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Per non dimenticare mai il dolore provocato dall'odio, ripubblichiamo questo articolo di Tiziano Terzani comparso 8 ottobre 2001 sul Corriere della Sera in risposta all'articolo "La rabbia e l'Orgoglio" di Oriana Fallaci. Lo ripublichiamo proprio perchè di fronte ai tragici fatti di Parigi e il pericolo di una violenta reazione dell'Occidente è bene ricordare quello che Terziani scriveva alla Fallaci a cominciare da questa sua frase. Anche a noi preoccupa.

“Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.”

IL SULTANO E SAN FRANCESCO*
di Tiziano Terzani

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione.
Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanità, un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualità.
Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.
Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perchè certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finchè l'uomo non si metterà di sua volontà all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza".
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, nè nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, "Libertà duratura".
O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c'è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.
Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all'inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un'altra nostra e cosi' via.
Perchè non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.
Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l'umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per sè un'arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l'orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L'arte di non essere governati: l'etica politica da Socrate a Mozart). L'autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà.
Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio.
Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perchè col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi', attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.
A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perchè vorrei capire che cosa li rende cosi' disposti a quell'innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.
Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.
Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perchè io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure "un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico".
Cosi' si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.
Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola.
L'occasione per uscirne è ora.
Perchè non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perchè non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?
Ci eviteremmo cosi' d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.
Magari salviamo cosi' anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da li' nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan.
E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l'America cosi' particolare.
Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi' come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.
In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'è stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l'America ci mettesse già paura. Capita cosi' di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?
Per i politici - me ne rendo conto - è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.
Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.
Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.
Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si puo' esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.
Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che già studiano l'inglese e magari il giapponese?
Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.
Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme".
Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo' una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago' e lui si salvo' a malapena. Ci provo' una seconda volta, ma si ammalo' prima di arrivare e torno' indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso' le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perchè sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perchè, dopo una chiacchierata che probabilmente ando' avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio' che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati.
Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlo' di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.
Ma oggi? Non fermarla puo' voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo più umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No".
Ma non possiamo rinunciare alla speranza.
"Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "E possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.
Giusto in tempo la morte risparmio' a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Non li risparmio' invece ad Einstein, che divenne pero' sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza:
"Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto".
Per difendersi, Oriana, non c'è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'è bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.
M'è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri.
Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?
"Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si'.
L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; è l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero' accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?
Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, puo' esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.
I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.
Molto meno convinti pero' sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso cosi' come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.
"Dateci qualcosa di più carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania.
"Un mondo giusto non è mai NATO", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo "più giusto" è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po' più di moralità.
La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perchè ora tornano comodi, è solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.
Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato nè il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, nè il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera.
Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.
A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perchè i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perchè i filippini si riuniscono il giovedi' in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.
E cosi' perchè anche Firenze s'è "globalizzata", perchè non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.
Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo più.
Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li' maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.
La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
Perchè se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.

* Questo articolo fa parte di un'antologia di articoli critici su Oriana Fallaci.


Libro con autore

LA RIVOLTA DEL RISO*
Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali
tra pratiche di controllo e conflitti isopolitici


con Renato Curcio - curatore
e alcuni lavoratori che hanno partecipato al cantiere

Presenta Luca Negrogno

Un gruppo di lavoratrici e lavoratori decide di mettersi insieme e auto-organizzare una ricerca sulle proprie condizioni di lavoro. Mette a disposizione il suo tempo, le proprie relazioni e il sapere acquisito in anni di esperienza. La sua vera ricchezza. Tutto ciò fuori da ogni logica di mercato e dai binari seguiti dalla quasi totalità delle agenzie, dei Centri studi e dei laboratori che in Italia vengono accreditati a fare ricerca sociale. Si tratta di un percorso originale che, oltre il suo orizzonte, lascia intravvedere o quantomeno allude a una prospettiva più ampia. Come la lavoratrice o il lavoratore sociale qui impegna se stesso nella ricerca di sé, del suo senso attuale e del suo ruolo dentro una società che cambia velocemente le carte in tavola e spiazza le convinzioni originarie intorno a cui nei decenni passati s'era imperniato il lavoro nel sociale, così anche il “lavoro sociale” come settore del mercato del lavoro viene chiamato in causa per ridefinire il suo profilo. Qual è il suo senso e il suo vero volto dopo la liquefazione delle illusioni suscitate dalla promessa mancata di uno Stato sociale?

 

Tra l’autunno del 2013 e quello del 2014 si è tenuto, a Milano, un cantiere di socioanalisi narrativa sulla condizione di chi lavora nelle imprese sociali. Esso è stato voluto e autogovernato da educatori, animatori, operatori, che si definiscono anche operai sociali, provenienti da varie città e regioni. Dovendo dare un titolo all’esplorazione compiuta, si è scelto di utilizzare una delle storie raccontate: la piccola rivolta di un gruppo di ragazzini ai quali, in un Centro diurno, era stato dato da mangiare del riso immangiabile. In quel caso, l’operatore sociale è stato indotto a sedare la rivolta, ruolo di controllo che non era previsto esplicitamente nel suo mandato, rivolto piuttosto all’aiuto dei ragazzini. I “non detti” che determinano il lavoro nel sociale emergono qui, insieme alla necessità di ridefinire il ruolo effettivo che le imprese sociali, al di là dei loro miti originari, svolgono effettivamente dopo la liquidazione dello Stato sociale.
Sono presi in esame alcuni momenti critici dell’esperienza lavorativa: la soglia d’ingresso, il mandato, l’impatto con gli utenti-clienti, gli affidamenti. E sono, infine, esplorate l’implicazione personale delle lavoratrici e dei lavoratori, la loro torsione etica, le istanze istituenti e le domande che si aprono sull'incerto futuro di questo settore.

 

 

 

 La Rivolta Del Riso-R.Curcio 

 

 

 

 

 

 

 

Le domande del pubblico 

 

 

 

 

 

 

 

*ed. - Sensibili alle Foglie

Sabato 11 aprile 2015 -  ore 17.30 - Ex Deposito Carcerario Autogestito Via Carteria 51, Modena


SEMINARIO ATTAC
"I movimenti fra conflitto e partecipazione,
democrazia e rappresentanza"


con interventi di :
Luca Alteri (ricercatore di Sociologia politica – Università Sapienza di Roma)
Ornella De Zordo (Laboratorio politico dal basso – Firenze)
Marco Bersani (Attac Italia)
Corrado Oddi (Forum italiano dei movimenti per l’acqua)
Conduce Vittorio Lovera (Attac Italia)

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21 giugno 2014 - BOLOGNA


LA PAURA DEGLI UOMINI
dott. Maurizio Montanari *

C'est des hommes et d'eux seulement qu'il faut avoir peur, toujours.
(Si tratta di uomini e hanno solo bisogno di avere paura, sempre.)
L.F. Celinè , Viaggio al termine della notte


Il Natale 2009 della nebbiosa provincia Modenese venne scosso da un evento riportato anche dalle cronache nazionali: un sacerdote, molto conosciuto in paese e titolare di diverse parrocchie, uccise nottetempo il padrone della casa nella quale era ospite con un oggetto contundente, avventandosi poi sulla consorte della vittima con la medesima furia. La donna venne salvata dall’intervento del figlio il quale, svegliato dalla colluttazione, fermò fisicamente il sacerdote colpendolo e riuscendo a chiamare le forze dell’ordine dopo averlo atterrato. L’incredulità e lo sgomento che hanno attraversato i paesi del circondario sono stati pari alla veemenza con la quale i gangli vitali del tessuto sociale sino a quel momento dormienti (i media, i cittadini, le associazioni, gli amici di sempre) si sono attivati alla ricerca di una qualsivoglia patologia mentale che potesse giustificare l’assassinio, tentando così di attribuirlo ad un momento di sospensione della capacità di intendere e di volere del reo. Sui giornali sono stati da più parti usati termini quali ‘semi-infermità mentale’,‘stato dissociativo temporaneo’, invocati quasi come entità trascendenti e rassicuranti. Non c’era mercatino, bar o stazione nella quale non si dissertasse sulle evidenti turbe mentali del parroco, da tutti frequentato nelle diverse occasioni rituali del paese, e sul quale chiunque pareva aver scorto, col senno di poi, i segnali inequivocabili della follia sfociata in omicidio. ‘Io lo avevo capito che non stava bene..’ , ‘quando veniva a benedire, era strano’ , “e quella sera che camminava da solo sul ponte…?”. Questi erano i refrain che risuonavano nelle improvvisate discussioni cliniche alle quali tutti prendevano parte. Si è auspicato che gli esperti incaricati dal tribunale accertassero un passaggio all’atto di origine psicotica, vale a dire un'azione violenta e subitanea, indirizzata ad un presunto persecutore identificato, in un atmosfera paranoica, in base a flebili indizi i quali, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ma la competente perizia portata a termine da fior di clinici, ha dato alla città la risposta più indigesta: il sacerdote è stato ritenuto capace di intendere e di volere. Nessuna turba mentale a giustificazione del suo gesto. Le entità diagnostiche tanto invocate non si sono materializzate.

Giovedì 2 febbraio 1933, nella città di Le Mans, la polizia municipale forza la porta del signor Lancelin. Al primo piano giacciono la moglie e la figlia, assassinate. Al secondo piano vi sono le due domestiche modello, Christine e Lea Papin, le quali ammettono di aver commesso il delitto, senza difficoltà. Il tutto a causa di un banale incidente: un guasto al ferro da stiro. Infieriscono sui corpi con coltelli e cavano gli occhi dalle orbite delle vittime. Christine, anni dopo, divisa dalla sorella, cadrà preda di crisi violentissime e forti allucinazioni, cercando a sua volta di strapparsi gli occhi.
Subitaneità, assenza apparente di un motivo, ferocia, rigore, delirio. Ecco quegli elementi di follia richiesti a gran voce dai concittadini, che la perizia ha loro negato.

Cosa voleva dunque l’opinione pubblica? La richiesta insistente della ‘garanzia di follia’ è mossa dalle angosce dell'uomo contemporaneo, cresciuto nel mito dell'eterna giovinezza garantita dall'avvento della chimica, in un mercato che spaccia la morte, le malattie e la vecchiaia come eventi procrastinabili sine die. Ciò che può uccidere, oggi, è controllabile. Con le analisi del colesterolo, con la mappatura genetica, con gli screening di massa. Lo sono le polveri sottili, gli uragani, le onde elettromagnetiche, ma non la mano dell’uomo. Si è chiesto vanamente alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune che vuole il kakon (la violenza, l’omicidio ) quasi sempre delocalizzato nell’altro (il diverso che in quel momento si trova ad occupare la transitoria posizione del 'barbaro' inteso alla greca). Ma se la violenza omicida proviene da un nostro simile, deve per forza essere viziata da una ‘patologia’ che ha reso folle un uomo sino a quel momento ‘normale’, facendola così rientrare nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Uccidere senza un ‘vizio’ di mente non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell'animo, una turba della psiche. Insomma, qualcosa che ci permetta di non scorgere nell’omicida quella normalità che fa parte di noi. L’esito del collegio peritale ha inferto un colpo mortale a questo tentativo, costringendo la comunità a fare i conti con un’inaccettabile ed inelaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e non prevedibile. Per denaro, per invidia. L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto sdrucciolevole e lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, accade quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: ‘non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare’. Dunque, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato sulla via del ritorno.

Pochi mesi dopo, in una cittadina della provincia di Modena, Novi, HB, 54 anni, aveva promesso N. (20 anni, all’epoca dei fatti) come sposa a un suo connazionale. SB, la moglie, ha pagato con la vita l’aver difeso la scelta della figlia che si opponeva a questo matrimonio.
S. B. è stata uccisa con sei colpi di mattone dal marito nell’orto di casa, mentre N. è sopravvissuta alle sprangate inflitte dal fratello di 19 anni . Gli abitanti del luogo sono rimasti alquanto scossi da quell’evento accaduto a pochi metri dalle loro case, ma nessuno si è levato in piedi a chiedere la semi infermità mentale di padre e figlio. Erano descritti, nei medesimi tribunali improvvisati che peroravano la causa della ‘momentanea follia’ del parroco, come assassini, lucidi e consapevoli. Colpevoli soprattutto di abitare piccoli universi blindati e non integrati, nuclei irriducibili coperti da serrature a doppia mandata. Locali e migranti, mondi confinanti ma invisibili l’uno all’altro, all’interno della stessa polis. Per loro, nessuna pietà o giustificazione clinica. Criminale la loro religione, bestiali i loro usi e costumi, killers senza alcuna tara mentale. La ferocia mostrata da H.B non è dissimile da quella messa in atto dal curato concittadino. Ma nessun luogo comune di follia o sospensione momentanea della capacità di intendere e di volere è stato frequentato questa volta. Nessuno degli ‘esperti’ o dei vari opinionisti ha voluto prendere in considerazione l’ipotesi psicopatologica citando, ad esempio, le parole degli operatori del centro Dévereux, in Francia: ‘i soggetti piú a rischio di patologie psichiche, di scoppi di violenza, ma anche di derive integraliste o fondamentaliste, sono soprattutto coloro che hanno perso il controllo dei propri attachements: persone su cui la migrazione, o forse una qualche altra esperienza anteriore, ha costituito un trauma che non ha permesso loro di mantenere attivo qualche aspetto della propria identità. Spesso isolati, rimasti soli, tagliati via dai loro legami culturali, chiedono di essere ricomposti e sfociano nella patologia’.
Nel caso di HB l’identità era legata ad un’immagine da mantenere non riferita alla comunità di Novi, bensì alla famiglia di origine, quindi un laccio ben più solido e complesso, come testimoniato dalla deposizioni che indicano in una sorta di ‘direttiva’ familiare, proveniente dal Pakistan, il comando ultimativo a uccidere. Un’immagine di uomo padrone che non poteva essere scalfita agli occhi del mondo originario. Una circostanza simile la troviamo ne ‘Il Padrino’ quando Frank Pentangeli con la sua testimonianza sta per accusare la famiglia dei Corleone nel processo che lo vede coimputato. La presenza di un parente siciliano in aula, appositamente fatto venire dall’Italia, si dimostra così forte dal farlo recedere dai suoi intenti accusatori, preferendo la via del suicidio a quella del ‘disonore’ rispetto ai familiari d’oltreoceano. Dunque l’Altro in nome del quale è stato commesso quest’ omicidio è quello natio. Una sottomissione totale, acritica, incondizionata, consapevole delle conseguenze umane e penali della cieca furia omicida.
Dunque, scelta lucida o scompenso? La città non ha avuto dubbi nel scegliere la prima opzione.

Nel dicembre 2011 Gianluca Casseri uccide brutalmente due uomini nativi del Senegal, poi si toglie la vita braccato dalle forze dell’Ordine. Un amico delle vittime uccise nel centro di Firenze grida alle telecamere:“Non era matto! Se no, avrebbe sparato anche ai bianchi”. “Ha ucciso e ferito solo senegalesi– hanno dichiarato due giovani fiorentini al locale quotidiano – doveva essere malato”. In questa tragedia la prima frase assume un particolare valore clinico. L’obiettivo di quell’uomo erano i ‘neri’, oggetto di odio, il Migrante come entità, un Altro da annientare falcidiando alcuni dei suoi appartenenti. Le reazioni favorevoli all’omicidio apparse sul sito estremista ‘Stormfront’, non sono dissimili dalle quelle riportate sui siti internet della galassia dei vari gruppi xenofobi ed estremisti che popolano la rete. Piccoli mondi costituiti su base paranoica, fondati sull’aggressività, la chiusura, l’autoreclusione dentro a mura dalle quali lanciare invettive, colpire, attaccare il bersaglio eletto a causa dei pericoli percepiti come da lui provenienti. La vita di soggetti e gruppi di tal fatta è dedicata ad alimentare una solitaria guerra verso un ‘nemico’, a detrimento delle normali attività della vita quotidiana.
Ha ragione Saverio Ferrari quando dice “attenzione perché è pericolosissimo derubricare il gesto di Casseri a follia (...)  se passa ancora in giudicato l’idea del gesto folle rischiamo di far cadere gli ultimi anticorpi alla deriva della destra xenofoba”? Oppure abbiamo a che fare con una psicosi paranoica, acutizzata nel tempo e testimoniata dall’involuzione e dal progressivo ripiegamento della vita di Casseri, giunta ad un punto nel quale le convinzioni deliranti diventano verità uniche e non confutabili, col nemico che si tramuta in un pericolo materiale da eliminare come ha fatto Breivik nell’isola di Utoya? Anche in questo caso vale la pena prendere in considerazione l’obbedienza ad un ordine di appartenenza emanato da un’entità alla quale il killer si sentiva indissolubilmente legato. Casseri si è fatto volontà dell’Altro, annullandosi in nome di un Assoluto, al quale si era totalmente dato e offerto come oggetto. Un’obbedienza in nome della quale, insegna Lacan, il perverso si tramuta in mero esecutore di ordini privo di capacità critica e senso di colpa, una normale macchina dell’orrore. ‘Propriamente parlando (la perversione) è un effetto inverso del fantasma. E’ il soggetto che si determina esso stesso come oggetto, nel suo incontro con la divisione della soggettività(…) E in quanto il soggetto si fa oggetto di una m volontà altra che non solo si chiude, ma si costituisce la posizione sadomasochista’. Casseri serviva non a caso la causa della ‘razza bianca’, in nome della quale ha agito in maniera studiata, precisa, volendo infliggere un colpo alla comunità migrante, (‘ora tocca a voi, negri!’) , cercando di angosciarne gli appartenenti con la sua minaccia immanente. Nel Seminario X‘l’Angoscia’ Lacan scrive che ‘Il sadico vuole suscitare l’angoscia nell’altro’, infatti non viene cercata tanto la sua sofferenza, quanto la sua angoscia(…). L’Angoscia dell’Altro, la sua esistenza essenziale in quanto soggetto in rapporto a tale angoscia, ecco ciò che il desiderio sadico sa far vibrare’. Può dare un contributo alla discussione un momento clinicamente significativo del film ‘La caduta‘. L’atmosfera paranoica nel quale Hitler vive i suoi ultimi giorni ormai totalmente distaccato dalla realtà, intento a muovere sulla carta geografica truppe inesistenti, è squarciata dall’annuncio di un suo attendente: ‘Il Fuhrer è morto’. A questa notizia alcuni uomini appartenenti alle SS si uccidono con un colpo alla tempia, asserendo che non potevano sopravvivere alla sua morte. Portano alle estreme conseguenze il loro giuramento di fedeltà assoluta al capo in nome del quale avevano annullato la loro volontà e il loro giudizio, e senza il quale la loro esistenza perdeva di senso. Si chiamano fuori come invece non scelgono di fare i tanti personaggi grigi e per sempre erranti dei romanzi di Kakfa, descritti da Gunther Anders come "esecutori di ordini che portano avanti la loro indefessa opera quando chi li impartisce è ormai morto".

* responsabile clinico del centro di Psicoanalisi Libera Parola

 


Leggi anche Uniti per Titti

OLTRE LA VIOLENZA SUL FEMMINICIDIO
di Novara Flavio


Continua come una mattanza, la violenza sulle donne. Non importa se siano ragazze, figlie, madri, mogli o conviventi, la mano violenta dell’uomo come una scure si abbatte su di loro senza pietà e rispetto. Non un gesto di “estremo amore” come molto furbescamente e odiosamente media e avvocati difensori più volte vogliono far credere, ma con quell’odio punitivo e repressivo che distrugge tutto ciò che li circonda.
Inutile elencare gli ultimi fatti e la gravità delle sempre nuove forme di repressione e violenza psicologica esercitata all’interno della cosiddetta “famiglia”. E’ ora di cominciare a riflettere “oltre” la violenza sul femminicidio, relegata ad un dibattito basato solo sullo scontro di genere. E’ giunto il momento di pensare seriamente alla “violenza in termine sociale” e quale legge sia giusto applicare per porre un forte argine a questo dilagante scempio.

Non possiamo infatti, rimanere inermi sia culturalmente che penalmente di fronte a due bambini bruciati vivi forse dal padre come ennesima punizione inflitta ai figli per colpire la moglie.
Non un azione di violenta pazzia, ma pura volontà distruttiva. Una azione volontaria per infliggere  alla madre dei suoi figli, colpevole solo di voler rompere il rapporto con lui, una pena infinita.
Una sorta di Medea maschile, che non ha pietà per nessuno. Non conosce dolore e affetto. Solo amore verso se stesso che dovrebbe chiamare odio.

Proprio per questo credo che la questione sia innanzitutto culturale e politica, come chiaramente esprimono politici e sociologi e che vi sia un forte legame tra il valore della donna nella società odierna, rappresentata non solo in termini produttivi o sociali ma anche di riconoscimento a pari diritto.
Il valore della donna e del suo rapporto nella società con l'uso simbolico del suo corpo, esasperata da anni di berlusconismo che hanno contribuito a collocare ed utilizzato la figura femminile solo in termine culturale liberal consumistico. Non solo dal punto di vista pubblicitario ma propriamente sessuale.
Il valore della donna come definizione storico culturale religioso, riproposto attraverso un forte e nuovo attacco alla legge sull'aborto, gravidanza assistita etc.
Invertire la rotta non sarà facile perchè, questi tre “valori” inespressi nel rispetto della donna, sono perfettamente in linea con le attuali leggi e con il libero pensare comune.

Anche i media non aiutano. Basti osservare le puntate di una qualsiasi trasmissione di produzione USA, su uno dei canali maggiormente seguiti dai giovani, dove si propongono adolescenti che comunicano tra loro principalmente attraverso l'uso del sesso, non solo espressivo ma fisico. Non è infatti un caso limite sentire, in un telefilm trasmesso da MTV nel primo pomeriggio, espressioni del tipo “... non capisco perchè Mark non voglia stare con me, gli ho anche fatto un p.... l'altra sera?”. Nella vita quotidiana però troviamo situazioni apparentemente limiti ma emblematiche e purtroppo non uniche, come quella di Carmela Cirella Frassanito (http://www.iosocarmela.net/) di Trapani violentata a 13 anni da un gruppo, successivamente rinchiusa per essere curata con psicofarmaci perchè considerata instabile e poi finita suicida nel 2007. Peccato che i suoi  violentatori siano stati condannati solo a 15 mesi di lavori presso una struttura per anziani.
Come per uguale soluzione, il coraggio di una quattordicenne di Montaltro di Castro (LINK) che ha denunciato di aver subito uno stupro da otto ragazzi perchè “aveva la minigonna”, è stata premiata, dopo 6 anni, con la condanna dei suoi aguzzini a due anni e mezzo di messa in prova presso una struttura per donne.

