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Documenti di approfondimento » ARTICOLI E RIFLESSIONI  

DELITTO DI RUBIERA IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE: «LA SENTENZA È SEVERA»
Di Tiziano Soresina

Francesco Caruso risponde alle critiche sull’entità della condanna a 20 anni di Ivan Forte: «Basta con le pressioni». E torna sulla precedente scarcerazione: «Un errore che ha rivelato però che il carcere non era necessario»
La scia di polemiche sembra non lasciare mai il nostro tribunale quando s’affaccia il caso giudiziario che ruota attorno al delitto della 40enne Tiziana Olivieri, strangolata nell’aprile 2012 – a Fontana di Rubiera – dal convivente 28enne Ivan Forte. Nella “centrifuga” delle critiche gridate c’è ora la sentenza di condanna a vent’anni di reclusione e il fatto che l’assassino non sia entrato subito in carcere, mentre in precedenza la famiglia della vittima e il comitato “Uniti per Titti” sono insorti per l’errore del giudice che portò alla scarcerazione di Forte (“confinato” dal 7 maggio a Castrovillari con l’obbligo di firma) e poi per il rinvio del processo due settimane or sono per l’assenza, agli atti, di alcuni tabulati.
Francesco Caruso, come presidente del tribunale di Reggio, cosa risponde alle critiche “piovute” sulla sentenza emessa dal gup Angela Baraldi? «Premesso che il tribunale di Reggio ha giudici seri, scrupolosi e d’altissimo livello, dico che siamo di fronte a una sentenza severa. Il gup Baraldi non ha ritenuto provata l’aggravante dei futili motivi e spiegherà le sue ragioni nelle motivazioni della sentenza. Considerando poi che il processo si è tenuto con il rito abbreviato, che dà diritto ad uno sconto di pena di un terzo, i 20 anni di reclusione sono il risultato dell’applicazione del massimo della pena per il reato principale d’omicidio e per quelli “satelliti”. Ma voglio aggiungere che i magistrati non devono lasciarsi condizionare dalle emozioni che un certo delitto ha provocato tra i familiari o nell’opinione pubblica».
Discorsi non facili da accettare per i familiari delle vittime... «Sono comprensibili i sentimenti dei parenti o dei conoscenti delle vittime, ma la giustizia non è vendetta. Il nostro è un sistema di civiltà giuridica, da Paese civile. Il processo è tecnico, freddo, oggettivo, deve resistere alle pressioni esterne. La sentenza tiene conto delle due parti in causa e il giudice la spiega, motivandola. Per cui cerchiamo di evitare un clima da Colosseo».
Altro tasto delicato: Ivan Forte rimane fuori dal carcere e i familiari della vitima s’attendevano in aula la richiesta della misura restrittiva da parte del pm Valentina Salvi. Lei come la pensa su questo versante? «La nuova richiesta deve basarsi sul pericolo di fuga del condannato. Quindi è giusto che non sia stata fatta in aula: il pm Salvi avrebbe sbagliato se avesse agito diversamente».
Ritorniamo a sei mesi fa, a quell’errore del giudice che ha portato alla decorrenza dei termini di custodia cautelare in carcere per l’omicida. Un errore che è tornato spesso, durante il processo, nelle parole dei familiari e del comitato “Uniti per Titti”... «Alla luce di quello che è accaduto, ovvero il fatto che Forte ha rispettato rigorosamente la misura alternativa che gli è stata applicata, quell’errore non è poi stato un errore. Il carcere preventivo dovrebbe essere un’eccezione, per evitare il pericolo di fuga, la reiterazione del reato e l’inquinamento delle prove. In questo caso c’era solo il primo rischio e Forte ha dimostrato, finora, che non ha intenzione di fuggire. E poi non dimentichiamo che in Italia si sta andando verso una limitazione della carcerazione preventiva perché si continua a dire che troppe persone vanno in carcere prima di essere giudicate».
Per quell’errore venne annunciata un’ispezione ministeriale in tribunale a Reggio. E’ ancora incombente? «Ho inviato le relazioni richieste e da allora non ho avuto più notizie. Non credo vi sia un’inchiesta».
Ritiene corretto che venga applicato il rito abbreviato, con sconto di pena, nei casi omicidio? «Io lascerei le cose come stanno, perché l’ergastolo si può infliggere anche con il rito abbreviato, facendo valere determinate aggravanti».

6/11/13 – Gazzetta di Reggio Emilia


“MA QUALE COLOSSEO. DOVE' IL RISPETTO DELLE VITTIME”
di Novara Flavio e Alessandro Arrighi*

