domenica 16 dicembre 2018   
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Medio Oriente » Diario dal Libano  

DIARIO DI VIAGGIO
di Mirca Garuti

1° GIORNO

VOLO  ME 236 11/09/06  ROMA-MILANO- BEIRUT

Ora d’arrivo: 17,00

L’emozione è forte, chissà cosa troverò, mi domando, e mentre respiro aria di casa, attraverso, insieme a gli altri componenti della delegazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, l’aeroporto di Beirut verso l’uscita.

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Non vedo distruzioni ma noto che è semplicemente deserto o quasi. Prima sensazione di “emergenza” di un paese. La strada che percorriamo per raggiungere l’albergo è caotica, causa la distruzione di ponti che ci costringe quindi a deviazioni per poterli raggirare. Su tutto il percorso troviamo enormi cartelli che riproducono le immagini del conflitto, sui quali lo slogan “La divina vittoria” è sempre presente.

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Questo significa che l’obiettivo di Israele non è stato raggiunto e che gli Hezbollh continuano ad essere una forza importante nel paese. Quanta tristezza e  rabbia producono gli effetti di una guerra, o meglio di una invasione, ai miei occhi, agli occhi di una persona che crede ancora nel semplice diritto di libertà di esistere!

Il programma della nostra permanenza in Libano è iniziato con un incontro di saluto, presso l’hotel Meridian di Beirut, con alcune Ong Palestinesi e con Talal Salman, direttore di “As Safir” uno dei più importanti quotidiani  libanesi.

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Meeting aperto dalla nostra guida Palestinese Kassam responsabile dell’associazione Assumoud con i ringraziamenti per la nostra presenza, nonostante tutte le difficoltà attuali. L’argomento principale è stato naturalmente quello inerente alla situazione libanese. Innanzitutto ricordare sempre come vivono i Palestinesi in Libano. Da sottolineare l’importanza che ha avuto la società civile sia libanese che palestinese in questo ultimo conflitto. Tre sono i punti fondamentali che hanno caratterizzato questo ruolo: i primi soccorsi delle persone sfollate, la garanzia di un minino aiuto ai profughi ed infine la solidarietà internazionale. Nella prima fase della guerra c’è stato grande smarrimento, dovuto alla complessità della società libanese, poi si è cercato invece di trovare un’unità del paese per poter riprendere in mano la situazione facendo  blocco unico di fronte al nemico. La vittoria finale su Israele è dovuta alla decisione politica di un partito, alla forte resistenza, che si è  creata grazie anche alle precedenti lotte, ed alla grande preparazione a tutti i livelli della società civile.

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Talal Salman parla con orgoglio della vittoria su Israele, per la prima volta uno stato arabo è riuscito a resistere da solo, senza rassegnarsi al nemico, senza l’aiuto di nessuno riuscendo  a portare la crisi dentro lo stato Israeliano.  Se si osservano, continua a raccontare Salman,  le zone colpite dai bombardamenti si può capire tutta la cattiveria di chi ha voluto distruggere tutto. Ci sono stati più di 9000 incursioni aeree sul territorio libanese, venivano lanciati missili su qualsiasi cosa si muovesse fuori dai confini, bombardando anche gli aiuti che arrivavano lungo l’unica via in direzione Damasco. Abbiamo sempre commemorato la strage di Sabra e Chatila, le vecchie stragi nel sud del Libano, ma oggi purtroppo dobbiamo aggiungere i tanti i luoghi in cui si sono verificati  i nuovi massacri. Israele ha scelto di concentrare la guerra contro una sola confessione, quella sciita degli Hezbollab, ma il popolo libanese ha capito che questa non era la verità, che era solo propaganda, ha reagito quindi invece verso l’unità del paese stesso. Lo dimostra il fatto che i Libanesi scappati dalle loro abitazioni sono stati ospitati da altri libanesi, senza fare alcuna distinzione tra sciiti, sunniti, cristiani, maroniti, ecc. Un’altro fatto molto importante ed unico nella storia dei profughi palestinesi è stato proprio quello dell’apertura dei campi per ospitare migliaia di libanesi in fuga dal sud, determinando così le condizioni di una unità tra palestinesi e libanesi senza precedenti. Unità che si è creata proprio perché entrambi vittime della identica volontà di potere di Israele. Salman, rispondendo alle varie domande da noi poste, illustra il nuovo scenario politico determinato dopo il conflitto, il mutamento interno al paese e nell’area mediorientale. La guerra ha cambiato i rapporti tra Libano/Israele e Libano/Paesi Arabi. Per la prima volta il confronto non è stato con un esercito arabo, ma è stato con una forza popolare, forza popolare che ha fatto resistenza, ogni cittadino ha difeso quello che poteva, insieme agli Hezbollah, ogni città ha organizzato la sua resistenza. I combattenti libanesi non difendevano nessuna posizione, difendevano solo le loro case, non c’era l’esercito ma c’era solo il Popolo.

Ultimo argomento trattato è sulla valutazione della risoluzione Onu n.1701. Occorre guardare, stare all’erta, niente è sicuro. Questa soluzione garantisce i confini di Israele, ma anche la sicurezza del Libano, è importante che l’Unifil continui a sventolare le bandierine delle Nazioni Unite e non quelle degli Stati Uniti.

Tra l’ironico ed il preoccupato Salman evidenzia “l’ingorgo” in terra ed in mare che si determinerà con l’insediamento dei 15.000 soldati della missione Unifil 2 ed i 15.000 militari libanesi in un pezzo di terra di appena 1000Kmq tra il confine di Israele ed il fiume Litani. La risoluzione 1701 in teoria dovrebbe essere una garanzia per il cessate il fuoco, ma in pratica,  essendo consapevoli che il Consiglio di Sicurezza Onu è un tribunale non imparziale, non lo è.  

Domani incontro con il presidente della repubblica libanese Emile Lahoud e con il sindaco del municipio di Gobheiry


2° GIORNO


Il secondo giorno incontriamo il Presidente della repubblica libanese Emile Lahoud. Ci troviamo all’interno del palazzo presidenziale, veniamo accompagnati nella sala di ricevimento. Al centro si trova la poltrona presidenziale, ai due lati invece le sedie riservate agli ospiti, la sala è sobria, a terra tappeti e alle pareti quadri. A noi è vietato l’uso delle macchine fotografiche e dei registratori. Entra il Presidente. Noi siamo in piedi e ci saluta sorridendo con una stretta di mano uno per uno. Apre l’incontro Stefano Chiarini, giornalista del “Manifesto” e responsabile della nostra delegazione. Ringrazia il Presidente per averci ricevuto e porta i nostri saluti e la nostra solidarietà al popolo libanese,  così duramente aggredito da Israele ma determinato nella resistenza. Il Presidente Lahoud  ringrazia a sua volta la delegazione per la sua costante presenza, negli ultimi sette anni, al fianco dei profughi palestinesi colpiti dalla strage di Sabra e Chatila. Ci parla con orgoglio della vittoria militare e politica contro il nemico storico del Libano: Israele. Ricorda il massacro di Cana del 1996, dove furono uccise oltre cento persone all’interno della base Onu che fu bombardata con bombe al napal. Oggi lo scenario è lo stesso di allora. Durante questa guerra il Libano ha difeso solo  la sua terra, i suoi diritti. Molti paesi arabi pensavano che senza l’appoggio Usa sarebbe stato impossibile fermarli, ma non è successo, e come disse Giovanni Paolo II “ la terra del popolo diverso ma unito ha sconfitto più volte l’esercito israeliano”. Infine parla anche delle prospettive di pace con la speranza che Israele abbia capito la lezione e che si sieda ad un tavolo di trattative nella posizione di un paese che è stato sconfitto, come è successo a Madrid durante la conferenza di pace regionale del 1991. Base della discussione per la costruzione di una pace vera dovrà essere quella della restituzione dei territori, la liberazione dei prigionieri, il rispetto dei confini terrestri, marittimi ed aerei.

L’incontro, a questo punto, è finito, si alza in piedi e ci saluta, sempre uno alla volta, ringraziandoci ancora.

Prossimo appuntamento è con il sindaco del  municipio  di Gobheiry, periferia sud di Beirut, uno dei più colpiti dai bombardamenti, essendo il quartiere sciita che ospita molti uffici e residenze di esponenti e parlamentari degli Hezbollah.