Difronte a tutto questo, come possiamo allora esimerci dal parlare di Violenza e di Giustizia?
Se non affrontiamo il tema delle violenza in termine sociale come risoluzione dei problemi estremi, non possiamo pensare di risolvere questo fenomeno solo attraverso la repressione e la punizione a norma di legge.
Come possiamo non sottovalutare il ruolo culturale che ha avuto, dagli inizi degli anni 90' e mai concluso, l'accettazione della Guerra come metodo di soluzione dei contenziosi tra i popoli o come strumento di propaganda attiva per esportare la democrazia. Un azione reale,  che ancora una volta ha contribuito ad invertire il processo culturale attuato contro la violenza, iniziato al termine della seconda guerra mondiale.
Non è infatti un caso se proprio nella convenzione di Istanbul, da poco ratificata anche dal Parlamento italiano, si parla espressamente di PACE. I legislatori hanno inserito questi principi proprio perchè hanno compreso il legame esistente tra difesa della Pace e riduzione della Violenza. (leggi alkemia).
Anche la crisi economica e i processi di conflitto sociale non espressi e subiti all'interno dei luoghi di lavoro e nella società, sono portatrici di violenza. Come la mancanza di sicurezza sociale e prospettiva per il futuro, sono portatrici di quella stesa violenza che, inconscia o non inconscia, si esprime con azioni di sopraffazione verso i più deboli o come tali giudicati. Ancor peggio, contro chi oltremodo, non è disposto ad accettare sottomissioni o si permette di rivendicare una sua identità umana e sociale.

E' tutta questa precarietà che contribuisce a scaricare violenza all'interno del nucleo familiare, soprattutto in quelle realtà già di per se instabili. Proprio in quella stessa famiglia da sempre definita, culturalmente e cattolicamente, luogo necessariamente stabile e sicuro.

Per questo credo sia riduttivo pensare, come alcuni fanno, che l'aumento della violenza sulle donne sia solo riconducibile a una questione di rapporto culturale tra uomo e donna.
Invertire la rotta non si può ottenere solo attraverso leggi, oggi però necessarie, più restrittive ed indirizzate a ridurre il  conflitto uomo contro donna.
Sono necessarie anche azioni concrete che abbraccino tutto l'arco istituzionale e giuridico. Come la formazione di addetti e centri per l'ascolto del disagio, l'eliminazione della scarcerazione per scadenza del termine di carcerazione preventiva per assassini reo confessi o colti in flagranza di reato e parallelamente, una seria politica di recupero della popolazione carceraria che deve tener conto delle giusti condizioni di detenzione, della possibilità di utilizzare lavori socialmente utili per stimolare la loro reintegrazione in una società sempre più globalizzata nei consumi ma che non ridistribuisce più ricchezza ma, al contrario la sta sempre più concentrando in poche mani.
Quelle stesse mani che, per difendere il proprio potere economico, militare e politico, continueranno ad esercitare ed utilizzare la violenza come metodo dissuasivo di opposizione nei confronti di chi rivendichi libertà, uguaglianza e democrazia.

17/07/13


LiberaParola.Centro multidisciplinare di psicoanalisi applicata di Modena,

in Collaborazione con ass. Alkemia organizza:

seminario pubblico
22 marzo.23 aprile 2013  
Camera di commercio di Modena

 

LEGGI IL PROGRAMMA


22 MARZO

 MORIRE DI SPEAD

La crisi economica si ripercuote sul nostro tessuto sociale con pesanti effetti sull'individuo.

La crisi economica si riverbera sulle cittadine, sulle famiglie, e sull'individuo.

Troppe sono le persone che cadono in depressione, si tolgono la vita, o scelgono drammatiche scorciatoie per uscirne. La psicoanalisi, il mondo dell'economia e il mondo della politica la sera del 22 si sono ritrovati attorno ad un tavolo per discutere di questi temi mettendo in tensione punti di vista differenti ma complementari.

 

 


  

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Torreggiani , presidente camera di commercio di Modena

Francesco Ori, Assessore formazione professionale e mercato del lavoro, Provincia di Modena

 
 

Maurizio Montanari, responsabile clinico del centro di Psicoanalisi Libera Parola

 

 

 

 


Francesca Brencio, filosofa, University of Westren Sydney, collaboratrice di LiberaParola,

 

 

 

 


Giorgio Bonini, direttore Porta Aperta,
coordina: Maria Cristina Martinelli – giornalista.

 

 

 


Per info:

Centro di Psicoanalisi di Modena
www.liberaparola.eu - info@liberaparola.eu - 059 6130618
Progetto ministeriale nazionale ‘Le buone pratiche di cura nei dca’
www.disturbialimentarionline.it
Rete nazionale dei Consultori di psicoanalisi applicata
www.consultoridipsicoanalisiapplicata.it


Dal Comitato Acqua Pubblica

UNA LETTERA AD HERA PARI AL SUO DISAPPUNTO
di Lidia Castagnoli - Mauro Solmi


Il 4 marzo il Comitato Modenese per l'Acqua Pubblica ha consegnato ad HERA una lettera in cui chiede la cessazione immediata degli addebiti delle spese di reclamo,di interessi di mora e di intervento per la riduzione del flusso di acqua sulle bollette dei cittadini che aderiscono alla campagna di Obbedienza Civile.

Come già fatto più volte da luglio 2012 ad oggi, da quando cioè si sono verificati i primi interventi di riduzione del flusso di acqua per morosità ai danni del Condominio Itaca e della Polisportiva Modena Est, il Comitato ha espresso il suo disappunto per una gestione di questi cittadini come utenti morosi, perché questi cittadini stanno i realtà riducendo il pagamento della bolletta solo per la quota di remunerazione del capitale investito abrogato dal Referendum e applicato invece dai gestori.

Per queste ragioni la busta consegnata all'azienda era di dimensioni   gigantesche, ovvero metri 1,60 x 1,50, pari alla contrarietà del Comitato per il perseverare di questo atteggiamento.

Dopo un tentativo di consegna della lettera al Servizio Clienti, che non l'ha però accettata perchè non in linea con la procedura di reclamo accettata dall'azienda, tre rappresentanti del Comitato tra cui una residente del Condomino Itaca, sono stati ricevuti dal Direttore del Servizio Acqua del gruppo, Franco Fogacci, che ha affermato che pur comprendendo le ragioni dei cittadini, i gestori sono oggi pienamente titolati dalle nuove disposizioni dell'AEEG, Agenzia per l'Energia Elettrica e il Gas, ad applicare la quota di remunerazione in bolletta in attesa dell'applicazione del nuovo sistema tariffario e del ricalcolo delle bollette passate.

Il confronto è proseguito a partire quindi da prospettive del tutto opposte e non componibili: le ragioni civiche degli attivisti del Comitato, e quelle aziendaliste del Direttore. È stato però riservato uno spazio anche al confronto sul tema delle politiche di finanziamento del servizio idrico, e sull'effettiva attuazione da parte di HERA  dell'accantonamento della remunerazione del capitale nell'anno 2012 disposto dalla delibera di ATO Modena a dicembre 2011, su cui il Direttore si è riservato una verifica che comunicherà a breve.

Il Comitato, date le ragioni esposte dal Direttore Fogacci, ha quindi ribadito la sua determinazione nel proseguire con la denuncia pubblica di ogni tentativo di HERA di ridurre il flusso dell'acqua ai cittadini obbedienti, e si è dichiarato in attesa di informazioni sul rispetto da parte di HERA della delibera dell'ATO di Modena.

Gli attivisti del Comitato sono al momento in Consiglio Comunale a Modena (dove hanno consegnato al Sindaco Pighi la medesima lettera che lo vedeva destinatario per conoscenza), per ascoltare la discussione di due importanti mozioni presentate già nel 2012 dedicate l'una alla campagna di raccolta delle firme online per l'Iniziativa dei Cittadini Europei per l'acqua pubblica (a firma di Sinistra per Modena), e l'altra al rispetto del voto referendario (a firma  PD e Sinistra per Modena).

I 320.000 cittadini che hanno votato SI' al Referendum del 2011 si augurano quindi un impegno condiviso del Consiglio Comunale di Modena a difesa del loro voto.

Lidia Castagnoli - Mauro Solmi

11/03/2013


AARON SWARTZ: IL WEB PERDE UNA LIBERA MENTE
Daniele Tavernari

Pochi episodi smuovono la comunità digitale come l’improvvisa scomparsa di uno dei suoi figli. Il caso Aaron Swartz, programmatore e attivista statunitense su cui gravavano accuse per una condanna fino a 35 anni di reclusione e suicidatosi in casa propria l’11 Gennaio, non ha fatto eccezione.

Da sempre immerso nel mondo in continua evoluzione dell’informatica grazie al padre, produttore di software, l’enfant prodige di Chicago mostrò le sue straordinarie doti di programmatore già a 14 anni, quando diventò co-autore del rivoluzionario formato RSS per la distribuzione di contenuti Web. In seguito, dopo un breve periodo di studi all’Università di Stanford, proseguì le sue attività nel mondo dell’informatica fondando la start-up Infogami e iniziando a lavorare sul sito di Social News e di reindirizzamentoReddit. Quando quest’ultimo fu venduto alla società CondéNast, proprietaria di Wired, Swartz continuò a lavorare per esso, finché non fu estromesso dall’incarico. Già in questi anni iniziò, per lunghi periodi, a soffrire di depressione e frequenti malesseri.

Al di là dei lavori e delle collaborazioni private, l’impegno su cui Swartz si spese di più fu, tuttavia, verso l’attivismo digitale. Egli fu infatti uno dei maggiori editori volontari e analisti di Wikipedia, la quale ne rifiutò l’ingresso nel consiglio direttivo nel 2006, e un progetto con fini simili alla creatura di Jimmy Wales fu da lui stesso sviluppato: si tratta dell’Open Library, una biblioteca digitale per la raccolta e la libera diffusione di opere di pubblico dominio in formato E-Book, basata essa stessa su un software open source.
Egli operò anche in campo politico e giuridico. Entusiasta sostenitore di Obama alla sua prima candidatura, rimase in seguito deluso da alcune sue iniziative volte a tutelare dalla crisi e incentivare le grandi società informatiche, trascurando altri aspetti legati alla garanzia del diritto del libero accesso alla Rete e alla tutela degli utenti. Fu proprio quest’ultimo il campo nel quale Swartz dedicò più energie: fondò insieme al cybergiurista e amico Lawrence Lessig il movimento DemandProgress.org allo scopo di esercitare pressioni sul Congresso per la tutela della libertà di espressione in Rete e per questioni simili. In questo modo riuscì nella vera e propria impresa di fermare l’approvazione del SOPA (Stop Online PiracyAct), una legge volta a tutelare il copyright mediante censure e oscuramenti e criticata per l’iniquità a svantaggio dei siti più piccoli e con minor potere economico.

Nel suo appassionato attivismo, Swartz si spinse tuttavia oltre i limiti della legalità.
Nel 2009 scaricò e diffuse pubblicamente circa il 20% del database PACER (Public Access to Court Electronic Records) della Corte Federale degli Stati Uniti. Il database conteneva documenti giuridici pubblici, ma i cittadini statunitensi potevano allora accedervi solo a pagamento; il caso, aperto dall’FBI, venne in breve tempo archiviato senza condanna.

Fu nel 2011 l’azione più azzardata della sua carriera di “hacktivist”: eludendo le protezioni informatiche dell’MIT, scaricò oltre 4 milioni di documenti scientifici dalla piattaforma JSTOR con lo scopo di diffonderli liberamente in rete, in segno di protesta verso i privilegi editoriali sulla fornitura di relazioni e trattati accademici. L’accesso ad essi, nonostante fossero teoricamente di pubblico dominio, richiedeva una licenza a pagamento poiché erano sotto copyright nella loro forma digitalizzata. A seguito di ciò, nonostante l’avvenuta restituzione del materiale, Swartz venne accusato di frode informatica e di conseguenza rischiò una condanna fino a 35 anni di reclusione e 4 milioni di dollari di risarcimento. Nonostante non avesse l’appoggio dell’MIT, il consiglio direttivo di JSTOR dichiarò poco dopo di non voler proseguire la causa intentata nei suoi confronti e iniziò esso stesso, forse spinto proprio dall’azione dell’attivista, un percorso di pubblicazione e diffusione libera degli archivi di documenti in proprio possesso. Il procuratore dello stato del Massachusetts, tuttavia, non ne seguì l’esempio e proseguì nei propri atteggiamenti persecutori e giustizialisti, non esimendosi dal trattare Swartz alla stregua dei peggiori criminali, tanto che la sua pena poteva essere ben peggiore rispetto a quelle inflitte ad assassini e stupratori.

L’11 Gennaio 2013, Aaron Swartz è stato trovato impiccato nel suo appartamento. Il medico incaricato ne ha accertato e dichiarato il suicidio. La famiglia ha aperto un sito in sua memoria e amici, conoscenti e l’intero mondo della Rete gli hanno reso omaggio attraverso blog, testate giornalistiche e manifestazioni. Nel compiangerlo, l’amico e collaboratore Lawrence Lessig, vergin di servo encomio, ne descrive le vicissitudini con inattaccabile obiettività e amaro rimpianto, non risparmiando critiche e accuse nemmeno troppo velate al persecutorio e intimidatorio sistema giudiziario statunitense. Il collettivo di hacker Anonymous, seguendo il proprio consolidato modus operandi, ha espresso il proprio dissenso attaccando e mandando offline per alcune ore il sito dell’MIT.

Le possibili considerazioni e conclusioni riguardanti i soprusi che le potenzialità economiche consentono di mettere in atto nei confronti di chi combatte per libertà e diritti sono etichettabili come populistiche o qualunquistiche solo ad una prima, superficiale, lettura: le straordinarie lezioni impartite dalla Storia ci hanno da sempre reso indirettamente partecipi di situazioni di questo genere. Al di là di ciò, quello che è innegabile poter sentenziare è che l’umanità ha perso una delle più pure, aperte e potenzialmente più grandi menti operanti in una disciplina dalle potenzialità a tutt’oggi inimmaginabili, il cui disperato bisogno di una regolamentazione etica e ideologica prima che giuridica richiede la genialità e l’onestà di persone come Aaron Swartz.

Fonti e approfondimenti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Aaron_Swartz#cite_note-DeRobbio-5
http://www.unipd.it/ilbo/content/aaron-swartz-rest-peace


 

RI-PUBBLICA
Convegno sui percorsi di ri-publicizzazione dell’acqua in Italia e all’estero


Molte sono state le esperienze e riflessioni che si sono alternate al cinema Cristallo di Reggio Emilia. Da Torino a Napoli, passando per Roma, Padova, Saronno, Piacenza, Bologna, Forlì, Rimini e molti altri. Presenti anche i lavoratori di Metropolitana delle Acque, l’azienda pubblica di Milano. Tutte e tutti con un’unica parola d’ordine: acqua bene comune.


Presente anche Anne Le Strat, assessore all’acqua pubblica di Parigi, e Raymond Avrillier, ex direttore dell’azienda speciale di Grenoble che ci hanno invitato a seguire il loro esempio: la ri-pubblicizzazione. Auspicio evidenziato con la donazione al Comitato di Reggio Emilia di una bottiglia di vetro dove raccogliere la prossima futura acqua pubblica di Reggio.
Tantissime le voci che si sono fatte sentire. Un approfondimento nazionale ed europeo da ascoltare con interesse.

 

 

Raymond Avrillier, ex direttore dell’azienda speciale di Grenoble
Luca Vecchi – Capogruppo e segretario PD città di Reggio Emilia

 

 

 

 

 

Sergio Veneziani – ex Direttore AGAC Reggio Emilia
Enrico Bussi – Rurali Reggiani
Angelo Ciuri – Com. gestione rifiuti Parma


   


Raul Daoli – Sindaco di Novellare (RE)
Corrado Oddi – CGIL Naz. e com. Acqua pubblica
Mariangela – com. acqua Torino
Alessandro Punzo
- com. acqua Padova

     


 

Don Emanuele – centro Missionario
Lucia Lucenti – federconsumatori
Paolo Cossetti - com. romano acqua pubblica

     

 

Altri Interventi


Cinema cristallo – Reggio Emilia 15/12/12


 


RESISTENZA CREATIVA

Orwa Al Mokdad, scrittore siriano, con enorme difficoltà è giunto in Italia per raccontare come è cominciata la ribellione contro il regime di Assad e del perché giovani come lui hanno deciso di passare dalle proteste pacifiche alla lotta armata, mentre altri hanno provato la possibilità e i limiti dei movimenti non violenti in tempo di guerra.
Con: Donatella Della Ratta, esperta di media arabi
Francesca Caferri, La Repubblica

   
 


AL QAEDA & CO.

Le reti terroristiche dal Sahel alla Somalia. Come si stanno diffondendo i movimenti integralisti islamici e perché l’occidente quando interviene lo fa a solo proprio tornaconto. Quale ingerenza dell’Arabia Saudita e Qatar nei movimenti rivoluzionari arabi e quale progetto si profila per quell’area geopoliticamente strategica per il futuro.
Introduce e modera: Francesca Sibani, Internazionale

Seidik Abba, Panapress

Pierre Cherruau, SlateAfrique

Abdourahman Waberi, scrittore franco-gibutiano

 

le domande del pubblico


NON CON I MIEI SOLDI!


Da Occupy Wall street alla finanza etica. Un nuovo mondo attraverso un nuovo modo di concepire la finanza.
Introducono: Alessandro Spaventa, Internazionale

Paolo Beni, Arci nazionale,

Ugo Buggeri, Banca Etica


Shawn Carrié, Occupy Wall street


Malcom Hayday, Charity Bank


Claudia Vago, social media curator

 


 GLI EMIRI GIOCANO A RISIKO

Le monarchie arabe tra soft power e controrivoluzione. Esperienza di lotta per i diritti e manifestazioni culturali in paesi a democrazia limitata.
Introduce e modera: Catherine Cornet, Internazional

Sultan Al Qassemi, giornalista degli Emirati Arabi Uniti


Maryam Al Khawaja, Bahrain center for human rights

le domande del pubblico


TRENTA GIORNI PER UN PRESIDENTE

L’America alla vigilia delle elezioni: quale pensiero e progetto per la nuova america.

David Carr, The New York Times


Philip Gourevitch, The New Yorker


JoAnn Wypijewski, The Nation


Introduce e modera: Marino Sinibaldi, Rai, Radio3


Sui suicidi ai tempi della crisi, tra patologia e normalità.

di Montanari Maurizio


La crisi ammazza. 
Le persone licenziate, gli imprenditori in difficoltà insormontabili, si uccidono. Si chiamano fuori, fuori scena.
La fanno finita per primi i più deboli, e questa non è certo una novità. Per primi si lasciano cadere quelli che  sono già predisposti strutturalmente.   Nel momento in cui il legame si sfilaccia, il melanconico è irrimediabilmente risucchiato verso una posizione primigenia. In molti casi l’uscita di scena è subitanea e richiama il passaggio all’atto ( il lasciarsi cadere, niedderkommen) di cui parla Lacan. La falcidie colpisce dunque più facilmente il melanconico.  Chi vive cioè  la questione del divenire oggetto più sulla pelle della propria storia, sulla carrozzeria della propria struttura .
La melanconia è uno stato dell'animo che predispone ai passaggi all'atto di tipo suicidario. Il depresso sotto soglia è colui che vive la vita sempre con un sospiro di insoddisfazione. La melanconia può giungere a livelli così profondi da indurre il soggetto che ne è avvolto a chiamarsi fuori scena, spesso in modo subitaneo, lasciando sorpresi amici e parenti. Anche quando la situazione non pareva irrisolvibile. Ci si chiama fuori quando l'azienda tracolla, quando il proprio posto di lavoro sfuma. Ma anche quando uno scossone fa barcollare le sicurezze.
Il melanconico patisce un antico fuori scena.
Si tratta di una condizione di esclusione  ab inizio, un fuori squadra come dato costitutivo. Nella triangolazione edipica, il melanconico non è stato introdotto, non ha trovato forti mani genitoriali  che ne hanno circoscritto  e protetto il posto. Egli occupa così una posizione permanente di oggetto suscettibile di caduta, non tanto perchè più vulnerabile a certi eventi della vita, ma come condizione originaria. Una provvisorietà radicale, delle fondamenta poco profonde. 
Questa è la condizione che tanti melanconici cercano  di neutralizzare nel corso della vita. Si tratta dunque di una ricerca di posto, di un confezionamento di un abito artigianale che implica maggior fatica, perchè fronteggia una sorta di precarietà radicale innata. L'obbiettivo di questa stabilizzazione dell'essere, è quello di scongiurare la ricaduta nella ancestrale  posizione di cosa, di oggetto eliminabile. ‘Il lasciarsi cadere è essenziale a qualsiasi  improvvisa messa in rapporto del soggetto con ciò che esso è in quanto oggetto a’ ( J. Lacan, Seminario x). Per lui dunque la situazione economica attuale, dove tutti siamo oggetti, è più pericolosa e letale, in quanto mette in luce e spoglia una condizione più fragile, elevandola a sistema. Individui che si trovano a battagliare per scongiurare l’esclusione radicale che patisce il melanconico,  l’essere ridotti a oggetto,  in un contemporaneo che lavora per ridurre tutti a quello stato. Pezzi di ricambio.
 
E dire che negli anni ottanta, qualcuno ne andava anche fiero! Quel capitalismo &n bsp; ha contribuito non poco a degradare l’individuo a cosa, a oggetto.
Era un vanto, e per alcuni lo è tutt’ora, essere alfieri di un libero mercato senza regole nel quale ‘ ti devi scordare il posto fisso, ciascuno deve essere pronto a cambiare svariati lavori o mansioni nel corso della sua vita’.
Bell’affare. Oggetti, appunto.
Che bastione difendono costoro!  Senza regole, liberissimo mercato, che sennò sei comunista!. Oggetti semi pensanti senza l’assistenza sanitaria, che è una roba da parassiti. Abbiamo assistito alla negazione della soggettività come traguardo ultimo.....Un annientamento della specificità visto come traguardo radioso, un trionfo dell’Eurasia e del Socing predetta da Orwell, percorrendo però  la pista del capitalismo. Cellule totipotenti, neutre, buone per raccattare  frutta, intessere paglia o portare le pizze. Il soggetto viene di colpo privato del suo desiderio ( cosa altro è un percorso di studi in filosofia, in architettura o anni di pratica presso un falegname se non la costruzione di un rivolo del proprio desiderio?) per diventare oggetto buono per ogni mansione. Oggetto cosa, oggetto trasportabile e sostituibile.

