martedì 25 luglio 2017   
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Documenti di approfondimento » Il disastro di Bhopal  

IL DISASTRO DI BHOPAL
IL SENSO DELLA VITA

di Mirca Garuti

 

Sono trascorsi  25 anni dal disastro di Bhopal, in India. 25 anni di ingiustizia,  nulla è cambiato e nulla è stato fatto. “Oggi oltre 100.000 persone, esposte alle esalazioni tossiche ed alla contaminazione del terreno e dell’acqua, continuano a soffrire – dichiara Satinath Sarangi, fondatore del Gruppo d’informazione ed azione su Bhopal ed amministratore della Sambhavna Clinic di Bhopal.
Per ricordare questa tragedia, il  Bhopal Medical Appeal e le sedi nazionali di Amnesty International hanno organizzato un bus-tour  itinerante attraverso numerosi paesi dell’Europa, con tappa anche in Italia (Milano/Roma/Parma il 2-6 novembre ultimo scorso). A Milano gli attivisti di Amnesty International e Greenpeace hanno dimostrato la loro rabbia e condannato l’indifferenza mondiale davanti alla sede legale della Dow Chemical Company, la società che oggi controlla l’Union Carbide. Questa informazione è passata quasi in sordina, pochissimi telegiornali ne hanno parlato!
Bhopal è il simbolo dei disastri ambientali compiuti dall’uomo e della mancanza di  responsabilità delle aziende. Si proteggono, sempre,  gli interessi dei potenti, mentre, la vita delle persone, specialmente quelle che vivono in condizioni di disagio e sofferenza, non è importante, non è degna di considerazione.
I numeri, in casi come questo, non contano: l’azienda da tutelare è più forte della morte di quasi 25.000 persone.

 

L’Union Carbide, gigante della chimica americana, apparve nel 1961 su molte riviste,  pubblicizzando il complesso chimico, presentato come il sogno industriale che avrebbe portato il benessere per tutti “La scienza aiuta a costruire una nuova India”.
La fabbrica fu costruita nel 1969 a Bhoapl, capitale dello stato del Madhya Pradesh. L’impianto era posseduto e gestito da Union Carbide India, Limited (UCIL), una società indiana di cui l’Union Carbide Corporation (UCC) deteneva il 50,9% delle azioni. Le altre quote appartenevano ad istituti finanziari ed investitori privati indiani. Il ministero dell’Agricoltura indiano concede, quindi all’UCIL, la licenza per fabbricare ogni anno 5.000 tonnellate di pesticidi. L’Ucil produceva già pesticidi in regime di monopolio, insieme ad elettrodi industriali, prodotti chimici, vetro laminato, ecc in altri 14 stabilimenti nel paese.
Nel 1973 viene importato dagli Stati Uniti il primo Isocianato di metile (MIC) e, nel 1979, l’impianto di Bhopal ne inizia la produzione. Il Mic è un liquido chiaro, incolore, con un odore pungente e causa lacrimazione e temporanea cecità. E’ altamente infiammabile e solubile in acqua, ma, reagisce con essa in un ambiente chiuso. Si tratta , quindi, di un materiale altamente tossico, irritante e pericoloso per la salute umana.  Questa sostanza se viene inalata, ingerita, oppure semplicemente se ne viene in contatto, causa tosse, dolori al petto, difficoltà respiratorie, asma, irritazioni agli occhi, naso e gola, danni alla pelle. Fino ad arrivare a causare, per una grande esposizione,  polmoniti, edema polmonari, emorragie e la morte.
Fino al 1984 lo stabilimento della UCIL a Bhopal produce l’Experimental Insecticide Seven Seven, insetticida sperimentale “sette sette”. L’obiettivo è quello di raggiungere la produzione di 30.000 tonnellate l’anno. Il Seven si produce dal MIC e sull’etichetta è scritto: “Pericolo mortale in caso di inalazione.”

Dal 1980 al 1984, si tagliano costi, e questo, avviene sulla pelle dei lavoratori e sulla sicurezza. Infatti, la squadra dell’unità Mic viene ridotta da 12 a 6 operai e quella di manutenzione da 6 a 2 operai. Nel dicembre 1981, una fuoriuscita di gas fosgene, uccide un operatore dell’impianto. Un’altra fuga di fosgene, nel 1982, intossica gravemente 28 lavoratori e, nell’ottobre dello stesso anno, una certa quantità di Mic fuoriesce da una valvola danneggiata, esponendo così, quattro lavoratori, alla sostanza tossica. I responsabili della Union Carbide erano a conoscenza del fatto che si erano verificate 61 situazioni a rischio, di cui 30 molto serie ed 11 legate alla pericolosa unità di fosgene/Mic. Misure di sicurezza correttive vennero, quindi, attuate nella fabbrica, simile a quella indiana, della Virginia dell’ovest, ma non in quella di Bhopal!

