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Documenti di approfondimento » Berlino 09: I muri della vergogna  

I MURI DELLA VERGOGNA.....
di Mirca Garuti


Perché tante celebrazioni, ricordi ed analisi sulla caduta del muro di Berlino di venti anni fa e neppure una parola, un cenno, sull’esistenza di altri muri della vergogna nel mondo che continuano a dividere ed uccidere?
Ci sono muri famosi che hanno ispirato cinema e letteratura ed altri meno conosciuti, lontano dagli occhi e dalla memoria del mondo.


La costruzione del muro di Berlino iniziò il 13 agosto del 1961, quando le unità armate della Germania dell'est, interrompendo tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest, iniziarono ad innalzare un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, dividendo le famiglie in due e tagliando così  la strada tra casa - posto di lavoro - scuola e università. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che avrebbero cercato  di attraversare la zona di confine che, negli anni successivi,  fu attrezzata  con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura, con impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Nel 1989, ogni giorno sui giornali in tutta l'Europa venivano riportati i cambiamenti democratici nell'economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell'Unione Sovietica, mentre invece il tempo sembrava essersi fermato nella DDR. La gente però sembrava impaziente e cominciò a protestare e manifestare apertamente.
Furono le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest ad offrire una prima via di fuga. Cominciò infatti un vero e proprio assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Il colpo decisivo arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre, aprì i suoi confini con l'Austria. Attraverso quindi l’Ungheria e l’Austria, la strada dalla Germania dell'est verso quella dell'ovest era diventata libera, favorendo così una via di fuga inarrestabile.

Oggi, a distanza di vent’anni, si festeggia la caduta di quel muro, simbolo di una oppressione, con iniziative, mostre, proiezioni, in tutta Europa. E’ sempre doveroso ricordare la vittoria della libertà contro la divisione di un popolo, attraverso muri, fili spinati, armi, ma, è fondamentale parlare, ricordare anche delle condizioni di vita in cui versano ancora molti popoli a causa dei soprusi di altri. Ma, purtroppo, non basta abbattere fisicamente un muro per poter riacquistare una propria dignità ed il diritto di vivere, occorre molto di più.
Un vecchio proverbio recita “L’ipocrisia è l’imposta che il vizio paga alla virtù”.
Il mondo è pieno d’ipocrisia, ci si riempie la bocca di parole come libertà, democrazia e se, da una parte si festeggia la caduta di un muro, dall’altra, in silenzio,  s’innalzano uno, due, tre, quattro….. muri! 
Si costruisce per separare popoli, per impedire l’immigrazione clandestina, per creare sicurezza. Le merci, per libertà di mercato, non conoscono frontiere, possono circolare ovunque, le persone, invece, più deboli, più affamate o in guerra, non possono: devono restare dentro i loro confini. Non c’è posto per loro in questa moderna società occidentale.
In questi giorni di festa, dove si parla del valore dell’abbattimento di barriere, è doveroso ricordare tutti i muri di separazione che il mondo continua invece a mantenere in piedi.
Sarà un viaggio lungo e doloroso per molti, per altri, invece, potrà essere solo la risposta giusta ad un complicato problema.

 

Venerdì scorso, in occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, gli abitanti del piccolo villaggio palestinese Bil’in della Cisgiordania, insieme ad attivisti internazionali ed israeliani, hanno protestato contro il muro dell’apartheid che da cinque anni opprime le loro vite. I manifestanti sono arrivati vicino alle postazioni dei soldati reggendo, tra le mani, un muro di polistirolo con la scritta”Berlin 1989, Bil’in?” oppure “Non importa dove, non importa quanto alti, abbattere tutti i muri”. I dimostranti con i loro cori che inneggiavano alla pace sono stati, naturalmente, oggetto di lancio di lacrimogeni. Sono vent’anni che Bil’in ha subito la perdita delle sue terre,  espropriate dallo stato di Israele per la costruzione illegale delle colonie.

Il Muro d’Israele nasce il 16 giugno 2002!  Il muro d’Israele continua, non si ferma, attraversa la Cisgiordania per circa 720 chilometri. Un muro che imprigiona la gente in ghetti, che prende la terra ai palestinesi, che con i bulldozer abbatte le case e che limita e riduce le risorse economiche. Il muro iniziò come progetto politico dopo la completa invasione della Cisgiordania, nell’operazione chiamata ”Operazione scudo difensivo”.  Solo a Bil’in, dei 40.000 ettari rimasti dopo la costruzione delle colonie, il muro ne ha annessi più della metà. In cinque anni di protesta sono stati uccisi 23 manifestanti nel corso di manifestazioni pacifiche.
Questa notizia non è apparsa, non è stata ritenuta, evidentemente,  importante!    

