnamenti; manca la possibilità di far emergere le relazioni tra eventi (storici) e materie apparentemente lontane; manca la volontà di far apprendere maggior autonomia decisionale.
Alla scuola elementare italiana è riconosciuta l’eccellenza nei metodi didattici, ma ai gradi successivi di insegnamento è stata tolta l’organicità. Per fortuna sono molti i bravi insegnanti, che possono però contare solo sulle proprie capacità.

Perché le democrazie non riescono a comunicare con le dittature?
Passo tra gli eventi e le caratteristiche file permettono di riflettere e confrontarsi con gli altri spettatori. Stavolta mi trovo decisamente soddisfatta, l’alzata mattiniera mi ha permesso di partecipare all’incontro “La democrazia autoritaria di Erdogan”dove si rifletteva sugli eventi del tentato golpe e della repressione contro la società civile nell’odierna Turchia.
Trovo confermata la mia sensazione sugli ospiti.
Anche qui c’è un grande intellettuale turco - Cengiz Aktar - che è in grado di rendere semplice una situazione complessa come quella turca, attraverso l’uso di poche frasi e qualche cifra. Non fa accuse, ma elenca fatti. Non inserisce giudizi, ma illumina legami. Lo fa  con naturalezza usando un linguaggio apparentemente semplice, ma denso di significati. Il moderatore scompare anche se le sue domande sono interessanti e mostrano competenza sull’argomento trattato, ma la lontananza dai fatti (appresi probabilmente tramite agenzie stampa e racconti di testimoni reali) si percepisce.
Al termine dell’intervento dal palco, la sala partecipa a costruire una possibile narrazione del perché i fatti si siano diretti verso lo stato attuale.
Cosa fare ora? Verso chi dirigere lo sguardo per dialogare?
Perché le democrazie non riescono a comunicare con le dittature?
Perché le rivolte degli islamici desiderosi di occidente hanno di fatto portato a nuovi regimi?
In Tunisia, Egitto, Siria, Turchia (come avvenne anche in Iran) i sollevamenti contro i regimi portano ad altri regimi nati da sistemi elettivi. Talebani, Fratelli mussulmani, DAESH…populismi che sembrano vincere non solo tra gli islamici. La Turchia sfida l’Europa sfruttando il suo ruolo di frontiera, di raccolta, di deposito per migranti…anzi di rifugiati…ovvero di quegli islamici desideri di democrazia che sfidando i regimi si dirigono verso l’occidente che non riesce ad accoglierli.
La democrazia, quella che dovrebbe essere caratterizzata dall’apertura ai cambiamenti tramite un movimento in grado di trasformare la forma ma non i valori che la caratterizzano, viene di fatto bloccata dai populismi europei.

Ma è davvero solo il populismo l’elemento in comune tra democrazia e dittature?
Su questo mi sento di rispondere: sicuramente no,  c’è (almeno) anche il denaro. L’ossessione per il denaro accomuna ulteriormente i due modelli di società, e l’elemento è ben evidente anche da quanto illustrato nell’ultimo incontro a cui sono riuscita a prendere parte, ovvero “La visione dei soldi”.
I paradisi fiscali sono frequentati da tutti, non importa fede o provenienza geografica. I Panama papers hanno fornito alcuni nomi di una popolazione ben più ampia, soggetti che utilizzano strumenti legali per azioni di non chiara moralità. Sono gli Stati a creare regole che facilitano l’evasione fiscale, regole che i beneficiari considerano come metodi per “l’ottimizzazione fiscale”, come una protezione dei propri investimenti. Protezione per chi? Per i proprietari dei beni? Non direi, visto che viene fornita a chiunque indipendentemente se il denaro sia frutto di lavoro regolare, di traffici illegali, o appartenga alla popolazione di qualche Paese che ne viene privata a vantaggio dei potenti di turno…quei potenti che coi loro comportamenti portano alla “fuga dei cervelli” e alla creazione delle “rotte dei migranti”.


EUROPEAN LEFT 2016 - SUMMER UNIVERSITY
UN'EUROPA ALTERNATIVA

Confronto con le sinistre europee. Prima domanda: come vogliamo vivere in Europa? e poi, che cos'è l'Unione Europea? cosa dice il Rapporto dei 5 Presidenti? cosa si fa per combattere la precarietà e disoccupazione? è giusta la liberalizzazione del commercio?

Ascoltiamo le conferenze:

"Alleanza contro l'austerità: debito, euro-zona, per un'alternativa di sinistra" con Connie Hildebrandt - Transform; Fabio De Masi - Eurodeputato Die Linke, Germania; Paolo Ferrero - Segretario nazionale PRC, Italia; Moderatrice Marga Ferrè - Transform

1° Parte                                              2° Parte  

 "Il futuro dell'integrazione europea: la relazione dei 5 Presidenti e la sinistra"  con Marisa Matias - eurodeputata Bloco de Esquerda-Portogallo; Matt Carthy -eurodeputato Sinn Fein - Irlanda; Maite Mola - vicepresidente SE- Izquierda Unisa - Spagna; Neoklis Silikyotis - vicepresidente GUE/NGL- eurodeputato Akel -Cipro; Moderatori: Fabio Amato, SE-PRC Italia e Roberto Morea - Transform

Leggi il Rapporto dei 5 Presidenti

 

Audio della conferenza 

 

 

 

"Contro la precarietà e la disoccupazione:la riduzione del tempo di lavoro"           con Pierre Laurent - Presidente SE, Segretario naz.le del PCF Francia; Georgios Katrougalos - Ministro del lavoro 

La generazione dei 900 euro!

"Sicurezza sociale e Solidarietà sociale del governo greco - SYRIZA (Grecia)"      con Gianni Rinaldini - Presidente Fondazione Sabattini e ex Segretario Generale Fiom/Cgil; Benjamin Pestieau -membro dell'Ufficio politico del PTB, Belgio; Moderatrice Roberta Fantozzi - Resp.le politiche economiche Prc Italia

1° Parte                                                                                 2° Parte   

 

 

" Il TTIP e gli altri. La liberalizzazione del commercio e i diritti sociali, ambientali e umani"  con Eleonora Forenza - Eurodeputata membro Commissione Commercio Int. - Altra Europa ,Italia; Adoracion Guaman, Transform; Hanna Sarkkinnen- Deputata Alleanza di Sinistra (Finlandia); Monica Di Sisto - Vicepresidente Fairwatch; Moderatrice Natassa Theodorakopoulou, SE -Syriza (Grecia)

 

Audio della conferenza  

 

 

Conclusione dell'Università d'estate Per un'alternativa socialista, ecologista e femminista:

Pierre Laurent, Presidente SE- Segretario naz.le PCF - Francia; Paolo Ferrero, Segretario naz.le PRC,Italia; Eleonora Forenza, Eurodeputata Altra Europa, Italia; Monica Valente, Segretario esecutivo del Foro de Sao Paulo, PT Brasile; Roberto Musacchio, Altra Europa, Italia; Yannis Bournos, Syriza Grecia; Connie Hildebrandt, Transform

1° Parte                                                             2° Parte

 

EUROPEAN LEFT 2016 - SUMMER UNIVERSITY
UN'EUROPA ALTERNATIVA

Presentazione del Libro “La sinistra radicale in Europa” con l'autore Marco Damiani

C'è uno spazio, una prospettiva, un ruolo politico possibile per le sinistre radicali in Europa? Questo saggio offre un'analisi approfondita dei partiti della sinistra radicale europea, sistematizzandone caratteristiche e dinamiche in una prospettiva comparata. Il libro si misura, infine, con un ultimo interrogativo: dati gli sviluppi registrati nel campo della sinistra radicale , è possibile immaginare nelle principali democrazie europee un'opzione di governo che porti alla convergenza dei partiti riformisti e dei partiti della nuova sinistra in un unico progetto politico?


ASCOLTA L'AUDIO!


EUROPEAN LEFT 2016 - SUMMER UNIVERSITY
UN'EUROPA ALTERNATIVA

“La politica di vicinato dell'Europa e l'espansione della NATO” -

Russia - Nato - Unione Europea

Relatori: Claudia Haydt, SE Die Linke (Germania); Veronika Susova – Salminen, Trasform; Inna Supak – SE deputata comunisti Moldavia; moderatrice Giovanna Capelli SE PRC Italia.

ASCOLTA L'AUDIO!

 

1° Parte

 2° Parte

 

 EUROPEAN LEFT 2016 - SUMMER UNIVERSITY
UN'EUROPA ALTERNATIVA

 

“Summer University” è un progetto che nasce nel 1988 e si può definire come uno scambio culturale tematico estivo che si svolge in gran parte delle città dove è presente una sede AEGEE (Association des etates generaux des etudiants de l'Europe) e che vedono coinvolti giovani provenienti da tutti gli stati europei.
Il Partito della sinistra europea nasce nel 2004 con un congresso fondativo con la partecipazione di oltre 300 delegati in rappresentanza di 15 formazioni politiche di sinistra, comuniste, socialiste e rosso-verdi di tutta Europa.
L'idea di un'altra Europa è alla base delle prime campagne del nuovo soggetto politico, quella del NO al Trattato Costituzionale europeo e quello contro la Direttiva Bolkestein. Il partito della sinistra europea crede nell'integrazione europea, ma un'integrazione politica che veda invertite le priorità, da un libero mercato ad un'Europa dei diritti e dello Stato Sociale, della pace e della cooperazione.
Dal 2006, una volta all'anno, la sinistra europea organizza una Summer University che raccoglie giovani attivisti, membri di partito e movimenti sociali per un dibattito di più giorni sulle attuali questioni politiche e sociali. Ogni S.U. si occupa di un argomento specifico e promuove lo scambio d'informazione e di esperienze nei vari paesi europei. Dopo Portogallo, Austria, Francia, Spagna, Moldova, Grecia, Germania, Repubblica Ceca, l'Italia ha ospitato l'edizione 2016.

Il programma 2016 riguarda il futuro dell'integrazione europea considerando i problema dell'austerità, del lavoro, della disoccupazione, del “Rapporto I cinque Presidenti”, dei migranti, dei profughi, delle guerre, dell'espansione della Nato e dei trattati TTIP/CETA. Argomenti attuali per l'Unione Europea.

ASCOLTA L'AUDIO DELLE CONFERENZE:
“Migranti, rifugiati e guerre”

Relatori: Asli Aydin, SE -ODP (Turchia); Heinz Bierbaum, Die Linke (Germania); Niektarios Bougdanis, membro della segreteria del Dip.degli affari esteri Syriza (Grecia); Stefano Galieni, PRC (Italia); Moderatrice Inger Johansen, SE – Alleanza Rossa Verde (Danimarca).
   
                       


                    1° parte

                   2° parte - interventi

 



SCARICA L'AUDIO DELLA SERATA
Giovedì 22 gennaio alle ore 21.00 - Modena

Scopo del Trattato: abolizione delle barriere NON tariffarie al commercio: cioè le leggi di tutela del lavoro, della salute e dell’ambiente; le norme sulla privacy e la libertà digitale. La libertà da parte delle Multinazionali di denunciare in prima persona gli Stati che, con le loro leggi, ostacolino il loro profitto; e questo appellandosi a tribunali extraterritoriali. L’unica possibilità per gli Stati di non incorrere in pesanti sanzioni economiche sarebbe adeguare le proprie leggi al trattato stesso.

Una serata di approfondimento da ascoltare, con interventi di:

MARCO BERSANI - (Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, Attac Italia)

“Il TTIP non serve per aumentare il libero commercio tra USA e Europa, perché questo si fa già da anni come non cadiamo nell'errore del passato di credere che questo rappresenti un tentativo della cattiva USA di sottomettere la democratica Europa perché in realtà sono le multinazionali europee e americane, che si stanno accordando per distruggere tutte le “barriere non tariffarie”. Tradotto: i contratti di lavoro, la tutela dell'ambiente e della salute, etc”.


FAUSTO GIANELLI - (Giuristi Democratici)
“L'ulteriore gravità di questo accordo sta anche nel fatto che il sistema giuridico che gestirà i contenziosi che si creeranno, potranno solo avvenire tra impresa contro Stato e non viceversa. Con il TTIP si torna indietro di duemilacinquecento anni perché si definisce non più la “polis” la città, lo Stato il luogo decisionale delle regole ma, l'impresa che ha “investito” e può citarlo in giudizio per “mancato profitto”. 

 

LE RISPOSTE AL PUBBLICO


LA VIA MAESTRA
Manifestazione in difesa della Costituzione

Roma 12 ottobre 2013


“La Democrazia e la coesione sociale sono a rischio proprio perchè le leggi realizzate e le scelte politiche compiute sono in direzione opposta alla nostra Costituzione” . Maurizio Landini (FIOM - CGIL)
Il video e i commenti di: Maurizio Landini (FIOM - CGIL), Don Ciotti (Gruppo Abele), Lorenza Carlassare (costituzionalista), Salvatore Settis.


Misteri d'Italia oggi...
presentazione del nuovo libro di Stefania Limiti
- editrice Chiare Lettere

DOPPIO LIVELLO:

COME SI ORGANIZZA LA DESTABILIZZAZIONE IN ITALIA

di Flavio Novara

 

E' proprio un bel lavoro lo scritto di Stefania Limiti sulle trame occulte che hanno e forse stanno, ancora coinvolgendo il nostro paese. Dopo il precedente "L'Anello della repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle Brigate Rosse”, il nuovo libro non rappresenta solo la fine capacità di questa giornalista di riuscire a collegare trame nere, con segreti di Stato, indagini e processi mai veramente conclusi ma evidenzia e prova ad illuminare un Italia cresciuta all'ombra della Nato e sconosciuta ai più.

Un documento fondamentale per riuscire a comprendere e ricucire quella spaccatura storica avvenuta in seguito alla formale sconfitta della dittatura fascista e la necessità che gli stessi elementi incriminati siano stati riutilizzati dalla CIA e dagli USA in chiave anticomunista.

Un aspetto della “Guerra Fredda” iniziato nell'immediato dopoguerra incomprensibile alle nuove generazioni. Ed è proprio per questo motivo che considero questa inchiesta un documento dal tratto semplice che può essere letta e forse studiata proprio da quelle generazioni che hanno sentito parlare di agenti segreti e lotte politiche intestine solo attraverso films americani o azioni esemplari e spettacolari del ancor famoso agente 007.

Credo comunque che più delle mie parole valgano non solo le dichiarazioni rilasciate dagli interrogati durante i processi per strage realizzati nel nostro paese o stralci delle interviste realizzate dalla Limiti ma anche quanto espresso e discusso durante la presentazione del Libro avvenuta a Bologna pochi giorni addietro.

“Il governo degli Usa ha mandato soldi alla P2. La somma toccò anche la cifra di dieci milioni di dollari al mese. La Cia si era servita della loggia di Gelli per creare situazioni favorevoli all’esplodere del terrorismo in Italia.” Testimonianza dell’agente Cia Richard Brenneke, agosto 1990.
“Il nostro paese ha subito una forma molto aggressiva di ‘consociativismo occulto di destra’ perché gli apparati dello Stato hanno lavorato a stretto contatto con gli uomini del neofascismo.”
“La funzione storica di Cosa nostra è stata quella di costituire un corpo di polizia delle strutture parallele.”
Domenico Sica, ex alto commissario per la lotta alla mafia.