Prima di questo incontro, mi sono recata con altri componenti del nostro gruppo al Haifa Hospital, che si trova all’interno del campo profughi di Burj El –Barajuch,  per consegnare dei medicinali. L’accoglienza, come al solito, è stata molto calorosa. Abbiamo visitato l’ospedale, molto curato, ma pressoché deserto, in quanto, trovandosi in una zona molto a rischio, si preferisce andare altrove. 

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Al termine della visita, abbiamo raggiunto il resto del gruppo che si trovava già a Gobherij.

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Il sindaco ci ha accolto nella solita sala degli anni scorsi destinata ai ricevimenti, dove purtroppo abbiamo  potuto riscontrare  i primi segni di una guerra da poco terminata. Alle finestre, che si trovano tutte su una lunga parete, non ci sono vetri ma solo fogli di nylon, mentre quella che si trova alle spalle dove è seduto il sindaco, ha il vetro forato dai proiettili.

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Il sindaco infatti racconta che questo è stato il primo edificio ad essere bombardato dall’esercito israeliano, come del resto è stato per il ponte vicino al municipio che porta all’aereoporto, all’ospedale e ad un parco giochi per bambini. “Hanno voluto colpire brutalmente il Libano -inizia il sindaco - Israele con l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Sono morte 45 persone, tutte civili, all’interno del palazzo. Il loro obiettivo era quello di colpire la direzione degli Hezbollah. Chiedevano la liberazione dei due soldati israeliani caduti nelle loro mani e volevano impedire il lancio dei missili al nord d’Israele. I vertici militari di Israele  avevano  capito, dopo la prima settimana di combattimenti, che la loro battaglia era persa, a causa delle tante perdite per l’inaspettata capacità militare degli Hezbollah, ma l’amministrazione americana ed il segretario di stato C.Rice hanno imposto la continuazione delle ostilità sino al 33°giorno,  per eliminare totalmente gli Hezbollah. Questa loro offensiva doveva essere un momento di rilancio del progetto “ Grande Medio Oriente” attraverso la distruzione della resistenza libanese, l’imposizione di un governo “amico” a Beirut e l’apertura del fronte siriano e iraniano.  La nostra resistenza ha impedito ogni avanzamento dell’esercito israeliano. Tutto il popolo era pronto al sacrificio per vincere, non potevano lasciare il loro destino in mano di chi crede di essere il più forte. Israele sta trascinando l’Europa verso situazioni non democratiche, non liberali, come ha costretto il popolo palestinese a fare delle scelte forzate. Nel 1948 Israele, prosegue il sindaco ricordandoci la storia del suo paese, ha costretto i palestinesi a rifugiarsi in Libano, dove inizialmente furono ben accolti, ma con il passare del tempo divennero una minaccia per il traballante Patto Nazionale. Nel 1968 Israele colpì l’aereoporto di Beirut distruggendo 13 aerei civili libanesi, l’avvertimento era chiaro, Israele non avrebbe più tollerato attacchi dal Libano. Nel 1975 iniziò la guerra civile, il paese precipitò in una serie di vendette incrociate e di anarchia. Con il protrarsi dei combattimenti, Beirut venne divisa dall’infame “Linea Verde”, la città si trovò così separata in una zona a est cristiana ed in una a ovest mussulmana. Nel 1978 Israele invase il sud del Libano, dietro il pretesto dei continui attacchi dei palestinesi nei confronti d’Israele, ma in realtà l’intenzione era quella di distruggere l’OLP e le sue basi nel paese. Il sei giugno del 1982 Israele invase nuovamente il Libano, dal sud fino a raggiungere Beirut. Era iniziata la famosa operazione “Pace in Galilea”,  risultato: 18.000 morti – 30.000 feriti, in stragrande maggioranza civili e macerie ovunque. A settembre poi dello stesso anno ci fu la strage di Sabra e Chatila con quasi 3.000 morti tra palestinesi e libanesi inermi.

La responsabilità di questa ultima guerra viene attribuita agli Hezbollah, ma occorre evidenziare che “il partito di Dio” (Hezbollah) si è formato nel 1982, proprio per la liberazione del Libano, contro l’invasione israeliana. Come si spiegano quindi le altre guerre prima del ‘82? La responsabilità di chi era?

Abbiamo quindi il diritto di difenderci, il diritto di vivere, dobbiamo unirci tutti contro la superiorità degli Stati Uniti. Il problema è quello della libertà, noi vogliamo libertà per tutti, mentre loro vogliono libertà per se stessi contro gli altri, finchè non riusciremo a raggiungere questo obiettivo, continueremo a resistere.

Il popolo libanese non ha mai vissuto una così totale unità contro Israele, come in questo ultimo conflitto.

Si spera, dopo questa esperienza, che si riesca veramente a creare un governo di unità nazionale”.

Il sindaco alla fine fa il resoconto dei danni subiti: 298 edifici distrutti nel suo comune. Anche se oggi è possibile camminare tra i palazzi abbattuti, ci vorranno ancora due/tre mesi per togliere completamente tutte le macerie.

Lasciata la sala del municipio, siamo stati accompagnati dalle guardie municipali di sicurezza  nel quartiere di Haret Hreyk, sede degli uffici del comando di Hezbollah e della televisione Al Manar.

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Lo scenario era apocalittico, non riuscivo a credere a quello che vedevo… era troppo…Non poteva essere vero….Non può l’uomo arrivare a tanto…pensai,  invece era tutto vero, non era un film!!

Ho iniziato ad aggirarmi tra le macerie che erano ovunque intorno a me, ho iniziato a fotografare il più possibile per poter portare a casa la realtà dei fatti. Palazzi di quasi 20 piani completamente rasi al suolo, alcuni invece stavano ancora in piedi ma erano sventrati, neri, bruciati dal fumo. Aree prima densamente popolate, ora invece trasformate in aree di rovine fumanti. Camminavo sulle macerie, mi guardavo attorno, c’era ancora molto fumo, polvere, cercavo di pensare che cosa prima ci poteva essere, quante persone sono morte lì sotto, mi chiedevo, quanta forza ci vuole per ricominciare quando tutto intorno a te è distruzione e quando soprattutto la tua esistenza non conta nulla! Ho trovato quaderni, fogli, matite, indumenti, tutta una vita di ricordi sfumata di colpo: non c’è più nulla, tutto sparito. Ho pensato alla mia mania di tenere tutto, dallo scontrino di un film, dal biglietto di un concerto, dalla ricevuta di un ristorante, senza parlare delle tante fotografie, perché tutto è legato ad un ricordo preciso, ad un momento della tua vita, bella o brutta che sia, cosa farei se improvvisamente perdessi tutto? Casa, ricordi, speranza, forse la rabbia di tanta ingiustizia mi farebbe reagire, non vorrei farmi vedere umiliata, ferita, ma alzerei la testa più di prima per continuare a combattere, come del resto stanno facendo loro.

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Nel mio cammino fra le macerie ho incontrato una signora che stava guardando in basso, sul bordo di un cratere,  quella che prima era stata la sua casa, non era disperata, né piangeva, guardava solamente con dignità. Tutto intorno a me si muoveva, i lavori di pulizia erano in atto. C’era un continuo viavai di camion pieni di macerie, persone che all’interno di case rimaste ancora in piedi buttavano fuori quello che era inservibile, ma che al nostro passaggio, ci salutavano alzando due dita in segno di vittoria.

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Ad un certo punto, mentre stavo fotografando un automezzo dei vigili del fuoco, ho colto l’attimo in cui il getto d’acqua della pompa si è incrociata con un raggio di sole, formando così l’arcobaleno.

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Sarà un segno positivo? A me fa piacere poterlo pensare!  

In mezzo a queste rovine gli Hezbollah  hanno  installato alcuni grandi tendoni dove i volontari si coordinano per i lavori di ricostruzione. Vicino a queste tende ci sono tante opere di pittori, di poeti e di scultori contro la guerra.

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Le  fotografie parlano più di me, queste sono alcune immagini di quel disastro.

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Continua………..domani verso sud……..

3° GIORNO

Oggi la nostra meta è il sud, verso Sidone, Tiro e il carcere di Khiam.

Partiamo presto perché la strada è lunga e difficile proprio a causa della guerra che ha distrutto tutti i ponti, costringendoci così a fare delle continue deviazioni che provocano solo file interminabili di macchine. Lungo l’autostrada che collega Beirut a Sidone non si vedono ponti rimasti in piedi, sono stati colpiti tutti con estrema precisione. Lo spettacolo, se così si può chiamare, è agghiacciante!