Non c'è che dire questo processo è cominciato male e sta finendo peggio. Manca solo che l'imputato, Ivan Forte, scappi in qualche paese del Sud America e la questione è completa.
Ci mancavano anche le dichiarazione del dott. Francesco Caruso, presidente del tribunale di Reggio Emilia per farci superare lo sgomento e scaturire la nostra rabbia. Perchè le sue parole sono incredibili, certamente schiette ed oggettive rispetto all'applicazione della legge, ma incomprensibili per il valore sociale attribuibile alla stessa. Quello che sostiene il dott. Caruso, su cui noi non ci siamo mai scagliati in riconoscimento dei molti altri processi scomodi sostenuti, è ancora una volta che la Giustizia di questo paese non considera la vita dei suoi cittadini, il bene primario, il più prezioso. Un principio fondamentale che va difeso sopra tutto. Com'è possibile accusarci di cercare vendetta quando a più riprese abbiamo chiesto solo giustizia? Se “Il nostro è un sistema di civiltà giuridica, da Paese civile” come è possibile considerare un omicida alla stregua di un comunissimo borseggiatore? Ma quale “evitare un clima da Colosseo” siete voi che lo volete e avete provocato questo clima. Con la superficialità con cui avete permesso che un assassino possa girare indisturbato a causa di un vostro errore. E avete anche il coraggio di definire che “quell’errore non è poi stato un errore” perché “il Forte ha rispettato rigorosamente la misura alternativa che gli è stata applicata”?
Qui non si tratta di vendetta ma di Giustizia, che non si amministra solo con una sentenza a 20 anni che, attraverso lo sconto previsto di 46 giorni ogni 6 mesi per buona condotta, rimarrebbero al massimo 7 anni.
Noi vi abbiamo sempre rispettato anche quando avete commesso degli errori gravi attribuiti alle vostre scarse risorse ma ciò che avete fatto è permettere che un assassino possa girare per la città solo perché “ha dimostrato, finora, che non ha intenzione di fuggire”. E poi se davvero in Italia, come lei afferma, “non dimentichiamo si sta andando verso una limitazione della carcerazione preventiva perché si continua a dire che troppe persone vanno in carcere prima di essere giudicate” , cosa centra questo con Ivan Forte che è stato condannato a 20 anni di carcere per accertato e confesso omicidio di Tiziana? Come si può considerare, anche giuridicamente, un omicidio alla stregua di un comune reato contro il patrimonio, considerando, inoltre, che il Forte, come sostenuto dalla difesa, avrebbe un difetto genetico che lo condurrebbe a facile reazioni violente? Non è forse allora un pericolo per la comunità?
Come si può anche per questo, permettere che Ivan possa andare al mare mentre una famiglia che reagisce a uno sfratto a causa del mancato pagamento di un debito alle banche viene rinchiusa per mesi? Per non parlare poi del trattamento riservato ad un cittadino extracomunitario che vuole migliorare la propria vita scappando anche dalla guerra e dalla fame, che viene dimenticato rinchiuso nei CEI perché in attesa d'identificazione?
Voi continuate a gestire la Giustizia come dei burocrati che non tengono conto minimamente delle reazioni sociali e delle conseguenze che queste possono avere sulla cultura disfattista ed egoista che ormai da troppi anni domina incontrastata questo paese. Un Far West di sopraffazione e dominio del più forte sul più debole. Per voi è più utile colpire con il carcere manifestanti NO TAV, omettere terre inquinate dalla mafia che uccidono o essere complici di quelli che caricano con lacrimogeni e manganelli i lavoratori in sciopero per un pezzo di pane, che incarcerare assassini.
Comprendiamo che forse la legge vigente ha dei limiti ma voi avete però la possibilità di interpretarla al meglio nel rispetto di noi cittadini. Siete o non siete un organo indipendente come previsto dalla nostra Costituzione? E allora chiedete al vostro Consiglio Superiore della Magistratura di esprimersi in merito all'assurdità che venga applicato il rito abbreviato anche nei casi di omicidio, per via della riduzione della pena e che sia inammissibile la possibilità di scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare per un omicida reo confesso o colto in flagranza di reato. Denunciate l'assurdo di questo Governo che nel decreto contro il femminicidio ha inserito norme repressive che nulla hanno a che fare con questa tragedia sociale.
Come può ben vedere noi non siamo un comitato di forcaioli e lo ripetiamo: un assassino non può girare indisturbato.
Chiedere ai cittadini di operare in rispetto della Legge implica vicendevolmente il loro Diritto di pretendere pari Giustizia. Ciò che troppo spesso non avviene. Se non volete un clima da Colosseo, non basta dirlo. Scendete dal palco di quell'arena e provate a comprendere il dolore e l'assurdità del vostro agire. Provate ad entrare nei cuori di quelli che nella sabbia di questo circo quotidianamente combattono per sopravvivere. E provate finalmente a non mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, tutelando molto più i primi. Comprendiamo le vostre difficoltà nel svolgere il vostro lavoro ma se non riuscite ad agire in modo Democratico e paritetico, bloccate le Procure e chiedete Vera Giustizia e l'applicazione del pari diritto sancito dalla nostra Costituzione. Anche se questo significa smettete di essere complici di quei politici che su questo stato delle cose, stanno mantenendo il loro potere e difendendo il “diritto dei pochi”. Fatelo e vedrete che noi cittadini non vi criticheremo e saremo al vostro fianco.