La cronaca racconta che Luca Disarò si toglie la vita mercoledì 22 luglio di tre anni fa, dopo aver confidato in una lettera la sua crescente angoscia legata al timore di perdere il suo posto di lavoro in un azienda bolognese, a causa di una delocalizzazione della produzione in Cina. Fa da sottofondo a questo dramma una recente crisi coniugale. Si tratta di episodi frequenti, che purtroppo  balzano all’onore delle cronache solo quando sfociano in un esito nefasto. E’ la progressione dell’incertezza, il non sapere quale posto si debba occupare che genera un movimento d’angoscia crescente e spesso insopportabile, spiega Lacan. Una situazione dalla quale spesso ci si affranca facendola finita. Stando a quello che Luca lascia scritto, la sua dipartita appare figlia non solo della perdita del posto di lavoro, ma del crescente stato d’incertezza che la struttura nella quale prestava la sua opera mostrava nei confronti del suo impiego. Una situazione indefinita, fatta di convocazioni e richieste di andarsene. Una graticola che preannunciando il licenziamento, apriva le porte al nulla, alla non ricollocazione. 
Da mesi era cambiato, da mesi i sindacati cercavano di aiutarlo.
Da mesi stava dimagrendo, da mesi prendeva farmaci.

Cerchiamo di andare al di la del triste caso specifico, e allarghiamo l’orizzonte ad una situazione che sempre più connota le nostre terre. Noi possiamo evitare che le aziende chiudano, o che delocalizzino? Probabilmente no.
Possiamo però mettere in atto un apparato recettivo che sappia cogliere lo stato di fluidità, di nullificazione e di oscillazione alla quale molti lavoratori vengono sottoposti?
Questo sì. Uno degli effetti della crisi, quella crisi che per il nostro Governo è ormai al termine, sta proprio nel rendere molti uomini e donne oggetti intercambiabili, collocabili ad hoc sul mondo del lavoro, ai quali togliere poi l’abito di utilità, scaraventandoli in un deserto di incertezza.
Una non strada, una non terra, un luogo di non appartenenza dove nessuno può orientarsi.
Un tempo si diceva ‘negli Stati Uniti è così..un uomo deve saper cambiare lavoro molte volte nell’arco della sua vita’. E questo era detto con un aura di rispetto, di ‘ accidenti gli americani’.
Gli ultimi effetti della crisi e le manovre che Obama sta cercando di mettere in atto, sul credito, sulla sanità e sul salvataggio ‘comunista ‘ delle fabbriche di auto monstre che restavano negli hangar e che rischiavano di scaricare sui dipendenti gli effetti finali del loro fallimento, mette una bella pietra sopra  a tanti anni di glorificazione di un sistema economico che non ci è appartiene, e che ora viene messo in discussione anche oltreoceano.
I frati, Dio solo sa quanto la loro presenza sia sottovalutata, da tempo vanno dicendo che si rivolgono a loro in cerca di un pasto non solo le famiglie dei migranti, ma anche nuclei di nostri concittadini, affamati, privi di quelle che un tempo erano punti fermi di una esistenza: una casa, un lavoro, qualcosa da mettere sotto i denti.
Non ci sono ricette semplici a problemi complessi. Penso ad esempio alla cacciata degli ambulanti di centri storici o altre simili baggianate.
Certo è che le nostre comunità qualcosa possono fare.
Anzitutto non lasciare soli, magari in un deserto farmacologico, quelli che , tramite lettera si vedono spedire da un giorno all’altro nel mondo della non occupazione.
Cercare risorse sul territorio utili a tamponare l’emergenza : quel momento particolare nel quale si lascia una situazione economica acquista, che si riteneva incrollabile,  e si entra nel fluido mondo di chi non ha lavoro, e a 40 anni deve rimettersi in fila.
 
Una città deve aprire le orecchie, aguzzare la vista, scendere in strada. Una amministrazione ha il compito di trovare al proprio interno i canali di ascolto rivolti al proprio territorio. E questo senza assecondare  guerre tra poveri  o cercare facili scorciatoie ( via gli ambulanti dal centro o baggianate simili )
 Quanti concittadini sono in queste condizioni?
Quante industrie utilizzano metodi discutibili nel tenere appesi ad un filo i propri dipendenti?
Quanto c’è da fare in questa direzione…
Oggi la crisi mette alla prova le amministrazioni, più di tempo fa.
Oggi che le risorse dal governo centrale vengono tagliate, c’è un motivo in più per rimettersi in strada e snidare quelle situazioni di disagio che possono evolvere in tragedie come quella del signor Luca.
Oggi non va peggio di un tempo, è una difficoltà diversa.
Ai tempi del liceo avevo come docente di storia e filosofia Pierpaolo Tassi.
Gli sono debitore di un insegnamento: quando qualcuno lo interpellò affermando che i tempi erano magri, e che noi liceali difficilmente avremmo trovato lavoro, lui ribatteva così : ‘Non è vero che oggi va male. Un tempo andava peggio, molto peggio. Nel periodo rurale poteva capitare che il proprietario del fondo venisse a Vignola,  la Domenica. Se scorgeva tra la gente un suo ‘fattore’, aveva il potere di dirgli ‘ cosa fai qua? Torna a casa’, e questo , sottoposto al di la dell’orario di lavoro, doveva rincasare.’


CRISI ECONOMICA COME USCIRNE?
di Boris

Negli ultimi mesi a Modena ed a Corlo di Formigine sono stati realizzati alcuni convegni sull’attuale crisi economica e su come affrontare il problema del debito pubblico. Un problema,  sino ad ora apparentemente solo sfiorato da tutti i governi.  Ma come si è creata questa crisi? Cosa ha provocato la perdita del lavoro a molti cittadini europei e il default della Grecia? E' davvero tutta colpa dell'euro e della Germania?  Nelle varie conferenze sono emerse molte idee ed interessanti pareri, a volte anche profondamente contrastanti tra loro, su come uscire dalla  crisi e nello stesso tempo, rilanciare la crescita nel così detto vecchio continente. Dal parere negativo e dettagliato dell'influenza delle agenzie di rating e della falsità del problema del debito, del prof. Giorgio Gattei, alla necessità di uscire dall'euro e ripartire dal default dell'Italia secondo il metodo MMT utilizzato in Argentina,  proposto da Paolo Barnard; al rilancio dell'economia ambientalista e ecocompatibile partendo anche dalle piccole azioni quotidiane, proposte da  Guido Viale ed infine ai pareri degli economisti,  Giulio Sapelli e Nino Galloni. Un insieme di riflessioni che non possono che arricchire o fornire alcune nozioni di sociologia ed economia degne di aiutarci a comprendere la gravità di quello che forse anche inconsapevolmente stiamo vivendo. La crisi economica in Europa peggiore dal dopoguerra.

 


 


prof. Giorgio Gattei - docente di Storia del Pensiero Economico presso Università di Bologna

“Crisi: chi l’ha voluta e chi la paga”

 Video:    Intervista:   Audio 1:   Audio 2:

 



Guido Viale - giornalista e scrittore esperto di problematiche economiche ambientali, nonché Promotore dell’Alleanza Lavoro Beni comuni, Ambiente (ALBA).
“Crisi: come uscirne. Prove di utopie concrete”
Intervista:   Audio 1:     Audio 2:

 

 

 



Paolo Barnard – giornalista
"Il più grande crimine" e Modern Monetary Theory (MMT)”
Video:   Audio 1:   Audio 2:

 

 

 



Giulio Sapelli – economista – il suo parere riguardo le banche, il debito pubblico e il signor Monti  “In Onda” su la7 in prima serata domenica 15 aprile 2012
Video:

 

 

 



Nino Galloni. - economista - “Il divorzio tra il Ministero del Tesoro e della Banca d'Italia e l'esplosione del debito pubblico”
Video:

 

 

 

26/06/2012


NUOVE LIBERALIZZAZIONI: UN TAXI PER TUTTI?
di F.N.

 

Sono ormai passati diversi giorni dall’approvazione del decreto Monti sulle nuove e tanto attese liberalizzazioni. Un pacchetto di proposte sovversive e provocatorie illustrate dal premier a denti stretti per evitare che i diretti interessati chiedessero vendetta.

Il decreto legge presenta un pacchetto di riforme strutturali definiti “per la crescita”.
“Le riforme – sempre secondo il decreto - mirano a rimuovere due grandi vincoli che hanno compresso per decenni il potenziale di crescita dell’Italia: l’insufficiente concorrenza dei mercati e l’inadeguatezza delle infrastrutture”.
Una serie di riforme che produrrebbero una crescita significativa della produttività totale oltre 10 punti percentuali e un aumento del prodotto dell’11%; il consumo privato e l’occupazione crescerebbero fino all’8%, gli investimenti del 18%; i salari reali di quasi il 12%.

Questa crescita economica sarebbe stimolata anzitutto con l’eliminazione dei vincoli
burocratici (nulla osta, autorizzazioni, licenze) che oggi ostacolano l’avvio delle attività
d’impresa. Taxi non esclusi.

Ad osservare bene nel dettaglio questo pacchetto di liberalizzazioni, verrebbe da subito la voglia, soprattutto per alcune di esse,  di chiamarle “privatizzazioni”.  Anche perchè è comprensibile e non è da oggi che lo denunciamo, che sarebbe auspicabile una seria riforma del nostro paese in molteplici settori, ma non si riesce a comprendere in che modo queste prime proposte gioverebbero ai cittadini comuni.
Comprendiamo la necessità di liberalizzare le tariffe minime degli avvocati per aiutare gli utenti ma non comprendiamo come questo possa essere realizzato attraverso l'abolizione degli ordini professionali o senza introdurre maggiori tutele e veri percorsi formativi ai giovani tirocinanti che già per anni sono costretti a lavorare praticamente gratis e che da domani, dovranno fronteggiare anche uno scontro all'ultimo processo, con giovani colleghi neo laureati. Come l'annunciare la nomina di nuovi 1000 notai in TUTTA Italia, come antidoto a parcelle troppo salate o rilanciare il trasporto ferroviario consentendo per legge, di poter andare in deroga al contratto nazionale di categoria. Un progetto mi sembra di società che invece di gettare le basi di un serio rilancio del nostro paese, miri solo a “liberalizzare” la possibilità di giocare la partita futura “tutti contro tutti”.

Prendiamo per esempio la questione dei tassisti e della liberalizzazione della loro professione. Una categoria che appare presa più a campione come specchio mediatico che realmente incisivo per il rilancio economico del nostro paese. Certamente il loro atteggiamento, da nord a sud del paese,  spesso arrogante e strafottente nei confronti sia delle problematiche della loro categoria che nei confronti del servizio reso ai clienti, non li ha certamente aiutati però basta analizzare i punti fondamentali della prima proposta di riforma “trapelata”, per comprendere l’inquietudine per alcuni di essi.

  1. Eliminazione della territorialità
  2. Immissione immediata del medesimo numero di licenze attuali.
  3. Eliminazione dell'impossibilità di cumulo di licenze per ogni singolo
  4. Libertà agli enti locali di rilasciare un numero imprecisato di licenze, anche a pagamento o come possibile indennizzo ai tassisti già in opera.
  5. Gestione delle licenze tolta agli enti locali e affidate ad una commissione anti-trust di Roma.
  6. Nessun vincolo di turno
  7. Possibilità di assumere come dipendenti gli autisti di taxi.

In realtà il  DL 24 gennaio 2012, n. 1 nel documento approvato (Titolo I – CONCORRENZA - Capo VII – Trasporti – Art. 36 “Regolazione indipendente in materia di trasporti” (vedi decreto) è contenuto:

8) con particolare riferimento al servizio taxi, ad adeguare i livelli di offerta del servizio taxi, delle tariffe e della qualità delle prestazioni alle esigenze dei diversi contesti urbani, secondo i criteri di ragionevolezza e proporzionalità, allo scopo di garantire il diritto di mobilità degli utenti nel rispetto dei seguenti principi:
a) l'incremento del numero delle licenze, ove ritenuto necessario anche in base a un'analisi per confronto nell'ambito di realtà comunitarie comparabili, a seguito di istruttoria sui costi-benefici anche ambientali e sentiti i sindaci, e' accompagnato da adeguate compensazioni da corrispondere una tantum a favore di coloro che già sono titolari di licenza o utilizzando gli introiti derivanti dalla messa all'asta delle nuove licenze, oppure attribuendole a chi già le detiene, con facoltà di vendita o affitto, in un termine congruo oppure attraverso altre adeguate modalità;
b) consentire ai titolari di licenza la possibilità di essere sostituiti alla guida da chiunque abbia i requisiti di professionalità e moralità richiesti dalla normativa vigente;
c) prevedere la possibilità di rilasciare licenze part- time e di consentire ai titolari di licenza una maggiore flessibilità nella determinazione degli orari di lavoro, salvo l'obbligo di garanzia di un servizio minimo per ciascuna ora del giorno;
d) consentire ai possessori di licenza di esercitare la propria attività anche al di fuori dell'area per la quale sono state originariamente rilasciate previo assenso dei sindaci interessati e a seguito dell'istruttoria di cui alla lettera a);
e) consentire una maggiore libertà nell'organizzazione del servizio così da poter sviluppare nuovi servizi integrativi come, a esempio, il taxi a uso collettivo o altre forme;
f) consentire una maggiore libertà nella fissazione delle tariffe, la possibilità di una loro corretta e trasparente pubblicizzazione, fermo restando la determinazione autoritativa di
quelle massime a tutela dei consumatori";


Si è stabilito, inoltre, di "affidare l'analisi dei fabbisogni all'Autorità dei Trasporti che dovrà svolgere un’attenta istruttoria città per città, sentiti i Sindaci, per capire se è necessario aumentare il numero delle licenze".

Tutto ancora una volta finito in nulla? Gran movimento per non muovere quasi nulla?
Pare in fondo di no perché, e non a caso proprio i tassisti di quelle città hanno inscenato plateali scioperi e cortei, a Roma come a Napoli il modello proposto sarebbe lo stesso attualmente in vigore a Milano. Quindi forse un po’ più d’ordine rispetto a prima ma non uno stravolgimento dello stato attuale delle cose.

Chiare sono anche le parole pronunciate nel sito officiale dell’ URITAXI dal suo Presidente Loreno Bittarelli che con una lettera pubblicata il 25 gennaio e indirizzato ai suoi iscritti dichiara:

“Il testo del decreto è rimasto identico a quello entrato in CDM, ossia con le sole due variazioni che ci erano state promesse in sede d’incontro col Governo relative alla territorialità, che adesso è maggiormente garantita rispetto a prima perché diventa vincolante il parere dei sindaci e l’eliminazione della possibilità in capo a un medesimo soggetto di avere intestate più licenze. Permangono ancora molte perplessità sui seguenti argomenti:
 -  I poteri dell'Autority non possono prevaricare le competenze amministrative costituzionalmente assegnate ai comuni. Va quindi rafforzato il ruolo di quest'ultimi;
-  Va poi ben chiarito cosa significa la competenza di questa Autority (che comunque secondo me non si farà mai, almeno speriamo), sulle tratte portuali, aeroportuali e ferroviarie, perché non vorremmo che si venissero a creare una specie di "zone franche" dove chiunque può svolgere il nostro lavoro.
-  Non vanno bene le cosiddette licenze compensative perché questo concetto è iniquo ed inapplicabile, ad eccezione dei casi di raddoppio del numero delle licenze, cosa chiaramente da noi non condivisa in nessun comune d'Italia.
-  Non vanno bene le licenze part-time, abbiamo proposto di mettere a disposizione il nostro veicolo per eventuali orari extra, nei casi e periodi in cui ce ne sia bisogno.”


In questa vicenda, rimane comunque un mistero: in che modo questi punti consentirebbero di ottenere la riduzione delle tariffe? Come si riuscirebbe ad ottenere una giusta riforma fiscale in questo settore che obbligherebbe questi professionisti a pagare le tasse, senza pregiudizi e nel rispetto del loro lavoro?

Credo che le dichiarazioni rilasciate nella nostra intervista, (Ascolta) prima della presentazione del decreto, da Giovanni Maggiolo del FILT CGIL di Milano, dove “girano” ben 5000 taxi, non siano esaustive nell'affrontare il problema ma ci consentano almeno di non sottovalutare alcuni aspetti importanti ignorati o volutamente omessi dalla maggior parte dei mass-media nazionali.

Maggiolo afferma per esempio che: “Il taxista è uno che se guadagna qualcosa di più è perché lavora almeno 65 ore alla settimana, non ha una pensione, non prende tredicesima o quattordicesima, non ha ferie ne malattie pagate”.

Esiste allora davvero un problema del numero dei taxi disponibili e le tariffe applicate sono realmente, non solo in Europa, le più alte (vedi “tariffe Taxi”)? I dati presentati da ricerche indipendenti, qui pubblicate, non sembrano andare in questa direzione (vedi relazione “Test dei taxi in Europa”).
Sulle tariffe, per esempio nelle tabelle pubblicate anche da importanti giornali come La Repubblica o il Corriere della Sera, spesso non si è tenuto conto che in paesi come la Spagna, la tariffa è più bassa ma si paga una maggiorazione se si parte dalla stazione dei treni e in più va versato una quota per ogni bagaglio caricato. O, per esempio, che in paesi dove si è liberalizzato le tariffe sono nei primi posti per le tariffe più alte. A New York, tanto citato ad esempio, il monopolio dei grandi proprietari di taxi e la saturazione delle licenze ha portato il valore delle stesse a 1 milione di dollari. (vedi “Licenze taxi New York)
Come ben spiegato da Maggiolo, “Se allora il problema non è veramente questo ma fiscale, perchè non vi è nulla in questo senso nelle proposte del governo? Perchè non ci obbligano ad installare un tassametro calibrato e fiscale? Noi siamo disposti a farlo però ci consentano anche di poter scaricare l'IVA perchè attualmente non è possibile. Neanche della vettura acquistata per lavorare”.


Se però allora la questione non è principalmente fiscale, di che cosa si sta veramente parlando? I tassisti stanno davvero dando un pessimo servizio ai cittadini? E quanti sono veramente questi cittadini che utilizzano o utilizzerebbero il Taxi?  

L'impressione è che questa riforma sia più indirizzata non a migliorare il settore ma a consentire a grandi investitori di monopolizzare questo segmento produttivo attraverso la concentrazione di molte licenze in un unica proprietà, dipendenti autisti senza giusti turni di riposo e con retribuzioni minime.
Voci nel settore affermano che qualcosa certamente si sta già muovendo in questa direzione. Basti pensare a un operazione organizzata da uno dei “bellini d'Italia”, come piace chiamarli il comico Crozza. Lo stesso che ha fondato una società, la NTV con un capitale sociale di un milione di euro per rilanciare il nuovo trasporto ferroviario ad Alta Velocità “per soli ricchi. Il possibile progetto comprenderebbe la vendita di un servizio “da casa, alla stazione, all’albergo e ritorno”. Per fare questo serve una flotta di auto che però possa utilizzare le corsie preferenziali. Auto adeguatamente coperte da pubblicità di alberghi con cui potrebbe stringere accordi per pacchetti “tutto compreso”.

Anche se la partita potrebbe apparire chiusa, in realtà non lo è affatto. Pasti pensare che sempre nella sua lettera ai tassisti affiliati, Bittarelli dichiara:
“Occorre poi capire quali risposte intende dare il Governo alle precise richieste da noi avanzate, al fine di contenere i costi per l'utenza e per migliorare la qualità del servizio e i diritti di chi lavora, e più precisamente:
• L'abbattimento dell'IVA alla fonte sull'acquisto dei beni strumentali;
• La possibilità di acquisto del carburante a prezzi professionali;
• Il riconoscimento di mestiere usurante.
Ci auguriamo si possano sistemare anche queste questioni, rimaste ancora irrisolte.
Altrimenti non ci rimarrà altro che ritornare in piazza e riattivare le forme di lotta in tutta Italia, insieme a tutte le altre categorie che hanno problemi simili ai nostri e con le quali siamo già in contatto”.


INTERVISTA A GIOVANNI MAGGIOLO del FILT CGIL di MILANO 


18/02/12


Perversione nel corpo sociale
L'odio razziale nei fatti di Firenze, la lettura analitica

di Maurizio Montanari

 
Un amico di quei poveri disgraziati uccisi  nel centro di Firenze ad opera di  Casseri  grida alle telecamere: “non era matto. Se no, avrebbe sparato anche ai bianchi”.
In questa tragedia apparentemente senza motivo, questa frase assume un valore particolare. L'obbiettivo di quell'uomo erano i 'neri', oggetto di odio, il Migrante nella sua interezza, colpito uccidendo alcuni dei componenti della comunità senegalese.
Si tratta di una follia pianificata, o dell'obbedienza ad un Ordine di appartenenza al quale si sentiva indissolubilmente legato? La prospettiva analitica può orientare.
Le reazioni all'omicidio che si leggono sul sito estremista 'Stormfront', non sono dissimili dalle dichiarazione di intenti tipiche di questi gruppi, quali ad esempio il Ku KLux Klan, il cui referente italiano venne arrestato anni fa a Modena, mentre era intento a reclutare adepti attraverso la rete promuovendo la campagna “salva la stirpe bianca”.
 
Possiamo parlare di paranoia portata sino all'estremo passaggio all'atto?
 
L’odio è un sentimento abbastanza normale e diffuso, che trova il brodo di coltura nel clima di paura che ciclicamente le società si trovano ad attraversare. Ne è un esempio il nostro paese.  
Con odio si intende un  sentimento di forte ostilità e avversità nei confronti di qualcuno di cui si desidera il male. Senso di vivissima ripugnanza, di profonda contrarietà e di totale intolleranza nei
confronti di qualcosa. L’odio che non è un sintomo, ma una passione umana, uno stato dell’essere, scivola sovente nella sua declinazione peggiore, quella paranoica, sopratutto quando il momento culturale ne favorisce la crescita.  La Paranoia  è un meccanismo psicologico, che si può trovare sia nella nevrosi che nella psicosi. Nel primo caso parliamo di stile paranoico, atteggiamento sospettoso, diffidente. Tendenza a pensare che qualcuno trami alle nostre spalle. Perdita di senso di segnali che vanno tutti nella stessa direzione. La caratteristica di persone e gruppi di  tal fatta è l’aggressività, la chiusura , la autoreclusione dentro ad un bunker dal quale lanciare invettive, colpire, attaccare il bersaglio eletto a causa dei mali.
Il nemico diviene la ragione di vita di questo tipo di personalità la quale, priva di nemico, è a rischio scompenso. La vita di soggetti e gruppi di questo tipo è    dedicata ad alimentare una solitaria Guerra, a detrimento delle normali attività della vita quotidiana.
L'odio immotivato è il cemento di un unione altrimenti destinata a sfaldarsi, lasciando i singoli appartenenti al loro difficile incedere nel mondo. Nel suo stato grave, che prende appunto il nome di psicosi par anoica, abbiamo che fare con deliri, l’assurgere di  queste convinzioni a verità uniche e non confutabili. A seguito di ciò il soggetto modella la propria vita in base a queste convinzioni.   Ecco allora la presentificazione del nemico, il reclutare adepti convinti tra chi condivide il medesimo substrato patologico. La Proiezione è l’operazione con al quale il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro , persona o cosa, delle qualità, dei sentimenti, dei desideri e perfino degli oggetti che egli non riconosce o rifiuta in sé. La negazione consiste invece nella cancellazione  di sentimenti, desideri o pulsioni proprie del soggetto. Negazione della realtà, disconsimento del dato reale oggettivo, dei dati, delle verità storiche. (Olocausto). La scissione è infine l’operazione con la
quale una parte parte della personalità, inconsapevole al soggetto stesso, si “ distacca“ e compie azioni o pensa cose che il soggetto non riconosce più  come proprie.
Quando queste caratteristiche divengono costanti e si radicalizzano, parliamo di odio che diventa patologico. E tanto più la società ( o il nucleo sociale)  del momento offre una sponda a queste torsioni, più avviene una strutturazione paranoica che trasforma il diverso nel il ricettacolo di ogni male, tramutandolo nel   bersaglio sul quale si esercita la violenza , la segregazione e la eliminazione. Questa atmosfera si respira bene nell'eccellente film “La caduta”, dove il bunker di Hitler degli ultimi giorni assume i tratti dell'ambiente paranoico.
 