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Ci fermiamo spesso proprio per poter documentare tutto questo scempio. Attraversiamo Sidone in direzione di Tiro e qui, arrivando verso Nabhatiya, iniziamo a vedere case distrutte. Proseguiamo verso il confine d’Israele in direzione del l carcere di Khiam. La strada è divisa da una rete per poter dividere le proprietà dei coloni israeliani con quelle libanesi. Non possiamo non notare la differenza dei terreni coltivati, quelli israeliani sono verdi, rigogliosi, mentre dall’altra parte sono più desolati, pietrosi.
Arriviamo quindi a Khiam: è il vuoto, una totale distruzione, non riconosco più il luogo di un anno fa!

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Khiam è il centro di detenzione e di interrogatori che Israele ha costruito e utilizzato durante la sua occupazione dal 1982 al 2000 nel sud del Libano. Venivano rinchiusi i militanti della resistenza libanese e palestinese. Arrivavano incatenati, incappucciati e narcotizzati per essere poi interrogati.
Torturati più che interrogati: venivano denudati, legati, messi a testa in giù e picchiati per mesi e forse anni, venivano applicati elettrodi alle dita, ai genitali ed ai capezzoli. I miliziani cristiani dell’Els, esercito del Libano del Sud, alleato degli occupanti, avevano appreso queste tecniche da Israele. Nel 2000, quando l’esercito israeliano si ritirò, le guardie dell’Els fuggirono e la popolazione locale fece irruzione nel carcere, liberando i centoquaranta prigionieri rimasti. Negli anni passati abbiamo sempre ascoltato storie di uomini e di donne che furono qui incarcerati e torturati. La prigione aveva così mutato aspetto ed era diventata un museo, un monumento alla memoria, un luogo dedicato al ricordo di quelle atrocità, aperto a chi voleva rendersi conto di come questa “segreta” prigione sia stata sempre fuori dai controlli e dalle norme internazionali. Questa struttura era amministrata dal partito degli Hezbollah, il partito di Dio. Davanti all’ingresso c’era una sorta di bazar dove si potevano acquistare souvenir e gadget del movimento di Hassan Nasrallah. Oggi, tutto questo non esiste più, è rimasto solo un cumulo enorme di macerie. Al centro dell’area, su un mezzo militare israeliano catturato durante la guerra, sventola una bandiera bianca e rossa con il cedro verde accanto a quella gialla e verde degli Hezbollah, è uno dei simboli della “divina vittoria”.
La visita a Khiam ci conferma che il partito di Dio è ancora il padrone di tutto questo territorio. Incontriamo il capo militare e responsabile per il sud del Libano del partito di Dio, Nabil Kawuq. Ci accoglie con un “Benvenuti nel sud resistente”

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“Questo carcere – continua il capo militare Hezbollah – rappresenta la violenza d’Israele. Qui venivano torturati i nostri combattenti, i prigionieri libanesi, colpire questo carcere significava quindi cancellare le tracce di tutta quella violenza. I nostri giovani hanno condotto una grande resistenza contro Israele che ha attaccato il Libano usando armi proibite dalle convenzioni internazionali, ha distrutto case, ponti ma, non la nostra determinazione di vivere. Grazie alla resistenza, il piano degli Stati Uniti e d’Israele è stato bloccato, volevano eliminarci, ma noi oggi siamo ancora più forti, volevano disarmarci, ma noi conserviamo ancora le nostre armi, infine volevano respingerci oltre il fiume Litani ma noi siamo sempre presenti a ridosso del confine con Israele.” Queste parole ci portano al cuore del problema, ossia al disarmo degli Hezbollh. Disarmo, voluto da molti, nonostante il riconoscimento della loro difesa dei confini nazionali a differenza dell’incapacità dimostrata dall’esercito nazionale libanese. “ La nostra forza militare – prosegue Nabil Kawuq – è al servizio di tutto il paese e serve contro la forza d’occupazione. Non sarà mai usata contro un libanese. L’azione degli Hezbollah è stata decisiva e non siamo disposti quindi a dover abbandonare quello che abbiamo ottenuto. La resistenza non ha l’intenzione di porre la armi e, finchè ci saranno territori occupati da Israele, finchè lo stato ebraico continuerà a violare le risoluzioni dell’Onu, rimarrà viva. Non ci può essere garanzia per gli occupati, quindi la nostra volontà è quella di continuare la resistenza. La nostra promessa, per l’anno prossimo, sarà quella che l’appuntamento con voi sarà proprio a Sheeba” Con questo augurio Kawuq ci saluta, ma riusciamo a fargli l’ultima domanda in merito al nostro contigente all’interno della forza Unifil. “ se il dispiegamento delle forze Unifil e dell’esercito libanese – risponde – avviene rispettando la risoluzione 1701, noi l’appoggiamo. Ben venga l’Onu, purchè le nostre terre siano liberate”

A questo punto lasciamo le rovine di Khiam. Ci dirigiamo verso la cittadina martire e simbolo della resistenza libanese, Bent Jbeil. Passiamo per Fatima Gate, unico punto di frontiera, che alcuni giorni dopo la liberazione del sud nel 2000, ha visto i rifugiati palestinesi incontrarsi con i parenti in Galilea, divisi da oltre cinquant’anni di guerre e occupazioni.

Dopo Fatima Gate, ancora distruzioni, continuiamo lungo il confine, fino ad arrivare a Bent Jbeil. Questa è una cittadina che, prima dell’inizio dell’occupazione israeliana, era sconosciuta anche a molti libanesi , ma ora, grazie proprio a quei drammatici giorni, è diventata famosa anche a livello internazionale. L’esercito israeliano infatti ha tentato più volte di prendere la collina su cui sorge il paese, ma senza nessun risultato. Anche qui si avverte subito la forte presenza degli Hezbollah. Il sole è alto quando arriviamo, la luce è accecante, non ci sono soldati, non c’è quasi nessuno, solo polvere e ruspe al lavoro per sgomberare macerie dalle strade. Ho bisogno di stare da sola, mi allontano dal gruppo, mi guardo attorno e comincio a fotografare la distruzione che mi circonda. Qui non ci sono palazzi alti come nel quartiere sud di Beirut di ieri, quindi con una massa enorme di macerie, ma semplici case. E’ angosciante camminare tra case sfondate, posso vedere quello che resta di una camera da letto, di un soggiorno, della porta d’ingresso, del colore pastello delle pareti di una stanza. Tra le macerie trovo quello che resta di un letto, materassi, quaderni, piatti rotti, abiti e…. insomma la vita di persone. Quello che ha causato tutto ciò non è stato un evento naturale, non è stata la forza della natura, ma è stata una volontà umana determinata e spietata. E questo non si può accettare.

Vago tra quelle rovine, continuo a scattare, con la speranza che questa testimonianza possa servire, non riesco a parlare, i commenti non servono. Quando incontro qualcuno del luogo, sorrido semplicemente. L’importante è essere lì.

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Lasciamo infine anche Bent Jbeil e ci dirigiamo verso Tiro. Ad un incrocio troviamo uno striscione, qualcuno ci traduce:

avete abbattuto i nostri ponti ma noi vinceremo nel cuore della nostra gente. Il mio commento “è vero, hanno ragione”.

Quasi ad un mese della fine della guerra, lo Stato centrale ha fatto ben poco, non è arrivato a questi villaggi, non ha aiutato questa gente. La gente del Libano è stata aiutata solo dagli Hezbollah. Lungo il percorso ci fermiamo pochi minuti a Cana, dove il 30 luglio ci fu il massacro di molti civili, soprattutto bambini. Il sacrario non è stato colpito, , ma le case intorno sono state totalmente distrutte.

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A Tiro incontriamo solo il sindaco, abbiamo poco tempo!

Andiamo direttamente nella sala della Giunta, dove pochi minuti dopo arriva Abdul Muhsen El Husseini, sindaco di Tiro.

E’ un uomo piccolo, minuto, semplice, rifiuta ogni tipo di protocollo. Infatti, respinge subito la poltrona a capo del tavolo, e si siede vicino a noi e come noi. Ha voluto incontrarci direttamente, saltando tutti i vari percorsi burocratici, per ringraziarci di essere lì e, senza tanti giri di parola, fa subito le sue considerazioni sulla guerra. E’ un uomo molto pratico con idee chiare e precise. E’ orgoglioso della sua gente e della loro straordinaria voglia di ricominciare a vivere. Ci racconta che, lo stesso giorno della fine della guerra, ha lanciato un appello alla gente di tornare alle loro case perché le case avevano bisogno di loro e loro delle case. E’ critico nei confronti del governo perché non c’era, sono stati i sindaci dei vari comuni a dover affrontare la situazione d’emergenza e portare i soccorsi alla loro gente. Ci parla ancora del pericolo delle bombe inesplose che impediscono agli agricoltori di raccogliere la loro frutta ed ai pescatori di pescare. Le bombe a grappolo lanciate da Israele nelle ultime quarantotto ore del conflitto sono state oltre novecentomila. Infine elenca le priorità della situazione, in caso si voglia portare avanti dei progetti, che sono: la bonifica delle bombe a grappolo – la preparazione delle scuole (banchi,armadi, sedie, ecc.) – acqua – case.