* Comitato Uniti per Titti
7/11/13


PROCESSO OLIVIERI: FINALMENTE CONDANNA?
Novara Flavio e Alessandro Arrighi

 

Lunedì 4 Novembre 2013 salvo altri errori, omissioni o sparizioni di documenti, la vicenda dell’omicidio di Tiziana Olivieri, uccisa dal suo compagno Ivan Forte, che ricordiamo reo confesso dopo aver tentato con il fuoco di occultare l'omicidio, dovrebbe volgere finalmente al termine. Almeno alla conclusione, con sentenza in primo grado, di condanna del Forte al massimo della pena. Un omicidio, è bene ricordarlo, “per futili motivi” che ha privato Nicolò di soli 11 mesi della propria madre. Una condanna che speriamo le istituzioni non deludano, esemplare per tutti noi e per tutti coloro che hanno seguito questa triste vicenda, in particolare per la famiglia di Tiziana da troppo tempo sfiduciata soprattutto nei confronti delle istituzioni stesse.
Noi del comitato “Uniti per Titti“ fino ad oggi ci siamo battuti al fianco della madre Rossella e del fratello Alessandro per non farli sentir soli. Abbiamo cercato di dare risalto mediatico e politico a questo barbaro e macabro caso di omicidio che ha colpito la nostra comunità e nel profondo ogni membro del nostro comitato, senza mai attaccare le istituzioni, che con i loro errori hanno reso un caso apparentemente semplice (il Forte non ha mai ritrattato la propria colpevolezza) in un caso terribilmente complesso.
Ci sono per esempio punti, alcuni di natura attribuibili al processo ed altri al ruolo della Procura e degli organi del Tribunale di Reggio Emilia, su cui sarebbe bene soffermarsi.
Innanzitutto le precedenti udienze hanno evidenziato, secondo quanto emerso dalle dichiarazioni degli avvocati o parenti presenti in aula, un ruolo di Tiziana alquanto discutibile.
Nefandezze che noi del Comitato non possiamo accettare. Proprio per quel forte senso di giustizia che ci ha spinto ad unirci in un Comitato in difesa del diritto sancito dalla nostra Costituzione che prevede pari Giustizia a tutti i cittadini. Non possiamo accettare fandonie come quelle trapelate dalla camera di consiglio del processo, dove si afferma che Tiziana prevaricava e umiliava continuamente il suo compagno addirittura accusandolo di provenire dal sud, quando le origini stesse di Tiziana certamente non erano Altoatesine. Un atteggiamento razzista che non si addice certo al profilo educativo di Tiziana.

Curioso anche il cambio di movente dell'omicidio che è passato dal banale litigio sul luogo dove passare le ferie quell’anno, con i genitori di lui o in Romagna, come dichiarato dal Forte nella sua confessione, ad un atto di violenza che Tiziana avrebbe perpetrato ai danni del piccolo Nicolò. Ovvero gettare il bambino a terra dopo l'ennesima lite. Una dichiarazione questa rilasciata anche dall'avvocato Lombardi non solo ai giornali ma anche ad Alessandro, membro del nostro Comitato, che sarebbe confermata “dal certificato del medico che ha visitato Nicolò dopo l'accaduto e ha accertato presenze di ecchimosi”.  Insomma quasi ad affermare, mentre si accendeva la sua immancabile pipa, “chi non lo avrebbe fatto?”.
Peccato che da una nostra personale indagine scopriamo che esiste veramente il certificato del pronto soccorso redatto quella stessa notte dal medico che ha visitato Nicolò, ma che del trauma in questione non vi è alcuna traccia. Gli atti in nostro possesso affermano nessuna presenza di ecchimosi ma il valore di “CPK elevato, che va interpretato alla luce della storia clinica del piccolo che da pochi giorni ha iniziato a fare i primi passi e conseguentemente cade spesso” (note del medico Riva Marika riportate sul certificato).
Chi ha dato questa informazione ai medici se non il Forte stesso dato che Tiziana era già stata uccisa? Inoltre chiunque si occupi o abbia un minimo di basi mediche, sa che basta fare di corsa due volte una scala senza essere allenati o per un bambino cadere sul sedere una volta sola, che il valore di CPK si elevi al massimo.