La presentazione a Bologna sui punti cardini dell'inchiesta:



Le domande del pubblico:

 

“La P2 è un prodotto di importazione americana.”
Francesco Cossiga.
“La strage di Capaci è al 90 per cento di mafia, il resto lo hanno messo altri. Per quella di via D’Amelio siamo 50 e 50 e per le stragi sul continente la percentuale mafiosa scende vertiginosamente.”
Luca Cianferoni, avvocato di Totò Riina, conversazione con l’autrice, 2010.

“L’area veneta è stata il cuore della Rete atlantica in Italia. Lì si concentravano le materie prime essenziali: strutture e organismi militari Usa e Nato e tanta manovalanza nera disponibile a collaborare.”
“Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?... Mi creda, quei poveri scemi piazzati nella casetta sopra la curva dell’autostrada credono davvero di aver compiuto un attentato con tutti i crismi della professionalità… non si sono accorti che altri, ben più all’altezza di tali situazioni, hanno fatto tutto con grande capacità, lasciando a loro solo l’effimera illusione di essere veri criminali...”
Testimonianza all’autrice di un ex gladiatore siciliano.

 

Il video della presentazione dell'autrice: 

LA RETE ATLANTICA, OVVERO LA STORIA ITALIANA MANOVRATA DAI SERVIZI SEGRETI INTERNAZIONALI

“Dagli anni Sessanta in poi, ufficiali delle basi Nato italiane hanno coltivato rapporti con elementi di Ordine nuovo. Questi signori… sono diventati coprotagonisti dello stragismo, verosimilmente manovrati anche dai nostri servizi militari.”
Giudice Carlo Mastelloni, 1998.


MPS SALVATA COI  RICAVATI DELL'IMU: UNA VERGOGNA
Alessandro Fontanesi

 
Ecco svelata l'isterica fretta con cui è stata introdotta e riscossa l'Imu, i 4 miliardi letteralmente regalati dal governo Monti e dai partiti che lo hanno sostenuto, per il salvataggio di Monte Paschi Siena, sono esattamente la stessa cifra sottratta, per non dire rapinata agli italiani, facendo loro pagare la prima rata dell'Imu.
Soldi pubblici dunque per salvare ancora una volta una banca, guarda caso quella con a capo Profumo, che se non sbaglio, non tanti anni fa ebbe sulla coscienza il fallimento di un altro grande colosso bancario. Una vergogna insopportabile in un momento simile, il governo che aveva promesso rigore ed equità, ha mostrato ancora una volta, ma oramai non c'era più alcun bisogno di farlo, che bisogna essere rigorosamente equi solo quando si tratta di fare cassa con il portafogli degli italiani.
I cittadini vengono sempre dopo e questo è uno scandalo bello e buono, ai cittadini si chiede di essere esemplari pagatori e rispettosi delle regole, ma poi con leggi ad personam o ad "bancam", i politici che chiedono loro sacrifici, sono i primi a disattenderle. Prima vanno salvati gli italiani e poi le banche, anche perchè le banche se ne stanno guardando bene di salvare i loro correntisti.
Agli esodati senza prospettive e senza lavoro, cara ministro Fornero, chi spiega che le loro tasse sono servite a ripianare i traffici di una banca?
Caro Bersani, ai giovani che non trovano lavoro perchè avete votato una legge per mandare i loro genitori in pensione a settant'anni?
Chi gli va a dire che i soldi pubblici di una tassa iniqua, invece del loro futuro, tutelerà invece quello dei banchieri?
C'è una campagna elettorale in corso, qualcuno dei contendenti che ha sostenuto il governo fino ad oggi, Monti compreso, oltre alle solite promesse, avrà il coraggio di ammettere le responsabilità di tutto questo almeno ai propri elettori?

05/02/13


L'Italia deve recedere dall'accordo di cooperazione con Israele
NESSUN M346 E NESSUNA ALTRA ARMA DEVE ESSERE DATA AD ISRAELE

Fin dal 2005 è operativo uno scellerato accordo di “cooperazione militare”, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele. Un accordo che non è stato scalfito neppure dall’ “Operazione piombo fuso” del dicembre 2008 – gennaio 2009, che ha visto Israele colpire con il suo “potere aereo” la popolazione palestinese civile inerme (1400 uccisi, di cui ca 400 bambini). AleniaAermacchi, la società di Finmeccanica con sede nazionale e stabilimenti significativi a Venegono (Varese), si accinge a consegnare ad Israele 30 jet M346 , definiti come “addestratori tecnologicamente avanzati” ma in realtà già strutturati per essere armati con missili o bombe. Queste armi verranno sicuramente testate contro i palestinesi, prima di tutti. Nella sua qualità di addestratore l’M346 è finalizzato a formare i piloti all’uso di cacciabombardieri tecnologicamente più evoluti tra i quali il “netcentrico” e “invisibile” F35, di cui Israele si vuole dotare (19 + 56 in opzione), e che anche l’Italia sta purtroppo acquistando per le guerre future.
Dal 2001 c’è stata una ripresa della corsa agli armamenti in tutto il mondo. Va ricordato, però, che la legge italiana del 1990 prevede il divieto alla commercializzazione di armi nei paesi che sono belligeranti o responsabili di crimini contro l’umanità. Questa legge è lettera morta. L’Italia commercia regolarmente senza che nessuno alzi un dito.

Il discorso di padre Alex Zanotelli davanti allo stabilimento dell'Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (VA) – 13 ottobre 2012

 



COSTITUZIONE: METTIAMOLA IN PRATICA !!

Fontanesi Alessandro

                            

Da alcuni giorni sugli organi di informazione finalmente, sta montando il dibattito sulla riforma della Costituzione che da poco il Senato ha approvato in commissione. Sotto un silenzio complice ed in un Parlamento che non è più assolutamente lo specchio del volere degli italiani, tantomeno il governo dei "tecnici" che questo Parlamento sostiene, si sta consumando l'inciucio trasversale, l'accordo sotto banco, tra le maggiori forze partiti che uscirono dalle elezioni politiche del 2008 e che oggi dopo appena quattro anni non sono più tali. Quello che non riuscì a Berlusconi e tantomento alla tristemente celebre "devoluzione" leghista, cioè la riforma costituzionale a firma Gasparri - Calderoli, sonoramente bocciata e affossata dal volere popolare con il referendum del 2006, oggi sta passando nell'indifferenza generale, coi voti proprio di coloro che solo pochissimi anni fa erano contrarissimi soltanto perchè il promotore delle modifica si chiamava Silvio Berlusconi. Oggi la sostanza è la medesima, il Parlamento abdica alle sue funzioni, rinuncia al suo potere sancito proprio nella Costituzione e vota , coi propri stessi voti, per concedere quei poteri al Presidente del Consiglio, davvero una operazione cervellotica, ma da questa gerontocrazia di partito che sta facendo danni incalcolabili al Paese, è lecito davvero attendersi di tutto! Una domanda però a questo punto è lecito porsi: " passata questa riforma e modificata la Costituzione, dovesse mai ritornare alla Presidenza del Consiglio proprio Berlusconi, i contrari di allora, divenuti riformatori modernizzatori oggi, cambieranno di nuovo idea??". Prima di metter mano alla Costituzione occorre prima spiegare agli italiani il perchè di questa esigenza, anche perchè probabilmente in un momento del genere sarebbe più utile modificare prima la legge elettorale che impedisce proprio ai cittadini di avere i rappresentanti scelti da loro in Parlamento e non dei nominati, amici e parenti, dalle segreterie di partito. E collegando le due cose, si capisce bene il perchè di tanta fretta. Prima di una modifica della Costituzione sarebbe utile e urgente che il Parlamento si impegnasse per una vera legge sulla rappresentanza sindacale e riportare la centralità del lavoro sul piatto dei lavori della politica, tutele e diritti diffusi, non il contrario. I lavoratori devono poter scegliere liberamente i propri rappresentanti, nel
Parlamento tanto quanto in fabbrica o in ufficio, oggi avviaene il contrario, la zona franca negli stabilimenti Fiat è emblematica. Il principio secondo il quale, il miglior modo per perdere i propri diritti è quello di non conoscerli, questo Parlamento dimostra di conoscerlo molto bene. Perchè gli italiani non devono sapere che la Costituzione che difesero col loro voto appena quattro anni fa, ora devrà essere cambiata per il mercemonio della politica e quel
loro voto oggi non vale più? I parlamentari reggiani non si sentono in dovere di dire nulla o sono forse d'accordo che senza Berlusconi allora la Costituzione è possibile cambiarla? E non si venga a  raccontare che si toccherà solo la seconda parte, quasi fosse un appendice scollegata dal resto del testo principale della Repubblica, perchè
cambiata quella, anche la prima parte subirà le stesse pesanti ripercussioni. Il 25 aprile del 2005, proprio nel tempo in cui l'altra grande modifica della Costituzione era in corso, l'allora Presidente della Repubblica Ciampi, dal palco delle celebrazioni per la Liberazione  a Milano, disse chiaramente: " libertà e giustizia si conquistano giorno
per giorno...le celebrazioni del 25 aprile sono occasioni per riflettere... è la Costituzione che ha garantito e garantisce la libertà di tutti. Non dimentichiamo mai che la Costituzione è la base della convivenza civile che ha consentito la rinascita morale e materiale della nostra Patria, le grandi trasformazioni istituzionali e sociali, la creazione di un sistema di equilibri tra poteri che ha garantito e garantisce libertà a tutti". La fedeltà a queste parole di Ciampi di sette anni fa è irrinunciabile, la fedeltà alla Costituzione è irrinunciable, volerla cambiare per illogicici e
avventuristici equilibri di potere tra rappresentanti di partito, non più specchio della volontà degli italiani, è una vergogna da denunciare. Questa Costituzione va difesa da questi banditi, questa Costituzione non va cambiata, dopo 67 anni resta purtoppo inapplicata, per cui l'unica strada praticabile è quella della sua completa attuazione. 

Alessandro Fontanesi

segretario cittadino Pdcisez. Paolo Davoli "Sertorio"Reggio Emiliatel. 339.3129995

LA COSTITUZIONE NON SI TOCCA



In Italia da alcuni anni a  questa parte, il giochino preferito della politica è diventato quello di smaniosa modifica della Costituzione, tutti da destra a sinistra, sentono l'urgenza di avere una Costituzione "su misura", attraverso la quale favorire il proprio tornaconto e consolidare bramosie di potere più o meno cammuffate. Personaggini rappresentativi solo di se stessi, senza alcuna levatura morale e politica e tantomeno senza il medesimo mandato dei Padri Costituenti, con cadenza costante vengono a propinarci la loro ricetta per la salvezza del Paese, dimenticandosi che se il Paese è in queste condizioni, gran parte delle responsabilità dovrebbero cercarle tra le mura di casa.
Per primi furono i "saggi di Lorenzago" nel 2006, in una baita sperduta nel Cadore, Calderoli e Gasparri si autocandidarono alla successione di Terracini e Dossetti, il risultato fu ovviamente un successo per il popolo italiano, che bocciò tanta arroganza col referendum dall'esito plebiscitario.
Poi venne il tempo di Veltroni, fortunatamente un tempo breve, non fece in tempo ad abbozzarla un idea di riforma, chè già gli stessi "compagni" gli fecero trovare il biglietto di sola andata per l'Africa.
Poi gli ultimi quattro anni di governo Berlusconi che della Costituzione ha fatto carta straccia senza bisogno di modificarla: i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Come Qui Quo Qua di Walt Disney, oggi è il turno di A B C, incaricati da nessuno, i tre segretari di Pdl, Pd, Udc, danno mandato a vari e propri "esperti costituzionalisti" del calibro di Violante, Adornato (questi con un curriculum partitico "invidiabile") e Bocchino per riformare la Legge dello Stato, uomini insignificanti che negli ultimi venti anni hanno sbagliato tutto ed il contrario di tutto, hanno vorticosamente cambiato i nomi dei loro partiti senza cambiare alla fine nulla, senza più nemmeno il consenso popolare, ci propongono l'ennesimo finto problema della Costituzione, la riduzione dei Parlamentari come specchietto per le allodole, usando la Costituzione come capro espiatorio per mascherare le proprie ventennali inadempienze politiche.
Articolo 1 della Costituzione: l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo. Articolo 4 della Costituzione: la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro. Cari Alafano, Bersani e Casini, in Italia ci sono 2 milioni e 615 mila disoccupati, nei mesi di marzo e aprile 38 mila persone hanno perso il lavoro, per cui il problema è la Costituzione o la mancanza di un piano industriale ed occupazionale per il Paese? Se la Costituzione deve essere cambiata dovrà essere il popolo a dirlo con il referendum e al popolo bisogna spiegarlo alla luce del sole, come gà avvenne nel 2006, perchè quell'esito oggi viene stracciato?
Articolo 35 della Costituzione: la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazione. Cari Alfano, Bersani e Casini è la Costituzione ad aver precluso tale diritto, o gli interpreti della politica, per ultimo il ministro Fornero, che sta per abolire l'ultima delle tutele per i lavoratori, ovvero l'art.18 dello Statuto dei Lavoratori?
Articolo 39 della Costituzione: l'organizzazione sindacale è libera. Cari Alfano, Bersani e Casini, se alla Fiat i dipendenti con in tasca la tessera del sindacato Fiom non possono lavorare, il problema è la Costituzione che garantisce il diritto di ogniuno ad iscriversi al sindacato che preferisce, oppure è fuori legge chi non rispetta tale diritto, complice in primis la politica, che si è dimostrata concorde nel trasgredire tale norma?
Se in Italia c'è un problema quello non è certamente la Costituzione, semmai coloro che giurando su di essa e diventandone i primi tutori, non solo spingono per cambiarla, ma sono i primi a trasgredirla, impedendone la sua completa attuazione.


Annamaria Parigi
Reggio Emilia
Tel. 3337764141


 

IL DEBITO E LE SPESE MILITARI
di Alberto Stefanelli e Piero Maestri*

In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).

Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista Guerre&Pace nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.

Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).

Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.

L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘Costano troppo, il governo non li compri’” .

Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d ' arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro... e della seconda portaerei, la Cavour , davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: "Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l ' acquisto a 40-50 ' ' , in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di  "sospensione" e "ripensamento"”....

Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica)  dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari...) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.
 
I DATI DELLE SPESE BELLICHE
Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.
Secondo gli ultimi dati disponibili del Sipri, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa -  posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati Sipri  l ' Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.
Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l ' approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in  14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell ' Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l ' acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l ' utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.

Si arriva così a una spesa complessiva - verificata - di oltre 23 miliardi di euro, come riportato da il manifesto.
 
UN BILANCIO PER LE GUERRE
Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.
Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.
La questione va molto oltre.
L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.

Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.
Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).
Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati ( 3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).
 
L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO
In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa
Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.

Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.
 
IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI

L ' enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste - come gli articoli pubblicati sul sito www.rivoltaildebito.org hanno già più volte mostrato.
Per l ' argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l ' aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell ' uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall ' altra il sostegno pubblico all ' industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.
Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia , pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l ' anno).
L ' Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con  undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato - che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.

E ' chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.
L ' altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all ' industria bellica. L ' industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.
Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l ' articolo di Marco Panaro (Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica).

Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.
Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell ' Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».
Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.
 
UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”

Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa”  pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili;  sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa , prima di lei).
Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.
È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.
Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.
Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.

Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio,  3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro

Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la ricerca della Brown University (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.
 
Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.
Tra l ' altro, come hanno dimostrato più volte la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l ' uscita da quel programma - e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.
 
NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI

In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d ' Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.

Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni...).
E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all ' invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata:  la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate - per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi - e intanto aumentava il debito pubblico.

La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.


* redazione Guerre&Pace – 06/01/2012


“MODENA: INVECE DEI CACCIA,

50 MILA GIOVANI AL SERVIZIO CIVILE”


L’assessore Poggi, presidente del Copresc di Modena, propone di utilizzare i 115 miliardi destinati agli F35 per salvare l’esperienza seriamente compromessa dai tagli

“Rinunciare all’acquisto di 131 cacciabombardieri per dare a 50mila giovani italiani, la fascia di popolazione più tartassata dalla crisi e dimenticata dai governi degli ultimi 20 anni, la possibilità di fare servizio civile impegnandosi per la comunità e contribuendo a costruire la pace anzichè armi da guerra”.

E’ la provocatoria proposta con cui l’assessore con delega al Servizio civile del Comune di Modena, Fabio Poggi, nonché presidente del Copresc, il Coordinamento degli enti di Servizio civile della provincia di Modena, interviene nel dibattito tra il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola e le associazioni pacifiste che contro l’acquisizione dei velivoli da guerra hanno lanciato la campagna “NoF35”.

Il ministro, rispondendo ieri al question time alla Camera, ha detto che il programma per gli F-35 Joint Strike Fighter “frutterà 10 mila posti di lavoro”. Per la Rete italiana per il disarmo, con cui concorda Pax Christi, il dato “è irreale e smentito da valutazioni sindacali, industriali e della stessa Aeronautica militare”. “Se anche fosse verosimile – sottolinea l’assessore Poggi – fare un
analogo investimento di risorse in opere e infrastrutture civili, oltre a creare posti di lavoro, offrirebbe indubbi vantaggi alla collettività. E per tornare al servizio civile, vorrei ricordare al ministro che il prossimo anno solo 4 mila ragazzi potranno svolgere il servizio a causa dei drastici tagli operati dal precedente Governo che mettono a rischi la sopravvivenza stessa dell’esperienza. Mentre apprendiamo in questi giorni che i 20 milioni stanziati per la mini-naja, le tre settimane di servizio militare volute dall’ex-ministro Ignazio La Russa, sarebbero già stati tutti spesi nel 2011. La qual cosa fa pensare che l’obiettivo di quell’azione fosse lontano dalla volontà di investire sui giovani, di cui invece ci sarebbe profondamente bisogno”, conclude Poggi.

12/1/12


DIRITTO DEL SUOLO ITALIANO
di Mirca Garuti


Cosa significa diventare cittadino italiano?  Che cos’è la cittadinanza?
La cittadinanza è la condizione di una persona fisica alla quale l’ordinamento giuridico di uno stato riconosce pieni diritti civili e politici. E’ lo status del cittadino.
Domande ritornate alla cronaca in queste ultime settimane, dopo l'affermazione della necessità di riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati in Italia, da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Naturalmente la sua dichiarazione nel definire gli immigrati “una grande fonte di speranza”, che contribuiscono "a darci l'energia vitale di cui abbiamo bisogno", che senza questa forza "il nostro Paese sarebbe più vecchio e avrebbe meno possibilità" e che è arrivato il momento di "riconoscere come cittadini italiani i bambini nati in Italia da genitori stranieri", ha suscitato numerose polemiche e discussioni.  Da una parte, quelli favorevoli: il presidente della Camera Gianfranco Fini per “una questione di civiltà”, Pier Ferdinando Casini, L’Italia dei valori e il Pd che vorrebbero una legge subito, entro l’anno 2011 e dall’altra, la destra, la Lega e Pdl che sostengono che tutto questo sarebbe una vera follia che porterebbe solo ad uno stravolgimento della nostra costituzione. Ma come, ora la Costituzione diventa importante e bisogna proteggerla?
Roberto Maroni, durante un’intervista radiofonica a Radio Padana Libera, il 22 novembre scorso, ha espresso la sua piena contrarietà verso la modifica della legge sulla cittadinanza, dichiarando che “L'idea di dare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia è uno stravolgimento dei principi contenuti nella costituzione, la Lega - ha aggiunto - è radicalmente e totalmente contraria perché vorrebbe dire che alla prossima ondata immigratoria che arriverà dal nord Africa tutti coloro che arrivano e nascono qui diventano di colpo cittadini italiani. Vuol dire decine e centinaia di migliaia di nuovi cittadini italiani solo perchè nati qua. Sarebbe una calamità”.
Il problema legato al diritto di cittadinanza non è un problema di oggi, ma è oggetto di dibattito, ormai da molto tempo, da quando il numero degli immigrati nel nostro paese è diventato considerevole. Il contrasto nasce dalla scelta di accettare lo “jus sanguinis” (diritto di sangue – concessione oggettiva) o lo “jus soli” (diritto del suolo - modello francese – concessione soggettiva).

A questo proposito il regista italiano Fred Knwornu, di padre ghanese e madre toscana, nato a Bologna (oggi vive a Roma) ha realizzato un film “18 Ius/Soli” diventato un po’ il simbolo di questa controversia. Gli immigrati di seconda generazione nati in Italia (c.a. 530mila) sentono di appartenere a questa cultura e comunità ma, vivono, da una parte, il disagio di non essere riconosciuti come italiani e dall’altra, di essere costretti dallo stato in cui risiedono di avere la patria dei propri genitori. (v. il diritto di essere italiani)

 

  


Oggi noi tutti stiamo vivendo una situazione di crisi economica-finanziaria e l’unica voce che si sente sempre forte e chiara è solo la parola “Debito” o “Recessione”. Il nostro futuro è incerto, le grandi potenze del mercato ci chiedono sacrifici per salvare i nostri stessi stati. Ma non sorge forse spontanea una domanda? Ma che tipo di stato dobbiamo salvare? Non di certo quelli attuali per il semplice motivo che sono stati proprio loro a portarci nella situazione in cui ci troviamo oggi. Viviamo in stati dove non c’è rispetto per l’essere umano, dove si crede che l’occidente sia superiore ai così detti “paesi del terzo mondo”, dove la paura regna sovrana su ogni cosa costringendoci ad innalzare barriere di separazione e dove la violenza, la guerra sembrano essere ormai solo l’unica arma di difesa. Piano piano stanno sparendo tutti i nostri diritti, e noi dovremmo salvare questo paese? I fatti degli ultimi giorni, il rogo "per errore" del campo Rom di Torino e l’uccisione senza motivo dei due senegalesi a Firenze, sono i sintomi del forte disagio che stiamo vivendo. Questi non sono fatti isolati, non sono compiuti da persone che improvvisamente sono impazzite, ma sono semplicemente messi in atto da persone che hanno assimilato la coniugazione Rom uguale ladro o violentatore e Uomo nero come uno scarafaggio, una bestia da eliminare. E’ l’ambiente che ci circonda, quindi, il maggior responsabile di tutto questo. Un ambiente fatto d’odio, di razzismo e di violenza. Questa, quindi non è la strada giusta da percorrere, perciò è nostro preciso dovere fermarci a riflettere ed imparare ad ascoltare l’altro, il nostro futuro è quello della convivenza in una realtà multietnica, dove solo la conoscenza e l’accoglienza dell’altro potranno abbattere le barriere di divisione e di paura. (v.peacereporter.net)


Per questo motivo è sorto un movimento d’opinione ed una campagna per i diritti di cittadinanza “L’Italia sono anch’io” promosso dal Presidente dell’Anci e Sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio insieme a 19 organizzazioni della società civile.  Il primo obiettivo è quello di avviare un confronto e un dibattito sul tema “cittadinanza”, diritti e doveri nelle città e di presentare una riforma del diritto di cittadinanza e che permette il diritto elettorale amministrativo ai lavoratori regolarmente presenti in Italia da cinque anni. Per raggiungere questi obiettivi occorre raccogliere, entro la fine del prossimo mese di febbraio, 50mila firme.
L’acquisizione della cittadinanza italiana dovrebbe essere prevista per tutti i bambini nati in Italia da genitori regolari, per i minori arrivati in Italia entro il 10° anno d’età, i minori che frequentano un ciclo di studi e gli stranieri adulti dopo 5 anni di soggiorno regolare in Italia. La cittadinanza, inoltre dovrebbe essere proposta al Presidente della Repubblica direttamente dal Sindaco del comune di residenza e, non più dal Ministero degli Interni.
Questa richiesta di modifica alla legge attuale non è solo motivata da un’azione di carattere di giustizia sociale e morale ma diventa importante anche da un punta di vista economico, perché i paesi che sono in grado di accogliere diverse e nuove forze sono in grado di diversificare i loro prodotti e di conseguenza hanno più possibilità di crescere.

15/12/2011



G8 GENOVA DIECI ANNI DOPO

Sono ormai passati dieci anni da quel fatidico G8 di Genova del 2001, ma ancora oggi giustizia non solo non è stata fatta, ma tra prescrizioni e assoluzioni incomprensibili, alcuni nuovi elementi emersi in questi ultimi mesi hanno riacceso la polemica e il sospetto.
In particolare le cronache di quei giorni in cui per il bene dei più potenti della terra, nel nostro paese si decise di sospendere i valori scritti con il sangue della nostra Costituzione. Nuovi elementi sopratutto su tutto quello che è avvenuto ”dopo” le azioni di piazza e la repressione violenta attuata alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Due sono state le occasioni per ricordare e denunciare tutto questo: lo spettacolo teatrale “I giorni di Genova” regia di Carlo A. Bachschmidt e magistralmente interpretato da Blas Roca e il nuovo libro “L’eclisse della democrazia” scritto da Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci.

“I giorni di Genova” è una rappresentazione teatrale appassionata e coinvolgente, per far luce su un evento che a dieci anni di distanza, presenta ancora molte zona d'ombra.
In anteprima al “Internazionale a Ferrara 2011”, sono state messe in scena una raccolta di conversazioni telefoniche tra i cittadini genovesi e gli operatori delle  stazioni di Polizia che sono state registrate durante i tragici giorni del vertice. Un preciso resoconto di quelle giornate, a partire dalle manifestazioni del 20 luglio, fino all'uccisione di Carlo Giuliani e all'attacco della scuola Diaz. Le terribili testimonianze di chi ha vissuto in prima persona uno dei capitoli più angoscianti della storia del nostro paese.

 

  


Nel libro “L’eclisse della democrazia” di Vittorio Agnoletto sono trascritti oltre ai verbali degli interrogatori e delle deposizioni susseguitesi nei vari processi, anche i tentativi di depistaggio che si sono susseguiti questi ultimi dieci anni. Un concatenarsi di eventi, amarezza e sgomento che sono emersi anche durante l'intervista da noi realizzata in occasione della presentazione del suo libro. Per non parlare anche delle intimidazioni avanzate affinchè quel libro non venisse mai pubblicato. Una testimonianza diretta da chi da tempo combatte per far emergere tutta la verità su quei giorni.

GENOVA: LE PAROLE INTERROTTE di Maurizio Montanari con intervista audio inedita a Vittorio Agnoletto 

ALTRO SPECIALE SUL G8 DI GENOVA

15/10/11


 Text/HTML Riduci

METISSAGE 2011
IL DIRITTO DI ESSERE ITALIANI

Enrico Gatti (Alkemia) intervista il regista
Fred Kuwornu* autore del documentario “18 IUS SOLI”.


“18 IUS SOLI” (trailer) è il primo documentario grass-roots ad affrontare il tema del diritto di cittadinanza per chi è nato e cresciuto in Italia da genitori immigrati. Vincitore del Premio Mutti, diretto  e prodotto nel 2011 dal regista bolognese Fred Kuwornu, racconta con il linguaggio della docu-fiction la storia di alcuni "nuovi Italiani" , ma al tempo stesso promuove il dibattito legislativo e culturale sul diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia sebbene da genitori immigrati.


Con Seconda Generazione, per lo più in forma plurale (Seconde Generazioni), si è soliti intendere nell'ambito delle scienze e delle politiche sociali la generazione costituita dai figli di immigrati. Un focus sulle cosiddette Seconde Generazioni, ragazzi nati in Italia, figli di immigrati: studiano nel nostro Paese, parlano la nostra lingua e i nostri dialetti, molto probabilmente non sono nemmeno mai stati nel paese d'origine dei loro genitori né spesso  ne parlano la lingua. Eppure non sono riconosciuti cittadini italiani come tutti gli altri. Per ottenere la Cittadinanza italiana devono infatti sottoporsi - al compimento del 18° anno di età ad un iter burocratico lungo e complesso, che non sempre termina con esiti positivi per il richiedente, con conseguenti e inevitabili gravi problemi di inserimento sociale e di identità. L'iniziativa si propone di amplificare l'informazione su una contraddizione politica e sociale e insistere sulla necessità di  una riforma della legge sulla Cittadinanza n. 91/1992 per eliminare una ingiusta disuguaglianza tra cittadini italiani.
Sono ad oggi, infatti, circa 530.000 gli immigrati di seconda generazione che vivono tale disagio, un fenomeno destinato a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni, dato che le nuove nascite si attestano su circa 50.000 l'anno. E' una questione di civiltà; come nel resto di gran parte d'Europa, è ormai il caso di adottare anche in Italia il concetto giuridico dello "ius soli", in sostituzione di quello superato dello "ius sanguinis”.

 



Su questo argomento anche la redazione di ALKEMIA ha realizzato un indagine “DIVERSAMENTE MODENESI” basata su interviste audio realizzate dagli studenti modenesi dell’istituto Deledda di Modena sulla situazione degli immigrati di seconda generazione presente in città.



* Fred Kuwornu, nato e cresciuto a Bologna, è un regista- produttore di origini ghanesi. Verso la fine degli anni 80’ inizia a collaborare come autore e conduttore delle principali emittenti radiofoniche dell’Emilia e del Veneto. Nel 2002 , dopo aver studiato  regia e sceneggiatura con il maestro Ferdinando De Laurentis firma e produce il suo  primo cortometraggio "Natale in Autogrill" che viene presentato in finale al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Nello stesso anno produce un video clip per la manifestazione di Amnesty  International Italia : Voci per la libertà. Dal 2003 ha lavorato come autore  televisivo in Rai per diverse edizioni nel programma “Italia Che Vai” condotto da Ilaria D’Amico , Luca Giurato e Paolo Brosio e varie società di produzione televisive come Endemol.
Nel 2007 viene scelto dal regista americano Spike Lee per lavorare all'interno della crew del film "Miracolo a Sant’ Anna" , questo  incontro, ispira Fred a dirigere e produrre il docufilm " Inside  Buffalo" progetto internazionale sulla storia della 92^ Divisione“ Buffalo Soldiers”di soldati afroamericani che combatterono durante la Seconda Guerra Mondiale in Toscana.