Un silenzio penetrante si aggira intorno al Marocco che perpetua l’occupazione del territorio del Sahara Occidentale dal 1975. Il muro di sabbia, costruito nel deserto a partire dal 1982, è lungo 2700 chilometri e la sua altezza varia da uno a trenta metri. Un muro eretto dal Marocco per difendere la terra che ha occupato impedendo ai suoi abitanti di muoversi sulla loro stessa terra. Il popolo Saharawi ha resistito combattendo una guerra fino al 1991, da allora, vive profugo e prigioniero del deserto algerino. Il “muro della vergogna” ha tolto la dignità di vivere a questo popolo. Quelli che vivono nella parte occupata (circa 200000) possono fare solo lavori manuali a beneficio di un altro popolo e non possono manifestare liberamente il proprio dissenso, pena l’arresto, la tortura e la morte. I Sahrahawi fanno parte di una Repubblica democratica araba dei Saharawi (RASD) ed è stata riconosciuta da 82 paesi, ma l’Europa, no, nessun riconoscimento, nemmeno dalla Spagna. Sono sempre stati una moneta di scambio, offerta dalle imprese e dai paesi che comprano dal Marocco quello che vende anche se non è suo. I Saharawi, costretti a vivere solo con aiuti umanitari di altri paesi, continuano a sperare che un giorno potrà arrivare, anche per loro, la libertà di tornare alla propria terra.

Altri muri poi dividono  l’India dal Bangladesh e dal Pakistan.

Un muro di ferro e acciaio lungo 4000 chilometri dal 2006 separa l’India dal Bangladesh, la più lunga frontiera dell’Asia meridionale. In un mondo sempre più globalizzato, s’innalzano le cortine di ferro a difesa di una “sicurezza” contro il terrorismo. Ma perché siamo arrivati a tanto?

Un muro contro i kamikaze, i trafficanti di droga, di armi, contrabbandieri e immigrati clandestini.
Anche in Pakistan la situazione non è diversa, infatti la barriera qui corre lungo le montagne del Kasmir, alta tre metri e sormontata da filo spinato.
Nel 2005 per difendere  uno dei confini più lunghi del mondo sono stati impiegati 45mila soldati indiani. L’India in realtà non potrebbe erigere nessuna barriera lungo la zona franca, dove vivono migliaia di contadini. La nuova Muraglia indiana rischia di isolare 150 villaggi, “imprigionando” gli abitanti stessi. Gli indiani che hanno la sfortuna di trovarsi sulla “Zero Line” sono circa 100mila.
Attualmente il Pakistan sta costruendo una barriera di 2.400 km. per controllare la frontiera con l’Afghanistan.

Un lungo muro di silenzio invece corre nella Corea del Nord e del Sud, una possente barriera, larga 4 chilometri,  lunga 240, eretta dagli Stati Uniti e dai Sud-Coreani, a partire dal 1977.
Un militare sudcoreano, rifugiatosi al Nord nel 1980, racconta:
“Il mio compito era pattugliare la muraglia di cemento. Essa è alta da 5 a 8 metri, larga alla base da 10 a 19 metri ed alla sommità da 3 a 7 metri. Se si fosse trattato di un’opera anticarro, bastava sbarrare le strade e le pianure, invece la muraglia continua anche attraverso le montagne ed i corsi d’acqua, senza interruzione. L’ex presidente della Corea del Sud, parlando agli ufficiali si era espresso così: ‘Noi diciamo a tutti che si tratta di una misura atta prevenire la minaccia di invasione del Nord verso il Sud, ma questa è un’ipocrisia. Con la costruzione della muraglia di cemento armato noi vogliamo frenare tutti coloro che chiedono la riunificazione per farli desistere dalle loro aspirazioni’”.
Oggi sembra che la Corea del Nord e quella del Sud siano vicine ad un accordo per fare incontrare le famiglie. Si calcola infatti che siano  600.000 i sudcoreani che hanno familiari al nord e che non hanno avuto spesso l’occasione di rivederli dalla fine della guerra. Le riconciliazioni sono comunque molto brevi: due o tre giorni al massimo concesse all’inizio di ottobre 2009, come avvenne in ottobre 2007.