 Partiamo dall'analisi di un  testo di Innamorati- Rossi: &nb sp; “La rete dell'odio. Analisi strategica, semiotica e psicologica dell'integralismo, fondamentalismo e razzismo su Internet” ( Dati Editore).  
In una vecchia intervista, l'autore mi condensò la questione dei gruppi estremisti in queste righe:
‘I GPV vanno innanzi tutto distinti tra quelli che usano effettivamente la violenza per perseguire i loro scopi e quelli che sembrano soltanto inclini a usarla ma ancora non sono passati alle vie di fatto, oppure quelli che semplicemente offrono sostegno ideologico a quelli che la vogliono usare (come i siti antisemiti che riportano ancora presunte prove dell'abitudine degli ebrei di intingere le ostie nel sangue dei bambini cristiani etc.). La galassia internet ne è disseminata. E' difficile valutarne la obiettiva diffusione in termini di presenza reale sul territorio di organizzazioni attivamente finalizzate alla violenza. Ma ciò che rende pericolosi questi siti è la loro tendenza a cambiare l'atteggiamento mentale delle persone cosiddette normali attraverso la diffusione di notizie deliranti. Se io non ho motivo di odiare gli ebrei o i neri sarò sconvolto dalla violenza razziale. Ma se qualcuno mi fa capire che in fondo quelli colpiti dalla violenza razziale in realtà ci odiano, vogliono stuprare le nostre donne, vogliono impadronirsi del potere etc. etc., forse a avrò qualche dubbio nel difenderli e lascerò mano libera alla violenza dei gruppi attivi.
 ‘Tranne casi limite gli adepti sono persone "normali" con tendenza alla marginalizzazione. Il ragionamento di base di un potenziale adepto a un GPV è questo: "io non occupo il posto che mi compete, quindi deve essere colpa di qualcuno: questo qualcuno, che odia me e quelli come me, sono quelli che vengono “da fuori” e vogliono sostituire quelli come me" . Il principio è questo: quelli come me (gruppo di appartenenza) non mi farebbero mai questo (tenermi al di fuori del posto che è giusto che occupi nel lavoro e nella società).
Quindi è colpa di altri (gruppo esterno o outgroup). Quando qualcuno arriva con una spiegazione facile (il gruppo esterno sono i terroni, i negri, gli ebrei) scatta l'odio nei confronti degli altri e qualche volta la violenza attiva o il sostegno alla violenza attiva.’
Al contempo Casseri si è fatto volontà dell'Altro, annullandosi come faceva Heicmann, in nome di
di un Altro assoluto, al quale si era totalmente dato e offerto come oggetto. Un obbedienza in nome della quale, insegna Lacan, il perverso si tramuta in mero esecutore di ordini privo di capacità critica, una normale macchina dell'orrore. Si noti quanto l'oscillazione tra paranoia in forma acuta e perversione sia labile nel caso di questa tragedia.
‘Propriamente parlando ( la perversione) è un effetto inverso del fantasma. E’il soggetto che si determina esso stesso come oggetto, nel suo incontro con la divisione della soggettività(..) E in quanto il soggetto si fa oggetto di una volontà altra che non solo si chiude, ma si costituisce la posizione sadomasochista.  ( J.L ' I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi . p 188-189)
Casseri  serviva non a caso la causa della “razza bianca”, in nome della quale ha agito in maniera studiata, precisa, volendo infliggere un colpo alla comunità migrante, (' ora tocca a voi, negri!') , volendo angosciarne gli appartenenti con la sua minaccia immanente.
'Il sadico vuole suscitare l’angoscia nell’altro   ‘ non vie ne cercata tanto la sua sofferenza, quanto la sua angoscia(..) L’Angoscia dell’altro, la sua esistenza essenziale in quanto soggetto in rapporto a tale angoscia, ecco ciò che il desiderio sadico sa far vibrare (JL. Seminario X. P 113). Darsi la morte dopo aver compiuto l'omicidio, significa volersi sottrarre al giudizio di chi non si riconosce come legittimato a ricoprire quel posto.
La giudicabilità non è connaturata alla struttura perversa, come il processo di Norimberga ci insegna.
Qualunque sia la natura del crimine, la leggerezza del corpus politico quando soffia sul fuoco del razzismo o dell'odio per il diverso, non tiene in conto del vaso di Pandora che può scoperchiare.

10/01/12


Lucca Comics 2011
REPORTAGE DAL MONDO DEL FUMETTO
di Francesco Tassi


È domenica 30 ottobre, sto passeggiando per le strette strade di Lucca, insieme a una moltitudine di altri passanti che mi rende difficile, anzi impossibile, raggiungere l’altra parte della strada. Fin qui nulla di strano, potrebbe trattarsi dell’ordinario sovraffollamento dei giorni festivi, ma i passanti che mi circondano non sembrano indossare i vestiti buoni della domenica.
Mentre mi divincolo fra Dylan Dog, cavalieri Jedi, Power Rangers, corsari caraibici, super eroi americani e super-robot giapponesi, per citare solo alcuni delle centinaia di personaggi che riconosco intorno a me, capisco che fra le antiche mura di Lucca deve essere accaduto qualcosa di straordinario, forse una magia che ha dato improvvisamente vita ai personaggi dei fumetti, dei film e dei videogames.

Questo incantesimo che ha ribaltato il mondo della realtà per farvi entrare quello della fantasia, si chiama “Lucca comics, movies and games 2011”, ed è il popolarissimo festival che dal 28 ottobre al primo di novembre, trasforma la città di Lucca nel regno della creatività al potere. Per questi cinque giorni i cosplayers, ovvero gli appassionati di cinema, fumetti o videogiochi che danno corpo con i propri costumi ai personaggi di fantasia, creano a Lucca una sorta di Carnevale anticipato per la gioia di ogni appassionato. Il popolarissimo Festival italiano, quest’anno ha battuto ogni record di visite registrando ben 155 mila presenze e accreditandosi così come la terza più grande mostra–mercato del settore al mondo, preceduta solo dal Festival nipponico di Tokyo e da quello francese tenuto ad Angoulemme, ma superando per numero di presenze l’americano “Comicon” di San Diego.

Il Festival, che attira ospiti e pubblico da tutto il mondo, si svolge nel centro rinascimentale della città e si articola in decine di differenti padiglioni suddivisi per aree tematiche (Fumetto, videogiochi e film d’animazione e non solo), sparsi all’interno e all’esterno delle mura della città.  Numerose sono anche le sale destinate agli incontri e le mostre che riempiono ogni spazio espositivo del centro storico, proponendo allestimenti di illustrazioni e fumetti in linea con il tema dell’Avventura, parola chiave prescelta per l’edizione del Festival del 2011, dedicato al grande scrittore di romanzi avventurosi Emilio Salgari, di cui ricorre quest’anno il centenario dalla nascita. Data la grande ricchezza e la varietà del programma del Festival, che richiederebbe più di uno sdoppiamento al visitatore che volesse presenziare ad ogni evento, ho scelto di delimitare il mio interesse esclusivamente all’ambito del fumetto, che risulta il settore trainante del Salone fin dalla sua prima edizione, nel lontano 1966.

A Lucca Comics partecipano tutti i più importanti operatori del settore ed un numero sempre crescente di negozi specializzati, fumetterie ed associazioni ludico-culturali. Per questo motivo, il Festival  rappresenta il momento più importante dell’anno dedicato al fumetto, con un carnet di appuntamenti ed eventi da capogiro e, soprattutto, una lista di ospiti di primo livello.  Fra questi si annoverano vere e proprie stelle del fumetto del calibro di Jeff Smith, autore statunitense della premiatissimo Bone, che a Lucca coglie l’occasione per presentare personalmente l’edizione italiana del tomo unico che raccoglie tutte le avventure della serie. Dagli USA, proviene anche David Mazzucchelli, vincitore dell’ambito premio Gran Guinigi per la categoria Storia Lunga, con l’ originale e ambizioso “Asterios Polyp”, in cui tenta di descrivere psicologie e personalità dei suoi personaggi coniugandole con invenzioni visive e grafiche sempre sorprendenti. Anglofono anche Craig Thompson, autore britannico della graphic novel dalle atmosfere medio orientali Habibi, la quale rappresenta graficamente una personale riflessione dell’autore sul difficile dialogo fra Islam e Cristianesimo. Ancora inglese è David Lloyd, l’abilissimo disegnatore del celebre “V… come Vendetta”, fumetto cupo e visionario ideato da Alan Moore e poi approdato nelle sale cinematografiche nel 2005. Sono i suoi pennelli che hanno dato forma alla maschera di “V”, che si è trasformata in simbolo universale di rivoluzione anarchica ad tirannia.
 Un altro disegnatore d’eccezione presente è lo spagnolo Guarnido,  la cui maestria ha dato vita e colore (ad acquarello) all’investigatore noir dal volto felino Blacksad, ideato da Canales, collocato in un mondo sociale trasfigurato in cui le differenze socio-culturali e caratteriali si tramutano in sembianze animalesche. Prima di concludere la carrellata delle “star” straniere, mancano ancora due autori fondamentali, che figurano senza alcun dubbio nell’Olimpo degli “artisti sequenziali”.

Il primo è francese Baru, le cui storie a fumetti, che hanno per protagonisti personaggi marginali e “arrabbiati” con la società, sono realizzate con la tipica linea chiara della scuola franco-belga. Mentre, il secondo, è l’acclamatissimo autore giapponese  Jiro Taniguchi, un narratore di storie raccolte e intimistiche, rivolte a cogliere un’emozione di passaggio, come nel popolare manga “L’uomo che cammina”, piuttosto che le rocambolesche gesta dei ribelli di provincia immortalate da Baru.

Fra gli autori italiani del momento, figurano Emanuele Fior e Davide Reviati, presenze fisse allo stand della Coconino Press, la casa editrice diretta Igort, a sua volta maestro del fumetto e del reportage grafico, che pubblica continuamente decine dei migliori titoli del panorama fumettistico italiano ed europeo. Fior, vincitore di Lucca Comics 2010 con il romanzo grafico “5000 chilometri al secondo” è un giovane fumettista proveniente dal campo dell’architettura, che si sta facendo conoscere per il suo inedito uso del colore ad acquarello fresco, espressivo ed emozionante. Reviati, invece, autore di “Morti di sonno”, preferisce uno stile più grafico e pittorico, che lo avvicina all’illustrazione e alla pittura, delle quali si è occupato prima di approdare al fumetto.  A tutti gli autori elencati, con l’eccezione di Baru e Thompson, è stata dedicata una splendida mostra nello spazio espositivo del Palazzo Ducale, dove per tutta la durata del festival, i maestri internazionali della “nona arte” hanno coperto gli affreschi rinascimentali dei grandi artisti dediti alla prima delle arti.  

Le celebrità mondiali dell’universo dei Comics delle quali si è parlato, rappresentano solamente la punta dell’iceberg dell’incredibile numero di autori di fumetti professionisti ed esordienti accorsi al Festival per curiosare o presentare le proprie produzioni al grande pubblico. Alcuni di loro meritano maggior attenzione, soprattutto quelli che sono a mio parere i più interessanti del linguaggio del fumetto nel panorama contemporaneo. Infinite delizie fumettistiche sulla tavola del grande Salone di Lucca.

Il mercato del fumetto del terzo millennio è profondamente cambiato rispetto al passato: con il successo del formato graphic novel o romanzo a fumetti, il fumetto è approdato nelle libreria, senza comunque abbandonare le edicole ancora piene di una grande varietà di titoli, dai classici bonelliani e Disney, fino alle nuove produzioni come l’esilarante “Nirvana”, della premiata coppia Caluri – Pagani, lanciato proprio questo mese in edicola. Con questo cambiamento epocale, si è parallelamente sviluppata una rivalutazione del fumetto come mezzo espressivo di dignità non inferiore a quella del cinema o della letteratura. Il fumetto, infatti, dovrebbe essere inteso come un medium a pieno titolo, un veicolo di cultura che prescinde dai contenuti veicolati, ed insieme un’arte, per l’appunto la nona.

Le applicazioni del “linguaggio fumetto”, sono infinite e non si riducono certo solo a svago o creare fantasiosi mondi di evasione. Il fumetto può servire anche per fare giornalismo e diffondere conoscenze approfondite riguardo i più importanti fatti di cronaca che hanno segnato l’Italia contemporanea. L’idea di fumetto d’inchiesta, incentrato sulla dimensione sociale con un approccio impegnato e approfondito, è stata coltivata dall’editore Becco Giallo, che si è dedicato a pubblicare “fumetti d’impegno civile”. Nella suo catalogo sono stati pubblicati fumetti-reportage di cronaca storica, con titoli come “La strage di Bologna”, “Etenesh: l’odissea di una migrante” o i più recenti “Julian Assange” e “Viareggio”, quest’ultimo realizzato da Gianfranco Maffei, presente al Festival, parente di una vittima della strage.

La Graphic novel è solo una fra le tante declinazioni possibili del linguaggio del fumetto. Sebbene in misura molto ridotta rispetto agli anni ’70 – ’80, le riviste di informazione e satira politica a fumetti sono sempre presenti nelle edicole italiane. Il “Male” di Vauro e Vincino, nonché “Frigidaire”, sono resuscitate da pochi mesi,  relativamente nuove invece è “Mamma!”, rivista mensile autoprodotta  che ha già compiuto il terzo anno di vita, che riunisce giornalismo, fumetto e vignetta politica per offrire un punto vista affilato ma intelligente sulla politica italiana odierna.
Partendo proprio da “Mamma!”, occorre fare una menzione particolare al ricchissimo fenomeno del fumetto autoprodotto, al qual era dedicato uno dei principali padiglioni di Lucca Comics: la “Self area.”
Il fumetto autoprodotto è il fumetto indipendente per definizione, in quanto la figura dell’autore e del produttore coincidono per evitare di passare attraverso il filtro vincolante dell’editore o per creare qualcosa di rivoluzionario che non troverebbe il suo posto nel mercato editoriale vigente. Sebbene i fumettisti che producono autonomamente le proprie opere non possono permettersi ampie tirature, essi tutelano la proprietà intellettuale del proprio prodotto e non ne affidano il controllo a persone terze. Le autoproduzioni rappresentano quindi il settore più vario, dinamico e sperimentale del panorama fumettistico italiano, nonché la pista di decollo per molti esordienti, che trovano in questo modo la possibilità di pubblicare e far circolare le proprie idee.
Fra gli stand della Self area spicca quello di Delebile, la rivista di fumetti ideata da un nucleo di giovani disegnatori e sceneggiatori che gravitano intorno all’Accademia di Belle Arti di Bologna, la città italiana che più di ogni altra ha fatto la storia del fumetto autoprodotto.

Delebile, che quest’anno ha vinto il titolo di Miglior Produzione della Self Area, è un contenitore aperto, una fucina di molti talenti, che fondono parola e immagini per raccontare storie brevi e stravolgenti, sospese fra la cronaca e l’assurdo, vere e proprie fantasmagorie del quotidiano. Il progetto che ha fatto guadagnare il premio a “Delebile” si chiama INUIT e prevede l’apertura a Bologna di una libreria di fumetti autoprodotti provenienti da tutta Europa.
In conclusione, Lucca Comics 2011 non è solo una mostra mercato, ma è in primis un grande evento che costituisce un prezioso momento di incontro fra autori, lettori, ed editori. In questa straordinaria occasione, capita agli appassionati di poter scambiare due chiacchiere con i loro autori preferiti, che assumono finalmente un volto e una voce dopo essere stati solamente dei nomi o più sovente degli pseudonimi, scritti sulle copertine dei fumetti.
Il festival di Lucca rappresenta anche l’occasione per sollevare interrogativi e avere un’idea sullo status del fumetto, in un’epoca travagliata di crisi economica e rivoluzione digitale. Per il fumetto, insomma, c’è un futuro oltre la carta e oltre la crisi? E se sì, che contributo può dare il fumetto alla costruzione dell’immaginario di un mondo migliore?
La risposta soffia nel vento dei tanti appassionati a Lucca Comics che invita a considerare il potere dell’immaginazione, che si esprime attraverso ogni forma d’arte, come risorsa importante non solo per  pensare e descrivere questo mondo attraverso le immagini, ma anche come mezzo per mostrare realtà alternative possibili, impossibili o reali, proprio grazie al potere evocativo della fantasia. In altre parole, “comics change the world!”.

15/11/11


Attenzione ai nuovi ticket: alcune regioni non lo applicano linearmente.

E’ ormai da lunedì 29 agosto anche in Emilia-Romagna  sono stati introdotti i ticket su farmaci e viste specialistiche, ma modulati su fasce di reddito, definite sulla base di un’autocertificazione,  e salvaguardando le attuali esenzioni.

La Regione Emilia-Romagna, unitamente alla Regione Umbria e Toscana, hanno assunto decisioni diverse in materia di Tickets rispetto al Governo, ovvero non applicherà il ticket lineare di 10 euro previsto dal Governo  per tutte le prestazioni e per tutti i cittadini, indipendentemente dalle condizioni economiche. “Di fronte a una decisione del Governo che giudichiamo un grave errore, iniqua per i cittadini e dannosa per il Servizio sanitario nazionale  - ha spiegato oggi  l’assessore regionale alle politiche per la salute Carlo Lusenti -  abbiamo voluto affermare il principio che chi può di più contribuisce di più. Subiamo una scelta sbagliata, alla quale tutte le Regioni  si sono opposte fermamente fino ai primi di agosto,  avanzando anche proposte alternative di gettito quali l’imposta sul tabacco. La chiusura però è stata totale e il Governo  ha imposto di applicare immediatamente la delibera che introduce i nuovi ticket”.  Il provvedimento  regionale è dunque un adempimento di quanto previsto dalla manovra finanziaria del Governo del luglio scorso, che ha tagliato  834 milioni di euro annui dal Fondo sanitario nazionale, 100 dei quali in Emilia-Romagna.  Da qui alla fine dell’anno per l’Emilia-Romagna si tratta dunque  di recuperare risorse pari a circa 30 milioni di euro.

“Non deve sfuggire – ha concluso Lusenti - che  questo provvedimento  sui ticket, per quanto pesante, corrisponde  a poco più dell’1%  dei circa 90 miliardi  di tagli previsti dalle delle due manovra  del Governo, tagli che pesano in gran parte sul  welfare di questo paese. Su questo l’attenzione di tutti  dovrebbe essere alta e non venire meno”.    

Le novità in vigore dal 29 agosto stabiliscono dunque nuovi ticket in base  a fasce di reddito che ogni cittadino dovrà autocertificare, attraverso un modulo che dovrà essere compilato per ogni componente del nucleo familiare una sola volta.  In questo modo ciascun cittadino sarà in possesso del documento con cui accedere a tutti i servizi, unitamente alla prescrizione. “Abbiamo cercato di  applicare questo provvedimento nel modo più semplice  e graduale possibile – ha sottolineato Lusenti - cercando di ridurre i disagi anche in questa fase di avvio. Così nessun cittadino correrà il rischio di vedersi negato un farmaco, una visita o una qualunque prestazione, anche se non avrà compilato la prevista autocertificazione e avrà due mesi di tempo per mettersi in regola con il pagamento dell’eventuale ticket aggiuntivo”.

La compilazione potrà  essere fatta presso tutti gli sportelli in cui si effettuano le procedure per esenzione ticket (Aziende Usl e Ospedaliere, patronati, Caaf, associazioni di categoria) o in alternativa autonomamente e, in questo caso, la copia del modulo di autocertificazione dovrà essere trasmessa, insieme alla copia del documento di identità, per posta ordinaria, fax o e-mail agli indirizzi degli Uffici relazioni con il pubblico dell’Azienda sanitaria di residenza. 

I nuovi ticket per i farmaci

E’ la prima volta che in Emilia-Romagna viene applicato un ticket sulla farmaceutica. Il provvedimento, messo a punto dall’Assessorato regionale alle politiche per la salute, introduce un ticket in base al reddito familiare annuo lordo autocertificato.

Tale ticket non riguarda chi ha un reddito inferiore ai 36.152 euro e chi già usufruisce di un’esenzione: per reddito, età, patologia cronica o altre condizioni.

Questi i ticket e le relative fasce di reddito: 0 euro fino a un reddito di  36.152 euro; 1 euro a confezione (con tetto di 2 euro per ricetta) per un reddito compreso  tra 36.153 e 70.000 euro; 2 euro  a confezione (con tetto di 4 euro per ricetta) per un reddito tra 70.001 e 100.000 euro; 3 euro a confezione (con tetto di 6 euro per ricetta) per redditi superiori ai 100.000 euro.

Visite specialistiche,  prestazioni di chirurgia ambulatoriale

Il ticket per le viste specialistiche  aumenta di 5 euro per tutti, indipendentemente dal reddito. Chi è esente continuerà ad esserlo. Per la prima visita il ticket sarà dunque di 23 euro, per quelle di controllo di 18 euro. Viene introdotto anche un ticket di 46,15 euro per le prestazioni di chirurgia ambulatoriale della cataratta e della sindrome del tunnel carpale.

Risonanza magnetica e Tac

Anche per la risonanza magnetica e la Tac la compartecipazione del cittadino viene rimodulata. Questi gli importi e le relative fasce di reddito: 36,15 euro (resta  dunque invariato)  per redditi  fino a 36.152 euro; 50 euro  per redditi tra 36.153 e 100.000 euro; 70 euro oltre i 100.000 euro.