Campogalliano, 29/6/11



 Stampa   

La neolingua di Big Pharma      
Di Maurizio Montanari*

    

E’ molto diffusa la  sindrome  da dipendenza da internet?’. ‘Si guarisce dal disturbo da dolore prolungato?’ . ‘ Come affrontare la nuova emergenza del bambino iperattivo?’. E’ ormai usuale venire interpellati attraverso il filtro una diagnosi preconfezionata nel merito della quale si chiedono lumi. Siamo in poco tempo  passati dalla posizione della domanda generica : mi sta succedendo questo, di cosa soffro?’ , al più attuale ‘ soffro di questa patologia, mi può dare qualche consiglio per uscirne?. Sono molteplici i media dai quali poter reperire queste etichette, pari almeno  ai rimedi farmacologici  proposti per la loro cura. Quali sono le conseguenze di questa proliferazione di oggetti diagnostici alla portata di tutti? Gli operatori che lavorano nel campo della salute mentale seguendo le linee del Campo, devono saper non essere alla moda. Se da un lato è necessario confrontarsi con questo attuale processo di diagnostica totale, bisogna saperne lambire i confini senza farsi intrappolare. Bisogna essere  demodè: cioè perseguire una pratica della singolarità  e rinunciare a   categorie onnicomprensive che nascondono il soggetto e schiacciano l’inconscio e le sue produzioni, senza immettersi in strade tracciate dal DSM. Strade lastricate da  nuove patologie, neo nominate, che da questa nominazione traggono legittimità e dunque un conseguente percorso di cura. Che posto dare ai  cosiddetti ‘nuovi sintomi?’ Si tratta di formazioni dell’inconscio attualizzate al tempo della modernità, o piuttosto neo classificazioni con capacità attrattiva per soggetti disinseriti, figli cioè di un tempo iper rifocillante che promuove il disabbonamento dall’inconscio e favorisce quindi una ricerca di posizioni immaginarie? Non sono forse  zone di sosta con l’insegna luminosa ‘malattia’, poste sulla strada che va in direzione contraria al percorso di rettifica soggettiva? Non siamo forse al menu che diventa cena? 

 
IAD, DAP, ADHD
Queste ‘patologie’ in Italia sono oggetto di studio intensivo, anche da parte di diversi psicoanalisti. Lo IAD ( Inernet addiction Disorder) , una nuova malattia europea ( simile allo hikikikimori giapponese) che interesserebbe il mondo giovanile.  Legittimare questo ‘nuovo sintomo apre una lunga  e feconda  strada di produzione diagnostica.  Saranno ben  presto individuate nuove patologie, rinnovabili con i tempi che il mercato pretende.   Dalla 'dipendenza da internet si passerà alla malattia da dipendenza televisiva,  passando per la sindrome da I Phone, per arrivare a isolare e “patologizzare” ogni forma di legame con i nuovi media, quando si riterrà il tempo di connessione sufficientemente lungo  da giustificarne  un ingresso nel campo della ‘anormalità’.  E quante persone sono scivolate dentro al disturbo da attacco di panico ( dap) dopo essere state ripetutamente ricoverate di urgenza in pronto soccorso, dopo che veniva loro detto : ' è solo un attacco di panico'?   Sovente la persona sofferente si rivolge al medico, al farmacista, all’ospedale, portando una richiesta spiazzante: ‘Aiutatemi, sono angosciato’. Il corpus medico risponde  cristallizzando il momento d’ angoscia insostenibile che il soggetto patisce etichettandola come ‘attacco di panico’, chiudendo fuori dalla porta la storia pregressa dell’individuo, pretendendo di curare il qui ed ora con una strategia centrata sull’attualità, senza tenere in considerazione i precedenti che hanno condotto alla richiesta di aiuto. Più che di una diffusione epidemiologica del dap  e iad possiamo quindi parlare di una massiccia distribuzione di etichette,  che scoraggia la rettifica soggettiva e lavora per la segregazione introducendo ad una logica che favorisce il disabbonamento dalla propria interiorità. L’ultimo arrivato tra le nuove forme di sofferenza è il bambino ammalato di adhd (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder ), la nuova frontiera del controllo del comportamento del bambino  dove la fanno da padrone le TCC e l’industria del farmaco. 
La psicoanalisi deve dunque accodarsi a questa moda?
 
DA BARCELLONA A BRUXELLES
Ethan Watters nel libro ‘Pazzi come noi’ sostiene che la iperproliferazione diagnostica  null'altro sia che  un tentativo di incasellare e normalizzare    modalità di espressione che non sono assimilabili con il pensiero occidentale dominante. E che, quindi, passano dalla porta della 'malattia' incontrando, loro malgrado, la ‘cura’.  In un tempo in cui Big Pharma lavora per installare un Altro distributore di diagnosi e neo linguaggi, come in ‘1984’ di G. Orwell, la psicoanalisi  deve  dunque ribadire la propria ignoranza e contribuire a  porre le condizioni per edificare un Altro  del non sapere, un luogo neutro entro il quale cercare di allargare le  maglie dell’inconscio. Nel 2013 sarà pubblicata la nuova versione del DSM. Se le linee guida verranno rispettate, moltissimi comportamenti scivoleranno nella zona di ‘anormalità’: ‘Disordine da ipersessualità’, ‘"sindrome da dolore complicato o prolungato’  per dirne alcuni . L’angoscia degli adolescenti e l’eccesso di cibo, saranno riclassificati come disturbi psichiatrici, e si ammaleranno di ‘ disturbo provocatorio oppositivo’.   Si prospettano parametri attraverso i quali milioni di ignari passanti potranno, senza nulla sapere, cadere nella categoria dei ‘malati’ e saranno indotti a credere che  queste patologie esistano realmente. Noi, a Barcellona, semplicemente abbiamo aperto gli occhi. Le ‘nuove malattie’ che il DSM sforna vanno ad alimentare quei non luoghi di appartenenza che appiattiscono il soggetto alla sua sintomatologia fenomenologica, lo congelano nell’involucro delle nuove malattie,   impedendo di fatto la circolazione di parola e la riabilitazione all’uso dell’inconscio. Come dire no a tutto questo? La strada tracciata a Pipol 4 non può prevedere eccezioni, deve potenziare le istanze di controllo nei confronti degli operatori che lavorano nel campo della salute mentale, la quale deve  deve restare un entità ‘contrattabile’ e trattabile con il mondo medico e psichiatrico, non una categoria nella quale la psicoanalisi  applicata crea le proprie sottodirectory.   Secondo Watters : ' Nei periodi di insicurezza o conflitti sociali le culture diventano particolarmente vulnerabili a nuove credenze sulla mente e la follia' (…) Quali che siano i nuovi disturbi (..) è fuor di dubbio che la gente dimostrerà per essi un forte interesse. Gli esperti interverranno ai talk show e offriranno ai giornalisti commenti. (..) A quel punto tutti gli addetti ai lavori occidentali porteranno in giro lo show’.  Lasciamo a Big Pharma questo show: lo fa da tempo, lo fa meglio. E gli compete maggiormente .
 
 
* psicoterapeuta del Centro di psicoanalisi applicata ‘Libera la Parola’. (11/05/2011)


E' ormai diverso tempo che il tema della Controinformazione, ovvero della reale democrazia dei Media, viene affrontato attraverso la libera pubblicazione di fonti di Informazione indipendenti ed alternative. Ovvero attraverso tutto ciò che i media tradizionali non riportano, come notizie underground o rapporti investigativi che, in un modo o nell'altro, sfuggono al diretto controllo dei media e della propaganda.

Purtroppo ancora in molti paesi del mondo, la libertà di stampa è garantita solo a coloro che la possiedono e che a fatica continuano a difenderla.

Quando la stampa è Internet, tutti possono essere reporter indipendenti ed avere libero accesso a news ed informazioni alternative. Notizie importanti che non circolano nei media tradizionali e che in un modo o nell'altro possono creare, una nuova forma di comunicazione antagonista. Redatta, è bene sottolinearlo, attraverso la ricerca di fonti alternative, frutto di un'attività giornalistica libera ed indipendente.

Difendere questo principio di libertà, rappresenta l'unica reale garanzia di soppravvivenza delle vecchie e nuove democrazie.


20 NOVEMBRE 2010: GIORNATA INTERNAZIONALE

CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata istituita per la prima volta nel 1991, per la commemorazione della morte delle tre sorelle Mirabal, attiviste della repubblica Dominicana brutalmente assassinate il 25 novembre 1961 perché si opponevano al regime dittatoriale del loro paese. La loro storia è stata quindi scelta come emblema a livello mondiale di tutte le donne vittime della violenza di genere.                                                                                 
Ancora oggi purtroppo è fondamentale e attuale ricordare come la violenza maschile sia la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. La discriminazione delle donne in questo senso è una realtà internazionale, ma è  anche una malattia che può arrivare ad uccidere: le violenze e gli abusi di ogni genere, infatti, ammazzano più donne e bambine di qualsiasi altro tipo di violazione dei diritti della persona umana. Perché non si potrebbe chiamare in nessun altro modo l’idea (e purtroppo la conseguente pratica) per cui in ogni tempo e in ogni luogo, una donna, oltre ad appartenere già a un uomo, sia appropriabile da qualsiasi altro essere maschile  anche contro la sua volontà. Alcuni dati solo relativi al 2009 ci dicono che in Italia più di un milione di donne sono state vittime di violenze fisiche (insulti e minacce, molestie, aggressioni, stupri), che quasi 900000 sono state le vittime di ricatti sessuali sul lavoro e che queste cifre tendono a salire se siamo in una fascia di età giovane fra i 20 e i 35 anni. E da questi dati risulta anche che l’ambito chiuso della famiglia è il luogo di discriminazione per eccellenza: è tra i parenti e gli amici che avvengono la maggior parte delle violenze sia fisiche che psicologiche.
Nonostante la drammaticità  di questi fatti, nella realtà,  la violenza sulla donne è trascurata, non le si da la giusta importanza e possiamo senz’altro dire che né i media né tanto meno le istituzioni facciano qualcosa di reale per cambiare le cose. Se è accertato che il 70% degli stupri ha luogo fra le mura domestiche, per mano di mariti, fidanzati, familiari e amici che sono i primi da cui dovremmo sempre  proteggerci, sappiamo bene che è raro trovare queste notizie sulla prima pagina di un giornale soprattutto se si tratta di italiani, magari anche di buona famiglia. Tutto questo però ci deve far capire quanto sia calibrato e distorto il discorso pubblico sulla violenza nei confronti delle donne il cui unico fine sembra quello di scatenare teoremi fatti di razzismo, di xenofobia e paura di tutto ciò che è diverso da noi, visto come il pericolo assoluto da cui dobbiamo stare lontane: da una parte il vogliono criminalizzare i migranti e indirizzare verso di loro tutto il male che in realtà è ben più subdolo e diffuso nella nostra società, dall’altra il messaggio che passa è che dobbiamo avere paura, sempre, di uscire, di girare da sole, di andare luoghi diversi da quello della nostra dolce casa.
 Tutto questo non può che creare un clima di insicurezza, di sfiducia e di timore per cui il messaggio che passa è che è più facile e giusto rimanere dentro casa, non uscire e vivere limitatamente le nostre vite. Ѐ il controllo della donna, di ogni donna che vogliono ottenere a discapito della nostra libertà.
In più in questa logica tutta al maschile ci ritroviamo a non coprire mai un ruolo attivo di libera scelta: siamo solamente prede o vittime, qualcosa da dominare o da proteggere. Ma mettendoci per l’ennesima volta da parte non si fa altro che riprodurre l’idea che è alla base degli atti di violenza, l’idea secondo cui ogni uomo possa possedere, dominare e decidere sulla nostra vita e sul nostro corpo facendone oggetti del suo interesse.
 La politica istituzionale ci promette sicurezza, protezione, militari e polizia, ma solo per spostare l’attenzione dal problema reale. L’aggressore non è più cattivo e colpevole in quanto uomo che si permette di usare violenza contro una donna anche e soprattutto all’interno della sua casa e presentandosi come amico, ma la colpa è solo degli immigrati, unici responsabili quando non è così, e il messaggio che passa è che dobbiamo avere paura. La violenza sulle donne diventa così un problema di ordine pubblico. Ѐ esercizio di potere, ma anche come si diceva prima, strumento di controllo sui corpi e sulle menti di noi tutte. Tutto questo però non condiziona soltanto il maschio che si sente autorizzato a comportarsi in un determinato modo e secondo qualsiasi pretesa lui abbia, l’influenza purtroppo è anche sulle donne. Perché invece di comprendere e combattere questi meccanismi di discriminazione, la maggior parte delle volte li accettiamo passivamente e inconsapevolmente diventando complici di una realtà falsata che ci vuole chiuse in casa, ad occuparci dei lavori domestici e di cura dei figli, altrimenti vittime di stupri e violenze.
Purtroppo sono tanti e troppi i fattori che da sempre tendono a legittimare la violenza sulle donne: dalle radici storico-culturali per cui la figura femminile è sempre stata disaminata e sottoposta a situazioni di dominio da parte degli uomini, al ruolo dei media e della comunicazione in generale che oggi più che mai ci propone un’immagine femminile pericolosa, dove la donna è oggetto, è merce che sponsorizza altre merci, è luogo pubblico da  possedere.
Sicuramente non è neanche semplice trovare una soluzione, valida e reale per risolvere questa situazione. Un’ipotesi però potrebbe essere quella di assumerci delle responsabilità forti e fondamentali partendo dal personale, dal quotidiano. Se nell’ambiente familiare esistono prevaricazioni nei rapporti fra maschi e femmine dobbiamo tentare di combatterle, dimostrando che in un contesto in cui i ruoli sono maggiormente equilibrati, in cui non ci sia predominanza dell’uno sull’altra, è forse più difficile che venga usata violenza. Tramite una diversa educazione, una controinformazione e una sensibilizzazione continua, dobbiamo ripensare al nostro ruolo in casa e fuori casa, non accettare i modelli femminili che da sempre ci propongono, ma crearne di altri più giusti e autentici da trasmettere ai nostri compagni, figli, amici e conoscenti per scardinare quei meccanismi che portano allo stupro e alla prevaricazione dal di dentro.

GIU LA MANI DAI NOSTRI CORPI,  

STOP ALLA VIOLENZA SULLE DONNE!!!

