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Medio Oriente » Israele ritorna alla guerra - massacro a Gaza  
ISRAELE  RITORNA ALLA GUERRA
MASSACRO A GAZA

Di Mirca Garuti

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L’attacco israeliano su Gaza iniziato sabato mattina 27 dicembre è stata un’aggressione premeditata.
Non è nata dal nulla. E’ stata studiata e preparata con l’unico scopo d’indebolire e annientare il movimento Hamas, per obbligarlo ad accettare una tregua senza condizioni. Un attacco già previsto, come riportava ad aprile il quotidiano israeliano “Jerusalem Post” (v.art.”L’esercito israeliano progetta l’invasione”). Unica differenza, dicembre e non luglio.
Il numero delle vittime dell'ininterrotto massacro israeliano, autorizzato da tutti i governi del mondo compreso quello italiano, continua a salire: in questo momento i morti, sono più di 400 ed i feriti oltre 1800.
I micidiali aerei F16 e apache, made in USA, continuano i loro bombardamenti, giorno e notte.
Le bombe usate da Israele contro i palestinesi a Gaza, come si legge sul sito www.infopal.it, sono le GBU-39 che pesano 113 Kg ed hanno una potenza devastante.
Le GBU-39 sono arrivate a metà dicembre in Israele dopo l'approvazione del congresso americano della loro fornitura ad Israele ed in vista di un attacco alle installazioni nucleari iraniane.
Israele sta usando indiscriminatamente queste bombe contro i civili palestinesi, mentre tutte le cancellerie occidentali, in primo luogo quella americana, sono a conoscenza che nella Striscia di Gaza non esiste nessun bunker dove i civili possano rifugiarsi dalle micidiali bombe GBU-39. Le cancellerie occidentali sanno anche un'altra cosa: Israele ha dichiarato Gaza "zona militare chiusa", nonostante la Striscia di Gaza non sia da considerare zona militare bensì civile. Vi abitano circa un milione e mezzo di palestinesi che da due anni stanno affrontando un assedio criminale ed un embargo che fa mancare loro le più elementari risorse: cibo, medicine e carburante per riscaldamento e per produrre energia (v.art. “Nubi d’autunno..su Gaza”).

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Gaza si trova al centro delle notizie di tutti i giornali e televisioni nazionali ed internazionali, ma pochi riportano informazioni precise ed utili per capire realmente la situazione. Spesso viene usata una terminologia non corretta: la guerra diventa pace e la vittima carnefice. I “razzetti” si trasformano in  bombe, la popolazione inerme è definita terrorista, mentre il terrorismo israeliano è considerato difesa e i bombardamenti, a senso unico, sono normali conflitti tra truppe.
La totale responsabilità di questo massacro è solo di Hamas che si ostina a non voler riconoscere lo stato d’Israele! Anche il presidente palestinese Abu Mazen accusa apertamente Hamas di aver provocato l’offensiva militare. Così facendo, però dimostra solo di sostenere l’interpretazione secondo la quale a frenare la soluzione del conflitto Israelo-palestinese non è più l’occupazione militare, il blocco di Gaza, la colonizzazione, il muro, la confisca delle terre, ma solo l’esistenza di Hamas e alla sua ideologia.
Abu Mazen avvalora quindi anche la tesi di Tzipi Livni, la quale afferma che il conflitto in Medio Oriente non sarebbe causato dalla negazione di diritti, dalla mancata applicazione dei diritti internazionali ma, invece, solo da uno scontro tra moderati e radicali, tra pacifisti ed estremisti.

L’attacco israeliano è legittima difesa. Così infatti Tzipi Livni giustifica le bombe a tappeto su Gaza. Il ministro degli esteri, che si appresta a sfidare il rivale conservatore Netanyahu per il posto di premier, non usa mezzi termini: “Solo la settimana scorsa, Israele è stato attaccato dalla Striscia di Gaza e in una giornata circa 80 missili e colpi di mortaio sono stati sparati contro i civili israeliani. Ora basta. La comunità internazionale deve capire che questa è la traduzione del diritto di Israele a difendersi. Non c‘è alternativa, stiamo facendo quello che dobbiamo per difendere i nostri cittadini”.
Una settimana prima dell’attacco d’Israele, l'attuale ministro degli esteri israeliano nel corso di una riunione con esponenti di Kadima, il partito centrista guidato da lei stessa, afferma che: "Lo Stato d'Israele e un eventuale governo da lei presieduto, faranno del rovesciamento del regime di Hamas a Gaza un obiettivo strategico. I mezzi per realizzare tale obiettivo debbono essere militari, economici e diplomatici".
La Livni infatti, se sarà eletta nuovo primo ministro israeliano nelle elezioni anticipate del 10 febbraio prossimo,  si è già impegnata ad eliminare il predomino di Hamas nella striscia di Gaza.