I lavoratori, evidentemente, non sono tutti uguali!
Il movimento sindacale di fabbrica indiano aveva provato a chiedere maggiore sicurezza e migliori salari, ma, la Direzione della fabbrica rispose con una linea dura: molti militanti furono licenziati.
La crisi economica del 1982 produsse un calo di vendite di Seven (2308 tonnellate) pari a meno della metà della capacità produttiva della fabbrica, costringendo, quindi, l’azienda a dover ridurre i costi, per limitare le perdite, con il licenziamento del 40% del personale specializzato. Nell’estate del 1983, la Union Carbide, consapevole del fallimento, sospende la produzione, in previsione della chiusura definitiva dell’impianto da trasferire, poi, in un altro paese. Restavano stivate, come scorta, in tre serbatoi sottoterra, 63 tonnellate di MIC. Delle tre vasche solo una è quasi piena con 42 tonnellate.

 

Il 02 dicembre 1984 la fabbrica è, quindi, ormai in disuso, non ci sono più dipendenti specializzati che dovrebbe, invece, svolgere l’unico compito rimasto indispensabile: l’eliminazione con l’acqua delle impurità dalle tubature dei tre serbatoi contenente il MIC. Il MIC deve essere conservato ad una temperatura pari a zero gradi, invece, da due mesi è sottoposto ad una temperatura ambiente, contro, quindi, tutte le norme di sicurezza. Le operazioni, quindi, di lavaggio dei tubi sono eseguite dal personale di turno non specializzato che esegue semplicemente gli ordini scritti: isolare le sezione dei tubi, immettere acqua e lavare. Anche quella sera del 02 dicembre si è proceduto nello stesso modo, ma, una delle saracinesche era talmente incrostata che l’acqua non riusciva a passare, procurando quindi un aumento di pressione. Passano tre ore dall’apertura dell’acqua e dal cambio di turno. Le tubature non sono isolate bene, per il degrado dell’impianto e, questo causa la fuoriuscita dell’acqua, che si incanala verso la cisterna contente il MIC. L’unità refrigerante è spenta per ordine dei funzionari per risparmiare sul costo dell’energia elettrica. L’entrata dell’acqua nel contenitore contenente il MIC, a temperatura ambiente, provoca una reazione esotermica incontrollabile con il rilascio di una miscela di gas letali. Il sistema di sicurezza risulta non funzionante, in riparazione. Le sirene dell’impianto sono spente per timore che i vicini siano “irragionevolmente allertati”. E’ mezzanotte quando alcuni operai avvertono uno strano odore, come di cavolo lesso, ma, purtroppo è solamente l’odore dell’isocianato di metile allo stato gassoso. Le 42 tonnellate di MIC si disintegrano in un’esplosione di calore, trasformando il liquido in un vortice gassoso. Il gas va verso la torre di decontaminazione, dove, normalmente,  la fiamma del bruciatore dovrebbe incenerirlo, ma, la fiamma è spenta, e il gas trova solo valvole chiuse. Le valvole, quindi, saltano, producendo un enorme geyser che si sprigiona sopra l’impianto. L’operaio di servizio, non potendo fermare l’eruzione, riesce però ad impedire che la contaminazione si propaghi alle restanti 21 tonnellate di Mic.

La nuvola di veleno si dirige verso le bidonville dei quartieri poveri e, nel più completo silenzio, si adagia tranquillamente su migliaia di persone inermi, senza avere la possibilità di fuggire. La fatalità, a volte, riesce ad essere estremamente dannosa, perché quella notte a Bhopal piove e, l’acqua trasforma il composto gassoso in acido isocianico.
Nelle strade, quindi, le persone muoiono tra spasmi, con polmoni e occhi in fiamme. Gli ospedali sono pieni di gente agonizzante, i medici non sanno più cosa fare, non sanno come curarli, in quanto i tecnici della Carbide non danno informazioni sulla composizione della nuvola tossica: “Non sono autorizzati”!
Il bilancio fu terribile: 3.000 morti all’istante, fino a raggiungere i 6/7 mila nella prima settimana; 500.000 contaminati dai gas velenosi. Oggi si contano quasi 25.000 vittime e gli invalidi, senza possibilità di recupero, tra i 50/70 mila. Il bilancio definitivo delle vittime, però, non è mai stato stabilito con certezza.
L’azienda indiana, è evidente che, non è stata mai messa in sicurezza, come le altre aziende dell’Union Carbide, perché nella logica delle imprese transnazionali, gli uomini,donne e bambini dei paesi definiti “in via di sviluppo”, sono considerati una risorsa rinnovabile, quindi spendibile.
 