Assedonne Guernica


L’AQUILA: LA ZONA ROSSA
Visita nei luoghi del sisma
 
di Enrico Gatti
 
Un convegno all’Aquila. Una possibilità di visitare uno dei luoghi più colpiti dal sisma.
A più di un anno di distanza la zona rossa è completamente chiusa ai cittadini e sorvegliata da militari giorno e notte. Entriamo accompagnati dai vigili del fuoco e da una responsabile dei beni culturali. Dopo poco il personale dell’esercito ci blocca e fa l’appello dei presenti in base alla nostra lista. Possiamo muoverci, in gruppo, alla scoperta di quello che rimane della parte più antica del capoluogo abruzzese.
La strana sensazione che si ha percorrendo quelle vie deserte e silenziose è indescrivibile. Nessun rumore, nessun passante. Dopo 18 mesi ancora si sente l’odore della polvere. Microscopici frammenti continuano a volare per le vie rendendo l’aria densa e opprimente. I palazzi non esistono più, sono oramai scatole vuote. I muri esterni ancora in piedi grazie ai puntellamenti mostrano solo la faccia, dentro tutto è crollato. Quattro, cinque metri di detriti che dovranno essere rimossi per dare nuova vita a importanti frammenti della nostra storia. Anche le chiese soffrono. Le facciate hanno abbandonato le navate e le cupole. Dalle piazze si intravedono gli affreschi che un tempo decoravano le sacre volte.
Un branco di cani ci accompagna. Sono rapidi e conoscono le strade. Forse i loro padroni sono quei diecimila sfollati che ancora non hanno una casa.
Gli aquilani sono tenaci, sono forti, ma si sentono soli e hanno chiesto a noi di raccontare quello che abbiamo visto. Sanno che la ricostruzione sarà lunga. Bertolaso aveva lanciato lo spot dei 10 anni che subito sono diventati 25, o forse 30, a telecamere spente. Questo però non li spaventa più di una città morta. Il centro deve continuare ad essere il riferimento per la vita sociale e culturale, e non sostituito da qualche centro commerciale di periferia. Già in passato la città fu ricostruita in seguito a terremoti, ma nessuno l’ha mai abbandonata. La paura è che possa essere questo il giorno. Gli aquilani amano il loro patrimonio e vogliono salvarlo. Chiedono una cosa che viene assegnata di diritto alla zone colpite da calamità, ovvero una legge che garantista dei finanziamenti costanti negli anni da parte dello stato. Risorse sicure sono l’unico modo per pianificare seri interventi di recupero. Non è pensabile proseguire solamente con le preziose adozioni, anche onerose, attivate dai paesi stranieri.
Solo all’uscita, nella zona verde, incontriamo i veri aquilani, ascoltiamo le loro voci fissate a reti metalliche. Sono voci di speranza e di forza, voci protesta e di ringraziamento. Sono voci di memoria. Sono voci di futuro.

 

FOTO DELLA VISITA

 


LA RIVOLTA DEI DOCENTI
di Enrico Gatti

Ricercatori precari, diminuzione dei finanziamenti, aumento del carico didattico anche al personale non abilitato all’insegnamento sono per sommi capi i problemi dell’università che, già insostenibili, rischiano di non essere risolti, ma bensì peggiorati dal DDL Gelmini.
Il personale delle università, arrivato a saturazione, chiede riforme serie che risolvano una volta per tutte i problemi. Per troppo tempo si sono rimandate decisioni importanti e ora che il sistema è al collasso non sono ammessi Decreti che minano ulteriormente un’integrità già debole. Non è più possibile sopperire alle mancanze dello stato coi sacrifici (nonostante le ricerche vengano valutate con gli stessi parametri senza tener conto del minor tempo investito a “causa” della didattica e dei tagli nei fondi), non è più rimandabile una riforma seria e l’impegno delle istituzioni.  
Affossare la ricerca e gli insegnamenti non è solamente deleterio per quell’ambiente, non credere e non investire sull’università significa non investire sulla cultura, di cui l’università è il primo detentore e il principale divulgatore, e quindi indebolire le fondamenta della democrazia.

A questo proposito molte università hanno prodotto documenti come il seguente per dimostrare la loro determinazione a difendere quello in cui credono in una delle battaglie più importanti degli ultimi anni.
Il seguente documento emesso dai ricercatori dell’Università di Modena e Reggio è già stato firmato da tantissimi ricercatori e professori di tutte le facoltà e il numero continua ad aumentare.
Informarsi e informare è come sempre il modo migliore per aiutare chi ha gli stessi obiettivi.

 


DOCUMENTO DEI RICERCATORI DELL’ATENEO DI MODENA E REGGIO EMILIA


I Ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia, riuniti in assemblea il giorno 19 Aprile 2010 per discutere del DDL Gelmini (n. 1905 al Senato della Repubblica), osservano che:

  • il sistema universitario italiano ha bisogno di una riforma radicale che promuova la ricerca e razionalizzi l’offerta didattica. Tali obiettivi richiedono investimenti adeguati e costanti, lungimiranza nella programmazione, una corretta  valutazione del merito e, soprattutto, un confronto aperto con le diverse componenti del mondo universitario;
  • il DDL Gelmini non risponde a queste irrinunciabili priorità perché non prevede investimenti, interrompe bruscamente il reclutamento e le progressioni di carriera, subordina il riconoscimento del merito ai bilanci sempre più poveri degli atenei;
  • il DDL istituisce la figura del ricercatore a tempo determinato (RTD) senza preoccuparsi di sanare la situazione dei precari della ricerca e della docenza a contratto;
  • il DDL non affronta in modo organico il tema dello stato giuridico della docenza universitaria, in particolare ignora l'esistenza di circa 25.000 ricercatori che da anni attendono un riconoscimento degno delle funzioni che svolgono: il DDL ignora che i ricercatori coprono attualmente il 35% dell'offerta formativa in Italia; nonostante questo, i RU sono ridotti a un ruolo marginale e ad esaurimento (confermando quanto disposto dalla L. 230/2005), e addirittura discriminati rispetto ai futuri RTD nelle procedure per l’accesso alla seconda fascia;
  • il DDL equipara il carico didattico dei RU a quello dei professori di prima e seconda fascia, modificandone ope legis lo stato giuridico, senza peraltro ridisegnarlo in modo organico e dimenticando di adeguare diritti e stipendio ai compiti assegnati ai RU; 
  • le procedure per la copertura di posti di professore di seconda fascia sono del tutto insufficienti a garantire, secondo il merito e in tempi ragionevoli, la progressione dei RU che hanno maturato titoli scientifici e didattici congrui con il ruolo di professore di seconda fascia.


Sulla base di queste considerazioni, i Ricercatori dell’Ateneo, aderiscono allo stato di agitazione nazionale dei ricercatori.

Invitano, altresì, i colleghi Professori di I e II fascia ad adottare iniziative congiunte con quelle dei Ricercatori.

CHIEDONO
  •  il ritiro delle proposte sulla figura e i compiti dei ricercatori avanzate nel DDL Gelmini e da molti emendamenti allo stesso;
  •  il riconoscimento del loro fondamentale contributo nella ricerca e nella didattica;
  •  l’inizio di una seria e approfondita consultazione con gli organi di rappresentanza del mondo universitario per garantire una programmazione sostenibile del reclutamento e delle progressioni di carriera;
  •  il finanziamento del sistema universitario pubblico secondo gli standard europei, dai quali l’Italia si è da tempo allontanata.
  •  ai Presidi, al Senato Accademico e al Magnifico Rettore di partecipare al loro disagio e di farsene portavoce presso la CRUI, il CUN e il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.


Pertanto i firmatari della presente, nell’ipotesi che il DDL 1905 non venga ritirato o sostanzialmente modificato nella direzione da loro richiesta


DICHIARANO


di attenersi strettamente ai propri incarichi istituzionali, negando perciò il loro consenso per l’A.A. 2010 / 2011 all’affidamento di corsi e moduli curriculari, come previsto dalla L.230 del 2005, Art. 1 comma 11.

Modena, 19/04/2010


"Respinti sulla strada" di Renato Curcio

Socioanalisi narrativa sulla migrazione di minori stranieri

 

La presentazione di un libro di Renato Curcio è sempre un’esperienza unica. Anche quella della settimana scorsa al Laboratorio Scossa di Via Carteria a Modena non ha fatto eccezione. Curcio ha presentato “Respinti sulla strada – La migrazione ipermoderna di minorenni e ragazzi stranieri”, edito dalla cooperativa Sensibili alle Foglie, un libro che propone i risultati di un cantiere di socioanalisi narrativa svolto insieme a ragazzi minorenni provenienti da diverse parti del mondo. Renato Curcio ha raccontato davanti ad un pubblico attento quello che è emerso da questa ricerca, le esperienze di questi ragazzi inesistenti per la nostra legge.

Minorenni che per la legge italiana dovrebbero essere accolti in strutture adeguate ma che nella realtà dei fatti (mancanza di luoghi per accoglierli, mancanza di fondi) vengono letteralmente respinti sulla strada e ricacciati in un cono d’ombra di invisibilità.

Con la loro dura quotidianità riescono a sollevare il velo su un qualcosa che ognuno di noi cerca di non vedere e ci forniscono un punto di vista inedito sulla nostra società. Le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure ma anche le loro speranze e la loro determinazione ad emergere e sopravvivere in questa Terra che è di tutti e quindi anche loro, affiorano con forza dalle pagine di questa ricerca. Questi ragazzi non vogliono la carità, vogliono solo avere una chance che fino ad ora è stata loro negata.

L’audio della presentazione 

Le domande del pubblico


Il libro presentato

NON DIMENTICARE LA RABBIA
Storie di stadio strada piazza
di Marco Capoccetti Boccia


Sciarpe nascoste, passo veloce, cinte alle mani. Nessuno di noi ha più di vent’anni, di cui almeno due passati a fare scontri, allo stadio e nelle strade. Siamo i migliori della nostra generazione. Non accettiamo compromessi con nessuno. Né con la società, ne con i capotifosi ormai omologati. Siamo noi il futuro della curva.

Narrate come una mitologia segreta, gridate dalla voce di un ultrà, scandite come slogan di un corteo, queste pagine raccontano senza filtri storie furibonde, fissate dall’urgenza del vissuto, con il linguaggio ruvido della strada: scontri durissimi, utopie resistenti, ferite ancora aperte e amori randagi.
Il protagonista, caparbio eroe romantico della sconfitta, combatte corpo a corpo per difendere i suoi ideali dal conformismo dilagante e dall’intolleranza virulenta che minaccia il mondo che più ama: lo stadio, le periferie, le roccaforti dei ribelli.
Un romanzo a finestre ricco d’azione e suspense, che spazia tra il centro di Roma preso d’assalto, una Milano livida come una trappola mortale, una trasferta in una Belfast in fiamme.

registrazione effettuata presso CAM – modena il 31/01/10


Annullare il debito di Haiti!
Subito e senza condizioni
Paolo Gilardi*

Non è nel quadro di un’unità di crisi umanitaria che il presidente degli Stati Uniti ha preso i provvedimenti riguardo a Haiti.
È al termine di un gabinetto di guerra presieduto da Obama che il capo interforze Mike Mullen ha annunciato l’invio di un contingente di 10.000 uomini in armi e il dispiegamento al largo delle coste haitiane di due navi lancia missili e tre navi equipaggiate di mezzi anfibi da sbarco.
Magnanimo, il governo ha anche annunciato la sospensione, temporanea, del rimpatrio degli haitiani privi di documenti presenti negli USA.

Ci sono e ci resto

Con il pretesto della disorganizzazione che regna sull’isola, le truppe USA hanno rimesso piede a Haiti, riprendendo una lunga tradizione segnata dall’occupazione diretta, dal 1915 al 1934 e da interventi successivi negli anni ’90 e nel 2001.
Per permettere il rapido dispiegamento dei soldati le autorità militari statunitensi hanno preso il controllo dell’aeroporto – durante il week-end l’atterraggio dei voli con gli aiuti umanitari è stato ridotto. Alcuni di questi sono stati dirottati verso gli aeroporti della Repubblica dominicana, mentre la popolazione soffre penuria d’acqua e di cibo.
A prima vista il ricorso all’esercito potrebbe sembrare razionale data la disorganizzazione totale del Paese. Salvo che, quando l’ONU ha proposto che i compiti della forza internazionale presente a Haiti sotto suo mandato dal 2004 fossero estesi alle attività civili, essi vi sono opposti sistematicamente. Oggi giustificano l’invio delle truppe con l’incapacità di far fronte [alla situazione] di quelle stesse forze dell’ONU.
Dopo il pieno sostegno offerto dagli Stati Uniti alla dittatura dei Duvalier dal 1957 al 1986, dopo i successivi interventi, la presenza militare statunitense non era più possibile a causa del sentimento antiyankee della schiacciante maggioranza della popolazione. Questa è stata sostituita dalla forza internazionale sotto comando brasiliano.
Con il terremoto, eccoli di ritorno. E per restarci, come ha confermato Hillary Clinton durante la sua visita del 16 gennaio. Ci sono e ci resto, come l’esercito indonesiano intervenuto cinque anni fa nelle zone colpite dallo tsunami e che è ancora lì.

FMI generoso ?

Da parte sua, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn annuncia un aiuto straordinario di 100 milioni non sotto forma di dono, ma di prestito…«a delle condizioni favorevoli». Questi 100 milioni si aggiungono a un debito estero che raggiungeva i 1885 milioni di dollari nel 2008 e per il quale il Paese paga un interesse di 430 milioni di dollari.
Proprio quel debito che ha messo il Paese nelle mani del FMI. Grazie alle sue imposizioni l’agricoltura e l’industria leggera del Paese sono state trasformate nel corso degli ultimi decenni. Prodotti agricoli e manifatturieri  a buon mercato che vengono prodotti per industrie nordamericane dell’agro-alimentare e del tessile.
Oltre all’estrema povertà – l’80% degli haitiani vive con meno di due dollari al giorno – questo ha provocato un enorme esodo rurale. Nel 1950 Port au Prince contava 50.000 abitanti. Oggi le stime variano tra i due e tre milioni di persone. Queste sono andate ad ammassarsi in bidonvilles sovrappopolate, in abitazioni a poco prezzo che non hanno retto alle micidiali scosse che si susseguono dal 12 gennaio.


La vera misura umanitaria

Lo stesso discorso vale per le infrastrutture. Per fare un paragone, la tempesta tropicale che ha colpito i Carabi nel 2008 ha provocato a Haiti un migliaio di vittime. Qualche centinaio di chilometri più in là, a Cuba, l’isola che non si è piegata ai piani del FMI ed ha conservato e sviluppato le proprie infrastrutture, la stessa tempesta ha ucciso solo quattro persone.
Perciò, la prima vera misura umanitaria urgente sarà il completo, immediato e senza condizioni annullamento del debito estero haitiano. Questo è quello che la Svizzera, che sostiene di far parte del FMI per far valere i diritti dei deboli, dovrebbe esigere…

Paolo Gilardi

(Tratto da L’anticapitaliste, Ginevra, 17 gennaio 2010)


* Paolo Gilardi è membro della Gauche Anticapitaliste un’organizzazione svizzera e redattore de L’Anticapitaliste. È autore di diversi articoli, in particolare si occupa di America Latina. L’articolo che qui proponiamo si chiude con un appello al governo svizzero.