Hamas, organizzazione religiosa islamica-palestinese di carattere paramilitare e politico, infatti aveva preso circa un anno fa con la forza, il territorio dai rivali nazionalisti di Al-Fatah. Questo aveva scatenato una sanguinosa guerra civile.
Il 12 dicembre scorso, la Livni ha rilasciato un’altra importante dichiarazione riguardante la situazione degli arabi-israeliani che vivono attualmente nello Stato ebraico.
“La mia soluzione per mantenere uno Stato di Israele ebraico e democratico è avere due stati-nazione con alcune concessioni e una chiara linea rossa. Quando lo Stato palestinese verrà creato, sarò in grado di andare dai cittadini palestinesi, che chiamiamo arabo-israeliani, e dir loro: siete residenti con uguali diritti, ma la vostra soluzione nazionale è in un altro luogo”.
Le dichiarazioni dell’aspirante primo ministro israeliano, hanno suscitato aspre polemiche in Israele e nei Territori palestinesi occupati. La Livni prospetta dunque la nascita di due stati etnicamente puri, o quanto meno questo sembra essere, il destino di Israele, un paese dove attualmente vivono, in quanto cittadini a tutti gli effetti, quasi un milione e mezzo di arabi su una popolazione di sette milioni circa. Sono gli eredi dei palestinesi rimasti in Israele dopo la nascita dello stato ebraico nel 1948.
Il trasferimento di questa popolazione israeliana in uno stato di Palestina arabo, è il modo, secondo la Livni, per "preservare il carattere giudaico e democratico di Israele" con la nascita, appunto, di "due entità nazionali distinte". Il tema demografico è sempre stato vissuto con molta preoccupazione a Tel Aviv. La popolazione araba (sommando gli arabi di Cisgiordania e Gaza, e gli "Arabi d'Israele") sta sopravanzando la popolazione ebraica e la tendenza è solo destinata ad aumentare, poiché il tasso di crescita è nettamente superiore tra i palestinesi. Oltretutto in Israele non giungono più flussi di ritorno dal resto del mondo come nei primi anni dalla fondazione dello Stato.

Gaza è assediata per terra e per mare da due anni: chiusi in trappola ci sono un milione e ottocentomila persone. E’ soprattutto per questo che è assurdo accusare Hamas di aver rotto la tregua.
La tregua, non è stata rotta da Hamas o dalle altre organizzazioni palestinesi attive nella Striscia di Gaza ma dalle autorità israeliane che durante questo breve intervallo di tempo, hanno ucciso 25 palestinesi, effettuato arresti e rastrellamenti in Cisgiordania, mantenuto chiusi i valichi impedendo ai palestinesi di Gaza di entrare, uscire o ricevere i rifornimenti necessari per sopravvivere.
Ogni simmetria tra il lancio di razzi palestinesi a dicembre e i feroci bombardamenti israeliani è una ingiuria alla verità e alla giustizia. Si è trattato, dunque, solo di una calma apparente, ad uso e consumo della propaganda israeliana. Inoltre, l’assedio alla Striscia, non è mai stato sollevato, come invece prevedevano gli accordi. (v.art. Il silenzio sulla Palestina).

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Ma cosa fa la comunità internazionale?
I governi europei (incluso quello italiano) hanno preso posizioni formali ed equidistanti sul mattatoio in corso a Gaza. Questo evidenzia una grande preoccupazione per le ripercussioni degli avvenimenti in corso, senza trarne però le dovute conclusioni rispetto alle relazioni politiche, diplomatiche e commerciali con Israele. Hanno accettato e sostenuto l'embargo contro i palestinesi di Gaza e mantenuto rapporti di collaborazione militare, scientifico ed economico con le istituzioni israeliane.
Il governo israeliano ha messo non solo l’Europa ma anche la nuova amministrazione USA di fronte al fatto compiuto potendo godere di un livello di impunità per i propri crimini di guerra e contro l’umanità che, dal dopoguerra a oggi, non è mai stata assicurata a nessun altro stato.
Bisognava colpire Gaza prima dell’arrivo del futuro presidente Obama, per non compromettere subito la sua posizione. Mentre invece per Bush, questa è l’ennesima sconfitta dimostrata della sua conferenza di pace ad Annapolis che, lo ricordiamo, prevedeva la pace entro il 2008 (v.art. Un Nome Una Speranza Annapolis).
Non ci può essere nessun accordo di pace definitivo ed accettabile senza un reale consenso della parte palestinese e Hamas ha un ruolo centrale per la sua creazione. Se si riuscirà ad arrivare ad un accordo soddisfacente che riconosca i diritti dei palestinesi (non unicamente quindi solo lo stato d’Israele) secondo la conferenza di Madrid e le varie risoluzioni delle Nazioni Unite, Hamas non avrà certamente nulla da obiettare. Un Hamas moderato, coinvolto e partecipe è più auspicabile di un Hamas militarizzato e radicale.