Per  non parlare poi dell'altra, a nostro avviso, assurdità medica non confutata in toto, espressa agli atti dall'avvocato Lombardi riguardo alla perizia medica che avrebbe accertato un “difetto genetico” nel Forte, come causa d'aggressione. Speriamo che il processo riesca a fare chiarezza su tutto questo, convocando esperti non solo di parte.
C'è un altra questione in questo processo che ci lascia perplessi. E' il comportamento della Procura e del Tribunale di Reggio Emilia.
Il 23 ottobre 2013, mentre tutto il comitato era presente in diligente silenzio davanti all’aula del tribunale, attendendo di conoscere la sentenza, arriva l’ennesima doccia fredda: “rinvio dell’udienza“ perché miracolosamente riappaiono i tabulati telefonici che non erano stati inseriti nel fascicolo durante la prima udienza conoscitiva.
Come è possibile che una Procura che aveva con grave responsabilità permesso la scarcerazione dell'assassino per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, abbia permesso con allucinante superficialità di rinviare l'udienza al 4 novembre per la mancanza dei documenti? Non era bastato al GIP o chi per esso, il rinvio a causa dell'adesione allo sciopero degli avvocati indetto il 8 luglio che aveva fatto slittare l'udienza al 23 di settembre, per controllare la presenza dei documenti necessari? Non è bastato lo sconcerto dell'opinione pubblica e la pressione mediatica esercitata dai mezzi di comunicazione riguardo questo primario errore, la scarcerazione del Forte, per aumentare l'attenzione verso questo processo? Non osiamo pensare come devono essere trattati gli altri processi che non “godono” a loro malgrado, di tale attenzione.
E allora ci viene un dubbio: non è che su questo processo si sta giocando una “questione politica” tutta interna al Tribunale stesso che vede i soggetti giuridici direttamente coinvolti? Un tentativo di mettere in cattiva luce il PM o il GIP o viceversa qualcuno all'interno delle Procura per assecondare o promuovere altri al loro posto? E ancora, come mai per costruire un'immagine corretta di Tiziana e così fronteggiare la possibile costruzione di una macchina del fango nei confronti della nostra amica, il PM non ha sentito o convocato nessun collega o amica della vittima?
Non vorremmo mai che questa superficialità della Procura, alla fine sia utilizzata per confondere il reale obiettivo o guadagnar tempo per consentire all'imputato di costruirsi un'onorabilità che non può e non deve essere concessa. O peggio poter usufruire di numerosi rinvii che nel corso dei tre gradi di giudizio possano condurre ad una sua scarcerazione per prescrizione del reato.
Noi del Comitato vogliamo giustizia, lo ribadiamo, non vendetta. Non è questo che anima il nostro cuore e crediamo che di tutte le parole, il nostro pensiero stia nell'appello del nostro Alessandro Arrighi, che per la prima volta e a titolo prettamente personale si rivolge ad Ivan Forte:
“Se come trapelato anche dalle affermazioni del tuo avvocato, che però io ritengo non più attendibile, tu sei veramente pentito, prova a riflettere sul fatto che in futuro potresti trovarti di fronte ad un ragazzo, tuo figlio, che ti chiederà spiegazioni; che vorrà sapere perchè oltre ad aver assassinato sua madre hai voluto ulteriormente infangare la sua memoria. Non credi che questo sia davvero troppo? Mostra, invece, un minimo di umanità e restituisci la dignità che merita alla tua vittima, una volta tua compagna. Supera veramente il tuo gesto scellerato! Dichiara la verità e ritira le tue affermazioni che infangano la sua memoria. Accetta la tua condanna e sconta la tua pena. Se veramente le hai voluto bene credo che almeno questo tu lo debba a lei e a tutti noi.