 

 

La testimonianza di Ramesh
"Il giorno prima della perdita dei gas era domenica. La sera stavo giocando con i miei amici e poi ci mettemmo a guardare un film alla TV. Credo che andai a dormire verso le 9 di sera. Faceva freddo e ricordo che mi coprii con un tappeto.
Nel mezzo della notte sentii un gran chiasso proveniente dalla strada. La gente urlava "Alzatevi", "Fuggite, fuggite". "Stanno uscendo i gas". Mio fratello maggiore Jawahar si alzò e disse: "Stanno tutti fuggendo, dobbiamo scappare anche noi". Aprii gli occhi e vidi che la stanza era piena di fumo bianco. Appena sollevai il tappeto dalla faccia, gli occhi cominciarono a bruciare e a lacrimare e ad ogni respiro sentivo che tutto dentro di me bruciava. Avevo paura ad riaprire gli occhi. Il gas entrava dentro di me dalla bocca, attraverso il naso. Eravamo pronti a fuggire.
Tutti i miei fratelli e le mie sorelle, sei in tutto, uscimmo all'aperto. Mia sorella aveva in braccio mio fratello piccolo, Rajesh. Mio padre si rifiutò di abbandonare la casa e mia madre rimase con lui, così noi uscimmo e di corsa ci dirigemmo verso la zona dove si fanno le cremazioni. Dopo un po' mia sorella e il mio fratellino piccolo rimasero indietro, restammo divisi. Il gas era molto denso e quindi non riuscivamo a vedere dove erano finiti. Noi quattro ci prendemmo per mano per non perderci e continuammo ad avanzare. Mentre stavamo correndo mio fratello Mahesh ed io inciampammo e finimmo in un fosso pieno di acqua sporca.

Quando arrivammo alla strada principale vedemmo che c'era un mucchio di gente che giaceva a terra. Non si capiva se erano morti o svenuti. Un uomo, Gupta, stava dormendo con un tappeto che gli copriva la faccia. Mahesh si infilò sotto il tappeto assieme a lui e fece posto anche per noi. Ma dopo un po' poiché non si riusciva più a respirare ci tirammo su e ci dirigemmo verso la pensilina degli autobus.

Passando davanti ad un negozio di elettricità vedemmo che c'erano dei bagni e che erano chiusi. Mio fratello buttò giù la porta e tutti quanti ci infilammo dentro. Io misi il mio cappotto sopra i mie fratelli più piccoli, Mahesh e Suresh, e provai a farli dormire. Mio fratello maggiore restò fuori dalla porta per vedere se passavano i miei genitori. Io gli dissi di entrare ma lui restò fuori perché era preoccupato per i nostri genitori. Mio fratello cominciò a vomitare ed allora alcuni persone del vicinato gli diedero dell'acqua da bere. Nessuno parlava, noi stavamo seduti preoccupati per i nostri genitori. Io non sapevo che il gas poteva uccidere ma mentre correvo avevo visto un bambino che piangeva accanto alla madre che giaceva distesa sulla strada. La mia testa era attraversata da pensieri terribili.
 
Al mattino presto ci dirigemmo verso la nostra casa. Avevo gli occhi tutti gonfi e il mio torace era tutto un dolore. Andando verso casa vedemmo molte vacche morte lungo il ciglio della strada e accanto alle bestie c'erano anche molti corpi umani. Mio fratello non riusciva a camminare così Mahesh ed io lo prendemmo sotto braccio e lo spingemmo avanti trascinandolo con noi. Vicino alla nostra casa vidi il nonno del mio amico Santosh steso a terra morto.
Balmukund, un nostro vicino stava morendo e lo portarono di corsa all'ospedale. I miei zii, che vivono anche loro a Bhopal ma nella periferia, avendo saputo dei gas erano corsi a cercarci. Erano terrorizzati per quello che avrebbero potuto trovare. Fortunatamente ci trovarono tutti vivi. Più tardi quando insieme a mio zio andai in un negozio per comprare dello zucchero di canna lungo la strada vedemmo molti cadaveri di uomini, donne e bambini proprio davanti ai cancelli della fabbrica della Union Carbide. 
Poi cercai anche la nostra vacca e la trovai in una strada che tossiva. Il mio cane era morto. Anche due miei amici, Santosh e Rajesh erano morti. I miei zii portarono tutti noi nella loro casa che dista 15 chilometri. Ci sedemmo sotto un albero e tutta la gente del posto venne a vederci. Poi, alcuni di essi si organizzarono per trasportarci all'ospedale."