Hamas e Al Fatah, non solo terroristi
Hamas è sempre stato percepito da molti occidentali come un semplice “gruppo terroristico” con lo scopo di uccidere gli israeliani. Ma in realtà c’è un altro aspetto: quello di essere una forza politica e sociale con una radicata base popolare, un movimento che ha saputo seguire due linee politiche parallele. Da un lato ha sostenuto lo scontro militare contro l’occupazione israeliana, dall’altro ha costruito attività sociali, la mobilitazione religiosa ed ideologica. E’ sempre auspicabile una Palestina governata da leggi giuste ed umane, ma Hamas è stata la naturale conseguenza delle innaturali e brutali condizioni di occupazione.
Nessuna televisione, nessun quotidiano ha ancora pronunciato la parola “Occupazione” che continua da sessant’anni,  come la causa principale di questo massacro. Nessuno ancora ha proclamato Israele “Stato occupante”. I palestinesi stanno dalla parte di qualunque movimento che abbracci la causa della resistenza contro l’occupazione israeliana e che prometta di difendere il loro diritto alla libertà e all’autodeterminazione.

La vittoria di Hamas era inevitabile. I ripetuti fallimenti nel mettere termine alla costante occupazione territoriale israeliana avevano aumentato il senso di frustrazione e il radicalismo tra i palestinesi. Sofferenze che non hanno mai avuto fine dalla creazione d’Israele in seguito alla guerra del 1948.
Nel 1967 Israele vinse un’altra guerra, questa volta non solo contro i palestinesi ma contro anche tutti i paesi arabi confinanti. Israele occupava così la Striscia di Gaza , che dal 1948 si trovava sotto l’amministrazione dell’Egitto, e la Cisgiordania con Gerusalemme Est, che erano invece sotto l’amministrazione giordana. I palestinesi si trovarono a dover fronteggiare una situazione d’emergenza. L’esercito israeliano sottopose la popolazione palestinese a trasferimenti di massa.
Al-Fatah, organizzazione laica e libera da ogni ideologia, nasce nel 1959 da Yasser Arafat ed altri attivisti palestinesi. Nel 1964 si costituiva l’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) che raccoglieva, sotto la protezione di al-Fatah, tutti i gruppi di liberazione nazionale. L’obiettivo era la liberazione della Palestina, ma dopo il conflitto del 1967, si era ridimensionato alla sola liberazione della Cisgiordania e Gaza.
Il programma dell’OLP non riuscì mai ad arrivare ad un traguardo e così, alla fine degli anni ottanta, mise da parte il suo obiettivo a lungo termine, riconoscendo il diritto di esistere ad Israele. La strategia della lotta armata fu sostituita con quella di un accordo negoziato, con la speranza di riuscire a riprendersi la Cisgiordania e Gaza, con la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
In questo quadro altamente incerto Hamas si impose come movimento di liberazione avente un duplice carattere religioso e nazionalista.
I continui fallimenti dei governi palestinesi nel garantire anche un minimo livello di rispetto dei diritti fondamentali hanno finito con l’allargare la base di Hamas e trasformarlo in un movimento a base nazionale con un programma di lotta contro l’occupazione straniera e non contro un regime interno.
Hamas è riuscito non soltanto a cogliere un enorme successo popolare, ma addirittura a mettere in discussione la preminenza di Al-Fatah, spina dorsale dell’Olp.
L’inclusione di Hamas all’interno della vita politica nazionale può impedire ad Al-Fatah di avere un ruolo Super Partes di cui ha enormemente abusato.
Israele non poteva permettere tutto questo e l’epilogo è di nuovo un’altra guerra, un altro massacro in nome di una falsa difesa nei confronti di questo gruppo terrorista. Olmert ha dichiarato che non è più possibile continuare a vivere nel terrore da parte della popolazione israeliana a causa dei razzi lanciati da Hamas.
“Ognuno ha diritto di vivere una vita normale” ha così concluso, come del resto chiede il popolo palestinese da ben oltre 60 anni. Da qui il suo medesimo diritto a difendersi dall’incuria israeliana.
La verità quindi è un’altra. Tutti lo sanno ma tutti devono rimanere in silenzio (V.art. La bomba di Gaza).

Siamo arrivati al quinto giorno dell’operazione “Piombo Fuso”, si sta aspettando l’inizio di un attacco via terra. Un operazione militare forse troppo pericolosa per Israele anche perché, non tutti saranno d’accordo di cominciare a contare il proprio numero di morti.

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