Usciamo dal palazzo comunale, facciamo un piccolo giro per la città e ci dirigiamo subito al campo di Rashdiyeh, pochi kilometri fuori da Tiro. E’ uno dei campi dei rifugiati palestinesi in migliori condizioni che si trovano in Libano. Qui ci sono anche i bambini che sono venuti a Modena nel dicembre 2004, quindi è sempre un’emozione per me poterli rivedere.

Questo campo è strettamente controllato dagli uomini di Fatah, il partito fondato da Yasser Arafat. L’accoglienza qui è sempre molto calorosa: due fila di bambine e bambini con le loro divise colorate e la banda ci accompagnano all’interno del campo. Questa volta hanno preparato per noi uno spettacolo di danza e poesie.

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Ci fanno omaggio anche di una lettera indirizzata agli amici italiani, sui diritti dei bambini palestinesi e libanesi, sul diritto di poter vivere la propria fanciullezza come gli altri bambini del mondo.

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La giornata, come al solito del resto, è frenetica. Subito dopo lo spettacolo c’è l’incontro con Sultan Abu Alaynen, leader-principe del campo e responsabile per il Libano di Fatah. Sultan ricorda che questa guerra contro il Libano da parte di Israele è stata condotta senza nessun principio umanitario, è stata una vendetta. Una guerra aggressiva, di odio, senza obiettivi recisi se non quelli di terrorizzare e distruggere. Continua il suo discorso, riportando le affermazioni di Condoleezza Rice che, a dieci giorni dall’inizio del conflitto, riteneva che non fosse giunto ancora il momento di cessare il fuoco, anzi, chiese di intensificare l’azione militare israeliana per poter così imporre condizioni politiche ai libanesi. L’unico obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è quello di costruire un nuovo Medio Oriente. Poi il leader palestinese parla del suo popolo, l’unico ad essere privato di una patria. La verità è che la comunità internazionale è al servizio degli israeliani, l’unica soluzione è la nascita di uno stato palestinese. Termina chiedendo:” ma Stati Uniti e Israele sono disposti a riconoscere i diritti sociali del nostro popolo?” Questa domanda è anche la nostra ma, alla quale non riusciamo da tempo a dare risposta. Domandiamo a Sultan come sono le condizioni di vita dei rifugiati palestinesi in Libano dopo il conflitto. “ La situazione dei palestinesi è difficile, come ha sempre sostenuto il governo prima del conflitto. Ora purtroppo le speranze di un possibile miglioramento si allontanano sempre di più. Si parla anche della presenza di armi all’interno dei campi ma, non sarà mai accettata nessuna trattativa in merito, se prima non vengono riconosciuti i diritti ai palestinesi che vivono in Libano. Anche questo incontro è terminato ed iniziano quindi i saluti prima della nostra partenza. Alcuni si avvicinano al minibus e vogliono raccontare la loro solidarietà verso i libanesi durante il conflitto. “ Abbiamo aperto le porte del nostro campo, era il minimo che potessimo fare per aiutarli, per restituirgli ciò che hanno dato ai nostri nonni e padri sessant’anni fa:”

Con molta tristezza abbiamo dovuto salutarli ma con la promessa di rivederci ancora l’anno prossimo, sempre a settembre.
La giornata è finita, si torna a Beirut.

Continua………..Domani, destinazione è Baalbek


4° GIORNO

Giovedì 14 settembre, partenza molto mattiniera, dobbiamo arrivare a Baalbek “la città del sole” dell’antichità, cittadina molto famosa in tutto il mondo per lo straordinario sito archeologico riconosciuto come “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. E’ la città romana più importante del Medio Oriente.
Prendiamo la via che porta a Damasco, la capitale della Siria. Dopo circa quaranta chilometri da Beirut troviamo il primo rallentamento dovuto ad un altro ponte abbattuto. Siamo sulla strada della cittadina di Chitaura, tappa obbligata per tutti i mezzi di trasporto della valle della Bekaa. Praticamente è solo un incrocio di strade, a nord per Baalbek ed Homs in Siria, a sud verso il lago di Qaraoun e a est verso Damasco e la Giordania. Proprio qui c’è il ponte più importante del Libano, il viadotto di Sofar, quello che collega infatti la capitale con la vicina Damasco. Era il più alto del Medio Oriente ed era diventato uno dei simboli della ricostruzione dopo la guerra civile.

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Kassem, la nostra preziosa guida palestinese, racconta che è stato fra i primi ad essere colpito proprio per impedire il più possibile il collegamento tra il Libano e la Sira. Quello che abbiamo davanti è tremendo: una intera carreggiata non esiste più, interamente spaccata cento metri sotto. Si calcola che, in tutta la zona, la guerra abbia causato due miliardi e mezzo di dollari di danni alle infrastrutture, trecentotrenta appartamenti distrutti, trecento danneggiati seriamente e quattromila con lesioni evidenti. E’ stata distrutta anche la fabbrica del latte, la “liban lait” dai bombardamenti israeliani, senza nessuna ragione. Corre voce infatti che Tel Aviv abbia infierito su una industria civile per ragioni di “mercato”, eliminando un concorrente scomodo per l’economia nazionale. L’industria libanese sembra avesse acquisito un contratto di forniture all’Unifil. La distruzione della fabbrica ha gettato sul lastrico migliaia di persone, tra dipendenti e familiari.

Dopo circa due ore arriviamo finalmente a Baalbek. Il capoluogo si trova proprio al centro della valle della Beeka, la vallata che divide Libano e Siria. E’ un altopiano compreso tra le catene montuose del Monte Libano e dell’Antilibano, dove la coltivazione più fiorente, prima e durante la guerra civile, è stata quella della canapa indiana. Ma proprio qui nel 1982, si fondò il movimento Hezbollah, nato da una costola del partito storico sciita Amal. La divisione fu dettata dall’avere come riferimento un forte senso nazionale, anziché i governanti siriani (Ayatollah) da poco al potere in Iran. Un compagno del PC libanese ha raccontato poi che qui, durante il conflitto, è successo un avvenimento molto curioso. Il governo d’Israele decise di fare un’operazione clamorosa per tentare di uscire dalla crisi in cui era caduto a causa della inaspettata resistenza del sud. Fu decisa un’azione, proprio qui a Baalbek, dove dovevano essere rapiti alcuni membri importanti della famiglia di Nasrallah. Il commando israeliano fu però scoperto dagli abitanti della città, lo scontro fu immediato e gli israeliani furono costretti ad una ritirata. Una decina però di libanesi furono colpiti a morte, fra questi anche esponenti del PC libanese. Terminata l’azione di guerra, fonti israeliane diedero la notizia che l’operazione era stata positiva e che erano stati catturati cinque importanti dirigenti Hezbollah. Dopo qualche giorno ci fu la smentita e, con un comunicato, veniva annunciata la scarcerazione dei cinque cittadini libanesi. Infine si seppe che quattro di essi erano poveri coltivatori e il quinto un contadino che aveva la sola colpa di chiamarsi come il leader arabo.

La nostra prima tappa è il palazzo comunale, incontro con il sindaco. Si respira qui proprio la classica atmosfera araba, caotica, colorata, con macchine, negozi e tanta gente lungo la strada.

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Arriviamo in Comune, siamo ricevuti dal vice presidente del consiglio comunale, Dr.Khaled Rifai. Dopo pochi minuti di attesa, ci danno il benvenuto il presidente del consiglio comunale ed il responsabile della regione di Hezbollah, Mohafar Al Jamal. “Benvenuti nella città della resistenza, serbatoio della resistenza, dove c’è stato l’ultimo attacco sionista nel pieno del cessate il fuoco – così inizia subito il presidente – Israele ha quindi utilizzato tutto il tempo concesso dagli Stati Uniti per distruggere questo paese”. La città è stata solo in parte colpita dai bombardamenti, il confine israeliano è lontano, ma la colpa di questa città, è quella di essere vicina a Damasco e quella di aver dato inizio al movimento islamico di Nasrallah.