21/01/10


Oltre la crisi: ancora il PIL come strumento di musura della ricchezza?
GLI INDICI DEL NULLA
di Michel Husson*



Il rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi relativo alla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale ha offerto a Nicolas Sarkozy l'occasione di un ennesimo intervento ad effetto alla Sorbona, dove ha strigliato il mercato, le disuguaglianze, la media e le statistiche. A quanto pare il PIL (prodotto interno lordo) non è in grado di misurare la felicità: scoperta colossale! Non si è dovuto attendere questo rapporto per sapere che il legame tra il PIL pro capite e la salute - misurato per esempio sulla mortalità infantile o la speranza di vita - è relativamente debole; e che, al di sopra di un certo limite, l'aumento del PIL non comporta praticamente alcun miglioramento. Sulla base di un determinato PIL, i sistemi di salute pubblici sarebbero più efficaci. "Se il mercato avesse una risposta adeguata a tutto, lo sapremmo sicuramente" dichiara Sarkozy. Ma si saprebbe anche se chi afferma di trasformare gli ospedali in imprese redditizie riuscisse effettivamente a realizzare quel che dice.

Il PIL di fatto non misura ciò che è legato al mercato e in ogni caso non la felicità. Questo è certo. Ma questo corrisponde alla logica del capitalismo, e il PIL è quindi un utile strumento per analizzarlo. Non tenerne conto sarebbe cos’è assurdo come rifiutarsi di analizzare il tasso del profitto con il pretesto che esso si ottiene a scapito dei salari: bisognerebbe forse correggerlo tenendo conto della fatica del lavoro? Si può analizzare seriamente la crisi attuale senza prendere in considerazione la caduta del PIL e le sue conseguenze sull'occupazione?
Molte critiche nei confronti del PIL rivelano una forte dose di ingenuità , come se il capitalismo potesse svilupparsi rinunciando al continuo processo di accumulazione. Basterebbe cambiare lo strumento di misura per far funzionare diversamente la macchina? Suggerirlo significa dar peso al bluff di coloro come Sarkozy quando , ad esempio, dichiara che "non cambieremo i nostri comportamenti se non cambieremo la misura delle nostre prestazioni".

Spesso, a questo errore si aggiunge ad una critica dell'economia apparentemente radicale e che consiste nel mettere tutti gli economisti sullo stesso piano, perchè confonderebbero tutti la ricchezza con il valore. Ma dimenticando la distinzione classica tra valore d'uso di un bene (la sua capacità  di rispondere a un bisogno) e il suo valore di scambio (il suo prezzo) non si fa che rafforzare l'economia dominante che si fonda proprio su questa negazione.

Il peggio è che queste riflessioni superficiali conducono a propositi assurdi. Cosi, si pensa che per poter disporre di un migliore indicatore bisognerebbe correggere il PIL e calcolare un PIN (Prodotto interno netto) ottenuto stralciando "l'usura del capitale naturale". Ciò presuppone di dare un prezzo a ciò che non ne ha, e conduce a mostruosità  come quel recente rapporto che valuta a "970 euro annui l'ettaro il valore medio per gli ecosistemi forestali metropolitani" (1).
Un atteggiamento completamente autolesionista! Se un altro mondo sarà  possibile, esso si fonderà  su un processo di de-mercificazione e su un calcolo economico che porti alla sviluppo massimo del benessere e non del valore monetario della produzione. Ogni proposta che voglia tradurre in moneta, anche virtualmente, i beni comuni ci riporta a legittimare soluzioni di mercato per i problemi dell'umanità. E' la logica di Stern (che era anche membro della commissione Stiglitz) il cui rapporto basava i suoi calcoli su una valutazione del costo in dollari dei danni causati dal riscaldamento climatico.

Sicuramente abbiamo bisogno di indici qualitativi - multi- dimensionali o sintetici - e del resto già  ne vengono proposti per la povertà  o le disuguaglianze. Ciò non ci protegge certo dalle politiche antisociali. Una società  che volesse massimizzare in modo durevole il benessere dei suoi membri dovrebbe fare delle scelte e tener conto degli obiettivi che si è fissata. Dovrebbe valutare gli "effetti sociali utili" (per riprendere l'espressione di Engels) delle sue decisioni; ma è attraverso decisioni democratiche che determina le sue priorità  e non chiedendo a tecnocrati di simulare pseudo-mercati.

*Economista, coordina la riflessione sulle pensioni in seno all’Associazione Attac e alla Fondazione Copernic. Articolo apparso sulla rivista Politis no 1069 del 24 settembre 2009.
La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietè.
Anno 10 - N° 16 - 24 settembre 2009

(1) Approche Economique de la biodiversitè et des services liès aux
Ecosystèmes.

IMMIGRAZIONE E SICUREZZA

 

Pacchetto sicurezza 2009 di Linda Pastorelli

L’Italia è razzista? Tra decreto sicurezza e negazione del diritto d’asilo di Avv. Gabriella Alberesi (mp3)

Colf e badanti, stranieri necessari

Quando eravamo noi … documento degli italiani immigrati del 1912


 

DOVE STIAMO ANDANDO?

Nuovi razzismi e decreto sicurezza

di Mirca Garuti



Il DDL n.733-B, è stato approvato, il due luglio, con voto di fiducia al Senato con 157 voti favorevoli, 124 contrari e 3 astenuti. Modifica il decreto legislativo del 25/07/98 n. 286 (legge n.40 Turco-Napolitano) riguardante il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulle condizioni dello straniero. E' conosciuto più semplicemente come il “Decreto Sicurezza

I parlamentari del centrodestra si sentono orgogliosi di aver chiuso velocemente l’iter parlamentare. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, spiega: ”Con questo testo vengono introdotte norme più severe e pene più certe, per garantire più sicurezza ai cittadini”. Di risposta, Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, ha replicato ”Voi consegnate ad una Italia impaurita solo un pugno sbattuto sul tavolo. Questo è un provvedimento senza alcuna efficacia dal lato della sicurezza dei cittadini e sicuramente con gravi violazioni dei diritti civili degli immigrati, ai quali affidiamo la cura dei nostri cari, dei nostri beni e il cui lavoro è indispensabile per il funzionamento di migliaia d’imprese”.

“Tristezza e dolore” è la reazione dell’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti ed itineranti. L’arcivescovo afferma che si sente dispiaciuto per questa nuova legge, preoccupato per la prospettiva che tutto ciò porterà molte difficoltà a persone che, già per il fatto d’essere irregolari, si trovano in situazione di precarietà. Mons.Marchetto analizzando i vari punti critici del Ddl sostiene “la criminalizzazione dei migranti è per me il peccato originale dietro al quale va tutto il resto”. Esprime, inoltre, perplessità sulla tassa di duecento euro per ottenere il permesso di soggiorno “Vi sono persone che devono già pagare senza avere ancora ricevuto una risposta alla loro precedente richiesta”.

Al via libera del decreto, 650.000 cittadini del nostro paese diventeranno illegali: non per i crimini commessi, ma, per la semplice ragione di trovarsi sul suolo italiano senza un adeguato documento di soggiorno. Vivono e lavorano da anni nel nostro paese. Non hanno documenti perché nel labirinto della nostra burocrazia, un contratto di lavoro non è sufficiente ad avere un permesso di soggiorno, ed anche perché, i permessi scadono e basta un cavillo per non poterli rinnovare. La clandestinità, quindi, è la prima tappa forzata della maggior parte dei percorsi migratori in questo paese.

Parole durissime sono state rivolte al nostro governo, anche, da parte di vari intellettuali: Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Moni Ovadia, Franca Rame, Gianni Amelio.

“Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l'adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali.

È stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non più gli ebrei bensì la popolazione degli immigrati "irregolari", che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti.

Con tale divieto s’impedisce, in ragione della nazionalità, l'esercizio di un diritto fondamentale qual è quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo è sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani.

Con una norma ancora più lesiva della dignità e della stessa qualità umana, è stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni d’irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto in forza di una tale decisione politica di una maggioranza transeunte, i figli generati dalle madri straniere "irregolari" diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato.

Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti, le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, ne' le costringevano all'aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato.

L'Europa non può ammettere che uno dei suoi Paesi fondatori regredisca a livelli primitivi di convivenza, contraddicendo le leggi internazionali e i principi garantisti e di civiltà giuridica su cui si basa la stessa costruzione politica europea.

È interesse e onore di tutti noi europei che ciò non accada.

La cultura democratica europea deve prendere coscienza della patologia che viene dall'Italia e mobilitarsi per impedire che possa dilagare in Europa.

A ciascuno la scelta delle forme opportune per manifestare e far valere la propria opposizione”. (dal sito peacereporter.net)

Secondo il ministro delle Politiche Ue, Andrea Ronchi, chi critica il Ddl sicurezza, è un complice del mercato schiavista.

"Chi si straccia le vesti è un complice dei trafficanti di carne umana. Una strumentalizzazione che dimostra ignoranza delle regole europee e, peggio, che non fa certo onore a chi si spaccia per difensore dei più deboli visto che incoraggia il mercato schiavista. Basterebbe che lorsignori si informassero un po' su quanto prevedono le leggi di Gran Bretagna, Francia e Germania e tanti altri paesi sui clandestini. Persino la 'democraticissima' Spagna di Zapatero ha regole ben più cogenti e severe delle nostre. La Grecia, proprio due settimane or sono, ha varato nuove norme sull'argomento. L'Ue, nella persona del presidente della Commissione Barroso, dovrà varare un progetto entro l'autunno, che prevede una risposta univoca dell'Europa al fenomeno immigrazione e, intanto abbiamo già ottenuto la ripartizione dei costi di rimpatrio, il pattugliamento navale dell'Ue nel Mediterraneo e l'impegno alla stipula dell'accordo con la Libia che freni le partenze”.

Ronchi, quindi, racconta di essere stato due settimane fa a Lampedusa, sede di uno dei Cie: "Zero presenze nel centro d’accoglienza dopo i primi respingimenti. Non credo sia un caso. E per fortuna la cosa sta salvando la stagione turistica dell'isola dopo che immagini agghiaccianti dei primi mesi dell'anno avevano fatto il giro del mondo, finendo per far decollare le prenotazioni".


La Commissione europea vuole rafforzare nei prossimi anni il ruolo dell’agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex) nella lotta contro l’immigrazione clandestina.

Bruxelles ha proposto che l’Ue dovrebbe adottare un codice di immigrazione legale per garantire i diritti ai migranti in tutti gli stati membri. Queste sono alcune idee incluse nel “progetto di Stoccolma” che mostra, così, le priorità dell’Ue tra il 2010 e il 2014. Il presidente Barroso ha affermato che “il programma di Stoccolma si fonda sui valori fondamentali dell’integrazione europea, tra cui la solidarietà tra gli stati membri. Abbiamo bisogno di una risposta a livello europeo, i confini nazionali non possono essere il limite”.


Il Ddl 733 non sembra proprio che segua le direttive del programma di Stoccolma…..

 

Il reato d’ingresso
Fra le tante restrizioni si distingue, principalmente, l'introduzione del reato d’ingresso e soggiorno irregolare che avrà sicuramente conseguenze disastrose sulla vita degli stranieri nel nostro paese. Chiunque tenti “l’ingresso ed il soggiorno illegale nel territorio dello Stato è punito con l’ammenda da 5 mila a 10 mila euro” e sarà immediatamente espulso dal questore anche senza il nulla osta dell’autorità giudiziaria. Diventerà impossibile, per un irregolare, denunciare, per esempio, il lavoro nero che, proprio per la sua situazione, è costretto ad accettare. Questo sarà quindi un incentivo per le imprese a continuare a proporlo, mentre, sarebbe stato più semplice e proficuo, dare la possibilità agli irregolari di denunciare chi lo offre, in cambio di un permesso di soggiorno. Impossibile sarà anche testimoniare ad un processo. Anche il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) ha espresso parere negativo, partendo dalla semplice constatazione, che questa nuova norma, produrrà solo un aggravio di procedure per l'attività giudiziaria in generale. Afferma, ancora: “Tutti i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l'obbligo di denuncia in relazione alla cognizione funzionale di un reato procedibile d'ufficio e il rischio concreto, in assenza dell'introduzione di una deroga all'obbligo quantomeno nell'ambito di servizi che tutelano beni primari, è che si possano creare circuiti illegali che offrano prestazioni non più ottenibili da parte di terzi, per fini illeciti e in violazione della legge”.

 

“Il Permesso di soggiorno”
Il permesso di soggiorno diventa, attraverso il nuovo decreto, il documento da dover esibire per tutti gli atti di stato civile. Per chi è privo di passaporto, per esempio, in caso di richiesta di riconoscimento del proprio figlio, sarà sottoposto al filtro del permesso di soggiorno ed, in sua mancanza, questo diritto sarà negato.

Senza questo documento, quindi, niente matrimoni, niente figli, scuola e neppure niente morte: semplicemente, non esisti!

                  

Reclusione fino a tre anni per chi, a titolo oneroso, dà alloggio o cede in locazione un immobile ad uno straniero irregolare.

Per le rimesse di denaro, per i servizi di “money transfer”, sussiste l'obbligo, da parte degli agenti in attività finanziaria, di acquisire e conservare per dieci anni, copia del titolo di soggiorno se il soggetto che ordina l’operazione, è un cittadino extracomunitario. In mancanza di tale documento gli agenti devono denunciare lo straniero entro dodici ore, pena la cancellazione dall’elenco degli agenti in attività finanziaria.

                                


E' stata disposta, anche, l'istituzione di un accordo d’integrazione articolato in crediti da sottoscrivere al momento della richiesta del suo rilascio (permesso di soggiorno a punti). La perdita integrale di questi ultimi ne revocherà la validità e comporterà l’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. I criteri e le modalità saranno stabiliti da un apposito regolamento.

Per tutte le pratiche di richiesta o rinnovo del permesso di soggiorno è chiesto un contributo in denaro da 80 a 200 euro. E’ previsto anche il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana e la sottoscrizione di un accordo d’integrazione finalizzato alla convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri”.


In occasione della Giornata mondiale del rifugiato (21 giugno), quattro missionari comboniani di Castelvolturno hanno organizzato la distribuzione, nelle piazze di oltre trenta città italiane, di “Permessi di soggiorno in nome di Dio”, a centinaia di stranieri immigrati in Italia da mesi o anni, lavoratori sommersi, senza documenti: invisibili.

                                  


“Con quest’azione – spiega Padre Giorgio Poletti - abbiamo voluto riaffermare pubblicamente il diritto d’ogni persona ad esistere, a costruire un futuro per sé e per i propri figli e ad essere rispettata nella sua umanità, nella sua ricerca di vita democratica e libertà, e abbiamo voluto esprimere la nostra opposizione al pacchetto sicurezza e alle politiche anti-immigrati del governo: il reato d’immigrazione clandestina, la stretta sui ricongiungimenti e sui matrimoni misti, l'allungamento del periodo di detenzione nei CIE (centri identificazione ed espulsione) fino a sei mesi, il permesso di soggiorno a punti e a pagamento, i respingimenti in mare verso la Libia e le campagne stampa contro gli immigrati”. Il padre comboniano continua, affermando: “La situazione oggi è notevolmente peggiorata. L'avvento al governo di partiti e forze eversive, come la Lega, ha creato un clima razzista e xenofobo. Stanno giocando con le nostre paure, con quell’istinto che abbiamo nel più profondo di proteggerci e di isolarci. Stanno costruendo una società fondata sulla paura e stanno mettendo i loro eserciti e polizie a guardia delle nostre false sicurezze. Ma i militari ci servono per fare la guardia alle nostre paure, per darci l'ennesima illusione di una sicurezza per pochi. Anche molti cattolici hanno rinunciato ai valori di giustizia e condivisione, che sono propri della fede cristiana. Allora i permessi di soggiorno in nome di Dio sono per ricordare, soprattutto ai credenti che 'Dio sta sempre dalla parte dei più deboli e indifesi”.