Nel 1994 ha avuto inizio la costruzione della barriera che divide gli Stati Uniti ed il Messico, detta anche “Muro di Tijuana”, secondo il progetto conosciuto come “Operacion Guardian”.
La barriera è fatta di lamiera metallica sagomata, alta dai due ai quattro metri, si snoda lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego. E’ dotata di illuminazione ad altissima intensità, di una rete di sensori elettronici, di strumentazione per la visione notturna, oltre ad un sistema di vigilanza permanente con autoveicoli ed elicotteri armati. Il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo 3.140 km, attraversa territori di varia conformazione, aree urbane e deserti. Il risultato di questa divisione ha portato un numero sempre maggiore di persone che hanno cercato un varco attraverso il Deserto di Sonora o il Monte Baboquivari in Arizona. Tra il 1 ottobre 2003 e il 30 aprile 2004, sono state arrestate dalla polizia di confine 660.390 persone. Secondo dati ufficiali, dal 1998 al 2004 lungo i confini tra Stati Uniti e Messico, sono morte in totale 1.954 persone. La Commissione nazionale dei diritti umani messicana nel suo rapporto, presentato alla fine di settembre 2009, a Città del Messico, riporta che negli ultimi 15 anni sono morte almeno cinque mila persone.
I cittadini statunitensi, attraverso questa barriera, possono così stare tranquilli, l’immigrazione clandestina è sotto controllo, ma tutto questo, si capisce benissimo, è solo una manovra per offrire, da una parte, sicurezza e dall’altra poter continuare a beneficiare di un continuo flusso di forza lavoro a basso costo.
L’immigrazione non si è fermata, ma solo spostata verso zone meno visibili, ma più pericolose. I clandestini, infatti, per sfuggire ai controlli attraversano il deserto dell’Arizona, dove la temperatura può arrivare fino a 50 gradi e dove il fiume ha correnti fortissime. Il numero dei decessi infatti è aumentato e le cause sono sempre o disidratazione o annegamento.
Questa barriera, per tenere fuori il “marcio”,  non solo è inutile ma è dannosa e offensiva. A cosa serve il muro? Per i clandestini? Il 99 percento degli illegali cerca solo lavoro. Per i terroristi? Quelli del’11 settembre sono entrati dal Canada. Per la droga? Ma finché ci sarà domanda, esisterà l’offerta e poi la merce arriva anche per mare o aereo.
I messicani entrano negli Usa per lavorare, studiare, comperare abbigliamento o altre cose a buon prezzo; gli americani entrano in Messico per fare benzina, comprare medicine (costano quattro volte meno) e per andare dal dentista.
Tutto continua come sempre, ma più in silenzio.  Solo i morti aumentano.

L’Europa non ha avuto solo il muro di Berlino, è responsabile, come il resto del mondo, di continue divisioni e di diritti negati.
Basta ricordare la barriera di separazione di Ceuta e Melilla, barriera fisica tra il Marocco e le città autonome spagnole di Ceuta e Melilla, per ostacolare l’immigrazione illegale.
Progettata e costruita dalla Spagna con un costo di 30 milioni di euro pagati dalla Comunità Europea, è formata da barriere parallele prima di tre metri di altezza, ora di sei, con posti di vigilanza e camminamenti per i veicoli adibiti alla sicurezza. E’ dotata, come quella americana, di una illuminazione ad alta intensità, di  una rete di sensori elettronici acustici e visibili e di un sistema di videocamere di vigilanza a circuito chiuso.
Il confine tra Spagna e Marocco è quello fisico dello Stretto di Gibilterra, ma il regno spagnolo conserva da millenni le due città che si trovano in territorio africano. Il Marocco nel 2002 ha chiesto all’Assemblea Generale della Nazioni Unite la restituzione della sovranità delle due città. La Spagna ha adottato una linea molto dura con i clandestini e paga bene il Marocco per avere una proficua collaborazione nella lotta contro l’immigrazione.

Cipro – un muro che per molti è caduto ma dove ai rifugiati politici non sono ancora riconosciuti  i loro diritti.