Rifai prosegue il discorso con varie affermazioni “ Questo serbatoio della resistenza ha un conto aperto con Israele da molto tempo. Non ci ha sorpreso la violenza dell’attacco e non ci ha trovato impreparati. La civiltà sionista si misura dal numero di massacri che compie, se questa è la democrazia che vogliono esportare, noi allora non la vogliamo. Noi vogliamo un mondo civile per arrivare alla pace. Voi siete i benvenuti perché rappresentate la gente libera, lottate con noi, siete venuti qui subito dopo il conflitto, per vedere. Il popolo libanese e quello italiano sono simili, quindi ogni cittadino italiano che vieni qui è cittadino onorario di Baalbek. Spero che il governo italiano possa giocare un ruolo importante in questo conflitto”.

Riprende il dibattito Al Jamal che teme purtroppo che i risultati della resistenza possano essere messi in discussione dalla diplomazia internazionale, dando una vittoria politica ad Israele che non corrisponde alla sconfitta militare subita nei trentatre giorni di guerra. Da qui quindi la critica verso una dirigenza nazionale accusata di essere troppo incline alle mediazioni. “ La guerra in Libano non è stata causata dalla cattura dei due soldati israeliani, né per la difesa dei confini dello Stato d’Israele. Fa parte invece di un piano politico americano, secondo le dichiarazioni di Condoleezza Rice, che attraverso questo conflitto, voleva aprire il varco per la costruzione del “Nuovo Medio Oriente”. Olmert l’aveva detto chiaramente, il suo obiettivo era la testa della resistenza. Un terzo di Baalbek è stato distrutto o danneggiato, per un totale di mille case rase al suolo o gravemente colpite. Molti danni al mercato e ai negozi. Ora siamo più determinati di prima a mantenere le nostre armi per difenderci. Abbiamo deciso di andare in paradiso armati, non c’è libertà senza armi, non possiamo convivere con questo nemico criminale senza armi. Ci dispiace che il mondo dia ragione a Israele, quindi alla forza e non al diritto. Qui la gente sta con chi lotta per la libertà, questa è una città di libertà”

Usciamo quindi dalla sala comunale, attraversiamo la città ed arriviamo nella zona colpita dai bombardamenti. I palazzi abbattuti non sono tantissimi, ma la sensazione che si prova camminando fra le macerie è la stessa di sempre di questi ultimi giorni: rabbia, impotenza, incredulità e tanto dolore. Arriviamo a quello che, fino a un mese fa, era un grosso supermercato, ora non c’è più nulla, solo detriti su detriti. Per fortuna quando è successo era venerdì, giorno di chiusura per la festa islamica.

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Di fronte, un palazzo completamente accartocciato su se stesso, accanto ad un altro, sparito, che si è lasciato dietro un’enorme buca grande quanto lui. Ci avviciniamo naturalmente alla buca, ma alcuni soldati dell’esercito libanese cercano di allontanarci perché, all’interno della buca c’è ancora un missile inesploso e stanno quindi cercando di disattivarlo prima di disinnescarlo.

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Usciamo dalle rovine recenti di una nuova guerra per andare a quelle antiche dell’Heliopolis, il sito archeologico di Baalbek. Un groviglio di pensieri mi passa per la testa, mille domande, ma non ho risposte da darmi, non ho spiegazioni accettabili per arrivare a capire il perché di tutto questo. Mi trovo quindi catapultata nel passato, tra quello che resta di una antica civiltà che credeva di poter dominare per sempre il mondo intero. E’ tutto così imponente e meraviglioso da toglierti quasi il fiato! Ci siamo solo noi a calpestare quelle antiche pietre, il turismo, causa appunto la guerra, è stato bloccato.

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Siamo ospiti a pranzo dagli Hezbollah. E’ l’occasione per continuare a parlare con loro delle conseguenze politiche del dopo guerra. I militanti del Partito di Dio sanno che devono dimostrare ai cittadini libanesi la loro capacità di ricostruire, di rimettere in piedi il paese, di risarcirlo dalle sofferenze subite, assumendosi quindi un ruolo da protagonisti, anche per la sopravvivenza del movimento stesso. “Altri”, ossia le forze legate al primo ministro, speculano su tutto questo cercando anche di ridimensionare la forza del movimento. Dietro a questi “altri” ci sono capitali sauditi ed europei con il consenso degli Stati Uniti. Strumento di questa intenzione sono proprio le varie Ong, organizzazioni non governative, che decidono la distribuzione delle risorse in favore di un governo centrale, che si è dimostrato incapace a difendere il proprio paese dall’aggressione, e che oggi invece riesce a trarre profitto dalla sua ricostruzione. Una cooperazione quindi politica. Per quanto riguarda l’Italia, le Ong, improvvisamente sono aumentate nel giro di poche settimane, da meno di dieci a cinquanta.

Finito il pranzo, il nostro gruppo si divide, chi torna nella città di Baalbek, chi invece va al campo profughi di Wavell. Io decido di andare al campo profughi. È sempre molto toccante trovarsi circondati da tanti bambini che ti corrono intorno, che ti chiedono solo una foto. È difficile fotografarli, perché mentre cerchi di fissarne uno ti passano davanti due,tre,quattro, quindi devi essere veloce, per accontentarli tutti. Ad un certo punto, un aereo ha sorvolato il cielo con un rumore assordante, ho colto subito, in un bambino vicino a me, un momento di paura, pronto a scappare, per nascondersi. Sono questi attimi, queste piccole sfumature, a volte non percepite, che ti fanno capire quanto male può fare l’uomo, e mi sono sentita improvvisamente piccola e inerme. Con questa tristezza ho abbracciato e salutato i bambini e, con il resto del gruppo, abbiamo lasciato il campo per ritornare verso Beirut.

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Anche questo giorno è finito, domani a Chatila “per non dimenticare”


5° Giorno


Venerdì 15 settembre, questa mattina siamo diretti a Mar Eljas,  piccolo campo profughi di cristiani palestinesi,  vicino a Beirut. Qui dobbiamo incontrare le forze politiche palestinesi. Ci saranno due incontri separati per disaccordi tra i vari gruppi politici. Questo ci coglie un po’ impreparati, non è un segnale positivo, l’anno scorso invece questo appuntamento  si effettuava tutti insieme. Il primo meeting è con i rappresentanti delle forze che aderiscono all’Olp: Fronte democratico, Fronte popolare e Fatah. Organizzazioni che rappresentano la storia della lotta di liberazione del popolo palestinese.

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Il rappresentante di Fatah inizia con il considerare questa nostra visita molto importante, oggi ancora di più degli anni passati.  ”  Il comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila” doveva servire a ricordare quel massacro, affinché non si ripetesse mai più, ma purtroppo la realtà dei fatti è molto diversa. Il massacratore è sempre uno e sempre lo stesso. Noi non siamo qui per applaudire alla vittoria, ma solo la non vittoria d’Israele,  è già una vittoria.  La forza del movimento Hezbollah  è data dalla costruzione di un progetto serio, trasparente,  con una forte organizzazione di partito e con una radicata base popolare. Israele non è un paese che può cadere da solo, è forte, ma si può sconfiggere. E’ potente ma non è riuscito a vincere la resistenza libanese. Questa resistenza ha ridato senso e speranza anche alla lotta palestinese”. Prende subito la parola, il rappresentante del Fronte Popolare, che continua a parlare del problema palestinese.

“ Non dobbiamo permettere al nemico israeliano di distruggere l’unità del nostro popolo, come sta succedendo a Gaza.  La condizione dei profughi palestinesi qui in Libano è sempre difficile. I rapporti con il governo centrale sono migliorati ma purtroppo è tutto troppo lento. Il governo ha accettato la presenza di una rappresentanza dell’Olp, dopo oltre vent’anni. Oggi abbiamo a Beirut un ambasciatore che è il punto di riferimento di tutti i palestinesi che sono qui presenti. La questione principale però, per quindicimila palestinesi che vivono attorno alla cintura di Beirut, è quella di non possedere alcun documento di riconoscimento. Ora, attraverso l’ambasciatore, hanno ottenuto una certificazione, in attesa di un vero documento. I palestinesi non hanno avuto momenti di disperazione, ma solo continue sofferenze. Una piccola nota positiva è data dal fatto che, il ministero del lavoro, il cui titolare fa riferimento a Hebollah, nei mesi prima dello scoppio della guerra, aveva concesso ai palestinesi di poter lavorare, con un documento che, però non si è mai trasformato in modo concreto. Era una nota morale, non era una legge. Oltre all’impossibilità di lavorare, c’è anche quella che riguarda la proprietà della casa. Una legge impedisce ai palestinesi di poter trasferire la proprietà agli eredi. “ Da Sioniora – dice il rappresentante del Fronte democratico – abbiamo ottenuto che la casa possa essere registrata al catasto, anche dopo tanti anni, con una sanatoria, ma non basta”. Il discorso torna sulla Palestina. “ Oggi il popolo palestinese, che vive in Palestina,  – continua l’esponente del Fplp – vive una grande preoccupazione, si sente lasciato solo di fronte al potente nemico israeliano. Il progetto di creare uno Stato palestinese è in pericolo. Grande amarezza per i rapporti con il resto del mondo arabo. Gli accordi vengono fatti solo con Israele.”  Infine, tutti e tre lanciano un appello: non lasciateci soli, altrimenti le conseguenze potranno essere gravi, non solo per l’Olp e per noi.