Esami specialistici

Viene introdotto, e modulato in base al reddito, un ulteriore ticket sulla ricetta con esami che da soli o nel loro insieme hanno un valore tariffario superiore a 10 euro. La misura non riguarda i redditi fino a 36.152 euro. Tale quota non si applica alle ricette che prescrivono solo la visita e a quelle che prescrivono Tac  e risonanza magnetica. Se la  ricetta contiene la visita e altre prestazioni, il costo della visita non concorre a determinare il valore tariffario. Ecco dunque ticket e corrispondenti fasce di reddito: 0 euro fino a 36.152 euro; 5 euro tra  36.153 e 70.000 euro; 10 euro tra 70.001 a 100.000 euro; 15 euro oltre i 100.000 euro.

Pronto soccorso ed esenzioni

Nessun cambiamento è previsto per l’accesso al pronto soccorso, per il quale restano in vigore i ticket e le esenzioni attuali.  Analogamente sono confermate tutte le attuali esenzioni nazionali e regionali: bambini fino a 6 anni di età e anziani dai 65 anni, con reddito familiare lordo inferiore o uguale a 36.152 euro, persone con invalidità e con malattie croniche, donne in gravidanza, disoccupati, lavoratori in cassa integrazione e loro familiari.

I moduli per l’autocertificazione possono essere reperiti in tutte le sedi del Servizio sanitario, nelle farmacie, negli ambulatori, nelle sedi di patronati, Caaf, sindacati e associazioni di categoria.

Per ulteriori informazioni rivolgersi anche al numero verde del Servizio sanitario regionale 800 033 033. Tutti i materiali però sono anche scaricabili dai link di questa pagina.

Modulistica


RAPPORTI DI FORZA

I “No Tav” della Val di Susa

di Boris


Azioni e Reazioni caratterizzano da sempre i Rapporti di Forza nella politica come in campo sociale. Ed è per questo che non dico fosse scontato, quanto è successo domenica 3 luglio 2011 in Val di Susa, ma quasi.
Da troppi anni i popoli di quella valle chiedevano una risposta a chi, per il bene di pochi, aveva deciso di rendergli la vita estremamente diversa da quella che prefiggeva di svolgere. Un radicale attacco alla loro storia e alla libertà di poter decidere o almeno interagire con un finto progresso imposto, dove lo sviluppo dei popoli e di una nazione, non sono altro che un’icona, un progetto da esibire come necessario cambiamento per “il bene di tutti”. In alcuni casi addirittura come potenziale rilancio dell'economia del nostro paese.
In quella Valle, in quest'ultima settimana, si è giocata l'ennesima imposizione di uno Stato che in nome solo ed esclusivamente del profitto e del fare inutile, ha deciso di non lasciare alcun spazio di mediazione e analisi degna di essere chiamata tale.

Qui non si tratta di voler imporre la volontà democratica di un paese ad avere un treno ad Alta Velocità, come enunciato dal segretario del Partito Democratico, ma di voler imporre con la forza e la repressione, un sistema economico che ha come fondamento l'illecito profitto. Il distruggere per guadagnare. Il sopprimere per dominare.
Si può stimare, sulla base di dati economici indicati nel progetto preliminare 2010, che per realizzare l’opera, il preventivo di spesa per le finanze italiane ammonta circa a 12-13 miliardi di euro. Ma, questi soldi non ci sono, quindi lo Stato italiano dovrà accendere mutui con le banche più importanti del nostro paese per una durata, si può presupporre, di trent’anni ad un tasso del 6%. Il costo complessivo compreso di interessi ed accessori arriverà a 16-17 miliardi di euro: mezzo miliardo di debito pubblico per 30 anni per il Tav Torino-Lione.

Per non parlare poi del progetto che esperti, non di “differente estrazione politica” ma soprattutto tecnici riconosciuti, hanno spiegato in modo dettagliato quanto sta per essere realizzato. Come il prof. Andrea Boitani, cattedra d’Economia politica dell'Università Cattolica di Milano, che si occupa da anni di quest’argomento e che insieme ai prof. Marco Ponti e Francesco Ramella, ha pubblicato per l'Istituto Bruno Leoni di Torino uno studio dal titolo "Tav: le ragioni liberali del No" (2007), oppure, come le inchieste realizzate dal Politecnico di Torino e Milano, ben esposti dalle trasmissioni di Report di RAI 3 o La 7, che hanno evidenziato l'impatto ambientale di quel tunnel di 54 km realizzato in una montagna già scavata dall'Enel perchè ricca d'uranio. Per non parlare ancora, della presenza accertata di amianto che ha indotto la stessa ASL di Torino a parlare di oltre 20.000 morti nei prossimi anni a causa della nube creata dall'escavazione.
Un altro dei tanti motivi enunciati per elogiare questo progetto, sta nel definire la Torino-Lione, una potenziale linea ferroviaria su cui si trasferirà un ingente trasporto delle merci attualmente destinato a quello su gomma. Trasferimento dovuto agli attuali collegamenti stradali del versante alpino nord-occidentale che sarebbero prossimi alla saturazione. Peccato che i dati siano in controtendenza proprio perchè i trafori stradali del Monte Bianco e del Frejus sono utilizzati appena al 35% della loro capacità massima. Quindi ne consegue che la Tav non riuscirebbe a competere, a meno che il passaggio dei camion attraverso il Frejus non fosse vietato.
Secondo sempre i sostenitori del progetto, è l'Unione Europea che chiede la sua urgente realizzazione, mentre, in realtà, ancora una volta se ne dà una voluta e faziosa interpretazione. In Europa ci viene chiesto di velocizzare il trasporto delle merci e dei passeggeri sul corridoio 5. Null'altro. Ruolo questo che potrebbe essere facilmente raggiungibile in modo soddisfacente anche potenziando l'attuale rete ferroviaria esistente.

Che senso ha allora tutto questo con quanto è avvenuto nel cantiere e nei boschi La Maddalena o nelle altre frazioni di Chiomonte?


Domenica mattina un corteo di 60-70mila persone ha marciato compatto, esibendo una grande forza di numeri ed intenti. Una marcia pacifica per rivendicare il diritto alla sopravvivenza. Una mobilitazione che ha visto partecipi anche chi, oltre a recriminare giustizia, ha pensato bene di ripagare allo stesso modo “chi da tempo non vuole ascoltare”.
In quella reazione violenta non vi erano solo i ragazzi dei centri sociali, come la maggior parte dei mass-media vuol farci credere, ma vi erano anche chi non ne può più di essere usato come servo sul posto di lavoro, chi è stato considerato“troppo vecchio” per far parte delle nuove organizzazioni produttive, chi sta studiando e ha capito che se vuole qualcosa di nuovo per se stesso e per il proprio futuro deve lasciare al più presto questo paese.
Quella reazione esprime non solo la volontà di misurarsi con chi da Genova nel 2001, è pagato dai Governi per reprimere senza ascoltare, come quelle forze legali di Polizia che, indipendentemente al comando ci siano esponenti di destra o di sinistra, rispondono ad una logica di sistema che nulla ha a che fare con la Costituzione a cui avrebbero giurato fedeltà.

Quello che quegli “Eroi”, come definiti da Beppe Grillo, hanno fatto in quei boschi, ha sicuramente il valore di ricordare alle forze economiche di questo paese e agli “Eroi in divisa”, come affermato dall'onorevole Casini, che non tutti i cittadini sono disposti ad accettare passivamente un futuro da sudditi.
Forse alcuni pensano che lo scontro avvenuto domenica in quelle valli, finito con oltre 400 feriti di cui 233 manifestanti e 188 agenti delle forze dell'ordine, sia solo figlio di uno sfogo incontrollato o dalla voglia smisurata di vendetta, mentre evidenzia anche un’inconsapevole e latente reazione allo stato esistente delle cose. Una reazione che cresce senza attualmente prefigurare nessuno scenario rivoluzionario strutturato, anche se così conviene far credere, ma una futura e possibile violenta reazione popolare per i diritti che rischia di far diventare consuetudine, la contro-reazione violenta e pericolosamente populista degli attuali difensori dello Stato. Anche contro le stesse forze politiche e partitiche che credono di controllare ed amministrare questo paese.  Non è solo una questione di democrazia, la questione va ben oltre.

05/07/2011


Testimonianze di partecipanti alla manifestazione

Per una nuova polizia 
(dal sito www.peacereporter.net)

La valle colonizzata
   di Movimento 5 Stelle Modena e provincia

Le forze dell'ordine in una caserma di Alessandria     di  "Alessandria in Movimento"

 

 


PER AMORE DELL’ACQUA   
di Giovanni Bottari

 

La grande vittoria dei cittadini italiani riportata alle urne lo scorso 12 e 13 giugno per dire no al processo di privatizzazione dell’acqua in atto in Italia è un chiaro segnale di svolta. Una vittoria del “popolo” che non ci sta a essere strumentalizzato dai movimenti politici. Una vittoria che non ha sapore ne colore di partito.
Eppure i partiti festeggiano la loro grande vittoria. Sventolano ipocriti le loro bandiere con i SI disegnati sopra. Hanno cavalcato l’onda dell’indignazione per mesi sfruttandola a scopi politici; ora usano il risultato di un referendum come strumento di propaganda. Dimenticandosi forse chi furono i complici nella triste vendita dell’acqua.
È il 16 Novembre 2010, alla Camera dei deputati viene depositato dal Partito Democratico un disegno di legge dal titolo “Disposizioni per il Governo della risorse idriche e la gestione del servizio idrico”. Nel testo viene sottolineata la “rilevanza economica” dell’acqua e quindi la garanzia di un “servizio efficiente e di qualità, remunerato e con tariffe eque”. La modalità secondo cui devono essere assicurate le garanzie del servizio vi chiederete voi: l’affidamento della gestione da parte degli enti locali a “soggetti privati, pubblici e misti secondo criteri di efficacia, efficienza ed economicità”. Firmato Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini e altri 48 deputati del PD.
Sembra che i dirigenti del Partito si sbagliavano di grosso e i cittadini, qualche milione, lo aveva capito. Una ricerca nella quale mi imbattei tempo fa, quando ero di stanza all’Università di Barcellona, in merito alle “Politiche commerciali e strategie impresariali” all’interno del mercato dell’acqua dimostra come la garanzia di un servizio idrico efficiente e di qualità non sia compatibile con una gestione privata del medesimo.
 

Se l’acqua è oggetto di lucro, la sua gestione si converte da "funzionale alle politiche di sostenibilità" in "funzionale alle politiche di crescita" e il suo accesso da "aperto" si trasforma in "esclusivo".
La privatizzazione dei servizi relativi all’acqua non è mai stata la soluzione alle problematiche relative all’acqua stessa: la sua scarsità, le inefficienze del modello di gestione attualmente impiegato, l’uso irrispettoso, gli sprechi, ecc. Questo per il semplice fatto che il mercato con le sue regole non è il luogo adatto alla risoluzione di tali problemi.
L’acqua, come tutti sappiamo o dovremmo sapere, è un monopolio naturale. Il suo servizio è caratterizzato da costi fissi elevati per infrastrutture e impianti, economie di scala e esclusività territoriale. Sarebbe impensabile la costruzione di impianti paralleli, come inefficiente la separazione verticale del settore stesso.
Se da un lato non è possibile che il servizio sia oggetto di concorrenza nel mercato per le questioni appena esposte, dall’altro è possibile che sia oggetto per il mercato. Le grandi imprese concorrono per la concessione esclusiva del suo sfruttamento.
Le strategie di mercato che tutte le imprese compiono seguono una logica razionale al perseguimento di quello che è loro interesse ultimo: la massimizzazione del beneficio. Questa logica va per forza di cose contro in qualche misura agli interessi e alle necessità della collettività.
Esiste una regola molto semplice ma fondamentale nel mercato, sia concorrenziale che monopolistico: il guadagno di una qualsiasi impresa è dato dal ricavo che deriva dalla vendita di un suo prodotto o un suo servizio e i costi di produzione dello stesso.
La regola, che si suppone l'impresa segua, porta ad ampliare il servizio solo nel caso in cui i ricavi siano superiori ai costi. Questo meccanismo induce le imprese ad attuare da un lato politiche di incentivo al consumo e rialzo dei prezzi per aumentare i ricavi, dall’altro politiche per ridurre i costi.
Nella situazione in cui i ricavi siano uguali ai costi o la perdita sia evidente, non è nell’interesse dell’azienda erogare il servizio. Nella realtà questo si traduce nella mancata somministrazione del servizio in aree geografiche demograficamente irrilevanti o difficilmente raggiungibili, o a popolazioni a basso reddito, che in futuro non si potrebbero permettere di pagare il servizio offerto.
Il problema è che, al contrario di un mercato concorrenziale, in un regime di monopolio non esistono altre imprese che possano offrirti lo stesso servizio. Questo significa che chi non paga, perché i costi sono irraggiungibili, o chi vive in un paesino sperduto di poche anime non ha diritto al servizio.
Oltretutto quando si dice che la privatizzazione possa ovviare al problema dello spreco dell’acqua o al suo consumo irresponsabile, questa affermazione deve essere supportata e vagliata da argomenti a suo favore. Nel caso di gestione di un monopolio naturale da parte di imprese private esistono argomenti che indicano il contrario. Infatti le imprese possono realizzare quello che in economia viene chiamata: “discriminazione di prezzo di secondo tipo”. Le imprese semplicemente abbassano i prezzi all’aumentare dei consumi. Da qui, chi consuma una maggiore quantità di acqua paga un costo medio sul metro cubo che è inferiore a chi consuma una minore quantità. In questo modo l’impresa incentiva il privato a consumare più acqua di quella che consumerebbe abitualmente.

Esistono modelli di gestione alternativa dell’acqua di gran lunga più sostenibili della privatizzazione e la strumentalizzazione dei problemi relativi alla scarsità di acqua e al suo uso irresponsabile per legittimare la privatizzazione non è corretto sia da un punto di vista logico ma anche morale, sia perché le imprese fanno di questa scarsità un’opportunità di guadagno. Educare al rispetto dell’acqua può essere una soluzione a questi problemi, non di certo lasciare che l’acqua sia merce in un mercato fuori controllo, dove non esistono regole definite e dove lo strapotere di una manciata di imprese decide sul nostro futuro.
Ora dopo le parole i fatti. Aspettiamo con gioia le prossime mosse delle amministrazioni comunali e regionali: dopo anni di privatizzazioni selvagge per inefficienze varie e bilanci in rosso saranno costrette a fare marcia indietro. Vedremo se i partiti che hanno sostenuto il SI manterranno la parola; se saranno in grado di smentire queste critiche mosse alla loro ipocrisia. È qui che si gioca la credibilità di un istituzione. Questa volta i trucchi non saranno ammessi.
28/06/2011


 

L’ONDA MIGRANTE
di Mirca Garuti

 

 

I migranti arrivati sulle coste italiane dall’inizio del 2011 ad oggi sono 5.526. Un numero elevatissimo se si considera che, nello stesso periodo dell’anno scorso, i migranti arrivati erano stati solo 52.
Il governo italiano è nel panico e non sa come affrontare il problema. Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni e quello degli esteri Franco Frattini diffondono continuamente dichiarazioni d’emergenza chiedendo aiuto alla Comunità Europea.
Sono arrivati migliaia di ragazzi, donne, uomini e bambini dalla Tunisia e il Ministro Maroni li ha definiti “Un esodo biblico di fronte al quale l’Europa non può lasciarci soli”. In un’intervista al Tg5 ha dichiarato: "L’Europa non sta facendo nulla. Sono molto preoccupato. Ho chiesto l’intervento urgente dell’Ue perchè il Maghreb sta esplodendo. C’è un terremoto istituzionale e politico che rischia di avere un impatto devastante su tutta l’Europa attraverso l’Italia. Noi siamo come il solito lasciati soli. Stiamo gestendo l’emergenza umanitaria con la protezione civile. È indispensabile l’intervento dell’Europa".
Il Ministro Maroni, all’inizio dei primi sbarchi (oltre 200 persone), nella seconda settimana di febbraio, aveva sottovalutato il problema. Si era, infatti, rifiutato di riaprire il Centro di soccorso e prima accoglienza, dichiarando il nove febbraio scorso che: "Il Centro non verrà riaperto" e che gli arrivi verranno gestiti con il trasferimento verso altre strutture". Maroni si è detto preoccupato per la "fortissima pressione sulle coste tunisine: non è ancora allarme rosso, ma può diventarlo e stiamo monitorando attentamente la situazione".


     

In verità gli sbarchi non si sono mai fermati, dichiara Giacomo Sferlazzo, pittore, musicista e portavoce dell’associazione “Askavusa” (a piedi nudi) di Lampedusa: “Ma mica sono arrivati adesso, è da gennaio che sbarcano. Solo che adesso non si poteva più tacere, l’emergenza è tale che il governo non ha più potuto far finta di niente”.
Giacomo due anni fa scrisse la canzone “Lampedusa 24/01/2009” per evidenziare che quella rivolta dei migranti che vivevano all’interno del Cpt, diventato poi Cie (centro d’identificazione ed espulsione) non fu solo tragica come la definirono i media, ma diventò un esempio d’accoglienza di tutti i lampedusiani. Ora l’associazione “Askavusa” insieme a quella trentina L.I.M.EN sta portando avanti, non senza difficoltà, il progetto “Museo della migrazione a Lampedusa”.
Askavusa è sorta proprio nel 2009 in conseguenza alle varie manifestazioni della cittadinanza con i migranti dell’isola, con il preciso intento di diventare una voce alternativa al dibattito istituzionale sull’immigrazione e di dare così vita ad una nuova idea di cultura.
Giacomo continua la sua testimonianza: “Quando hanno cominciato ad arrivare i primi immigrati, dormivano sul molo, per le strade. Poi alcune associazioni come la nostra, ma anche Legambiente e Amnesty International, hanno denunciato la cosa, e solo dopo 4 giorni si sono decisi ad aprire il CIE, che è comunque non idoneo a sistemare tutti con le adeguate condizioni sanitarie. È certo che chi si trova a Lampedusa in questo momento, si rende conto che quello che sta succedendo non è normale, ma poteva almeno essere prevedibile. Gli eventi delle scorse settimane in Nordafrica lasciavano sicuramente presagire l’arrivo di un’ondata numerosissima, e adesso l’isola che più di tutte le altre zone d’Italia è costretta a fare i conti con continui sbarchi, è praticamente in una condizione di stallo”. Ci troviamo in una situazione molto delicata. L’isola di Lampedusa è piccola, solo 22 km quadrati e, non è possibile ospitare tutte quelle persone. “Non ho visto bambini e donne, forse alcuni di loro sono nel CIE”, racconta ancora Giacomo: “In giro ci sono solo uomini giovani, tra i 18 e i 20 anni, alcuni poco più che trentenni. Se ne vanno in giro per l’isola, ma il pericolo vero è che una qualsiasi provocazione, un qualsiasi scontento, possa far degenerare la situazione”.


Non si può sempre e solo pensare a risolvere “emergenze” e non essere un po’ più accordi nel prevedere quello che può succedere.
L’Italia, ancora una volta, si è dimostrata debole ed ipocrita nell’affrontare questa realtà ed ora cerca di correre ai ripari rivolgendosi a tutti quelli che potrebbero essere in grado di “respingere” i migranti, anziché organizzare una degna sistemazione di tutti quelli che sono in fuga dai rispettivi paesi dittatoriali.
L’Italia ha sempre gestito il problema dei flussi migratori finanziando i vari regimi del Maghreb facendo finta di non sapere cosa succedeva in quei paesi, rendendosi così complice di quei regimi.
L’Italia ha sempre preferito fare una politica rivolta al respingimento e non all’accoglienza degli stranieri con la scusa di dover applicare il Diritto alla Sicurezza per i cittadini italiani, violando più volte la Convenzione di Ginevra.
L’Italia spesso non ha rispettato le direttive europee in materia d’immigrazione, ignorando gli avvertimenti del Parlamento e della Commissione Europea sul Trattato con la Libia. (v.sito fortresseurope)

 

  


L’emergenza ha riaperto i dialoghi tra l’Italia e l’Unione Europea. Il Ministro Maroni ha chiesto con urgenza una convocazione del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo per “mettere in piedi  una strategia”. Il Consiglio europeo favorisce la comunicazione e la discussione tra gli Stati Membri, ma non è un organo esecutivo, quindi, può solo discutere un tema ed esprimersi, ma, si sa, le parole non servono a nessuno. Il ministro degli esteri Frattini sostiene una linea di cooperazione con i paesi del Maghreb, proponendo uno schieramento di forze di polizia italiana in territorio tunisino.
L’Unione Europea nel 2004 ha delegato“Frontex”(agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea), operativa dal 2005, a sorvegliare le frontiere. Frontex entra in azione solo per richiesta degli Stati membri. La Tunisia ha respinto immediatamente la proposta di Frattini; è, infatti, un suo diritto difendere il paese.
Parlando della Tunisia Frattini ha spiegato che, dopo la richiesta di schierare le forze di sicurezza nei porti, "oggi 15 febbraio sono stati bloccati quattro barconi che tentavano di lasciare la Tunisia". "E' il metodo giusto" ha commentato il ministro spiegando che l'Italia ha anche offerto il suo equipaggiamento per migliorare la prevenzione, per avere un sistema radar e per fornire autoveicoli o battelli di pattugliamento"(AGI)

 

L’Agenzia France Press trasmette il 15 febbraio la testimonianza di otto passeggeri tunisini sopravvissuti al naufragio di Zarzis, località turistica sulla costa sud del Golfo di Gabès. Il giorno 11 febbraio scorso un’imbarcazione sulla rotta per Lampedusa ha avuto un incidente nel quale sono morte 5 persone, disperse 30 e 85 sopravvissute. I superstiti accusano la marina tunisina di avere deliberatamente speronato l’imbarcazione.  E’ necessario ora capire alcune cose: se è stato un vero incidente, un sabotaggio, chi l’avrebbe ordinato e in quale punto del Canale si trovava il peschereccio, dal momento che stava navigando già da 12 ore. Sorgono spontanee alcune domande: la barca era vicina a Lampedusa? Perché è intervenuto un elicottero italiano? Perché nessuno ha fatto rapporto della strage?
“La barca era nuova, siamo partiti da una zona turistica, El Ogla, vicino a Zarzis, 500 km a sud di Tunisi, eravamo in 120 passeggeri. Ci siamo salvati in 85, i morti sono 5, e gli altri 30 sono ancora dispersi”, ha raccontato Ziad Ben Abdaalah, 23 anni, scampato alla tragedia. La sua versione dei fatti è confermata da altri 7 testimoni che erano sulla stessa barca. “Erano le 15,00. Faceva bello. Ci stavamo avvicinando all’Italia, ormai eravamo in mare da 12 ore, saremo stati ad un’ora dall’Italia, quando una nave della Guardia costiera ci ha dato l’ordine di spegnere i motori. Abbiamo obbedito”, continua Ziad. Si tratta secondo i testimoni, della motovedetta “Liberté 302”.
 “La motovedetta della guardia costiera, che sarà stata un 40 metri di lunghezza, prima si è affiancata alla nostra barca e poi si è allontanata di un 700 metri circa. Pensavamo che avrebbe ripreso la sua rotta, ed invece, d’un tratto c’è venuta addosso. Non abbiamo sentito le guardie dirci di abbassare la testa, e poi ci sono venuti addosso e hanno spezzato in due la nostra barca”. "In quel momento, racconta Ziad, arriva sulla scena un elicottero italiano e un’altra unità della Guardia costiera tunisina. Iniziano i soccorsi, mentre l’imbarcazione spezzata in due affonda e la gente si ritrova in mare. Quando sono salito sulla motovedetta, uno dei guardacoste mi ha detto di tornare in acqua a salvare i miei amici. Ci hanno lasciato fradici sulla barca, dandoci giusto un tozzo di pane e, neanche a tutti", rincara la dose Fares Ben Yahyaten, un 21enne disoccupato, anche lui su quella barca, partito alla ricerca di un lavoro. Una volta a terra, è intervenuto l’esercito, che ha portato tutti alla base militare di Sfax, (seconda città della Tunisia, situata sulla costa Est a 270 Km a sud di Tunisi) “dove ci hanno dato da mangiare e delle coperte ma ci hanno anche preso le impronte digitali, le foto e ci hanno fatto delle domande sulla Guardia costiera”, spiega Aziz Bousetta, 26 anni, un altro superstite.
Dal canto suo, la Guardia costiera ha smentito all’AFP l’accaduto, stimando che la barca sia affondata perchè vecchia, senza aggiungere altro. Ma i parenti delle vittime chiedono giustizia: “Vogliamo sapere perchè la motovedetta tunisina ha rotto in due questa barca. Vogliamo che i responsabili siano processati perchè ci sono stati dei morti”, dichiara Nabil Ragdal, che nell’incidente ha perso il fratello. “Andremo fino alla fine, devono essere condannati per omicidio” aggiunge, mostrando l’autorizzazione alla sepoltura del fratello Lasca, il cui corpo è stato ripescato al largo di Sfax.