Il termine “linea verde”  nasce proprio  a Cipro nel 1964.  A Nicosia ci furono violenti scontri tra le comunità Turco Cipriota e Greco Cipriota. La Gran Bretagna, la potenza coloniale che per ottanta anni governò l’isola, ebbe il compito di monitorare il cessate il fuoco. Il Generale Young, in un incontro tra le parti, tracciò con un pastello  verde, sulla carta della città, una linea per stabilire un confine provvisorio tra le parti in conflitto. Questo fu solo l’inizio di una lunghissima divisione tra le parti. I Turchi occuparono stabilmente la parte settentrionale dell’isola che il governo di Ankara riconosce come Repubblica Turca di Cipro Nord, il resto del territorio, quasi il 60% dell’intera superficie, è controllato invece dai Greco Ciprioti, il cui governo è riconosciuto dalla Comunità Internazionale come il solo legittimo rappresentante di tutta la Repubblica di Cipro. Nel 2004 la Repubblica di Cipro entra nella Unione Europea, mantenendo in sospeso la parte settentrionale dell’isola. Nella primavera del 2003 le autorità turco cipriote aprono tre nuovi varchi nella linea verde, oltre a quello dell’Hotel Ledra Palace che dal 1974 era l’unico punto di passaggio. Così greci e turco ciprioti hanno ripreso a guardarsi ma ancora incapaci di comprendersi. Nicosia è una città dai due volti.
Sono passati 35 anni, ma il muro che divide in due l’isola uccide ancora.
“A Cipro, al di là dell’assistenza sanitaria gratuita, manca tutto per coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiati, afferma Doros, attivista del Kisa Center (centro formato da avvocati ed operatori sociali), non c’è una politica reale d’inserimento di queste persone. Ricevono un piccolo sussidio mensile, fanno lavoretti saltuari, ma non sono in grado di rifarsi una vita”. La gente crede a quello che i media hanno voluto far credere (non è una novità!), ossia al fatto che i richiedenti asilo sono solo bugiardi, fingono di avere alle spalle delle storie dolorose, e che, infine,  portano via il lavoro ai ciprioti.
Non c’è solo il muro a Cipro, ma, ci sono anche le mine. Il numero di incidenti, causa il terreno minato, è in crescita e, quello che preoccupa, è il fatto che succedono in zone che non sono ritenute minate da tempo.
Le spiegazioni sono tante: possono essere i trafficanti di essere umani che mettono mine per scoraggiare quelli che vorrebbero passare senza pagare loro il “pedaggio”, la polizia per rendere il confine invalicabile per i migranti, oppure, a volte capita che con il passare del tempo, le mine si spostano.
Una notizia dell’ultima ora: la Gran Bretagna è disposta a perdere 117 chilometri quadrati che includono le sue basi militari di Akrotiri e Dhekelia, per favorire la riunificazione dell’isola, a condizione che ci sia un accordo globale da ratificare con un referendum.

 

Nell’era della globalizzazione totale, la libertà fa paura.
Non ci sono, infatti,  solo muri per allontanare immigrati o terroristi, esistono anche barriere che dividono i ricchi dai poveri, come succede a Buenos Aires nel quartiere Horqueta. Per difendersi, infatti, dai poveri di Barrio della Villa Jardin, perché dicono che rubano e saccheggiano case,  è stata costruita una barriera alta tre metri e lunga quasi trecento.
Anche  Rio de Janeiro ha proposto un “murallon anti-favelas”.

Dietro quindi a tutti i muri esiste la fame che è in grado di sconfiggere ogni paura. I muri non saranno mai il fondamento per creare amicizia e rispetto tra i popoli.
Non solo è estremamente difficile abbattere questi muri, è quasi impossibile, invece,  fare crollare quelli virtuali. L’Italia non ha innalzato fisicamente nessuna barriera, ma, con il nuovo “decreto sicurezza”  e con  la sua politica dei respingimenti, dimostra di essere in linea con le direttive di tutti questi paesi.
La situazione è certamente molto difficile e preoccupante, non ci sono segnali di nessuna apertura verso il problema “immigrati”, anzi, è esattamente il contrario. Lo dimostra il fatto che, per la prima volta, i politici dell'Unione Europea hanno chiesto la creazioni di “voli di ritorno comuni”, finanziati dalla stessa Unione Europea. I voli charter sarebbero spesati da Frontex (agenzia dell'Unione incaricata della sicurezza alle frontiere). E chi avrebbe chiesto questo? L'Italia e la Francia! Il Presidente francese Nicolas  Sarkozy  ha definito questo risultato “un grande progresso” e ha inoltre proposto la creazione di guardie di frontiera europee. La sua posizione, analoga a quella del governo italiano, è ferma e precisa “Chi non ha documenti in regola, deve essere rimandato al proprio paese di origine. Con dignità, certamente, ma deve essere rimandato a casa sua”.
Ma chi scappa da guerre, soprusi, carestie, violenze come può avere documenti in regola? Non viene certo in Europa con l'aereo da turismo!! l'Europa ha perso ormai la sua tradizione di accoglienza! La gestione del diritto d'asilo è pressoché inesistente.
Di fronte a tutto questo cosa possiamo fare?
I muri non proteggono nessuno, i muri dividono, i muri uccidono, dobbiamo quindi abbatterli se vogliamo sopravvivere.

11/11/2009

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