Dopo pochi minuti, cambio di guardia, arrivano gli altri interlocutori. Sono forze che non riconoscono l’Olp,  nate da scissioni, anche piccolissime.

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La lettura degli eventi per loro è più pessimista.
La “novità” dell’ambasciatore, non è proprio esatta, in verità si tratta solo della autorizzazione ad aprire un ufficio di rappresentanza, anche se ugualmente si tratta sempre di un piccolo fatto positivo. Per quanto riguarda la condizione dei profughi palestinesi, viene confermato quello che già si sapeva. “ Il problema è il diritto al lavoro e alla proprietà, non crediamo che il governo razzista libanese, porrà mai fine a queste discriminazioni. Ogni volta che si tenta di discuterne, puntualmente le priorità diventano altre. Ora la guerra del Libano ha messo la questione palestinese in secondo piano, ma malgrado tutto, continueremo sempre a chiedere i nostri diritti:  diritto di vivere, di proprietà, di lavoro, d’istruzione”

A questo punto lasciamo Mar Eljas per recarci alla sede dell’ordine dei giornalisti a Beirut, dove si terrà la conferenza stampa del Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, con la presenza anche dei parenti delle vittime. Questo è uno degli appuntamenti ricorrenti di ogni anno, ma oggi il presidente dell’Ordine ha una aria solenne, più determinata. Le sue parole infatti richiamano subito il valore della resistenza “ un valore che rinsalda anche lo spirito di unità nazionale del nostro popolo”. 

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Stefano Chiarini, giornalista del Manifesto, spiega subito perché la missione in Libano di quest’anno è stata chiamata “ Da Sabra e Chatila a Cana” . Perché basta con i massacri israeliani, basta con l’impunità di questi criminali. “ Siamo qua – continua – per vedere quello che è successo,  per poter  riportare indietro le nostre impressioni. Ricordare le vittime di Sabra e Chatila è un nostro dovere per offrire, nei loro confronti, solidarietà e dimenticare,  invece chi ha fatto i massacri, significa dare loro la possibilità di farli continuare. Sabra e Chatila ci riporta al cuore della tragedia del problema palestinese, la pace non sarà mai possibile se questa questione non verrà risolta. Non è possibile imporre una pace senza il ritiro d’Israele dai territori occupati”.  Israele vuole, pretende, che venga accettata la famosa risoluzione 1701 dell’Onu, ma se Israele stesso non ne ha rispettato oltre settanta di risoluzioni, quale credibilità può pensare di avere? Si vuole fermare la resistenza libanese, si vuole il disarmo degli Hezobollah, mentre gli Stati Uniti continuano invece  a fornire armi ad Israele, quindi non esiste equità, ma bensì due pesi e due misure, che portano solo un estensione dei conflitti in Medio Oriente.

La conferenza termina con i ringraziamenti alla delegazione da parte del presidente dell’Ordine, rivolgendo ancora una volta un pensiero alle vittime di Shatila. Ci saluta cercando di trasmetterci un sentimento positivo di vittoria perché alla fine si sente in pace con la sicurezza di essere dalla parte dei giusti.  

Raggiungiamo, a questo punto della mattinata, il campo di Chatila, per una breve visita e per il pranzo offerto dalle madri e mogli delle vittime della strage. La visita  a questo campo mi procura sempre un’enorme tristezza mescolata ad una infinita rabbia. Camminiamo velocemente, come al solito, nei vicoli stretti, dove le case s’innalzano al cielo, come per cercare aria pura e un sole caldo che è lontano, quasi irraggiungibile. Non è possibile infatti, se si devono costruire nuove case, aumentare lo spazio occupato. Rimane solo un’alternativa: andare in alto, limitando la luce. Praticamente non ci può essere “vita privata” , visto lo spazio molto limitato che ognuno può avere per se stesso. In questi vicoli l’odore che ci assale immediatamente è forte e caratteristico. In realtà si tratta di un insieme di vari odori generati proprio dalla situazione di questi campi. I rifugiati nei campi profughi vivono in zone sovraffollate, in case alle quali mancano quasi tutti i più naturali servizi: la raccolta dei rifiuti, una ventilazione appropriata, l’accesso al sole, una adeguata rete di fognature e di acquedotto. Tutto questo, mescolato all’aroma fragrante delle varie spezie, usate per la preparazione del cibo, si trasforma, appunto, in questo specifico odore.

Una rete infinita di fili elettrici, quasi come una tela di ragno, sovrasta lo spazio sopra di noi.

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Al termine della visita al campo, saliamo all’ultimo piano della sede dell’associazione Assomoud, dove in una piccola ma accogliente stanza, ci attendono per il pranzo. Sulle pareti ci sono esposti i disegni dei bambini che frequentano la sede. Parlano di guerra, sono raffigurati carri armati, missili, bandiere della Palestina, ma anche di piccoli sogni, rappresentati da case con il sole, evidenziano però, in ogni modo, tutta la loro mancanza di serenità.

La tavola è generosamente imbandita, ci sentiamo quasi a disagio per loro squisita ospitalità. E’ un modo per  dirci grazie perché siamo lì con loro, perché possiamo raccontare ancora della loro esistenza e sofferenza. Tutte le donne mostrano le foto dei propri martiri, mariti e figli, di alcuni di loro non si è neppure trovato il corpo. Raccontano le loro storie, quello che hanno vissuto, provato, ci mostrano le ferite. Non hanno neppure il diritto di conservare il proprio dolore. Dopo ventiquattro anni, sono sempre costrette a rinnovarlo, affinché non si perda nella memoria dei tempi. Non chiedono molto,chiedono solo di essere riconosciute vittime di quella tragedia dimenticata, chiedono giustizia per chi ha commesso tale crimine. Ma continuano ad aspettare……….

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Le donne palestinesi di Sabra e Chatila sono straordinarie, senza nessuna colpa hanno passato gran parte della loro vita adulta da uno squallido campo profughi ad un altro, mentre prima vivevano in villaggi nella Palestina settentrionale. Sono rimaste forti e piene di orgoglio, senza mai perdere la dignità. Il loro abbraccio, le loro lacrime, mi hanno riempito il cuore, mi hanno dato forza per continuare a parlare di loro, a combattere per e con loro.

E’ arrivato il momento della manifestazione a Chatila. Andiamo verso il luogo di partenza, la piazza dove ha sede l’ambasciata del Kuwait, edificio dal quale, ventiquattro anni fa, Ariel Sharon, durante quelle settanta ore drammatiche del massacro, poteva controllare e dirigere quello che succedeva all’interno del campo, ad opera delle falangi libanesi. Arrivano le rappresentanze dei vari campi, mancano invece le bandiere delle forze politiche. Lo striscione italiano del comitato è molto fotografato, ci si meraviglia che in occidente c’è ancora qualcuno che s’interessa alla causa palestinese.

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Il corteo si dirige verso la fossa comune, ad aprirlo è proprio la nostra delegazione, dietro i vari leader palestinesi e libanesi. Per la prima volta è presente anche il deputato arabo-israeliano alla Knesset, Azmi Bishara. La sua presenza, ad una manifestazione dove partecipano anche i dirigenti Hezbollah, non passa inosservata. Arriviamo al luogo dove sono stati sepolti centinaia delle vittime del massacro e, con nostra sorpresa,  troviamo i rappresentanti delle forze politiche che ci aspettano per ricordare l’eccidio. Hanno disertato il corteo, forse la guerra e le recenti tensioni, hanno sconsigliato i partiti palestinesi a sfilare per le vie di Ghobeiry. Iniziano i discorsi sul palco, apre la cerimonia il sindaco Al Khansa, poi si succedono il rappresentante dell’Olp ed i capi delle delegazioni italiana e francese. Approfitto della situazione per riprendere questi momenti, per fissare l’immagine di un viso sorridente, dei bambini che corrono, della speranza. Questo sacrario è diventato tale per l’impegno del Comitato che ha fatto pressione sul sindaco di Ghobeiry affinché questa area fosse recuperata. Quando la prima delegazione italiana è arrivata in Libano, la fossa comune, dove i corpi delle vittime furono gettati, era una discarica a cielo aperto, una pattumiera. Tutto questo nel tentativo, da parte delle autorità libanesi, di riuscire a cancellare questo tragico evento.