 

 

 

Il Presidente della Union Carbide, Warren Anderson, parte subito per l’India per determinare le cause dell’incidente ed offrire assistenza ai familiari delle vittime ed a tutti gli infortunati. Un portavoce dell’azienda ha affermato che “Questa è una compagnia responsabile, che vuole fare tutto il possibile per la gente di Bhopal, i nostri azionisti e i nostri dipendenti”. Nel frattempo  l’Union Carbide interrompe, per prudenza, la produzione del gas velenoso nella fabbrica in West Virginia. Il provvedimento, però, riguarda solo una minima parte del grande impianto, 40 operai su 10.000 e, il gas da cui si ricava un insetticida, contribuisce solo per 400 milioni ai 9 miliardi di dollari l’anno di entrate da circa 150 prodotti commercializzati.
Il 7 dicembre, il presidente Anderson, è arrestato, insieme ad altri otto, dalla polizia indiana, durante un’ispezione all’impianto. E’ rilasciato su una cauzione di 2.000 dollari ed abbandona subito il paese.

L’Union Carbide viene incriminata con l’accusa di omicidio colposo. L’anno successivo il governo indiano, presso la Corte degli Stati Uniti, formula una richiesta di risarcimento di 3,3 miliardi di dollari, ma, decide anche di farsi portavoce dei suoi cittadini attraverso una legge ad hoc, promulgata a marzo 1985, il “Bhopal
gas leak Act”. Il governo si sostituisce così alle vittime, diventando l’unico loro rappresentante in tutti i giudizi presenti o futuri, in India o all’estero. In questo modo  è stata vietata la possibilità, per le vittime, di poter agire liberamente a livello personale per tutelare i loro interessi davanti a qualsiasi tribunale del mondo. L’Union Carbide, per poter contrastare le richieste del governo indiano,  prese i migliori studi legali con una spesa di oltre 50 milioni di dollari. Infine, nel 1989 fu raggiunto un accordo, in base al quale, l’Union Carbide si impegnava a versare, come compensazione, ai parenti delle vittime o ai sopravissuti, 470 milioni di dollari. Questo compresso è costato alla compagnia solo 43 cents per ogni azione sul mercato, quindi praticamente, niente. L’Union Carbide fece poi successivamente una donazione, o meglio un’elemosina, di 20 milioni  di dollari all’ospedale di Bhopal. Il  compromesso prevedeva che, in cambio del versamento dei dollari, il governo indiano, comproprietario al 49% della fabbrica,  doveva proteggere l’Union Carbide da qualsiasi altra causa nei suoi confronti.

Le azioni della Union Carbide, alla notizia dell’accordo, guadagnarono due dollari. Questo dimostra quanto il potere e le fortune dell’Union Carbide erano e sono intoccabili!
Dei 470 milioni di dollari versati, dopo aver pagato le parcelle degli avvocati assunti dal governo indiano e le tangenti ai funzionari corrotti, alle vittime rimase solo un obolo di 300 dollari!.

Nel 1992 Warren Anderson è dichiarato “contumace”. Nel 1994 la Corte Suprema indiana consente alla  Union Carbide di liquidare le sue attività nel paese per costituire un fondo per un ospedale.
Nel 2001 l’Union Carbide e la Dow Chemicals (la multinazionale della chimica) si fondano e creano così la più grande compagnia chimica del mondo.

 

Le proteste continuano …  attivisti di Greenpeace ed i sopravissuti di Bhopal sono inarrestabili: chiedono la bonifica del sito industriale, assistenza medica, riabilitazione ai sopravissuti ed acqua potabile alle comunità residenti.

Novembre 2002, residenti locali ed attivisti di Greenpeace entrano nel sito della Union Carbide per mettere in sicurezza una parte dei composti tossici presenti e mostrano alla Dow come dovrebbero comportarsi con i suoi rifiuti. La polizia, nonostante l’intenzione pacifica degli attivisti, arresta tutti, nell’arco di un’ ora dall’ingresso del sito, con l’accusa di ingresso abusivo. La giustizia, dunque,  protegge i responsabili di un avvelenamento continuo di migliaia di persone, mentre arresta chi, invece, cerca di portare l’attenzione del mondo intero sul problema di Bhopal.