Le proposte dei Ministri Maroni e Frattini non portano a delle vere soluzioni al problema, anzi lo evitano, si fa il possibile per non andare verso il nucleo della questione. Bisogna smettere di parlare sempre e solo di “emergenza”, occorre coinvolgere tutta l’Europa, non è solo un problema italiano, le responsabilità sono di tutti. Se si chiude una frontiera se ne apre un’altra e, il problema così, può continuare all’infinito.
“Le frontiere esistono dove finiscono le parole” (Mikhail Shishkin “Capelvenere”).
Sarebbe opportuno quindi mettere in atto una serie di meccanismi diretti verso una politica d’integrazione e di cosmopolitismo. Tutti hanno diritto di vivere sulla terra, il diritto del cosmopolita deve essere superiore ai singoli governi e ci deve essere un diritto universale superiore che difende e legittimi qualsiasi uomo di vivere sulla terra (Kant v. filosofia della pace – il concetto d’ospitalità).
Purtroppo la realtà in cui viviamo è ben diversa, quando tutto è sotto il dominio dell’economia, dell’interesse e del potere della tecnocrazia. Per oltre vent’anni l’Italia ha sostenuto i governi di Ben Alì, Moubarak, Gheddafi, tutti ottimi partner commerciali, facendo finta di non sapere niente delle loro politiche antidemocratiche ed illiberali. Ora i loro cittadini scappano da questi paesi e, se da una parte si riconosce la loro legittimità, dall’altra, se arrivano nel nostro paese, sono considerati “un esodo biblico”. Basta riascoltare l’intervento del Ministro Maroni alla trasmissione “Che tempo che fa” del 13 febbraio (v.link raitre.chetempochefa@rai.it). Si è parlato di stato d’emergenza umanitaria, di terremoto istituzionale e di un fenomeno che si presenta diverso da quello conosciuto finora. “Prima l’immigrazione era gestita da criminalità organizzata, ha dichiarato l’onorevole Maroni, ora, invece, si tratta di un fenomeno del tutto spontaneo”. Si è parlato di prevenzione, di accordi bilaterali, di rom, ma mai dei crimini di Ben Alì, delle sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per i rimpatri avvenuti negli anni scorsi dall’Italia verso la Tunisia, dei processi in corso per i respingimenti in Libia, del naufragio di Zarzis e soprattutto nemmeno un piccolo accenno di solidarietà al popolo tunisino ed alla loro lotta per un nuovo governo democratico. La preoccupazione di Maroni è quella di dover “smaltire” una massa di gente che può essere pericolosa, in quanto, oltre ai normali cittadini in fuga, ci possono essere criminali scappati dalle carceri o terroristi inviati da varie organizzazioni islamiche.
La situazione, nessuno lo nega, è complessa e delicata, ma non si deve assolutamente dimenticare che stiamo parlando di Persone che hanno il diritto di scegliere dove andare e dove restare.

  

Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi ha così commentato il trasferimento di cinquanta tunisini da Lampedusa al C.I.E. di Modena: “Per fare spazio ai tunisini provenienti da Lampedusa, il ministero degli Interni ha rilasciato quasi tutte le persone ospitate nel Centro d’identificazione ed espulsione di Modena. Ancora una volta, il Governo si è trovato impreparato e tutti paghiamo le conseguenze di una colpevole inerzia. Il Governo certamente sapeva ciò che stava avvenendo nei Paesi del nord dell’Africa, ma si è trovato incapace di gestire la situazione d’emergenza perché aveva chiuso il centro d’accoglienza di Lampedusa lasciando intendere che non ci sarebbe più stato nemmeno uno sbarco. Con quel centro aperto e funzionante si sarebbero potute valutare le domande d’asilo evitando un uso improprio dei centri d’identificazione ed espulsione. Il sottosegretario Giovanardi continua a confondere i profughi con i clandestini; secondo la legge, i profughi vanno assistiti, non respinti, e si deve verificare se ci sono le condizioni per la domanda d’asilo. L’Italia è obbligata a fare questo dalla Convenzione internazionale sui profughi e sul non respingimento, ma si è trovata completamente impreparata. Ricordo inoltre al sottosegretario che il Comune di Modena ha voluto il Cie e lo Stato si è impegnato a valorizzarne la presenza per le esigenze del territorio. Solo la voglia di propaganda e l’evidente incapacità di fare fronte alle crisi internazionali può far dire che era nostra intenzione chiudere il Centro d’identificazione ed espulsione. I Comuni italiani continuano ad essere disponibili e leali nei confronti di tutte le istituzioni repubblicane, anche quando si trovano di fronte ad un Governo incapace, ad una politica estera poco lungimirante, soprattutto per l’area del Mediterraneo, e ad altisonanti dichiarazioni sulla sicurezza che non trovano mai riscontro nella realtà. Ad ogni modo - conclude il sindaco - ho allertato i Servizi sociali del Comune per eventuali richieste d’asilo".

 

Inizia ora la corsa per risolvere il problema profughi. C’è gran fermento da tutte le parti.
Il sindaco di Lampedusa ha annunciato che entro dieci giorni gli immigrati saranno dirottati verso altre destinazioni. Finalmente dopo le accuse ed i litigi il ministro Maroni, la Commissione europea e Frontex sono arrivati ad una pacificazione.  Cecilia Malmstrom, commissaria europea agli Affari interni, ha affermato, davanti alla sessione plenaria del Parlamento europeo: "È questione che riguarda l'intera Unione Europea, non è solo bilaterale". L’Unione Europea aiuterà quindi sia l’Italia e sia la Tunisia. . Le autorità tunisine, ha, infatti, aggiunto Malmstrom, "devono essere in grado di pattugliare le proprie frontiere marittime per impedire la tratta e l'operato dei trafficanti di esseri umani. Devono anche riprendere chi è entrato in Europa senza averne diritto. Ma - ha rilevato - dobbiamo anche mirare meglio il nostro intervento favorendo una serie di misure per promuovere la ripresa economica e l'occupazione in Tunisia".
Francia e Germania hanno già dimostrato la loro intenzione a non voler concedere nulla ai migranti tunisini sbarcati sulle coste italiane. “La Francia non accoglierà sul suo territorio tunisini sprovvisti di visto” - ha avvertito, nel corso del consiglio dei ministri a Parigi, il presidente francese Nicolas Sarkozy – aggiungendo “escludiamo di accogliere ulteriori migranti che non rispettano le regole sul visto”. Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere ha affermato che l’Italia è in grado di gestire la situazione senza l’aiuto della Germania: "Noi non possiamo risolvere i problemi di tutto il mondo", ha aggiunto il ministro, ricordando che l'anno scorso la Germania ha accolto circa 40mila rifugiati politici, mentre l'Italia non ne ha accolti nemmeno 7mila. "L'Italia è sotto pressione, ma non è affatto sovraccarica", ha tagliato corto De Maiziere.
Sono tutti concordi nell’affermare che la questione “sbarchi” è d’interesse europeo e contrastare l’immigrazione clandestina è certamente l’obiettivo prioritario.
La realtà però è che nessuno vuole questo popolo di migranti in casa propria!

Le ultime notizie riguardanti i disordini in Libia ci fanno capire purtroppo la posizione del nostro governo. Il premier Silvio Berlusconi si dice preoccupato per quanto sta avvenendo in Libia, ma spiega di non aver sentito il suo amico Gheddafi per non "disturbarlo" in un momento così delicato. "Siamo preoccupati - dice il premier ai giornalisti - per tutto quello che sta accadendo lì in tutta l'area". A chi gli chiedeva se avesse sentito il colonnello, il premier ha risposto di no perché "la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno". (TMNews)

La rivolta in Egitto è stata vissuta praticamente attraverso la televisione, quella libica, invece, si svolge sotto totale censura. I giornalisti stranieri non possono raccontare, la televisione di stato manda in onda solo le manifestazioni pro Gheddafi e non c’è collegamento internet. L’Italia sta zitta, anzi, non vuole “disturbare” il colonnello, troppi interessi li tengono uniti! Ma i morti, secondo dati medici, sono saliti a 285.  Ma cosa succederà ora? Come reagirà il governo italiano nei confronti di probabili migranti libici? E il Trattato con la Libia? 

                         

Il ministro Franco Frattini ha già rilasciato la posizione dell’Italia:"Bisogna difendere la sovranità e l'integrità territoriale della Libia perché, l'ipotesi di un emirato islamico a Bengasi sarebbe una minaccia veramente seria. L'Europa non deve esportare la democrazia in Libia: non sarebbe rispettoso dell'indipendenza del popolo, della sua ownership". Ma allora il popolo iracheno e quello afgano come si devono sentire di fronte a questa triste ma chiara affermazione?
Non una parola quindi nei confronti del popolo libico massacrato dall’esercito! Un silenzio che dura da decenni ormai con la complicità di tanti governi italiani pronti solo a siglare accordi con Tripoli sui respingimenti in Libia in cambio di commesse commerciali molto onerose. La situazione oggi si presenta molto complicata e pericolosa per suo futuro sviluppo. I giovani libici sono determinati a raggiungere il loro obiettivo di libertà, di liberarsi da questa lunghissima dittatura anche a costo di dover pagare un prezzo elevatissimo di vite umane.  
Le ultime notizie, infatti, riportano le parole dure del colonnello che minaccia l’Europa di riaprire le frontiere e di far arrivare migliaia di migranti sulle sue coste ed il suo popolo di repressioni violente e sanguinarie se non cessa questa ondata di ribellione. E come il solito, gli uomini scesi in piazza per riacquistare dignità e libertà sono i criminali, mentre i “fratelli libici” sostenitori del regime sono i cittadini modello!  A parlare è il figlio secondogenito del colonnello, Saief al-Islam Gheddafi: "Stiamo molto attenti! Schiacceremo la rivolta. Combatteremo fino all'ultimo uomo, fino all'ultima pallottola. L'esercito rimarrà al suo posto. Mummar Gheddafi, rimarrà al suo posto a guidare la lotta”.  Ci si domanda perché è stato delegato il figlio a parlare direttamente in televisione al popolo libico? Un passaggio di poteri? Un consiglio di qualcuno? Una prossima fuga dello stesso colonnello? Speriamo proprio non verso l’Italia!
L’Italia, l’Europa, l’Occidente sono in parte responsabili di tutto quello che sta succedendo perché non si può pensare di appoggiare i governi dittatoriali dei paesi del Nord Africa per un proprio interesse economico di mercato e di sicurezza senza mai provocare o causare forti reazioni di chi è costretto a subire tali dittature.

 

 

QUELLA  OSCURA  LEGGE GELMINI…..

Interviste, opinioni e riflessioni dalle università di Modena, Reggio Emilia, Roma.
Un reportage sulla controriforma che l’Italia benpensante aspettava dal 68’

 

C’è del marcio in Italia.
Studenti esasperati, ogni giorno raccontati alla televisione; servizi in testa ai Tg sulle proteste di Roma, sempre più seguite anche a causa delle violenze degli ultimi giorni. C’è chi parla di criminali, chi suggerisce di tenere i figli a casa, chi vorrebbe schedare i manifestanti. Tante soluzioni al problema ‘manifestazione’, ma nessuno che tenti di demolire ciò che ha creato questa situazione di così forte disagio e rabbia. Pochi quelli che raccontano i motivi della mobilitazione, pochissimi disposti a dar voce alle proteste locali che ogni istituto, ogni ateneo, ha messo in piedi per contrastare questa riforma.
E’ necessaria la violenza e il vandalismo per accendere i riflettori su certe realtà e certe problematiche? Speriamo di no, o molti potrebbero imparare velocemente a farsi riprendere dalle telecamere.
Meno raccontate quindi, ma degne di nota, sono le manifestazioni di studenti e docenti che hanno animato nelle nostre città il dibattito su scuola pubblica e istruzione.
L’11 dicembre si è conclusa a Carpi, con un lungo corteo al quale erano presenti anche alcuni insegnanti, la grande mobilitazione dei quattro istituti superiori contro la riforma della scuola e in appoggio alle proteste dei ricercatori. L’occupazione coordinata delle scuole è durata tre giorni. Numerose le attività all’interno: dibattiti politici, forum sulla riforma, lettura della costituzione ed altre attività culturali e creative.
Una grande iniziativa portata avanti con determinazione da studenti motivati a discutere del loro futuro e a far uscire i temi della scuola al di fuori delle aule. Grande risposta favorevole anche della cittadinanza, a dimostrare come la realtà delle proteste e del confronto non siano i pochi episodi di Roma, ma la moltitudine di persone che da tempo hanno imparato a far valere le loro opinioni pacificamente sperando proprio per questo di essere ascoltate maggiormente rispetto a chi alza i toni con la violenza. Con dispiacere però, troppo spesso, ci domandiamo se sia veramente così.

Enrico Gatti

Per la cronaca del corteo:
Link di riferimento per le proteste studentesche:


DAI TETTI DELLE UNIVERSITA' DI MADRID  ALLE MACERIE  DI  QUELLI  ITALIANI di Alessandro Verona 


“NECESSARIA LA PROTESTA, RESTI FUORI LA VIOLENZA” 
Lettera aperta dell’assessore comunale agli studenti del San Carlo di Modena



LETTERE IN MOVIMENTO - MODENA (mp3) 

Chi sono e cosa propongono. Intervista ai loro rappresentanti (mp3)

 

DECRETO GELMINI: REGGIO EMILIA SI MOBILITA di Elena Ferrari (Reggio Emilia)



"QUALCUNO MI SPIEGA PERCHE' PROTESTANO GLI STUDENTI?"
di Tiziana Nicolini (Roma) 


Incontro dibattito
SENZA TETTO NE LEGGE, I DIRITTI DEGLI ULTIMI

Gli zingari, Rom e senza patria

con Avv. Fausto Gianelli – Giuristi Democratici

La questione nomadi è stata anche all'ordine del giorno di un dibattito richiesto dalla Lega Nord e dal PdL in consiglio comunale di Modena. In particolare riferito ai Sinti presenti nelle microaree del comune.L’assessore Maletti ha risposto all'interrogazione di Stefano Barberini (Lega nord) "Integrazione non significa non abitare nelle microaree, anche perché norme regionali, nazionali ed europee prevedono che gli enti locali realizzino spazi per sinti e rom. E' quanto ha fatto l'Amministrazione comunale, che nel 1982 ha aperto il campo di via Baccelliera e alla fine degli anni ‘90, di fronte a problemi di sovraffollamento, ha deciso di sostituirlo con sei microaree. Le politiche del Comune per favorire l'integrazione dei residenti Sinti si fondano su due capisaldi: il principio dell'uguaglianza, che si traduce in pari diritti e pari doveri nell'accesso ai servizi, e il concetto di cittadinanza".

L'assessore alle Politiche sociali, ha risposto così a un'interrogazione di Stefano Barberini (Lega nord) nella seduta di giovedì 4 novembre. Il consigliere aveva chiesto alla Giunta "perché la minoranza sinti, presente da oltre 100 anni, non è ancora stata integrata nel territorio modenese e cosa sta facendo la Giunta per integrare questi cittadini che ancora vivono nelle microaree".

 

Intervenendo nel dibattito, Stefano Rimini (Pd) ha detto: "Le politiche attuate dal Comune hanno messo al centro il tema dell'uguaglianza ma anche dei doveri”. L'assessore ha sottolineto che ai sinti devono essere date le stesse opportunità e gli stessi obblighi che hanno gli altri cittadini ed è quanto è stato fatto in questi anni; ora il tema è se queste opportunità, ad esempio lavorative, vengano effettivamente sfruttate".Per Sandro Bellei (Pdl) "tra i doveri dei sinti c'è anche quello di rispettare le leggi sulla tutela del patrimonio, mentre l'arrivo di taluni di loro fa aumentare il numero dei reati in zona". Inoltre, il consigliere vorrebbe sapere "se una volta arrestati, i cittadini sinti perdono i diritti che il Comune gli ha riconosciuto".

"I nomadi hanno la luce staccata come tutti gli altri cittadini che non pagano le utenze, questo significa avere gli stessi diritti e doveri", ha replicato l'assessore Maletti. "Per quanto riguarda l'accesso ai servizi comunali, i sinti non hanno alcun tipo di beneficio, mentre il rispetto della legge è una responsabilità personale e le norme nazionali non prevedono che sia rescisso un contratto di locazione in presenza di reati", ha spiegato rivolgendosi al consigliere Bellei. "Infine, se l'Amministrazione decidesse di chiudere le microaree, dove sistemeremmo anziani e minori, che rappresentano la maggior parte della popolazione sinti? La legge prevede che i Comuni debbano attrezzare le aree di sosta e garantire l'accesso ai servizi scolastici. Roma - ha concluso Maletti - ha deciso di dare alloggi popolari per ridurre i campi, ma questo vorrebbe dire toglierli ad altre fasce della popolazione bisognosa".

Di tutt'altro spessore è stato il confronto tenutosi al Guernica di Modena il  27 ottobre 2010, dove si è provato ad analizzare la questione Nomadi non solo da un punto di vista giuridico ma anche sociale e politico.

Un dibattito d'ascoltare ... 


 

  

 

LE PAURE DEGLI EUROPEI

Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza

con

 
Fabio Bordigon – Demos
 
Antonio Nizzoli – Osservatorio di Pavia
 
Pierluigi Stefanini – Fondazione Unipolis e Ugf
 
Gian Paolo Accardo – Presseurop
 
Eric Jozsef – Liberation
 

 

 


 LA PACE IMPOSSIBILE

Jacopo Zanchini - Internazionale
 

Intervista:

Amira Hass – corrispondente ebrei dalla Palestina per il  quotidiano israeliano Ha'aretz
 

 


UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA

I mussulmani europei e le guerre d’identità

con

 

Ian Buruma – saggista e giornalista olandese, autore di Assassinio ad Amsterdam. I limiti della tolleranza e il caso Theo Van Gogh

 

Tariq Ramadam – islamologo svizzero, autore di La riforma radicale.Islam, etica e liberazione

 
Olivier Roy – politologo francese, autore di Global muslim
 

Introduce  e modera

 

Lilli Gruber – La7

 

  1° parte

2° parte


Conferenza
PIANURE MIGRANTI



Un'indagine storica sull'emigrazione Emiliano-Romagnola ed antropologica
sul concetto d'identità nei migranti.

1888: Modena si colloca al ventesimo posto assoluto tra le province con maggiore emigrazione in tutta Italia. Tra il 1876 e il 1973 oltre un milione di persone abbandona l'Emilia Romagna. Sono dati che mettono in discussione una rappresentazione statistica della società emiliana. Recuperare le memorie di questi spostamenti consente di tematizzare  i fenomeni migratori contemporanei: il rapporto tra ragioni espulsive e metodi di attrazione; le forme di radicamento alla nuova società di approdo; le risposte dei paesi di accoglienza e soprattutto la costruzione di una nuova identità sociale.

Interventi di:
Antonio Canovi, storico della memoria.
Nora Sigman, storica delle migrazioni.      
Claudio Cernesi, antropologo.