I permessi di soggiorno in nome di Dio”, sono stati distribuiti con cortei, dibattiti, concerti e raccolte di firme per la petizione nazionale contro i respingimenti, promossa dalla rete Fortress Europe, “Io non respingo”.

           
                            

"Le Ronde"
La legge riconosce ai sindaci, in accordo con i prefetti, la possibilità di avvalersi dei “volontari per la sicurezza” (ronde), purché siano disarmati, senza divise o simboli di partiti politici. La loro funzione è quella del controllo del territorio e della segnalazione d’eventuali reati. In nessun caso potranno intervenire. Queste associazioni dovranno essere iscritte presso le prefetture competenti e la priorità sarà data alle associazioni di ex appartenenti alle forze dell’ordine o di altri corpi dello Stato.

Un ammonimento sulle ronde viene sempre da Monsignor Marchetto: “molto dipenderà da come si attuerà la norma, in modo che questi volontari non si trasformino in raid contro gli immigrati. Un’eventualità che purtroppo non è fuori di questo mondo”.


"Siamo nazionalisti, amiamo la nostra patria e per la terza volta il mondo vedrà la potenza di Roma e delle sue legioni”. Braccio teso, mano non completamente aperta, ma con il numero tre, a simboleggiare il ritorno per la terza volta dell'Impero Romano.

Si presentano così le ronde nere del partito nazionalista di Gaetano Saya che, dopo aver inquietato Milano circa un mese fa, si sono presentate in questi giorni a Roma, annunciando di essere pronti ad entrare in azione non appena il decreto che legalizza le ronde finirà sulla Gazzetta Ufficiale.

Gaetano Saya - scrive di sé in una sua biografia - nasce a Messina nel 1956, cresciuto dal nonno Matteo Francesco Gesuino, che aveva servito nel Regio Esercito ed era stato presente alla marcia su Roma, il quale gli aveva inculcato l’amore per la patria”.

In un'inchiesta della Procura di Genova nel 2005, è coinvolto su una sorta di polizia parallela, chiamata DSSA (Dipartimento studi strategici antiterrorismo).

In un'intervista realizzata da Peacereporter, Gaetano Saya, ha dichiarato: «Abbiamo superato ampiamente le duemila adesioni. Ogni giorno ne arriva una valanga di nuove, soprattutto ex appartenenti alle forze dell'ordine». Saya ha descritto la divisa che indosserà chi farà le ronde: camicia grigia con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale, basco o kepì grigio con il simbolo dell'aquila imperiale romana. Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero.

        


«La nostra funzione sarà esclusivamente di segnalazione, per comunicare qualsiasi problema alle forze dell'ordine - spiega Giuseppe Giganti -coordinatore nazionale delle Guardie. Costituiamo una Onlus, inquadrata come Protezione civile, a cui tutti possono accedere, anche chi è di sinistra perché la politica non c'entra». Dei volontari finora raccolti, circa il 30% sono ex appartenenti alle Forze dell'ordine, dislocati in tutto lo Stivale, dalla Lombardia alla Sicilia, con un'ottantina d’iscritti fra Milano e Provincia. Assicurano di non avere alcun pregiudizio razziale perché «che sia un italiano o un extracomunitario a creare problemi non fa differenza», né simpatie verso il fascismo, «un'ideologia anacronistica che fa parte della storia», dice Giganti. Simboli e divisa «dicono chi siamo, allo stesso modo di polizia e carabinieri, e servono ad essere riconosciuti come ronde, non per spaventare, altrimenti siamo pronti a modificare l'abbigliamento» precisa Roberto Guerra, coordinatore delle Guardie di Genova.


La notizia di questa nuova formazione, ha messo in moto, immediatamente un appello da sottoscrivere:  “dare potere a queste ronde nere, e a tutte le ronde, è un affronto allo stato della democrazia, un ritorno allo squadrismo fascista che non porterà nulla di buono”.  Il testo del blogger che per primo ha lanciato l'appello ha raccolto in poche ore 1.238 firme.

Intanto, anche la Procura di Torino ha avviato un'indagine sulla costituzione della Guardia Nazionale Italiana da parte del Movimento Sociale. Come quello di Milano, si tratta di un accertamento senza ipotesi di reato e dunque senza indagati, sulle cosiddette «ronde nere», partito circa un mese e mezzo fa.

Gli agenti della Digos analizzeranno filmati, notizie di stampa, sulla scorta delle quali è stato aperto un fascicolo, e redigeranno un rapporto da consegnare nei prossimi giorni alla Procura. Allora sarà formulata una precisa ipotesi di reato

In risposta alla comparsa delle ronde nere, Davide Romano, segretario dell'Associazione “Amici d’Israele”, che ogni 25 aprile scende in piazza con le insegne della Brigata Ebraica, commenta: “Siamo scandalizzati e se lo Stato permetterà che si costituiscano le ronde nere, allora noi riattiveremo la Brigata Ebraica per controllare che questi signori non commettano reati. Non ci piace per niente quest’iniziativa quindi se loro faranno le loro ronde nazistoidi, noi faremo le nostre controronde”.

    

"CPT o CIE"
I vecchi CPT diventano CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione) dove sono rinchiusi sia gli immigrati irregolari neoarrivati, i richiedenti asilo e quelli con il permesso di soggiorno scaduto. Questo provvedimento incostituzionale è stato duramente condannato dal Parlamento Europeo, ma, nonostante questo, il governo italiano procede tranquillo a fare la guerra ai migranti. Ha deciso, infatti, nello stesso giorno in cui nel Canale di Sicilia perdevano la vita altri migranti, per le politiche di sbarramento delle frontiere marittime meridionali, l'invio di contingenti militari per presidiare i centri di detenzione amministrativa per stranieri. Non ne sono, quindi, coinvolti solo i vecchi Cpt, ma anche gli altri centri, dove sono raccolti immigrati richiedenti asilo. Molti Cie, infatti, si trovano all'interno di “centri polifunzionali”, comprendendo anche i CARA (centro d’accoglienza richiedenti asilo) ed i CPA/CID(centro prima accoglienza). I militari, quindi,  faranno la guardia anche a donne e bambini, ed in generale, a persone in attesa del riconoscimento del loro status di rifugiati. La presenza dei militari, alcuni dei quali provenienti dai corpi speciali impegnati nella guerra in Afghanistan, avrà gravi conseguenze. All'esterno delle strutture sottoposte a sorveglianza militare armata, sarà molto difficile mantenere una libertà di manifestazione, da parte delle reti antirazziste, in solidarietà con gli immigrati trattenuti all'interno. L'invio dei militari si accompagna alla decisione di moltiplicare queste strutture in tutte le regioni italiane. Saranno, quindi, adottate procedure d'urgenza, come le ordinanze di protezioni civile consentite dalla dichiarazione dello stato d’emergenza immigrazione. Un modo di imporre i centri di detenzione anche a quelle regioni, come l'Umbria e la Toscana, che si erano sempre opposte all'apertura di queste strutture.

Il prolungamento fino a 18 mesi della detenzione amministrativa, con il nuovo decreto, potrebbe trasformare i centri in vere e proprie polveriere, senza accrescere le possibilità d’identificazione dei così detti “clandestini”.

    

Il protrarsi del trattenimento amministrativo, iniziato nel dicembre 2008, ma, formalizzato solo verso la fine di gennaio 2009, la presumibile distanza tra le strutture detentive e le sedi giudiziarie, presso le quali potranno essere presentate i ricorsi contro le misure di respingimento o di trattenimento, evidenziano un forte contrasto tra la norma del ”accompagnamento differito” (l'art.10 2°comma T.U. sull'immigrazione n. 286/98) ed i principi che, nella Costituzione e a livello internazionale, riconoscono diritti fondamentali anche ai migranti irregolari. Diritti, quali ad esempio, di difesa, al controllo giurisdizionale sui provvedimenti limitativi della libertà personale, alla comprensione linguistica ed a comunicare con l'esterno delle strutture di detenzione.

Il nostro paese sembra, purtroppo, allontanarsi sempre più dalle grandi democrazie europee e non solo per le scelte delle politiche migratorie.

I richiami al governo italiano da parte del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo, per un eccessivo uso di violenza della polizia, nelle operazioni di sgombro dei campi rom e per le espulsioni d’immigrati, verso paesi nei quali sono praticati abitualmente torture ed altri trattamenti inumani, rimangono del tutto inascoltati.

Il Ministro degli interni Maroni si è, infatti, indignato di fronte alla pubblicazione, il 16 aprile scorso, del rapporto di Thomas Hammarberg.


Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, a seguito della sua visita in gennaio nei luoghi ritenuti più critici, come il Cie di Lampedusa, ha rilasciato un responso di profonda preoccupazione per quanto riguarda, soprattutto, le condizioni dei migranti che arrivano in Italia senza documenti e trattenuti nei centri d’identificazione.

Afferma inoltre “d'essere particolarmente preoccupato dai resoconti che continuano ad evidenziare una tendenza al razzismo e alla xenofobia, che occasionalmente sfocia in atti estremamente violenti, rivolti principalmente contro immigrati, Rom e Sinti o cittadini italiani con origini straniere, anche in ambito sportivo”. Rivolge, pertanto, la richiesta al governo di “rivedere le parti della nuova normativa che sollevano serie questioni di compatibilità con gli standard dei diritti umani”.


 


“I respingimenti”

Era il 30 marzo 1997, quando Berlusconi piangeva perché una nave della Marina Militare italiana aveva colpito ed affondato un barcone carico di albanesi, durante un’operazione di respingimento, provocando una strage al largo delle coste pugliesi. Sono passati dodici anni e… non è cambiato niente. No, qualcosa è mutato: Berlusconi ha smesso di piangere!

Il principio del non respingimento è uno dei principi cardine del diritto internazionale del rifugiato e può essere sintetizzato come il divieto di respingere il richiedente asilo o il rifugiato verso i luoghi dove la sua libertà e la vita sarebbero minacciate. Tale principio è sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra relativa allo Status dei Rifugiati del 1951 e da altre numerose Convenzioni Internazionali, in difesa dei diritti umani sia a livello universale e sia a livello regionale. Appartiene, dunque, al cosiddetto diritto internazionale consuetudinario. In altre parole, appartiene ad un corpo di norme che vincolano tutti gli Stati e alle quali l’ordinamento italiano si conforma all’art. 10 della Costituzione. Non si applica solamente, quando una persona si trovi nel territorio di uno Stato, ma anche quando tale persona sia assoggettata all’effettiva giurisdizione di uno Stato; ad esempio: il caso di potenziali richiedenti asilo soccorsi da unità della marina militare italiana in acque internazionali.

I respingimenti in Libia, quindi, avvenuti negli ultimi anni, sono da considerarsi contrari al diritto internazionale, in quanto effettuati verso uno Stato che non garantisce assistenza idonea e protezione ai richiedenti asilo.


Le vittime di frontiera, dal 1988 al 2008, sono state 14.668 documentate, tra cui si contano 6.328 dispersi. Tutto questo accade da vent’anni, lungo i confini dell’Europa. Sono soprattutto naufraghi, ma anche morti di stenti nel deserto, come tra le nevi dei valichi montuosi, oppure uccisi da un’esplosione negli ultimi campi minati in Grecia, da spari dell’esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia. Il mare non si attraversa solo su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso i migranti viaggiano nascosti nella stiva o in qualche container. Per chi viaggia da sud, il Sahara è un pericoloso passaggio obbligatorio per arrivare al mare. Il grande deserto separa l’Africa occidentale e il Corno d’Africa del Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono, da un lato, le piste tra Sudan, Ciad, Niger e Mali e, dall’altro, Libia ed Algeria. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.691 persone.


In Libia si registrano violenze contro i migranti. Non esistono, però, dati sulla cronaca nera. Nel 2006, Human Rights Watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali finanziati dall’Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del paese, furono uccisi almeno 560 migranti durante sommosse razziste. Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci, 353 persone.

Questa drammatica situazione è documentata in un film-verità, “Come un uomo sulla terra”. Si tratta di un’opera d’alto impegno sociale, civile ed umano che rappresenta le indegne condizioni in cui versano migliaia di migranti africani e le brutali modalità con cui la Libia, finanziata dai governi europei, domina i flussi migratori. Il film, patrocinato da Amnesty International, è diretto da Andrea Segre e Dagmawi Yimer in collaborazione con Riccardo Biadene. E’ stato realizzato con l’aiuto di diverse consulenze storiche, giornalistiche e editoriali e prodotto dalle associazioni “Asinitas Onlus”(scuola d’italiano per migranti) e “ZaLab” (gruppo d’autori di video partecipativi e documenti sociali). Il protagonista è proprio Dagmawi che racconta la sua storia da, quando studente di giurisprudenza in Etiopia, decide di emigrare per la forte repressione politica del suo paese, ma poi, si ritrova in Libia, vittima di soprusi da parte della polizia locale.


Non potevamo immaginare quello che ci sarebbe successo, scandisce più volte Dag: inquadrati e sbattuti in 45 in un Land Cruiser scoperto, sotto il sole del Sahara, che fila a velocità folle su una pista di sabbia. A chi sta male è data una mezza bottiglia di plastica, per vomitarci dentro. A chi protesta, un doppio giro di corda, i cui segni li porterà per tutta la vita. A Bengasi, la prima tappa del teatrino di stato, la polizia blocca gli intermediari e trascina in carcere i migranti. Centodiciotto, in un unico locale, in mano a guardie che strappano dal collo le croci, ossessionati dalla caccia all’ebreo falascia. Tanti cercano, e a volte,riescono ad impiccarsi……..”

    

L’otto maggio, quando a Strasburgo, il Parlamento Europeo accoglie il pacchetto normativo volto a migliorare il sistema d’asilo europeo, in Italia, il ministro Maroni esulta per aver respinto in Libia tre barconi d’immigrati (277 persone, tra le quali 40 donne di cui tre incinte).

Il Parlamento Europeo ha, infatti, approvato, in plenaria, due importanti proposte legislative: una prescrizione riguardante la revisione della direttiva sull’accoglienza dei richiedenti asilo ed un regolamento inteso a migliorare il “sistema di Dublino” creato nel 2003, per individuare lo Stato membro responsabile della gestione delle domande d’asilo. Si sono così rafforzati i diritti dei richiedenti asilo, definendo i criteri che devono essere garantiti per quanto riguarda l’alloggio, il vitto, il vestiario, le cure sanitarie, l’aiuto finanziario, la libertà di movimento e l’accesso al lavoro. Il Parlamento aggiunge anche che i richiedenti asilo devono essere informati in una lingua che capiscano e devono beneficiare di un’assistenza legale. Le procedure amministrative devono essere espletate rapidamente.