1/11/13


 

ANTIFEMMINICIDIO: UNA LEGGE CHE NON CI PIACE
di Marina Zenobio e Tania La Tella*

Con troppo facile entusiasmo era stato accolto il decreto legge 93/2013 “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”, varato dal governo Letta in pieno agosto, successivamente modificato e diventato legge lo scorso 11 ottobre.
Un entusiasmo che non avevamo fin da subito condiviso, noi come molte altre donne e associazioni, non solo nello specifico “per il contrasto della violenza di genere”, ma anche perché inserito in un dispositivo complessivo a forte impronta securitaria e che dà ulteriore potere al sistema di controllo poliziesco.
Il riferimento è al Capo II del decreto che recita testualmente “Norme in materia di sicurezza per lo sviluppo, di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e per la prevenzione e il contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale” e l’articolo 7 con le sue “Disposizioni in materia di arresto in flagranza in occasione di manifestazioni sportive e per il contrasto alle rapine, nonché in materia di concorso delle forze armate nel controllo del territorio” che sembra scritto ad hoc per tentare di bloccare quelli che il governo definisce, appunto, “fenomeni di particolare allarme sociale” come, tanto per fare alcuni esempi, la lotta dei No Tav, dei No MUOS, No Ponte, e così via.
Vien da pensarlo come un pacchetto sicurezza che si trascina dietro un aspro sapore di “strategia della tensione”. L’articolo 7 del Capo II è stato approvato senza emendamenti sostanziali e non ci piace un pot-pourri con cui il governo ha messo insieme norme antifemminicidio e norme per reprimere il dissenso.
Per quanto riguarda invece lo specifico del “contrasto alla violenza di genere”, dobbiamo dire che nella legge approvata si sono evidenziate modifiche importanti e positive rispetto al Decreto iniziale. Tali modifiche si devono all’impegno e alla determinazione delle associazioni di donne, in particolare di DI.RE. -Donne in rete contro la violenza alle donne -, di cui fanno parte più di 60 centri antiviolenza distribuiti su tutto il territorio nazionale.
La “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, meglio nota come “Convenzione di Istanbul”, chiede ai governi impegni radicali nella lotta contro la violenza di genere, impegni e misure che devono affrontare, nell’ordine, la Prevenzione, la Protezione e solo infine la Punizione, le tre P.
In Italia, il lavoro di Prevenzione e Protezione è portato avanti, da quasi venti anni, da un centinaio tra centri antiviolenza e case rifugio, con estrema difficoltà per la costante carenza di fondi. Ciò nonostante di essi non vi era alcun cenno nel D.L. 93/2013, prevalentemente incentrato a sviluppare la terza P, ossia la “Punizione”. Come se una legge pensata solo per punire i responsabili potesse davvero rappresentare un deterrente alla violenza maschile contro le donne; una legge applicata all’interno di un contesto – politico, economico e culturale – in cui le donne continuano ad essere discriminate e vittime di stereotipi duri a morire.
Quello che abbiamo chiesto è il riconoscimento del ruolo dei centri antiviolenza, del loro bagaglio culturale e politico, una legge che preveda un adeguato sostegno finanziario e l’istituzione di un comitato nazionale sulla violenza di genere, al fine di garantire un coordinamento delle attività di prevenzione e contrasto della violenza su tutto il territorio nazionale, nonché il monitoraggio del fenomeno. Ad oggi, gli unici dati sul femminicidio si devono, ancora una volta, al lavoro dei centri antiviolenza; è a loro che si rivolgono i media o altri organismi per conoscere le dimensioni del fenomeno.
Solo in parte abbiamo ottenuto quanto richiesto perché nella legge approvata rimangono pur sempre dei punti molto criticabili. Come l’articolo 5, che fa riferimento all’elaborazione di un “Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Purtroppo di straordinario nella violenza maschile contro le donne c’è ben poco, non è una emergenza in quanto è un dato strutturale della nostra società che non può essere affrontato con misure straordinarie. Inoltre la Legge fa rientrare il “contrasto alla violenza di genere” in un pacchetto in cui la donna è dichiarata come “soggetto debole” da tutelare persino da se stessa, togliendole finanche il diritto di autodeterminazione, laddove le impedisce di revocare la querela.
Il governo continua a voler ignorare che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato. Pur dando per buono che l’irrevocabilità della querela sia stata introdotta con l’intento di proteggere la donna da eventuali minacce o ritorsioni, si tratta pur sempre di “una responsabilità che al momento lo Stato non è in grado di assumersi” perché non è ancora in grado di tutelare la vittima. Non ne è in grado sia in termini di sicurezza personale della donna, sia per l’indisponibilità immediata di risorse dirette a favorire un reale percorso di uscita dalla violenza. In pratica non esiste ancora in Italia un sistema di protezione efficace per le donne vittime di violenza e, di conseguenza, per i figli minori. Un sistema di protezione per essere veramente efficace dovrebbe prevedere l’esistenza di una rete radicata, funzionante ed estesa su tutto il territorio nazionale, un numero di centri antiviolenza e case rifugio proporzionato alla popolazione e adeguatamente finanziato e, soprattutto misure concrete di sostegno per le donne, vale a dire: casa e lavoro. In mancanza di tutto questo l’introduzione dell’irrevocabilità della querela può rivelarsi un boomerang perché le donne, non avendo certezza del loro futuro e sapendo che una volta presentata la denuncia non possono più tornare indietro, rinunceranno a sporgere denuncia e la violenza da loro subita non rientrerà neanche più nei dati statistici.
Adesso che anche l’Italia ha la sua legge contro la violenza di genere i politici si dicono soddisfatti. Noi aspettiamo invece di vederne l’applicazione, la reale distribuzione dei finanziamenti destinati ai centri antiviolenza e le sua modalità di attuazione.
Continuiamo ad essere convinte che non si può affrontare un problema strutturale come quello della violenza sulle donne e sui minori, attraverso una legge “emergenziale”. Il femminicidio, come estremo drammatico atto, e la violenza contro le donne nella sua complessità, è un fenomeno radicato nella società e in una cultura inzuppata dal dominio del genere maschile (siamo vetere se lo definiamo patriarcato?) Se si vuole realmente “contrastare la violenza maschile contro le donne” è necessario affrontare il fenomeno sia da un punto di vista culturale che attraverso una serie di investimenti economici mirati. Lavorare in primo luogo sulla prevenzione – portando nelle scuole contenuti che mettano in discussione gli stereotipi sia maschili che femminili – e sulla protezione – puntando su un programma di protezione delle vittime, accompagnarle nel percorso di uscita dalla violenza, tutelarne l’incolumità a partire dalla denuncia e mettere a loro disposizione strumenti concreti: casa e lavoro.

* (Ass. “Donne in genere” / Centro antiviolenza “Donna L.I.S.A”)

Tratto da:

http://anticapitalista.org/2013/10/26/antifemminicidio-una-legge-che-non-ci-piace/

26 ottobre 2013


VITTIMA CARNEFICE
di Flavio Novara

 

In risposta all'articolo pubblicato (leggi) il 5 ottobre 2013 sul Resto del Carlino - Modena

Certamente il processo a carico di Ivan Forte per l'omicidio di Tiziana Olivieri, da lui strangolata dopo l'ennesima discussione, ha fatto più scalpore per il suo rilascio, a causa di un errore procedurale che ha portato alla scadenza dei termini di carcerazione preventiva, che per l'assassinio stesso dell'ennesima donna che aveva deciso di ribellarsi a uno stato inaccettabile di convivenza.