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Conclude la giornata la cena offerta dal direttore di As Safir. Si svolge in un ristorante di lusso che ospita, proprio questa sera, un matrimonio. L’atmosfera che si respira qui è tipica dei ristoranti libanesi, musica, danze e allegria. Non riusciamo a resistere alla tentazione di andare a vedere il matrimonio, e così, quasi in punta di piedi, ci affacciamo alla sala dove si svolge la festa. Veniamo accolti con molta simpatia, ci invitano ad entrare, ad unirci a loro nelle danze, la sposa è bellissima, tutto è perfetto, la musica, il ballo, tutto molto coinvolgente. Questo è un altro aspetto della vita di questo luogo meraviglioso. Ringraziamo per la loro cortesia e, con molta discrezione, lasciamo la festa.

Verso l’ultimo giorno……….a Sidone


6° Giorno

Ultimo giorno della nostra permanenza in Libano.

Il programma prevede, per oggi, solo l’incontro con il sindaco di Sidone . Partiamo, ormai come al solito, la mattina presto. Ripercorriamo la solita strada verso il sud, piena di difficoltà e di ostacoli. Nonostante sia una settimana che mi muovo su queste vie, non riesco ad abituarmi a questo sfacelo, per cui ne sono sempre molto colpita.

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Sidone, è la capitale del sud della fermezza e della resistenza, che ha dimostrato non solo di essere una capitale amministrativa, ma anche un simbolo dei diritti legittimi del popolo libanese. Con queste parole il sindaco, Abdul Rahman Bizri, accoglie, con la sua solita gentile ospitalità, la nostra delegazione. Ci riceve nella abituale sala per conferenze all’interno del municipio. Notiamo però, una volta entrati, che c’è qualcosa di diverso. Non è più la solita sala ufficiale adibita agli incontri, ma ha un aspetto di “ vita vissuta” che le ha lasciato un’impronta ben precisa. Il sindaco, infatti, ci spiega che questo luogo ha accolto, durante le settimane della guerra, centinaia di profughi in fuga dal sud. Noi siamo i primi ad entrare nella palazzina del Comune, tornata finalmente alla normalità e, si scusa con noi, perché non sono ancora riusciti a rimetterla in ordine come prima. Ci fa notare, infatti, che ci sono macchie sulla moquette e che l’amplificatore non funziona ancora. Precisa inoltre che, durante i trentatre giorni di guerra, il Comune non è mai stato chiuso, il piano terra si era trasformato in un centro di smistamento al servizio dei profughi. I collegamenti con Beirut erano praticamente bloccati, a causa della distruzione di ponti e strade. Saida, preferisco chiamarla con il suo nome, terza città del Libano, ha accolto quasi il doppio della sua popolazione abituale. I profughi arrivavano soprattutto dai villaggi del sud-est, si trattava perlopiù di povera gente: contadini, piccoli commercianti, immigrati siriani. Molti sfollati sono stati ospitati anche nelle stanze del Comune. Si calcola che, tra luglio ed agosto del 2006, circa un milione di libanesi, ha dovuto abbandonare la propria abitazione. Saida è sempre stata una città sensibile di fronte a queste situazioni. Qui, infatti, all’inizio degli anni settanta, il movimento dei pescatori libanesi era riuscito ad unire le proprie lotte sindacali a quelle dei progressisti palestinesi, che chiedevano diritti e democrazia. Figura simbolo fu Maaruf Saad, sindacalista libanese, ucciso agli inizi della guerra civile, anche per il suo impegno verso il problema palestinese.

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“ Non c’è stato il caos – continua a raccontare il sindaco – ma la reazione è stata, invece, solo quella della solidarietà. Tutti quelli che hanno potuto, hanno aperto le proprie case agli sfollati. Un esempio di partecipazione, di aiuto, è arrivato anche dai profughi palestinesi. L’apertura del campo di Ain el Helweh, che si trova alle porte di Saida, è stato un fatto storico. Con i suoi circa ottantamila abitanti, è il più grande del Libano, ed è stato creato sessanta anni fa, a causa proprio delle violenze israeliane, le stesse subite dal nostro popolo. Tutto questo ha sconfessato quello che il governo americano ha sempre sostenuto in merito a questo preciso campo, definendolo solo come” un covo di terroristi”. Invece ha aperto, per la prima volta, le sue porte agli sfollati, ed ha ospitato centotrenta famiglie libanesi, pari a diecimila persone. Spero che questo gesto abbia contribuito a demolire il pregiudizio che qui possono nascere solo terroristi. I palestinesi vivono in condizioni già molto difficili ma, nonostante questo, hanno offerto amicizia e fratellanza. Occorre puntualizzare anche che, questo campo è a maggioranza sunnita, ma che questo non ha impedito di accogliere gli sciiti. Non è stato certamente semplice gestire l’emergenza dei giorni di guerra, dover preparare tutto quello che poteva servire, come il cibo, coperte e docce, anche perché gli aiuti statali qui non sono arrivati. Siamo riusciti a soddisfare le richieste di tutti, grazie anche alla collaborazione tra l’amministrazione comunale e le organizzazioni della società civile, che sono oltre trentotto. Il lavoro collettivo è riuscito a superare tutte le varie lentezze burocratiche.” Il sindaco, a questo proposito è abbastanza chiaro, il motivo di questa inefficienza è solo dato da una assenza politica. Ha dovuto quindi fare affidamento solo alle sue forze interne e all’aiuto delle varie Ong locali. Si è creata una fitta rete di volontari che ha permesso di colmare il vuoto lasciato dal governo. Bizri appare orgoglioso, nel dirci tutto questo, per come ha reagito la sua gente di fronte a questo enorme dramma. Se uno degli obiettivi, dell’aggressione militare israeliana, era quello delle divisioni tra i diversi gruppi sociali libanesi, per creare una profonda spaccatura al loro interno, allora il governo d’Israele ha fallito la sua missione. “ Cristiani e Mussulmani si sono aiutati a vicenda, e questo ci ha permesso di andare avanti – prosegue sempre il sindaco – nella zona est della città, per esempio a maggioranza cristiana, sono state messe a disposizione di tutti persino le chiese! “

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L’aiuto dato agli sciiti, a guerra terminata, è stato ricambiato dal movimento libanese Hezbollah. Il Partito di Dio ha, infatti, iniziato a pagare indennizzi ai palestinesi del campo di Ain el Helweh, che hanno subito danni nel corso della guerra. I risarcimenti ai “fratelli palestinesi” rientrano infatti nella strategia di Hezbollah. La loro tempestività ha permesso di inviare subito fondi anche al campo di Rashdiye, alle porte di Tiro.

“ Fanno parte della nostra visione economica, umanitaria, sociale e politica, ha precisato, un alto funzionario del movimento sciita, lo sheikh Hassan Ezzedine”

Le scelte del sindaco di Saida non ricordano certamente quelle della famiglia Hariri ( una delle famiglie più “forti” della città) Bizri è con la resistenza, mentre le forze del primo ministro libanese, sono percepite come dipendenti dei governi occidentali che sostengono Israele. La guerra ha mostrato tutta la debolezza del governo libanese, per l’incapacità di fronteggiare la crisi catastrofica prodotta. L’atto di accusa del sindaco di Saida è chiaro “ lo stato centrale ci ha trascurato” “Questa città è stata abbandonata a sé stessa, ha subite perdite enormi: le strade che collegano la città al resto del paese, una centrale elettrica e tre del gas, una fabbrica di tessuti. Nonostante tutto – continua il sindaco – Saida non ha fatto mancare niente ai libanesi che hanno fatto tappa qui. La cultura della resistenza qui è molto forte. Siamo riusciti a fronteggiare tutte le emergenze, perché il nostro aiuto, non è stato solo un aiuto amministrativo e sociale, ma è stato un dovere di resistenza e fermezza. Tutti quelli che sono arrivati a Saida, non sono stati solo considerati degli sfollati, ma semplicemente “ospiti” della nostra città.” Il sindaco conclude, dicendo che il Libano è un paese che ha vinto, “ Noi non chiediamo elemosine, gli aiuti devono essere concordati politicamente e che nessuno tenti di cancellare la nostra vittoria”. Per ultima cosa, accenna alla missione Unifil 2. E’ felice della partecipazione dell’Italia ma purchè s’impegni a mantenere fermo l’obiettivo della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, perché sembra invece instabile. Si pensa, infatti, che l’alto numero di soldati debba servire a proteggere lo Stato d’Israele.

