lunedì 1 maggio 2017   
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I GIROVAGHI

di Francesco Tassi

Viaggiano su un carrozzone di legno tarlato che procede traballante per strade senza nome, senza una meta, senza un motivo. Non si sa da dove vengono e dove siano diretti, sappiamo solo che esistono,  anche se non li guardiamo mai in faccia. Camminano leggeri su questo mondo, senza lasciarsi incatenare da nessuna città e da nessuna bandiera, la loro casa è la terra intera. Quando infine si fermano, nessuno li vuole vicino, fra chi li disprezza e chi ne ha paura, e allora gli tocca partire ancora alla ricerca di un nuove (dis)avventure: sono i Girovaghi, per metà figli del vento e per metà straccioni sgangherati.

A disegnare le loro gesta è un maestro del fumetto, il modenese Massimo Bonfatti, che, in una serie di brevi strisce a fumetti, dà vita al mondo dei Girovaghi: una strampalata famiglia di nomadi, un po’ sciagurati e un po’ uomini liberi. Il Bonfa, disegnatore di Cattivik, e creatore con Claudio Nizzi dell’irreprensibile detective Leo Pulp,  questa volta ha deciso di fare un fumetto diverso, di lettura immediata e folgorante, che ha il raro pregio di fare riflettere, oltre a quello di provocare abbondanti risate. Già, perché i Girovaghi sono prima di tutto una famiglia esilarante e strampalata, decisamente agli antipodi della famiglia modello. Vivono in cinque su un carrozzone ambulante, la cui unica dotazione sono quattro ruote cigolanti, che seguono i passi del gigante Arturo, il “motore umano”  che trascina per mari e monti la raffazzonata casa-veicolo. A bordo ci sono Nando, un nomade scafato con il naso a patata, la sua (non) bella (Re)Gina e i loro vivaci figlioli, Pepe, Paprika e Rico. Nando non lavora, anche se ci ha provato con scarso successo, e Paprika e i suoi fratellini non vanno a scuola, ma il loro campo giochi è in ogni luogo ed è più grande di quello di qualsiasi altro bambino. La spesa la fanno alla discarica e  le visite che ricevono più spesso sono quelle ben poco cortesi della polizia alla costante ricerca dell’“autografo” di Nando, o degli insopportabili campeggiatori ficcanaso della famiglia Rompiglioni. Eppure nella scomodità della loro vita quotidiana, piena di mancanze e privazioni, si cela una travolgente voglia di libertà, assaporata fra il fumo del fuoco acceso sotto il pentolone che sale fino al cielo stellato, non coperto dalle luci oscuranti della città. I Girovaghi viaggiano leggeri senza l’ingombro del superfluo e forse anche del necessario, ma non per questo si lamentano per il loro essere uccelli liberi in un mondo di pecore. Non hanno portafoglio, non hanno un bagno, non hanno una casa. Ma sono liberi di scegliere dove andare: quando un luogo ha perso il suo fascino (o forse quando vengono scacciati) i Girovaghi riprendono il volo, verso nuove avventure sospese fra il terreno del fantastico e del quotidiano.

Le strisce dei Girovaghi oltre a farci divertire, presentano un ottimo materiale per lo sviluppo di  una riflessione antropologica sul tema della diversità che incontriamo all’interno della nostra società, senza dover compiere alcun viaggio esotico. Trasfigurati dall’umorismo e dalla fantasia del Bonfa,  traspare simpatia per una categoria  di persone mobili, sfuggenti, solitamente relegate ai margini dalla società, che potremmo incontrare nei luna park stagionali, nei campi nomadi, nelle case in costruzione abbandonate e abitate da chi ci vive più per costrizione che per scelta.
Raccontando il punto di vista  dei Girovaghi, Bonfa invita il lettore a immaginarsi per una volta dall’altra parte, dal lato di chi trova casa nella strada e in tutti quegli spazi incerti, lasciati indefiniti oppure dimenticati dalla città tentacolare. “Sfasature ”, scriverebbe il noto ziganologo italiano Leonardo Piasere, che ha convissuto con i nomadi e ha aiutato a vedere oltre gli stereotipi che dividono il “Noi” dagli “Altri”, presenti sia da una parte che dall’altra, fra quelli che noi chiamano “zingari” e che a loro volta chiamano noi “gagè”.
Alla stesso modo, i Girovaghi del Bonfa, come una buona lezione di antropologia “a fumetti”, spingono il lettore a rovesciare la sua prospettiva abituale, simpatizzando e immedesimandosi nelle peripezie di una divertente famiglia di onesti straccioni, costretti a infrangere qualche regola per vivere come piace a loro. Questa fa pensare che il fumetto non sia assolutamente un linguaggio da sottovalutare, se può diventare uno strumento che solletica la curiosità e la voglia di conoscere  il mondo che ci circonda, offrendo lo stimolo necessario per adottare un nuovo sguardo. C’è una strana magia che invoglia chi legge i Girovaghi a conoscere personaggi immaginari che vanno e che vengono, così fantastici e così poco reali,  eppure fa desiderare di poter seguire il loro carrozzone per comprendere che cosa significa viverci dentro, vivere in movimento. E allora, come forse potrebbero dire i Girovaghi, “Lacio drom”, buon viaggio e buona lettura!

3/3/12

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