Un dramma sociale che anche con le altre purtroppo “tante Tiziana”sembra ormai entrata nella gestione quotidiana della violenza. Pura e semplice descrizione macabra di cronaca nera. Un bollettino di guerra sociale mai dichiarata ma che produce inesorabilmente le sue inevitabili vittime.
Questo sembra emergere dalle dichiarazione rilasciate a questo giornale da Fabio Lombardi, avvocato difensore di Ivan Forte, l'assassino di Tiziana.
Le parole certo possono ferire più di una lama ma è bene che chiamiamo le “cose e i fatti” con il loro giusto nome. Soprattutto per la responsabilità sociale che a volte siano, volenti o non, costretti a sostenere.
Dobbiamo innanzitutto smetterla di paragonare le vittime ai loro carnefici o peggio giustificare azioni violente e omicide come gesti di eccesso d'amore o sfoghi da eccessiva pressione psicologica. Attaccando magari pubblicamente le dichiarazioni di una madre che, caro avvocato Lombardi, le ricordo ha perso una figlia. Il bene più prezioso che possa essere donato a una famiglia. Ivan è anche lui un figlio e non oso pensare, e me ne dispiaccio, il rammarico dei suoi genitori, i loro interrogativi e forse anche il senso di colpa che li può attanagliare in questo momento. Ma il fatto resta: un omicidio che deve essere punito e due famiglie distrutte. Una donna uccisa e un bambino senza madre a causa di suo padre. Una tragedia che nessun pianto in aula o atteggiamento giustificativo, anche da lei sostenuto, riporterà in vita Tiziana.
Come si fa a giustificare il suo gesto e il suo non ricordare come “normali conseguenze del raptus che lo ha colto a causa di un prolungato accumulo di aggressività nella dinamica del rapporto di coppia”.  Potrebbe anche essere ma non bastano singhiozzi senza lacrime in aula per rappresentare un pentimento. Non bastano mortificazioni senza scuse rivolte pubblicamente alla madre e al fratello di Tiziana. Non basta rivendicare un diritto di sangue verso il proprio figlio senza preoccuparsi delle conseguenze dell'assassinio di sua madre.
Vede caro avvocato, comprendo ma non posso giustificare le sue dichiarazioni fatte con la volontà di riprendere la mamma di Tiziana perché, se no, noi abbiamo tutto il diritto di sostenere ed interpretare che quegli atteggiamenti del Forte, al contrario di voi difensori, sono figli della paura della giustizia, del possibile riconoscimento del massimo della pena che, mi perdoni, si conviene a chi dopo aver ucciso Tiziana, ha inscenato un incidente cercando di omettere con il fuoco, tale efferato delitto.
Come si fa a credere alle dichiarazioni di chi l'ha uccisa, che Tiziana avesse “gettato a terra il bambino” e “La sua rabbia è poi esplosa”. Perchè, caro avvocato, non convoca a testimoniare tutte le amiche di Tiziana, i genitori dei bambini che frequentano l'asilo di Nicolò, i colleghi di lavoro o i suoi vicini di casa, su come Tiziana desiderasse quel figlio e su come lo amasse?
Se si gira tra le celle e si parla con i detenuti, tutti dichiarano di essere innocenti o di essere stati fregati da qualcun'altro. Oggi è certamente giunto il momento di interrogarsi sulla violenza sociale, sulla superficialità con cui la si utilizza legalmente la violenza contro altri popoli attraverso l'uso della guerra umanitaria ma credo anche, che sia veramente giunto il momento di applicare davvero la “giusta pena” a chi commette un grave reato come l'omicidio. E questo lo si può ottenere solo smettendo di considerare i carnefici vittime, alla stregua delle “vere” vittime ormai non più in vita.
6/10/13


OLTRE LA VIOLENZA SUL FEMMINICIDIO
di Novara Flavio


Continua come una mattanza, la violenza sulle donne. Non importa se siano ragazze, figlie, madri, mogli o conviventi, la mano violenta dell’uomo come una scure si abbatte su di loro senza pietà e rispetto. Non un gesto di “estremo amore” come molto furbescamente e odiosamente media e avvocati difensori più volte vogliono far credere, ma con quell’odio punitivo e repressivo che distrugge tutto ciò che li circonda.
Inutile elencare gli ultimi fatti e la gravità delle sempre nuove forme di repressione e violenza psicologica esercitata all’interno della cosiddetta “famiglia”. E’ ora di cominciare a riflettere “oltre” la violenza sul femminicidio, relegata ad un dibattito basato solo sullo scontro di genere. E’ giunto il momento di pensare seriamente alla “violenza in termine sociale” e quale legge sia giusto applicare per porre un forte argine a questo dilagante scempio.

Non possiamo infatti, rimanere inermi sia culturalmente che penalmente di fronte a due bambini bruciati vivi forse dal padre come ennesima punizione inflitta ai figli per colpire la moglie.
Non un azione di violenta pazzia, ma pura volontà distruttiva. Una azione volontaria per infliggere  alla madre dei suoi figli, colpevole solo di voler rompere il rapporto con lui, una pena infinita.
Una sorta di Medea maschile, che non ha pietà per nessuno. Non conosce dolore e affetto. Solo amore verso se stesso che dovrebbe chiamare odio.

Proprio per questo credo che la questione sia innanzitutto culturale e politica, come chiaramente esprimono politici e sociologi e che vi sia un forte legame tra il valore della donna nella società odierna, rappresentata non solo in termini produttivi o sociali ma anche di riconoscimento a pari diritto.
Il valore della donna e del suo rapporto nella società con l'uso simbolico del suo corpo, esasperata da anni di berlusconismo che hanno contribuito a collocare ed utilizzato la figura femminile solo in termine culturale liberal consumistico. Non solo dal punto di vista pubblicitario ma propriamente sessuale.
Il valore della donna come definizione storico culturale religioso, riproposto attraverso un forte e nuovo attacco alla legge sull'aborto, gravidanza assistita etc.
Invertire la rotta non sarà facile perchè, questi tre “valori” inespressi nel rispetto della donna, sono perfettamente in linea con le attuali leggi e con il libero pensare comune.