L’incontro termina con l’intervento di Maurizio Musolino, giornalista e vice direttore della rivista “ La Rinascita della Sinistra” . Ringrazia il Sindaco per la sua ospitalità e disponibilità e, ripercorrendo le nostre tappe della settimana, ricorda un Libano duramente provato dalle distruzioni e dai bombardamenti. C’è stata una precisa volontà di annientamento, una volontà d’impedire ai Palestinesi di occupare intere zone in Libano. Sono state usate armi non convenzionali, lasciando un segno che durerà anni, impedendo di tornare a vivere in un modo del tutto normale. Unico paese il Libano che ha saputo resistere alla forza d’Israele, è un esempio per tutti, e c’è la speranza, quindi, di riuscire a dare ai palestinesi quei diritti che finora non sono stati dati.

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A questo punto, concluso l’incontro con Abdul Rahnan Bizri, sindaco di Sidone, ritorniamo a Beirut.

La settimana è finita, domani all’alba l’aereo della Mea ci riporterà in Italia. Abbiamo il pomeriggio libero. Decidiamo quindi di andare in giro per la città per conoscerla meglio . Camminiamo per le vie che portano al centro, sono affollate, piene di negozi, di luci, di suoni. Spesso, durante il cammino, incontriamo soldati libanesi armati che sorvegliano alcune zone, ma non incutano timore, anzi sono gentili, sorridono e salutano. Siamo gli unici occidentali che tranquillamente se ne vanno in giro per Beirut, e questo desta un po’ di stupore. Arriviamo nel cuore di Beirut, dove ci sono i palazzi governativi, l’ambasciata italiana. Qui troviamo esposte, nella piazza, fotografie e striscioni che ricordano le vittime di questa guerra.

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Naturalmente ci facciamo coinvolgere dalla tentazione di fare shopping, per portare a casa qualcosa che ci possa far ricordare questo paese, anche se il ricordo più bello è nascosto dentro ognuno di noi. Torniamo all’albergo stanchi con tanti sacchetti, con tutto di più: abiti tradizionali, sciarpe, cd musicali, collane, orecchini, braccialetti, spezie ecc. Una cosa però non può certo mancare ed è una visita alla migliore pasticceria di Beirut, a cui noi facciamo onere!!

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La cena offerta dal sindaco di Ghobeiry conclude la nostra permanenza nei Paesi dei cedri.

L’alba purtroppo è arrivata e, con molta tristezza, saliamo sull’aereo, lasciando dietro di noi, un paese a noi caro. Allontanandomi da Beirut, penso che questi viaggi siano molto importanti perché riescono a mantenere un legame tra noi e il popolo palestinese e libanese. Un legame che si fa, anno dopo anno, sempre più forte, permettendoci di poter dare, anche se piccolo, un aiuto e di continuare a tenere viva e sempre presente la questione palestinese e libanese. E’ un’esperienza straordinaria ed emozionante ed invito, quelli che hanno trovato interessante questo diario, a provarla. Non posso non ringraziare, dal profondo del mio cuore, Stefano Chiarini, che mi ha condotto qui, nel Libano, nei campi profughi palestinesi, che ha contribuito ad aumentare il mio interesse verso questi popoli. Dedico a lui, alla sua memoria, questo mio piccolo resoconto.

Grazie Stefano.


Per concludere questa cronistoria, qui di seguito, allego un’intervista rilasciata a Rainews24, di un militare israeliano che parla della guerra in Libano.


LIBANO DEL SUD : 100.000 bombe inesplose
di Flaviano Masella e Maurizio Torrealta

Per la prima volta un militare israeliano accetta di parlare in televisione della guerra in Libano e lancia un allarme: “Il mio battaglione ha sparato circa 1800 missili, ogni missile contiene all'interno 650 bombe, si tratta di circa 1,2 milioni di bombe cluster”. La percentuale di ordigni inesplosi nelle bombe a grappolo, si aggira intorno al 10 percento, dunque in Libano del Sud si trovano circa 100 mila bombe inesplose.

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Questa puntata dell’ Inchiesta di Rainews24 è stata realizzata da Flaviano Masella e Maurizio Torrealta, andrà in onda, anche in chiaro su Rai Tre, alle 7.40 di Giovedì 28 settembre.

Il soldato israeliano racconta: “In un’occasione avremmo dovuto utilizzare contemporaneamente tutti i missili a disposizione del nostro battaglione. …Doveva avvenire alle 4.45 del mattino. In seguito quest’ordine fu più o meno cancellato. Sparammo solo alcuni colpi, e avvenne molto molto più tardi. Pochi giorni dopo siamo stati informati che questa missione avrebbe dovuto colpire alcuni villaggi all’ora in cui si prevede che la gente esca dalle moschee. E questo perché avrebbe provocato grande terrore e paura tra la gente, e non sarebbero più usciti per andare a sparare i katiusha..”

“Ogni volta che sparavamo onestamente io pensavo “per favore no”. Speravo che succedesse qualcosa per cui non avrebbe funzionato, che il missile non si sganciasse, che fosse cancellata la missione. Molte delle missioni che ci sono state assegnate sono state cancellate. Ma abbiamo sparato abbastanza. Per parte mia, ho provato, se potevo un po’ ritardare qualcosa, in modo da provocare la cancellazione della missione. Ho provato a fare cose così, ma con molto tatto, solo verificando una volta di più la sicurezza per le cariche o… qualcosa per ritardare. È molto difficile non pensare alla gente in città molto vicine a te, perché in realtà eravamo dove’è la retroguardia e si vedono i civili che soffrono per i katiusha … un katiusha che ti cade vicino fa molta paura. Ed è difficile pensare che quello che fai sia così sbagliato. Però quest’arma è talmente, talmente… dire di massa non è abbastanza….Una specie di giorno del giudizio, sì. Perché tu semplicemente riempi un intero blocco di territorio, lo riempi completamente con queste piccole bombe, ma non così piccole in realtà e questo provoca grandi danni, enormi. ….. è un’ arma contro obbiettivi di massa, dove c’è molta gente, molte macchine.

Nonostante l’allarme, confermato anche dalle Nazioni Unite, Israele non ha ancora consegnato le mappe precise, dei luoghi bombardati con le bombe a grappolo, in cui si troverebbero le bombe inesplose. Sono state fornite delle mappe giudicate dalle Nazioni Unite insufficienti per l’ identificazione di questo tipo di ordigni.

“Nel mio caso - continua il militare - ciò che ho fatto era il mio dovere, ed è fatto, non si può tornare indietro. Ma queste bombe sono ancora là. E qualcuno deve prendersene la responsabilità. Credo che dovrebbe essere il mio paese, Israele deve prendere la responsabilità di questa questione, affrontare ciò che ha fatto, dare le mappe o qualunque cosa possa aiutare. Non capisco perché questo debba essere oggetto di disputa. Queste persone sono là, i Libanesi non sono nostri nemici adesso. Forse alcuni di loro erano nostri nemici un mese fa, ..ma adesso questa gente non è nostra nemica, non siamo in stato di guerra contro di loro, ma sono legati a centinaia di migliaia di bombe che abbiamo lasciato là. Non vedo alcuna ragione plausibile per cui non dovremmo occuparci di questo, consegnando le mappe consegnando i dati, mandando soldi. Ci sono molte cose che si possono fare. …Io amo il mio paese e penso che stia commettendo un grave errore, è come se vedessi qualcuno che sta facendo qualcosa di terribilmente stupido e non lo potessi fermare. Credo che questo paese adesso stia facendo cose che ci esploderanno in faccia. Perché non ci fermiamo prima che diventi un problema ancora più grande? I rifugiati devono tornare alle loro case adesso e tutto è distrutto. Ok, è a causa nostra, e noi possiamo dire che è a causa loro. Ma comunque questi sono gli effetti con cui ci dobbiamo confrontare.

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