Marzo 2003 – La Dow Chemical ha fatto causa alle vittime per aver protestato, ha chiesto 10.000 dollari come risarcimento danni. Greenpeace, per evidenziare i tentativi della Dow di mettere in silenzio le proteste delle vittime di Bhopal, lancia un sit-in virtuale sul sito di propaganda della compagnia. La Dow rifiuta di ritirare la causa contro i manifestanti pacifici e cerca di eludere l’azione via internet con espedienti tecnici. La protesta, però, porterà, il 12 marzo,  al blocco del sito.

Attivisti, l’11 marzo, bloccano gli ingressi dello Houston Dow Center, dopo aver recapitato circa 1000 litri di acqua contaminata, prelevata dai pozzi di Bhopal. L’acqua, la stessa che la popolazione di Bhopal è obbligata a bere ogni giorno, viene rimossa da una squadra specializzata nel recupero di materiale pericoloso. La Dow fa interviene, quindi, persone con tute di protezione, per spostare l’acqua, mentre, lascia che i poveri indiani la usino quotidianamente.
 

 

La BBC radio ha prodotto un’inchiesta dove si dimostra che l’area è ancora fortemente contaminata da migliaia di tonnellate di sostanze chimiche tossiche. Alcune aree sono così inquinate che, dopo una semplice sosta di una decina di minuti, si rischia la perdita della conoscenza. La pioggia trascina queste sostanze nel terreno, contaminando pozzi e sorgenti d’acqua. Uno studio del “The people’s science institute”di Dehra Dun, conferma la presenza di mercurio altamente tossico nell’acqua potabile di Bhopal, la cui concentrazione, in alcune aree, raggiunge i 2 microgrammi per litro.
La Carbide,  non avendo mai rilevato l’esatta composizione della nube tossica, non ha permesso agli esperti di produrre un adeguato protocollo terapeutico, per curare questa contaminazione.
La situazione medico-sanitaria a Bhopal continua, purtroppo, ad essere disastrosa come negli anni passati. Secondo il Consiglio Indiano delle Ricerche Mediche, un quarto della popolazione che è stata colpita dai gas, è malata, in forma cronica, con disturbi respiratori, gastro-intestinali, riproduttivi, muscolari e ossei. L’esposizione ai gas ha reso le popolazioni vulnerabili anche alle infezioni secondarie.
Il governo indiano non è stato mai aggressivo nei confronti dell’industria chimica mondale per non apparire poco amichevole. L’Union Carbide, come spesso succede, deve la sua maggior ricchezza al  disastro.

 


Il 3 dicembre 2009 ricorda i 25 anni del disastro di Bhopal.
Le vittime chiedono, ancora una volta, che i colpevoli siano puniti e che Bhopal e le zone limitrofe siano depurate dalle tossine. Non c’è stato nessun processo e l’ambiente continua ad essere inquinato.
Questo disastro non è servito a porre in evidenza l’importanza ed il rispetto per il lavoro degli altri, a mettere in atto strumenti per la sicurezza, anzi, dopo Bhopal 1984, ci sono state altre Bhopal, troppe!

Le condizioni che hanno portato a questo disastro sono, in realtà, connesse a comportamenti abituali dei grandi trust internazionali. Lo dimostrano gli innumerevoli incidenti sul lavoro che continuano a spezzare vite umane per la non curanza della vita altrui: la parola magica “produrre”:

06 dicembre 2007, Thyssen Krupp di Torino: sette morti
02 dicembre 2009 , Thyssen Krupp di Terni: 1 morto
 

 

L’operaio di Terni, Diego Bianchina aveva introdotto acido cloridrico in una piccola cisterna, dove si trovava una selezione di insol, prodotto chimico solfidrico, che ha causato una reazione, formando idrogeno solforato. Si è così sprigionata una nube a bassa altezza, fortemente tossica, che è stata inalata, causandone la morte. Diego non doveva essere da solo ad effettuare questa operazione pericolosa, considerando anche che non era ancora molto esperto.
I ritmi di lavoro, l’inosservanza delle regole di base per la salute dei lavoratori,  creano  situazioni in cui, al mattino si va al lavoro, rischiando di non tornare!

A cosa serve ricordare se poi non si mettono in atto tutte le strategie necessarie per la tutela della vita umana?

(fonte: www.peacereporter.net; www.1.popolis.it; www.liceoberchet.it; www.cdca.it)
 

3/12/09

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