Anche i media non aiutano. Basti osservare le puntate di una qualsiasi trasmissione di produzione USA, su uno dei canali maggiormente seguiti dai giovani, dove si propongono adolescenti che comunicano tra loro principalmente attraverso l'uso del sesso, non solo espressivo ma fisico. Non è infatti un caso limite sentire, in un telefilm trasmesso da MTV nel primo pomeriggio, espressioni del tipo “... non capisco perchè Mark non voglia stare con me, gli ho anche fatto un p.... l'altra sera?”. Nella vita quotidiana però troviamo situazioni apparentemente limiti ma emblematiche e purtroppo non uniche, come quella di Carmela Cirella Frassanito (http://www.iosocarmela.net/) di Trapani violentata a 13 anni da un gruppo, successivamente rinchiusa per essere curata con psicofarmaci perchè considerata instabile e poi finita suicida nel 2007. Peccato che i suoi  violentatori siano stati condannati solo a 15 mesi di lavori presso una struttura per anziani.
Come per uguale soluzione, il coraggio di una quattordicenne di Montaltro di Castro (LINK) che ha denunciato di aver subito uno stupro da otto ragazzi perchè “aveva la minigonna”, è stata premiata, dopo 6 anni, con la condanna dei suoi aguzzini a due anni e mezzo di messa in prova presso una struttura per donne.

Difronte a tutto questo, come possiamo allora esimerci dal parlare di Violenza e di Giustizia?
Se non affrontiamo il tema delle violenza in termine sociale come risoluzione dei problemi estremi, non possiamo pensare di risolvere questo fenomeno solo attraverso la repressione e la punizione a norma di legge.
Come possiamo non sottovalutare il ruolo culturale che ha avuto, dagli inizi degli anni 90' e mai concluso, l'accettazione della Guerra come metodo di soluzione dei contenziosi tra i popoli o come strumento di propaganda attiva per esportare la democrazia. Un azione reale,  che ancora una volta ha contribuito ad invertire il processo culturale attuato contro la violenza, iniziato al termine della seconda guerra mondiale.
Non è infatti un caso se proprio nella convenzione di Istanbul, da poco ratificata anche dal Parlamento italiano, si parla espressamente di PACE. I legislatori hanno inserito questi principi proprio perchè hanno compreso il legame esistente tra difesa della Pace e riduzione della Violenza. (leggi alkemia).
Anche la crisi economica e i processi di conflitto sociale non espressi e subiti all'interno dei luoghi di lavoro e nella società, sono portatrici di violenza. Come la mancanza di sicurezza sociale e prospettiva per il futuro, sono portatrici di quella stesa violenza che, inconscia o non inconscia, si esprime con azioni di sopraffazione verso i più deboli o come tali giudicati. Ancor peggio, contro chi oltremodo, non è disposto ad accettare sottomissioni o si permette di rivendicare una sua identità umana e sociale.

E' tutta questa precarietà che contribuisce a scaricare violenza all'interno del nucleo familiare, soprattutto in quelle realtà già di per se instabili. Proprio in quella stessa famiglia da sempre definita, culturalmente e cattolicamente, luogo necessariamente stabile e sicuro.

Per questo credo sia riduttivo pensare, come alcuni fanno, che l'aumento della violenza sulle donne sia solo riconducibile a una questione di rapporto culturale tra uomo e donna.
Invertire la rotta non si può ottenere solo attraverso leggi, oggi però necessarie, più restrittive ed indirizzate a ridurre il  conflitto uomo contro donna.
Sono necessarie anche azioni concrete che abbraccino tutto l'arco istituzionale e giuridico. Come la formazione di addetti e centri per l'ascolto del disagio, l'eliminazione della scarcerazione per scadenza del termine di carcerazione preventiva per assassini reo confessi o colti in flagranza di reato e parallelamente, una seria politica di recupero della popolazione carceraria che deve tener conto delle giusti condizioni di detenzione, della possibilità di utilizzare lavori socialmente utili per stimolare la loro reintegrazione in una società sempre più globalizzata nei consumi ma che non ridistribuisce più ricchezza ma, al contrario la sta sempre più concentrando in poche mani.
Quelle stesse mani che, per difendere il proprio potere economico, militare e politico, continueranno ad esercitare ed utilizzare la violenza come metodo dissuasivo di opposizione nei confronti di chi rivendichi libertà, uguaglianza e democrazia.