16/06/2010 - METISSAGE 2010 - Sala Consiliare del Comune di Campogalliano,


La “nuova” sindrome internazionale

Cinzia Nachira

In un anno di presidenza Obama la situazione internazionale non è cambiata più di tanto se non per delle intenzioni espresse in molti discorsi e non mantenute.
Iniziamo dalla fine.
Il giorno di natale un giovane nigeriano, Umar Farouk Abdulmutajab, figlio dell’alta borghesia di quel Paese sale su un volo Delta diretto da Amsterdam a Detroit con un carico di tritolo negli indumenti intimi tale che, se fosse riuscito ad esplodere, avrebbe provocato una strage.
Umar Farouk Abdulmutajab riesce a superare i tanti controlli dell’aeroporto olandese senza che nessuno rilevi il suo carico, né le macchine né gli addetti ai controlli. Forse per l’inesperienza, forse per un caso il suo obiettivo, per fortuna, fallisce. L’attentato non ha luogo.
A poche ore dal suo arresto una serie di dati emergono: il suo nome era da tempo stato segnalato all’intelligence statunitense e non da qualche “pentito” ma dal padre, diplomatico nigeriano.
È subito chiaro che, ancora una volta, il sistema di sicurezza statunitense e internazionale ha miseramente fallito.
Il presidente USA punta il dito contro i vertici della CIA. L’episodio ha il sapore della beffa.
Ma immediatamente, grazie alle rivelazioni dell’attentatore fallito dopo il suo arresto, Barak Obama dichiara nel discorso alla nazione che lo Yemen, Paese lacerato da una guerra interna annosa e con un governo che controlla ben poco, insomma un tragico incrocio tra l’Afghanistan attuale e la Somalia, dove Umar Farouk Abdulmutajab dice di essere stato addestrato da una cellula di Al Qaida, deve “pagare”.
Un altro Paese “fantasma”, del continente africano attraversato da crisi e guerre civili terribili, emerge agli onori dell’attenzione internazionale come “esportatore” di terrore, come nuova dimora per i terroristi integralisti dopo l’invasione dell’Afghanistan. Quindi, uno dei Paesi più poveri del mondo e dove il caos è già di casa, ma dove il governo ufficiale è uno stretto collaboratore degli Stati Uniti, dovrà, secondo le intenzioni del presidente statunitense essere il “nuovo fronte” della sempiterna guerra contro il terrorismo.
Guerra al terrorismo che riemerge nei discorsi di Barak Obama, appena edulcorata, come all’epoca della presidenza Bush II.
In Occidente chiaramente c’è chi esulta alla “nuova” formula obamiana, che sembra fagocitare la filosofia di vita che lo stesso Barak Obama aveva enunciato fin dai discorsi durante la campagna elettorale che alla fine l’ha visto vittorioso.
In Occidente, come altrove, c’è chi invece si dibatte in enormi difficoltà per aver totalmente, o quasi, delegato al Presidente nero la soluzione di tutti i problemi che l’era Bush II aveva lasciato in eredità all’umanità: dalla guerra, al clima, all’assenza (e non solo negli Stati Uniti) di quel minimo di walfare state che consenta una vita appena dignitosa ai più, alla soluzione della crisi economica mondiale che si abbatte sempre peggio su molti Paesi.
Per chiarire: non si tratta, qui, di sostenere che ora Obama si è trasformato in un Bush III. Le differenze di necessità restano tutte. Anche se queste riguardano evidentemente più l’interno che l’estero.
È evidente che dopo la vittoria per la riforma sanitaria, che renderà appena meno feroce il sistema sanitario statunitense, Umar Farouk Abdulmutajab offre agli oppositori interni di poter tornare sul loro terreno più agevole e gradito: la sicurezza.
È evidente che, anche se per motivi che nulla hanno a che vedere con la riforma interna, in Europa molti sono coloro pronti a salire sul nuovo carro della nuova guerra contro lo Yemen, a breve, e contro la Somalia più a lungo termine.
Come, inoltre, se le potenze imperialistiche fossero estranee ai disastri di questi due Paesi, come di molti altri.
La nuova ondata di panico internazionale sta a dimostrare che la “sindrome dell’11 settembre 2001” è tutt’altro che superata.
Tanto che è sufficiente che un uomo, per poter trascorrere insieme alla fidanzata gli ultimi minuti prima che lei parta, attraversi controcorrente il varco d’uscita dagli imbarchi (incustodito), entrandovi, a Newark uno degli aeroporti di New York, a determinare il blocco totale di migliaia di persone. Per altro sfuggendo per lunghe ore al fermo.
Le immagini giunte da Newark hanno offerto una chiara dimostrazione della illogicità del panico: migliaia di persone pigiate in uno spazio che in quelle condizioni diventava una trappola mortale. Passeggeri già imbarcati costretti a scendere e ripetere la via crucis dei controlli personali.
Quattro ore in cui se in quell’aeroporto scoppiava accidentalmente un incendio le dimensioni della strage sarebbero state incalcolabili.
Quattro ore in cui se a qualche persona veniva un malore faceva in tempo a morire prima che i soccorsi potessero farsi largo in quella ressa incredibile.
Quattro ore che hanno dimostrato che se invece di un caso fosse stato un piano di attacco gli attentatori avevano a portata di mano migliaia di vite umane, come bersaglio fisso.
Quattro ore in cui si è dimostrato che a volte la cura può essere ben più dannosa del male.
Il fallito attentato di Natale e ciò che è accaduto a Newark, in maniera più caotica che mai, rimettono in cima alla lista delle preoccupazioni di chi voleva cambiare il mondo e anelava a giungere all’armonia cosmica, la nostra preziosa incolumità.

Obama fa il mea culpa per non perdere l’equilibrio…assai precario

Nelle ore immediatamente successive al fallito attentato sul volo Delta, Obama si presenta all’opinione statunitense e mondiale, scuro in volto, per annunciare che la “sicurezza” statunitense ha fallito e, lascia intendere, vi sarà una dura resa dei conti con le varie agenzie di intelligence.
Ma l’affare risulta più complicato. È evidente che in molti dell’establishment, militare e non, statunitense puntano a far pressione sul Presidente perché Guantanamo non venga chiusa.
È altrettanto evidente che il prezzo che Obama paga è quello di assumersi le responsabilità. Dopo l’impunità offerta ai torturatori di Guantanamo, questo è il passo più pesante che Obama fa per evitare uno scontro diretto con tutta la rete di interessi (economici, politici e militari) che negli anni dell’era Bush II sono cresciuti e si sono rafforzati da tutti i punti di vista.
Inoltre, dopo le prime dichiarazioni durissime contro lo Yemen che lasciavano intravedere, a breve-medio termine, l’apertura di un nuovo fronte e dopo il coup de théâtre della chiusura di alcune ambasciate occidentali in quel Paese, per prima quella statunitense, c’è un “nuovo” colpo di scena, che molto assomiglia ad una frettolosa marcia indietro.
Dopo un’offensiva lanciata dal governo yemenita nelle zone in cui vi sarebbero le basi di addestramento di Al Qaida, le ambasciate occidentali (inclusa quella statunitense) riaprono e viene smentito che gli USA stiano organizzando un surge in Yemen…
Tutta questa girandola ha tre motivi di fondo: in Afghanistan le potenze occupanti, in primis  gli Stati Uniti, sono in forte difficoltà nonostante l’aumento già avvenuto di truppe e quello preannunciato in dicembre. Quindi, gli Stati Uniti, non possono permettersi un nuovo fronte in Yemen, che a catena si trascinerebbe anche l’intera penisola arabica.
In secondo luogo, il governo yemenita non può rinunciare agli aiuti economici e militari statunitensi e quindi cerca di dimostrare il proprio impegno. Anche se poi, si dice pronto a “dialogare con Al Qaida se questa depone le armi”. Il primo passo per annunciare, come in Afghanistan con i Talebani che si è pronti a negoziare, purché ci sia qualcosa che permetta di salvare la faccia.
In terzo luogo, fin dalle prime ore successive all’annuncio di Obama che lo Yemen diventava il nuovo nemico in Europa, con l’eccezione della Gran Bretagna, si è molto poco convinti che l’apertura di un nuovo fronte sia possibile.
Ancora una volta quegli spiragli che sembravano essersi aperti nella governance globale con l’elezione di Barak Obama, si rivelano essere effetti di fata Morgana.
L’apertura del secondo anno di presidenza Obama alla Casa Bianca, quindi si apre con la rimessa al primo posto della teoria secondo la quale la nostra sicurezza ed incolumità è l’unico parametro possibile con cui misurare la vivibilità del pianeta.


Il mondo dopo il premio Nobel per la pace

Incolumità, però, che non sarà preservata se non si giungerà ad una vera svolta.
È questo il vero inceppamento degli sforzi e delle teorie di Barak Obama e dei suoi incondizionati ammiratori.
Aveva, probabilmente, ragione quel giornalista statunitense che il giorno in cui fu annunciato che Obama era insignito del Nobel, disse che il Presidente avrebbe fatto meglio a rifiutare.
Obama non ha rifiutato, anzi fin dal discorso alla consegna del premio ha chiarito:

Ma forse il problema maggiore è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre. Una di queste guerre sta lentamente esaurendosi. L’altra è un conflitto che l’America non ha cercato, un conflitto a cui prendono parte insieme a noi altri quarantatre Paesi, compresa la Norvegia, nel tentativo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da ulteriori attacchi.
Ciò non toglie però che siamo in guerra e che io sono responsabile del dispiegamento sul fronte, in una terra lontana, di migliaia di giovani americani. Alcuni di loro uccideranno. Alcuni saranno uccisi. Per questo vengo qui con l’acuta consapevolezza di quale sia il costo di un conflitto armato, carico di difficili interrogativi sul rapporto tra guerra e pace e sui nostri sforzi per sostituire la prima con la seconda.

In questo passaggio è esplicito il non-superamento del concetto di fondo. L’unico parametro sono le vite occidentali, le altre, per parafrasare un titolo di un film molto noto «le vite degli altri», sono rilevate solo en passant come specchi per le proprie.
In questo contesto, è tutto tranne che eccezionale che Barak Obama riscopra il concetto di «guerra giusta» come guerra di autodifesa.
Ma tutto questo “capovolgimento” non fa i conti con le “cose terrene”.
Il fallimento iracheno, da cui faticosamente gli Stati Uniti cercano di uscire; il largamente preannunciato fallimento del surge in Afghanistan sono lì a dimostrare che dall’era Bush II non si esce a parole, ma con atti precisi.
Oggi i Taliban in Afghanistan controllano gran parte del Paese.
Anche in pieno teatro di guerra comincia a delinearsi un’incrinatura delle “alleanze”.
L’ufficiale afgano che spara su una pattuglia italiana e ancor più l’attacco suicida di un giordano in una base CIA, dove sono rimasti uccisi sette agenti statunitensi, sono lì a dimostrare come la strategia di aumentare le truppe statunitensi fino a farle arrivare a centomila serve a poco. Come serve a poco annunciare che questo aumento di truppe sia preliminare ad un graduale ritiro.
Evidentemente, coloro che coerentemente hanno sempre a fatica ingoiato la “svolta obamiana” ora sottolineano che gran parte dei detenuti di Guantanamo liberati dopo anni di detenzione, oggi si ritrovano in Yemen come leaders di Al Qaida.
Ma questa critica, di fatto alla chiusura del campo di Guantanamo, ancora una volta, si ferma alla superficie delle cose.
A Guantanamo negli anni scorsi sono finiti in tanti che con Al Qaida non avevano a che fare, ma che dopo i tanti anni di torture e soprusi hanno finito per radicalizzarsi.
Le storie atroci di chi da Guantanamo è uscito vivo hanno avuto un impatto molte forte su tutti quei Paesi che ancora oggi sono nel mirino imperialistico.
In tutto il mondo arabo e musulmano l’insicurezza è intatta, il senso di sentirsi colpevoli perché nati “nella parte sbagliata del mondo” è ancora ad oggi tangibile nella vita di tutti i giorni.
È per questo motivo centrale che a nove anni dal lancio ufficiale della «guerra globale, preventiva e permanente» Al Qaida e tutti i movimenti politici di ispirazione islamica sono ben lungi dall’essere indeboliti.
A tutto questo clamore fa da sfondo una coppia di provvedimenti: i body scanner negli aeroporti internazionali europei e una rinnovata lista nera di Paesi (Cuba, Iran, Siria e Sudan, Afghanistan, Algeria, Libano, Libia, Iraq, Nigeria, Pakistan, Arabia saudita, Somalia e Yemen).
L’aspetto che, se non fosse tragico, sarebbe ridicolo e divertente è che di questa lista sette Paesi hanno governi saldamente legati agli Stati Uniti. L’inserimento all’interno della lista nera la dice lunga su quanto i governi di questi Paesi godano del consenso popolare, evidentemente.
Poi c’è la scandalosa presenza di Cuba.
Ancora deve arrivare qualcuno in grado di dimostrare che questa nazione, sotto embargo fin dal 1960 per aver scelto una propria via di sviluppo, abbia mai, fin dal trionfo della rivoluzione nel gennaio 1959, patrocinato un qualche attacco fuori dal proprio territorio. Semmai è avvenuto l’esatto contrario: la base USA a Guantanamo è il risultato di una violazione del diritto internazionale da parte degli Usa che continuano a detenere un pezzo di territorio cubano, ovviamente in barba al recesso del diritto di locazione, decretato dal regime rivoluzionario.
Cuba è stata oggetto nel 1961 di un tentativo fallito di invasione ancora da parte degli Stati Uniti. Il tentativo fallì per il buono e semplice motivo che la popolazione cubana difese il proprio territorio, infliggendo una sconfitta cocente al quel JFK (John Fitzgerald Kennedy), cui molti paragonano Obama. Poi assassinato due anni dopo. Di quell’assassinio ancora non si conoscono i mandanti, ma una cosa è certa: tutte le ipotesi che lo volevano come una “vendetta” di Castro per la Baia dei Porci (la parte di Cuba dove tentarono lo sbraco del 1961 i mercenari cubani residenti a Miami e i soldati statunitensi) si sono rivelate infondate.
Ma oltre a questi precedenti storici, che dovrebbero comunque essere più che sufficienti, l’inserimento di Cuba è un atto masochistico per la presidenza statunitense. Mette a repentaglio i pochissimi passi di distensione fatti verso l’intero continente latinoamericano, dove notoriamente la stragrande maggioranza dei governi non sono certo allineati con gli USA, neanche con Obama.
È appena necessario ricordare che proprio con l’America Latina (Cuba compresa) sembrava fosse iniziato il “disgelo statunitense”. In molti ricorderanno le immagini di Chavez, presidente venezuelano, che offre in dono a Obama una copia di un classico su quel continente: Le vene aperte dell’America Latina, di Eduardo Galeano, autore uruguayo, che in un solo libro è riuscito a descrivere e mirabilmente analizzare le tristi vicende che hanno attraversato quel continente.  
Probabilmente, se Obama avesse letto quel libro, avrebbe seguito altre strade e non solo in America Latina e con Cuba.


Sicurezza o un ulteriore  slittamento rapido verso la “società del controllo”?

L’introduzione, oggi chiesta a gran voce da molti governi occidentali, del body scanner negli aeroporti è il sintomo reale e concreto che nulla si è compreso.
Non si è compreso il nodo di fondo: visti gli squilibri globali di cui è responsabile l’Occidente, nessun Paese occidentale è “fuori pericolo”.
Questi apparecchi, costosi e non si sa quanto pericolosi per la salute, che mettono a nudo chi li attraversa in realtà non risolvono alcun problema e ne creano molti di nuovi.
La privacy innanzitutto. La sicurezza, appunto, in seconda battuta.
Molti esperti chiamati a giudicarne l’efficacia hanno dichiarato che il carico che portava Umar Farouk Abdulmutajab non sarebbe stato rilevato.
Inoltre, visto che è letteralmente impossibile controllare i grandi scali internazionali, se non al prezzo di una paralisi generalizzata, questi attrezzi sarebbero usati solo per chi viaggia in direzione di Stati Uniti e Gran Bretagna e poche altre destinazioni, definite “sensibili” e per i passeggeri che arrivano dai “tredici Paesi cattivi”.
Non si capisce cosa impedirebbe e impedirà a chi ne abbia le intenzioni di imbottirsi di tritolo in Canada o in Svizzera e imbarcarsi per un altro Paese occidentale.
Tutto questo coacervo caotico di paura e arroganza porta sicuramente a fare errori macroscopici di valutazione, mettendo a tacere anche il più banale buon senso.
Ciò vale anche per coloro che pensano che la “israelizzazione” degli aeroporti occidentali serva allo scopo.
In Israele, centinaia di soldati giovanissimi, ragazze e ragazzi, sono addetti “ai controlli”, che altro non sono che interrogatori lunghi e noiosi durante i quali si pensa di “cogliere in fallo” chi ha qualcosa da nascondere facendo le domande più stupide del mondo. Tipo se si pensa di “incontrare arabi”  una volta in Israele o se ne sono incontrati durante  il soggiorno nel Paese . A molti la risposta viene facile ed ironica: in  un Paese del Medio Oriente chi si dovrebbe incontrare, norvegesi?
L’esperienza diretta e concreta dice che questo metodo serve solo al controllo di cosa fanno coloro che cercano di entrare in Israele e non a sventare attentati in volo o a terra.
Inoltre, chi non ha la memoria corta, ricorda che nel 2004 la Spagna e nel 2005 la Gran Bretagna sono state teatro di due attacchi terroristici che non coinvolgevano voli, ma metropolitane e linee di autobus…
A meno di non voler immaginare le nostre città disseminate di body scanner è chiaro che il tutto deve partire da altri parametri di giudizio su cosa è la sicurezza.
La vera sicurezza o è garantita per tutti i popoli o non lo è per alcuno.
Lo insegnano i fatti di Rosarno. La rabbia esplosa in risposta allo sfruttamento più atroce non conosce obiettivi “mirati”.
Ma prima di scambiare tutti e tutte coloro che cercano di sfuggire a guerre e fame per dei nemici letteralmente da abbattere a fucilate è meglio che si avvii una riflessione seria sulle vie d’uscita.
Prima di scambiare le nostre sicurezze come gli unici valori degni d’essere protetti, anche a costo di nuove devastanti avventure militari è necessario rimettere in moto quel meccanismo, che si è inceppato, che porta a non sbagliare nemico, dentro e fuori i nostri Paesi.


Discorso di Barak Obama a Oslo 10 dicembre 2009.

22/01/10


BERLINO 1989, TUTTO INIZIO' QUANDO …

Riflessioni e pensieri nel ventennale della caduta del muro di Berlino.


EFFETTO DOMINO – di Flavio Novara

I MURI DELLA VERGOGNA – di Mirca Garuti


“ COSA SUCCESSE QUEL GIORNO...” - I ricordi dei giornalisti e di Arrigo Levi -


“1989-2009 A VENT'ANNI DALLA CADUTA DEL MURO” - conferenza Modena (Istituto Storico Modena). Interventi di:
Adriana Querzè Ass. Pubblica Istruzione Comune di Modena
Antonio Missiroli – European Policy Centre di Bruxelles
Andrea Panaccione – Facolta di lettere e filosofia – Università Modena e Reggio Emilia

        
REPORTAGE: BERLINO '89 -  foto Boris


ANCORA SUI FONDI PENSIONE

L’iscritto arrabbiato, molto arrabbiato, scrive:


Buongiorno,
mi chiamo XXXX YYYY e lavoro per la Cooperativa ZZZZZ, che aderisce al vostro fondo. Ho una posizione aperta con Cooperlavoro da alcuni anni. …. Da tempo mi sono pentito dell'adesione al Fondo perché non ho mai condiviso la scelta di dirottare il Tfr dei lavoratori sul mercato finanziario; mi aveva spinto ad aderire il timore di avere una pensione insufficiente dallo Stato. Ora però sono più che mai schifato dai recenti accadimenti nel mondo finanziario, dalle modalità che tali soggetti utilizzano nel rischiare l'altrui denaro senza coperture e garanzie concrete di alcun genere. Il mondo della finanza si sta rivelando incontrollabile, titoli spazzatura e debiti senza coperture sono diffusi in tutto il mondo. Mi schifa ulteriormente l'idea di coprire tali disastri con denaro pubblico, mentre si affossano i servizi necessari come scuola e sanità, ed anche pensioni. Per questo credo che sarebbe onesto da parte di Cooperlavoro permettere agli aderenti di recedere dalla posizione attivata, senza la necessità di dover interrompere il rapporto di lavoro con la Cooperativa, perché nessuno è in grado di garantire il rendimento di investimenti anche se diversificati, ed è sempre più palese come tali Fondi alimentino un mondo di pirati senza regole che giocano con i soldi altrui senza garantire nulla.
Grazie, spero in una risposta a breve termine, cordiali saluti.
XXXX YYYY

Il Fondo, un po’ risentito, risponde

Egr. sig. XXXX YYYY,
Lei non ci crederà ma mi rincresce di non poterLe permettere di recedere dal Fondo Pensione. Non è il nostro Statuto che non lo consente bensì la legge, che noi ci limitiamo ad applicare (devo confessare però che condivido quella norma). Perché mi rincresce? Perché vedo che Lei ha convinzioni radicate e non intendo farLe cambiare opinione né raccontarle che il nostro Fondo non ha in portafoglio né derivati, né Lehman Brothers, come non ha avuto Parmalat o Cirio. Mi limito a esporre il risultato, per Lei, di questi poco meno di 8 anni di iscrizione al Fondo. La prego di consultare la tabella esposta in calce.
Le anticipo che, rispetto ad un suo collega non iscritto, è in vantaggio di € 1.800 su un valore della posizione di circa € 5.200. Non mi pare che il marchingegno costruito …. Le abbia arrecato gran danno. Certo se nel corso di questo drammatico 2008 non avessimo perso - al 30 settembre - nel comparto Bilanciato, a cui Lei è iscritto, circa il 5%, oggi avrebbe - invece di € 5.200 - forse € 5.400. Francamente, essendo anch'io iscritto allo stesso comparto, non mi pare un risultato così sconvolgente, vista la situazione. Ricordi inoltre che stiamo comprando quote anche ora, a prezzi relativamente bassi e, da queste, trarremo buoni risultati appena i mercati si stabilizzeranno almeno un po'. D'altro canto non Le chiedo di sottovalutare quello che sta accadendo, che provocherà gravi conseguenze sulla situazione economica e sociale anche del nostro paese, ma non confonda strumenti che possono aiutare a difenderci con le cause di questo cataclisma.
Con amicizia
Flavio Casetti
Direttore Responsabile del Fondo

I testi sono leggermente modificati rispetto agli originali, ma intatta è la sostanza.
(29 ottobre ore 11.00)
 


La crisi di un modello di sviluppo

New.gif UNA COSTOSA ILLUSIONE

di Ettore Gotti Tedeschi*

Il piano recentemente varato dall`Esecutivo statunitense - che sembra quasi un atto dovuto da parte di un Governo che si sente corresponsabile - potrà forse evitare il peggio sui mercati finanziari, ma non potrà rimuovere le cause della crisi in un mondo occidentale che, nonostante vari tentativi, non ha saputo definire un modello di sviluppo capace di garantire una ricchezza stabile. La lezione è semplice:  lo sviluppo finanziario non è sostenibile, quindi o si ritorna a uno sviluppo reale, fatto di equilibrata crescita demografica, o ci si deve preparare a vivere con sobrietà.
Ma quali sono gli effetti più probabili che il piano di salvataggio statunitense avrà sul mercato, sul sistema bancario e sull`economia reale? Con questa decisione governativa sono stati risolti, negli Stati Uniti e solo indirettamente in Europa, problemi di rischio di solvibilità del sistema bancario e di mancanza di liquidità sui mercati interbancari. Le banche europee potranno essere più sicure che gli effetti della crisi - controllata dal Governo statunitense - non provocheranno danni ulteriori. I Governi riscriveranno adesso le regole del gioco riguardo al funzionamento dei mercati finanziari (speculazioni, vincoli di leva sul debito, funzionamento dei futures, patrimonializzazione delle banche). Gli effetti successivi su quel sistema bancario che si è divertito a inventare operazioni sofisticate, miranti a espandere e che invece confondevano l`economia reale, saranno pesanti. Lo saranno soprattutto sui risultati economici che sono stati troppo orientati al profitto a breve, troppo legati alla moltiplicazione delle commissioni, troppo fondati sul ricorso al debito. Sono stati, in breve, troppo rischiosi.
Il sistema bancario dovrà tornare al mestiere originale di intermediazione e di raccolta attraverso depositi (come avvenuto per Morgan Stanley e Goldman Sachs), dovrà assorbire le conseguenze degli eccessi ricapitalizzandosi e dovrà probabilmente anche sottoscrivere i titoli emessi dai Governi per gestire la crisi. Conseguentemente, sarà obbligato a ridurre drasticamente i costi e dovrà essere più selettivo nel credito, con effetti immaginabili sull`economia reale. L`economia reale stessa sarà anche influenzata dalle iniziative dei Governi per combattere la crisi:  sarà necessario capire quante tasse verranno imposte, quanti titoli verranno collocati sul mercato, chi li sottoscriverà e a quali tassi di interesse. Non va dimenticato che sia negli Stati Uniti che in Europa la struttura economica è fragile:  c`è una grande capacità produttiva inutilizzata (si pensi al settore auto) e un forte rischio di disoccupazione. Vi è diminuzione di domanda e la minaccia di una recessione coesistente con lo spettro dell`inflazione da costi di materie prime. Sui mercati restano poi ulteriori rischi legati a quell`enorme massa di capitali speculativi collocati in giro per il mondo e gestiti in modo spesso poco responsabile. Sono capitali che potrebbero influenzare dall`esterno le economie occidentali, al momento così vulnerabili.
Come detto, l`intervento del Governo statunitense affronterà gli effetti, ma non rimuoverà le cause della crisi attuale, per la quale sono sotto accusa l`ingordigia dei manager e la mancanza di controlli. Ma, curiosamente, non ci si riferisce mai a un`indiretta responsabilità del sistema di governo politico dell`economia, che ha tentato di surrogare la mancanza di sviluppo reale con lo sviluppo finanziario. È un particolare che potrebbe spiegare l`iniziativa del Governo statunitense come un`assunzione di responsabilità, seppure parziale. Il problema, che si continua a tacere ma che continua a emergere, è che il mondo occidentale non è riuscito a correggere la mancanza di sviluppo reale conseguente al crollo demografico da esso voluto e subito. Non c`è riuscito con il progetto della new economy, non c`è riuscito accelerando la crescita asiatica con il trasferimento delle produzioni a basso costo, non c`è riuscito inventandosi la crescita del Pil attraverso modelli finanziari rischiosi, mal concepiti e mal controllati. Per sostenere questo Pil fittizio, le banche hanno finanziato ciò che non era finanziabile perché non garantito - come i mutui - creando una crescita economica a debito e pertanto rischiosissima. È stata una crescita virtuale che a sua volta ha provocato l`aumento altrettanto artificiale dei prezzi degli immobili, causando di conseguenza la riduzione delle garanzie reali e maggiori rischi di insolvenza. E a crescere sono stati solo le commissioni, gli utili delle banche e i bonus dei manager.
Ma l`economia mondiale non può essere gestita empiricamente, forzando il mercato a barare. La finanza non può inventare la crescita del Pil, può solo sostenerla, se ben gestita e trasparente. Lo sviluppo reale non può invece prescindere dalla crescita demografica equilibrata. Ignorare o trascurare questa verità porterebbe solo a un surrogato di sviluppo che, come si è visto, è una costosa e rischiosa illusione.