La proposta relativa al “Sistema di Dublino” intende garantire norme di protezione più elevata per le persone e, nello stesso tempo, migliorare la risposta a situazioni delicate e difficili. Fissa anche dei termini per rendere più efficace e rapida la procedura volta a determinare lo Stato responsabile. Riafferma poi il principio che nessuno deve essere trattenuto per il solo motivo di avere presentato una richiesta di protezione internazionale.

L’Italia invece continua a chiudersi dietro l’immagine di una fortezza inespugnabile, la cui rigidità impedisce unicamente l’accesso ad un potenziale umano, culturale, sociale ed economico.

Mentre il comportamento verso i migranti è così ostinato, irremovibile, implacabile, quello verso capi di stato non certamente democratici, come per esempio la Libia, è veramente collaborazionista.

A fine maggio è, infatti, arrivato in Italia il colonnello Muammar Gheddafi, accolto con tutti gli onori di un gran presidente. L’Università di Sassari ha conferito la laurea honoris causa in diritto ad un uomo che si è macchiato di centinaia di omicidi politici, durante il suo regime in Libia. I rapporti firmati Amnesty International e Human Rights Watch parlano di prigionieri politici, di reati d’opinione, di torture e di una diffusa impunità. Gheddafi è al potere dal 1969, dopo un colpo di stato, anche se, dal 1979, non riveste alcuna carica ufficiale. Dal febbraio 2009 è anche presidente dell’Unione africana. La speranza cade su suo figlio primogenito Sayf el Islam che, grazie ad una spinta riformatrice, ha fatto rilasciare centinaia di prigionieri politici, ma la situazione rimane ancora molto critica.

“L’Italia di oggi non è più l’Italia di ieri. Con l’Italia di oggi, c’è pace, collaborazione e amicizia”, queste sono le dichiarazioni di fratellanza da parte di Berlusconi al leader libico.

In quest’occasione è stato sdoganato, il film “Il leone del deserto” trasmesso da Sky. Il governo italiano, con la sua visione, ha chiesto, quindi, scusa al governo libico per tutto quello che ha fatto durante il periodo coloniale.

Le autorità italiane, nel 1982, avevano vietato la proiezione del film. Il primo ministro Giulio Andreotti aveva asserito che “danneggia l'onore dell'esercito”.

Fu intentato persino un procedimento contro il film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile nelle videoteche, anche se facilmente reperibile su internet. Nel 1987 fu bloccata la proiezione dalla Digos in un cinema di Trento e il tutto si concluse con un processo. L'unico festival dove è stato proiettato semi-ufficialmente è stato il “Riminicinema” a Rimini nel 1988. Craxi promise di mandarlo in onda sulla RAI, ma la promessa non fu mantenuta. È stato proiettato non ufficialmente in altri festival senza alcun’interferenza da parte del governo.

 

La Libia è oggi sempre più importante per l'Italia: per gli investimenti economici di quel paese, per il petrolio, il gas e per i flussi migratori dall'Africa. Il trattato d’amicizia e cooperazione ha chiuso un lungo periodo di diatribe storiche e politiche tra i due paesi.

Secondo questo trattato l'Italia s’impegna a pagare 5 miliardi di dollari in 20 anni attraverso investimenti e progetti di cooperazione nell'ex colonia italiana. Questa cifra arriverà, secondo i progetti, da una tassazione aggiuntiva sulle aziende petrolifere italiane che operano in Libia, e in particolare su Eni.

La Libia rappresenta per l'Italia un importante esportatore di petrolio e, in chiave futura, anche di gas. L'Eni è il principale operatore petrolifero in Libia, con una media di 550mila barili il giorno e ha siglato nuovi accordi su gas e petrolio con Tripoli, che  proteggerà la posizione privilegiata dell'azienda italiana almeno fino al 2047. L’Italia s’impegna anche a realizzare alcune iniziative speciali, tra le quali: la costruzione di 200 abitazioni, l’assegnazione di 1000 borse di studio universitarie e post-universitarie a studenti libici, la cura delle persone colpite dallo scoppio di mine in Libia presso istituti italiani, il ripristino del pagamento delle pensioni di guerra ai titolari libici e la restituzione di reperti archeologici trasferiti in Italia durante il periodo coloniale.

La Libia, infine è importante perché è diventato il principale paese di passaggio per il flusso d’immigrati che dall'Africa e dall'Oriente vogliono arrivare in Italia e in Europa. I migranti che arrivano in Italia attraverso gli sbarchi a Lampedusa o gli altri approdi dello Stivale sono solo una minoranza del flusso migratorio principale che arriva dall'Est europeo con altri mezzi. Questo flusso secondario, però, è ad alto impatto mediatico e, soprattutto, provoca numerosi morti lungo il percorso che attraversa il deserto del Sahara e poi il mare con barche precarie.

L’Italia sarà impegnata, in teoria, al pattugliamento delle coste libiche al Nord e  attraverso un impianto elettronico che sarà installato da Finmeccanica con finanziamento europeo nel deserto, lungo la frontiera Sud. In pratica, si darà, ancora una volta, mano libera alla Libia per arrestare e rimpatriare, come avviene da anni, migliaia di migranti e rifugiati. Soprattutto, prenderà l’avvio l’accordo di pattugliamento congiunto che fu firmato dall’allora Governo Prodi nel 2007 e che prevede l’invio in acque libiche di sei motovedette della Guardia di finanza italiana. Obiettivo: respingere verso la Libia i migranti intercettati in mare, che fino ad oggi, sono stati invece scortati a Lampedusa.

Già nel 2003, Berlusconi giocando d’anticipo sulla revoca delle sanzioni internazionali contro la Libia, sigla un accordo con Gheddafi, per contrastare l’immigrazione clandestina. Roma spedisce oltre mare 100 gommoni, sei fuoristrada, tre pullman, 40 visori notturni, 50 macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte di lana, 6.000 materassi e cuscini, 50 navigatori satellitari, 1.000 tende da campo e 500 giubbotti di selvaggio. Ma anche 1.000 sacchi per cadaveri. Coperte e materassi servono ai centri di detenzione per migranti che nascono in tutto il paese. Secondo le testimonianze raccolte dal rapporto “Fuga da Tripoli” di Fortress Europe, ne esistono almeno venti. Non sempre si tratta di vere e proprie carceri. Spesso sono vecchi magazzini adibiti alla funzione detentiva e sorvegliati dalla polizia. Secondo il rapporto della Missione europea in Libia (2004) tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia.

L’articolo 1,comma 544, della finanziaria 2005, destina 25 milioni per il 2005 e 20 milioni per il 2006 per fornire “assistenza finanziaria e tecnica in materia di flussi migratori e d’asilo e per proseguire gli interventi intesi a realizzare, nei paesi d’accertata provenienza di flussi d’immigrazione clandestina, apposite strutture”.

La vita dei migranti in Libia è a rischio molto prima delle eventuali espulsioni, fin dai viaggi attraverso il deserto. Le piste transahariane sono disseminate di scheletri dei clandestini. Il Sahara è un passaggio obbligato e più pericoloso del mare. La vita nel deserto è appesa ad un filo. Se, il motore va in panne, l’auto s’insabbia, o l’autista decide di abbandonare i passeggeri e tornarsene indietro da solo, è finita. Muoiono come mosche ogni mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Gli abusi contro i clandestini iniziano in mezzo alle dune e continuano fino a Tripoli, in un clima di totale impunità.

E’ questa la Libia che arresta, tortura e deporta migliaia di giovani e protegge le mafie dei passeur, i cui giri d’affari sono stimati sui 100 milioni di euro l’anno. L’Italia sapeva a quale destino mandava incontro 1.876 giovani, sbarcati a Lampedusa e deportati in aereo a Tripoli nell’ottobre 2004 e nel marzo 2005.

Tutto questo, le retate in Libia, gli arresti arbitrari, le torture e le deportazioni aiutano a buttarsi nel Mediterraneo, anche a costo di morie.

Dalla Libia non si torna in patria- dice Abraham, Eritrea- la vita a Tripoli è un inferno, ma dopo aver visto il deserto e dopo essere stato a Kufrah, non resta che continuare. L’Europa ormai è a pochi chilometri e la vita non ha più valore”.


Il fine giustifica i mezzi …..almeno così dicono!

Respingere per salvare vite umane, molti useranno questa frase per giustificare i respingimenti in Libia.

Per la prima volta negli ultimi tre anni, i morti alle frontiere sono diminuiti. Nel primo semestre del 2009 le vittime censite dalla stampa internazionale, lungo le rotte dell’emigrazione nel Mediterraneo, sono state 434 e 25 lungo le frontiere terrestri. Lo scorso anno, nello stesso periodo, i morti documentati erano stati 985. Il motivo principale del calo dei naufragi, è l’oggettiva diminuzione degli arrivi. Dall’avvio dei respingimenti in Libia, il 7 maggio, gli sbarchi in Sicilia si contano sulle dita di una mano, e nessuno, alle isole Canarie, in Spagna. Effetto, dunque, dei respingimenti e dei pattugliamenti congiunti operati da Frontex in Senegal e Mauritania. In ogni modo è ancora presto affermare che i morti sono veramente diminuiti, occorre verificare se, invece, i naufragi avvengono in zone più lontane dagli occhi delle telecamere.

Durante un seminario lo scorso giugno a Malta, una rifugiata etiope chiese la parola per rispondere al ministro dell’Interno maltese, soddisfatto per gli effetti dei respingimenti in Libia, “Scusi signor ministro – disse – che differenza c’è tra morire in mare e morire in Libia?”.

09/07/09


L’Italia delle BBBBanche ...


Ottobre 2003: Berliner Bank, filiale di Charlottenburg, Berlino.
 Salve, vorrei chiudere il conto.
- Bene, mi dia il numero del conto e un documento.
- Ecco.
- Come vuole ritirare il saldo?
- Mi faccia un bonifico su questo conto in Italia.
- Ecco fatto. Grazie e buona giornata.
- A lei.


 Luglio 2006: Barclays Bank, filiale di Hyde Park Corner, Londra.
- Salve, vorrei chiudere il conto.
- Bene, mi dia il numero del conto e un documento.
- Ecco.
- Come vuole ritirare il saldo?
- In contanti.
- Bene, passi allo sportello per ritirare i suoi soldi. Sta lasciando il paese?
- Bè, sì.
- Se vuole può lasciarci il suo nuovo indirizzo per eventuali comunicazioni.
- Ecco.
- È tutto, grazie e buona giornata.
- A lei.


Agosto 2008: Banca Popolare di Bari, filiale di Secondigliano, Napoli.
- Salve, vorrei chiudere il conto.
- Uh gesù, e perché?
- Perché ne ho aperto un altro dove vivo e non voglio tenerne due.
- E perché no?
- Perché il vostro conto ha costi di gestione altissimi e inoltre non ho motivo per tenerlo.
- Uhmmmm…..dammi (dando subito al tu a persona sconosciuta) il numero del conto.
- Ecco.
- Sei correntista da quattordici anni. È un peccato.
- Perché? C’è un premio fedeltà al quindicesimo anno?
- (ride) No no, è che si capisce che sei un correntista affezionato.
- Veramente io ero correntista del Banco di Napoli, poi hanno venduto questa filiale e sono arrivato senza nemmeno saperlo alla Banca Popolare di Bari… Comunque mi versi il saldo su questo conto qui.
- Fammi vedere.. D.. E.. ma non è un conto italiano!
- È un conto tedesco.
- Ah, e allora no, non lo possiamo fare.
- E perchè?
- Non lo so, so solo che non lo possiamo fare.
- Guardi che la Germania sta nell’area unica dei pagamenti in euro. Per questo c’è l’IBAN.
- Giovano, mi vuoi insegnare il mio lavoro?
- Lo ha detto lei, di non sapere perché non può fare un bonifico all’estero. Mica io.
- Non possiamo farlo insieme alla chiusura del conto.
- Posso parlare con il direttore?
- Aspetta, ci parlo io (si alza e scompare dietro una porta)
- (torna con un caffè in monouso) Allora, in via del tutto eccezionale, te lo facciamo.
- Quanto tempo ci vuole per avere i soldi sull’altro conto?
- Eh, dipende. Io oggi faccio la richiesta di chiusura del conto e per me è finito. Poi, domani o dopodomani, se non ci sono problemi, te lo chiudiamo, poi devi aspettare quattro o cinque giorni per avere i soldi…. Dammi un numero di telefono, caso mai ti avvisiamo.
- Zero zero quattro nove uno sette…
- Che numero strano, che è?
- È un numero di cellulare. È tedesco.
- Eh, e allora è inutile, quelle non ti chiamano in Germania.
- Quelle chi?
- Le signorine del call center.
- Allora le do il numero di casa dei miei.
- Stanno a Napoli?
- Purtroppo per loro, sì.
- E tu stai in Germania, lontano dalla famiglia? Poveri genitori.
- Stia tranquillo, i miei genitori preferiscono sapermi in un posto dove posso chiudere un conto in banca e avere indietro i miei soldi in cinque minuti e non in una settimana.
- (ride)
- (pensa che c’è poco da ridere)
- Allora, la banca è De.. Deu.. Tzs.. tzsksch. Come si pronuncia?
- Doicce Banc.
- Ah sì, la conosco. Sta a Casoria, no?
- … (incredulo)…beh sì, ogni tanto queste piccole banche locali tedesche riescono ad aprire qualche filiale nelle grandi potenze economiche come la nostra.
- Ecco fatto, allora se decidi di tornare a Napoli riapri il conto da noi, mi raccomando.
- (soffocando la risposta d’istinto “manco morto”) Sicuramente. Arrivederci.
- Ciao bello.


(10/01/09 Ricevuto da un Alkemico)


Per "errore" l'Fbi legge centinaia di mail

La mail non e' poi cosi sicura

A causa di un banale problema tecnico, l'Fbi ha avuto accesso a centinaia di caselle di posta elettronica all'interno di una rete di computer, nonostante il giudice avesse dato il permesso di controllare solo un singolo indirizzo e-mail, nell'ambito di una indagine sulla la sicurezza nazionale.

I fatti risalgono al 2006. Funzionari dell'agenzia di intelligence si sono difesi incolpando il provider che, per errore, ha fornito loro le e-mail. Il materiale e' stato successivamente distrutto.

Come riportato dal New York Times, il caso e' un esempio di come funzionari del governo, nel raccogliere materiale confidenziale, spesso riescano ad aggirare i limiti loro imposti, violando la privacy dei cittadini americani. "E' inevitabile che cose come queste succedano, magari non tutte le settimane, ma e' comunque abbastanza comune" ha detto un funzionario di intelligence che ha chiesto di rimanere anonimo.

Il problema che non ha ricevuto alcuna attenzione nell'acceso dibattito al Congresso per il rinnovo della legge sulle intercettazioni di telefonate e e-mail dei sospettati di terrorismo. Un rapporto del 2006 stilato dal dipartimento di Giustizia ha rilevato oltre 100 violazioni della legge federale sulle intercettazioni nel corso dei due anni precedenti. Molte di queste sarebbero avvenute inavvertitamente e per motivi tecnici.



Altri Siti  Altri Siti Riduci

  
DotNetNuke® is copyright 2002-2017 by DotNetNuke Corporation