17/07/13


UNA PROSTA PER FERMARE IL FEMMINICIDIO
di Simonetta Agnello Hornby da La Stampa, 30 maggio 2013

 

Nel 1909 la contessa Giulia Trigona, dama di corte della regina Elena, all’età di trentadue anni fu accoltellata e sgozzata dall’amante trentenne in una camera d’albergo accanto alla stazione Termini. L’omicida tentò poi di suicidarsi – con un’arma più nobile: una pistola, oggi esposta al Museo del crimine di Roma – e, dopo essere stato condannato all’ergastolo, nel 1942 meritò il perdono reale, su richiesta di Mussolini: morì sette anni dopo nel suo letto, accudito dalla domestica che aveva nel frattempo sposato.
Per la notorietà e il rango dei personaggi coinvolti la notizia divenne di dominio pubblico come un fatto raro, invece la violenza c’era anche allora, e in tutti gli strati sociali. Tanta. Solo che la vergogna delle vittime e il desiderio della gente di non sapere la coprivano di un silenzio di perbenismo. Che io chiamo omertà.
Ho incontrato la violenza domestica all’età di cinque anni. A Siculiana, guardavo dal balcone della cucina – insieme alle cameriere – un ubriacone che la sera tornava nel vicolo in cui viveva. I vicini lo aspettavano per assistere al rito che si ripeteva sempre uguale: assaliva la moglie, lei urlava, chiedeva aiuto, poi i colpi, poi lei cadeva. A quel punto, come seguendo un copione, gli astanti, in coro, chiedevano clemenza, accusavano e commiseravano. I figli piccoli restavano muti. Il teatro della violenza.
Oggi basta un clic per accedere a violenze ben peggiori.
A ventun anni ho visto le ferite e i lividi sul corpo di una cliente dello studio di affari in cui lavoravo, una donna ricca, coperta di regali da un marito che – diceva lei – la adorava. Da allora ascolto con sospetto chi mi dice senza motivo di essere felice.
In veste di avvocato ho visto tanta altra violenza. L’ho guardata negli occhi. Occhi sfuggenti. Dalla verità, dalla responsabilità e dalla giustizia. Non è più tollerabile. Le donne che la subiscono hanno il diritto di dire «no», «basta», ad alta voce. Eppure tante non ne hanno la forza. Il pudore e la vergogna le ammutoliscono. Il loro silenzio è aiutato dalla riluttanza degli altri a lasciarsi coinvolgere e dalla mancanza di un approccio olistico da parte degli enti che dovrebbero assistere loro e le loro famiglie – i figli tendono a ricadere nei ruoli dei genitori: chi vittima e chi aggressore.
La donna che ogni sera attende il ritorno del suo uomo con un misto di terrore e ansia, ma anche la speranza che per una volta lui la risparmi, dev’essere incoraggiata a parlare: può essere aiutata a uscire da quell’inferno. È per questo che ho scritto «Il male che si deve raccontare». Racconto le storie delle mie clienti vittime di violenza e porto la speranza che cambiare vita si può.
Il 29 maggio, il presidente della Camera Boldrini ha incontrato Patricia Scotland, inglese e pari del Regno che da ministro laburista ha sensibilizzato i ministeri di Giustizia e degli Interni e i datori di lavoro sul tema della violenza domestica. Scotland ha dimostrato, dati alla mano, che la violenza domestica può essere sconfitta, vite possono essere salvate e madri e figli possono ricominciare a vivere senza paura. Il suo metodo, semplice ed efficace, migliora l’accoglienza delle donne da parte di enti del welfare e del sociale e della polizia, sensibilizza i datori di lavoro e crea un sistema olistico di sostegno per le donne e i figli tramite un tutor che rimane in carica per tre mesi. Questo ha contribuito a contenere sensibilmente la violenza domestica nel Regno Unito. Scotland ha capito come nessun altro l’immensa solitudine e la paura della vittima – isolata, senza denaro, incapace di gestire la quotidianità e le pratiche burocratiche. E ha capito il danno che subiscono i figli, testimoni, vittime anch’essi e futuri aggressori: due terzi dei minori autori di reato hanno avuto esperienza di violenza domestica, e la percentuale tende a salire. Il tutor coordinerà gli interventi dei servizi compilando un documento per stabilire il livello di rischio: lo stesso giorno il caso sarà portato a una riunione dei servizi che provvederà all’immediato necessario, secondo il livello di rischio. La vittima e la sua famiglia sapranno che per i successivi tre mesi riceveranno aiuto. La recidività delle vittime è diminuita del cinquanta per cento e le condanne sono aumentate. Nella sola Londra le morti sono diminuite da 49 a 5, anche con il concorso dei datori di lavoro delle vittime, che hanno formato la Corporate Alliance Against Domestic Violence (Caadv), una onlus di settecento aziende che sostengono le dipendenti vittime di violenza e di stalking attraverso pratiche efficaci e personale addestrato. Dal 2005, il costo nazionale del mancato lavoro delle donne è diminuito da 2700 milioni a 1900 milioni di sterline.
Il metodo Scotland, adattato alla realtà italiana, può essere usato come un punto di partenza. Ora è il fulcro della Eliminating Domestic Violence Global Foundation, creata nel 2011 e fonte di ispirazione in molti Paesi.
La violenza domestica si può debellare, ma ci sono altri nemici: il pessimismo, la sfiducia e quasi la paura di sperare. Nel Regno Unito la Scotland ha fatto tutto da sola, le donne non sono scese in piazza come in Italia. Noi dunque siamo avvantaggiati, ma adesso è importante che tutte le donne facciano fronte unico contro la violenza, anche con gli uomini – anche gli uomini sono vittime e possono cambiare.
Spero che il libro serva. È un tributo ai miei clienti inglesi e ai miei lettori italiani: lo meritano. Grazie alla generosità della casa editrice, il ricavato delle vendite – inclusi i nostri diritti d’autore – finanzierà la sezione italiana di Edv.
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