* L`Osservatore Romano 24 Settembre 2008


LE CONFONDINOTIZIE
di Bigfoots

Iniziamo questo viaggio nelle notizie cosiddette informative. Quelle “non sentite al bar” ma rese ufficiali, dai nostri potenti mezzi d’informazione nazionale.

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Cominciamo…..

Ad aprile il fatturato dell'industria italiana è cresciuto del 13,9% rispetto ad aprile 2007 e del 2,2% rispetto a marzo. Si tratta dell'aumento tendenziale più alto da marzo 2006. Lo comunica l'Istat, aggiungendo che l'aumento è stato del 13,1% sul mercato interno e del 16% su quello estero. Buoni i dati anche sul fronte degli ordinativi che sono cresciuti del 12,8% rispetto ad aprile 2007 e dell'1,2% rispetto a marzo.

FATTURATO, RECORD DA DUE ANNI

Nei primi quattro mesi il fatturato è salito del 5,7% rispetto allo stesso periodo 2007. L'analisi per raggruppamento principale di industrie mostra che il rialzo più consistente su base annua si è verificato per l'energia ( 22%), seguita dai beni intermedi ( 14,5%), e da quelli strumentali ( 17%). Per i beni di consumo l'aumento è stato dell'8,3% ( 3,8% durevoli, 9,4% i non durevoli). A livello congiunturale, l'aumento più consistente è quello dei beni strumentali ( 3,9%), seguito dai beni intermedi ( 3,1%), e dai beni di consumo ( 1), mentre il fatturato dell'energia segna un calo del 2,2%.

Se parliamo del settore di attività economica, l’analisi mostra gli aumenti tendenziali più marcati per l'estrazione di minerali ( 28%), della produzione di metallo e prodotti ( 22,6%), della produzione di mezzi di trasporto ( 20%) e delle raffinerie di petrolio ( 19,9).

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ORDINATIVI IN GRAN RIPRESA

Nei primi 4 mesi gli ordinativi sono cresciuti del 7% rispetto allo stesso periodo 2007, grazie a un rialzo del 7,5% sul mercato interno e del 6% su quello estero.

Ad aprile i settori che hanno avuto gli incrementi più consistenti sono quelli della produzione di apparecchi elettrici e di precisione ( 54,5%), del metallo e prodotti in metallo ( 15,3%) e dei mobili ( 11%). Unica diminuzione viene dall'industria delle pelli e delle calzature (-8,8%).

Ma sempre da TGCOM si legge:
Istat: disoccupazione in crescita.Nel primo trimestre 2008 a 7,1%

La disoccupazione in Italia torna a crescere: nei primi tre mesi dell'anno si è attestata al 7,1%. Lo rileva l'Istat, sottolineando che questo è il livello più elevato degli ultimi due anni. Nel primo trimestre 2006 il tasso di disoccupazione era infatti pari al 7,6%. Per quanto riguarda invece il numero di lavoratori occupati, questi sono stati 3.170.000 unità, con un aumento su base annua dell'1,4% ( 324mila unità).

L'aumento è stato determinato non solo dagli stranieri assunti ( 141mila unità), soprattutto fra quelli neocomunitari, ma anche dall'aumentata permanenza dei lavoratori italiani con almeno 50 anni di età ( 157mila) grazie agli effetti delle riforme pensionistiche. Come sempre, l'occupazione è cresciuta nel Nord ( 1,4% pari a 163mila unità), ma la vera sorpresa arriva dal Centro Italia ( 3,8% pari a 176mila).

Il Sud Italia si conferma il fanalino di coda, con una riduzione della domanda di lavoro (-0,2% pari a -15 mila unità). Ed è proprio nel Mezzogiorno che si è registrata una crescita consistente ( 205 mila unità) della disoccupazione, che ha risentito anche del contenuto livello del primo trimestre di un anno fa. L'aumento di questo indice nel 41% dei casi è però dovuto a persone che un anno fa si dichiaravano inattive, soprattutto fra le donne.

Il settore che ha registrato le migliori performance è stato il terziario ( 322 mila unità), trainato da commercio, alberghi, ristorazione e servizi alle imprese. Ma i dati che emergono dallo studio Istat, anche la crescita dell'occupazione part-time ( 273mila unità), soprattutto fra le donne.

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Per concludere con:
Famiglie: in difficoltà 1 su 5.Sul "Rapporto sui diritti globali"

Cresce il popolo della "quarta settimana" e nasce anche quello della "terza settimana", ossia di chi arriva con difficoltà alla fine del mese e non riesce a sostenere neppure le spese ordinarie. Aumentano le famiglie che indebitano e che si impoveriscono. E' il quadro, poco confortante, che emerge dal rapporto annuale sulla globalizzazione redatto dall'associazione SocietàINformazione e promosso, tra gli altri, dalla Cgil.

Il rapporto rileva che il 28,4% degli italiani non riuscirebbe a fare fronte a una spesa non prevista di 600 euro e il 9,3% è in ritardo con il pagamento di bollette, mentre per mancanza di denaro il 10,4% non ha una casa sufficientemente riscaldata. In pratica, questo significa che circa un terzo non ha potuto accantonare nemmeno un euro: risparmia il 13,6% contro il 25,8% del 2007 e il 27,9% del 2005.

Non solo. In vista di qualche emergenza, ha dovuto dare fondo ai risparmi familiari per sopravvenute criticità il 26,1% contro l'11% del 2007. Inoltre, l'indebitamento degli italiani è cresciuto del 9,8% tra il 2005 e il 2006, con riferimento a mutui, prestiti per l'acquisto dei beni durevoli e rate per prodotti di consumo.

Tra il 2002 e il 2006, evidenzia ancora il rapporto, il credito al consumo in Italia è cresciuto dell'85,6%. In particolare, nel 2007 una quota elevata del debito è andata ai mutui per comprare casa (dal 2001 a ottobre 2007 l'incremento dei mutui oltre i cinque anni è stato del 163%), il 50% dell'indebitamento complessivo (circa 490 miliardi), mentre il credito al consumo, concesso da banche e società finanziarie, è pari a 94 miliardi.

C'è poi un indebitamento delle famiglie dovuto ad altre ragioni, tra le quali le spese mediche (5,1%), per un ammontare di 141 mld di euro ( 6,3% nel 2006). Le regioni del Nord-Ovest hanno richiesto prestiti per 24.372 milioni, del Nord-Est 14.089 mln, al Sud complessivamente 21.741 mln e al centro 20.442.

LAVORO, DIMINUISCONO LE DONNE OCCUPATE

L'obiettivo dell'Agenda di Lisbona che fissa al 60% la percentuale di lavoro femminile da raggiungere nei paesi Ue per il 2010 in Italia "appare irraggiungibile", visto che nel 2006 nel nostro paese la soglia era situata al 46,3%.

Nel 2006, si legge nel Rapporto, vi è stata una inversione di tendenza ma solo il 36,7% delle donne è stato assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La presenza femminile nel sommerso è stata calcolata in 1.350.000 unità, il 47,4% dell'occupazione irregolare complessiva.

"Rimangono gli ostacoli costruiti da una politica di welfare poco attenta alla conciliazione tra tempo di lavoro retribuito e tempo di attivita' non retribuita a partire da quella delle madri. L'Italia -afferma il Rapporto- è uno Stato in cui si parla molto di famiglia, per fare ben poco per le famiglie".

PRIMI 50 TOP MANAGER GUADAGNANO 400 VOLTE PIU' DI UN OPERAIO

Dal rapporto inoltre emerge che i primi 50 top manager italiani guadagnano complessivamente oltre 300 milioni di euro, con una media di 6 milioni di euro a testa, vale a dire 400 volte più un operaio. I cinque più pagati nel 2007 (Matteo Arpe, ex a.d. di Capitalia, Cesare Geronzi, ex Capitalia e attuale presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, Riccardo Ruggiero, ex a.d. di Telecom Italia, Carlo Buora, ex vicepresidente di Telecom Italia, e Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa) hanno incassato, stock option escluse, 102 milioni di euro.

Per il rapporto, si tratta di un "divario indecente". "E' vero - si legge - che i primi quattro, avendo lasciato i loro incarichi, hanno ottenuto delle buonuscite più che sostanziose. Occorre però chiedersi se le hanno ricevute per i risultati che hanno ottenuto o, come appare evidente, per quelli che non hanno ottenuto".

Allora è una mia impressione o ci stanno pigliando tutti un po' per i fondelli???


COSA NASCONDE L’ASSURDA RICHIESTA DELLA UMBRIA OLII?

Una delle ipotesi paventate per giustificare la richiesta di danni da 35 milioni di euro avanzata dall'Umbria Olii, in merito all'incidente avvenuto il 25 novembre 2006 dove morirono 4 operai (Vladimir Toder, Maurizio Manili, Tullio Mottini e Giuseppe Coletti), è che si cerchi di oscurare la causa intentata nei confronti dell’amministratore delegato dell'azienda olearia, Giorgio Del Papa. Una zampata di sabbia sporca per coprire una causa che lo vede imputato per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e violazioni delle norme per la sicurezza sul lavoro, con l’aggravante della colpa con previsione dell’evento. Il 15 luglio prossimo è, infatti, fissata l’udienza contro gli operai deceduti e l’unico superstite, per il risarcimento danni e, appena quattro giorni prima, il Gip di Spoleto dovrà decidere se rinviare a giudizio Del Papa. Per gli avvocati Giovanni Bellini e Francesca Di Maolo legali della famiglia di Tullio Mottini, uno degli operai morti a Campello sul Clitunno, questa mossa “ha l’evidente finalità di distogliere l’attenzione”.

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L’accusa punta il dito sull’errore umano. Secondo la perizia di parte, la scintilla che ha innescato l’esplosione sarebbe stata provocata dall’uso di una fiamma ossidrica che gli operai non potevano usare all’interno dei silos. Avrebbero dovuto capirlo perché all’entrata c’era un cartello di divieto di fumo! Nell’infamante accusa si specifica anche il fatto che i dipendenti avrebbero fatto le cose in fretta perché era sabato. “Nonostante l’appaltatore e i suoi dipendenti – si legge nel documento dell’accusa - sapessero di non poter procedere ad operazioni di saldatura, vi hanno proceduto ugualmente, provocando così, in via autonoma ed esclusiva, la verificazione del gravissimo evento, il tutto per sbrigarsi, dato che era sabato”. Queste quindi sarebbero le motivazione che incolperebbero senza appello i quattro addetti alla manutenzione. 35 milioni di euro richiesti a quattro famiglie operaie, e all’unico superstite della tragedia, distrutte dal dolore per avere perso un loro caro in modo ingiustificabile. Una richiesta indecente e vergognosa perché sottende al fatto che l’errore sia da imputare alla distrazione degli operai e non alla mancata applicazione, nell’organizzazione del lavoro, delle più elementari norme di sicurezza.

A parere dei legali della difesa, poi, la disgrazia si sarebbe verificata a causa di una perdita di gas dai silos e, comunque, da una struttura non in buono stato di manutenzione. Inoltre, a supporto di questa tesi, c’è il fatto che l’assicurazione, dopo le dovute indagini e perizie, avrebbe deciso di risarcire le famiglie in quanto l’errore non era da imputare a loro. Non poco visto quanto è difficile concludere in modo positivo una pratica di risarcimento con un’assicurazione.

Le parole della sorella di uno degli operai, Lorena Coletti, penso possano dare l’idea del sentimento generale in merito a questa triste vicenda, che potrebbe trasformarsi tra l’altro in un pericoloso precedente: “ho visto sorridere Giorgio Del Papa, vorrei sapere se almeno per una volta si è chiesto quanto è profondo il dolore che noi familiari stiamo portando dentro. Anche se sono passati 17 mesi dalla tragedia, il nostro dolore è più vivo che mai. E' facile prendersela con dei lavoratori morti, giustificando l'errore umano. Per quello che mi riguarda, mio fratello è stato messo a lavorare sopra una 'bomba atomica', ed è esploso con il primo silos, scaraventato in aria per 50 metri, ma Giorgio Del Papa non c'era lì in fabbrica”.


DI CHE “RAZZA“ SEI ?

Lezioni magistrali

tratte da Festival Storia Saluzzo e Savgliano 2007

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TEORIE E PRATICHE RAZZIALI NEI FASCISMI EUROPEI A CONFRONTO (ITALIA, GERMANIA, SPAGNA, PRTOGALLO)

Con Alfonso Botti, Francesco Cassata, Johann Chapoutot, Antonio Costa Pinto.

E’ importante fare un’analisi comparata dei quattro regimi principali di tipo fascista nell’Europa del 900’. Necessario mettere in luce il ruolo che l’ideologia razzista ha svolto nel fascismo mussoliniano, nell’hitlerismo, nel franchismo spagnolo e nel salazarismo lusitano.

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Cresce l'immigrazione in Italia ma è sempre inferiore agli altri paesi europei

di Linda Pastorelli

E' stato presentato in questi giorni al Viminale, dal ministro uscente, Giuliano Amato, e dal sottosegretario Marcello Lucidi, il primo rapporto del ministero dell'Interno sull'immigrazione. I dati emersi sono ancora più interessanti alla luce del risultato delle ultime elezioni politiche, che hanno visto la Lega Nord di Bossi fare incetta di voti, raccogliendo consensi anche tra l'elettorato di sinistra.

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Tutta la campagna elettorale del partito del Senatur ha fatto leva, infatti, sulla paura sempre più dilagante nel nostro paese nei confronti delle persone straniere. I fatti di cronaca hanno fatto da miccia a quello che ormai è un terrore diffuso e, a volte, ingiustificato verso gli immigrati, siano essi albanesi, marocchni, rumeni o cinesi.

Il nostro paese, da quanto si evince dai risultati del sondaggio condotto dalla Makno consulting, nonostante la crescita del numero di immigrati è notevolmente cresciuto, rimane 'fanalino di coda' in Europa per numero di stranieri in rapporto al totale dei residenti. In Italia, la percentuale degli immigrati ha raggiunto il 5%, inferiore comunque a quella della Norvegia (5,1%), della Danimarca (5,4), della Gemania (8,8%), del Belgio (8,8%), o della Svizzera dove la percentuale di stranieri sui residenti raggiungeva già nel 2004 il 20,2%, quattro volte il nostro dato.
Il totale degli stranieri, al 1 gennaio 2007, con un regolare permesso di soggiorno, sono 2.414.972. Dai dati emersi dal rapporto risulta che al centro-nord la percentuale sale al 6,8%  avvicinandosi o superando a quelli di Irlanda, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Francia, in altre parole l'88% del totale della popolazione straniera in Italia. Negli ultimi anni si è registrato inoltre un calo di marocchini, tunisini e filippini ed un aumento di albanesi e cinesi. Un'incremento straordinaro è stato registrato nella comunità ucrainia (in quattro anni da 12.730 a 120.070) e in quella moldava (da 6.974 a 55.803).

Crescita da attribuire, naturalmente, da atribuirsi all'avvento del fenome delle badanti, ormai indispensabili per tante famiglie italiane. Infatti, il numero riguarda soprattutto persone di sesso femminile. Molti poi sono stati i nati nel nostro paese da genitori stranieri: nel 2006, 57.765 ( 11% rispetto all'anno precedente). Questi nuovi nati sono stati il 10% del totale dei nati in Italia. Aumenta poi la diffidenza degli italiani verso le persone straniere. L'anno scorso erano sei su cento gli italiani sospettosi verso gli immigrati, oggi sono l'11,3%.
Oltre la metà degli italia (55,3%), dichiarano che "l'immigrazione da paesi islamici pone più problemi delle immigrazioni da altri paesi". Naturalmente nessuno mette in dubbio che gli stranieri, forza giovane e altamente sfruttabile, resta una risorsa economica fondamentale per le nostre imprese. Secondo il Dossier Caritas 2007, il 7% del prodotto interno lordo è prodotto da cittadini stranieri.
Queste persone guadagnano mediamente molto meno dei loro colleghi italiani e sono esposti ad orari sfavorevoli e ad una maggiore precarietà.


Sbilanciamoci 2007

IL BASTONE E LA CAROTA
Le missioni militari all’estero e la cooperazione internazionale

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Intervengono:

Piero Maestri (Redattore di Guerra e Pace)
Giulio Marcon (Lunaria e Campagna Sbilanciamoci)

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Modena e Addis Abeba, andata e ritorno

ASPETTI E FIGURE DEL COLONIALISMO ITALIANO
AD UN PASSO DALLA FORCA: ATROCITA’ E INFAMIE DELL’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA LIBIA

Tavola rotonda con:

Angelo Del Boca (presidente dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Piacenza e direttore della rivista di storia contemporanea «Studi Piacentini»)
Antonio Labanca (docente storia)

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MEMORIE DEL CONFLITTO ITALO- ETIOPICO

Tavola rotonda con:

Adolfo Mignemi, Michele Smargiassi, Paolo Bertella Farnetti.



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INTERVISTA A GIULIANO GIULIANI

Giuliano Giuliani non è solo il padre di Carlo, quello di piazza a Alimonda di Genova, è anche un “vecchio saggio” che non si rifiuta di esprimere un parere sulla vita politica italiana ed estera; il suo futuro e la quotidiana difesa della democrazia in ogni parte del mondo.

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Non è un caso infatti, se lo abbiamo incontrato a Modena durante un incontro organizzato sui diritti del popolo Sharawi.

DIMMI DI PIU’:
QUANDO L’INFORMAZIONE SULLE VITTIME DEI CONFLITTI E’ TROPPO POCA
Elisa Fioresi

Ettore Mazzanti, medico e attivista di Medici Senza Frontiere, ci spiega la nuova campagna di sensibilizzazione sul diritto all’informazione di crisi dimenticate.

Affrontare crisi umanitarie, epidemie, vittime di catastrofi naturali e di guerra. Partire in missione per aiutare persone in pericolo di vita in luoghi con strutture sanitarie inadeguate per non dire inesistenti. Partire come volontari sfruttando le ferie o l’aspettativa per aiutare popolazioni in condizioni precarie. Questo è l’obiettivo primario di Medici Senza Frontiere: azione medica innanzi tutto. ma non l’unico.. Testimoniare le esperienze vissute in prima persona, essere testimoni di violazioni dei diritti umani, informare e sensibilizzare l’opinione pubblica è il secondo mandato  portati avanti dai membri dell’Associazione. Al Rototom Sunsplash di quest’anno c’era un loro rappresentante a promuovere  la nuova campagna di Medici Senza Frontiere “Dimmi di più”, nata per chiedere agli organi d’informazione nazionali di dare informazioni su quelle da MSF individuate come  crisi dimenticate e che non hanno visibilità nei media. n hanno visibilità nei media.. Abbiamo chiesto ad Ettore Mazzanti di spiegarci qualcosa di più su questa campagna e più in generale sulle attività di MSF.

Raccontaci qualcosa di MSF: da quanto tempo esiste, dove operate e con quali scopi?   

MSF  esiste da più di 35 anni ed opera a tutt’oggi in oltre 70 paesi di   nel mondo compreso il Meridione d’Italia  dove si evidenziano il non riconoscimento dei diritti  dei lavoratori stagionali e degli immigrati clandestini e non.. Lavoriamo per offrire un soccorso sanitario alle popolazioni in pericolo sia per calamità naturali (carestie, siccità, terremoti) che per emergenze indotte dall’uomo (conflitti armati, cause politiche o religiose). Dove è necessario creiamo o sosteniamo strutture mediche e formiamo il personale locale per poter trasmettere conoscenza ed ampliare le possibilità del sistema sanitario nazionale. In Italia l’Associazione si è costituita nel 1993 e lo scorso anno sono partiti duecento volontari in missione, tra medici, logisti e collaboratori, su un totale di circa 2.500 volontari partiti da altri Paesi nel mondo. La testimonianza viene espressa attraverso varie modalità, tra cui le Campagne. Testimoniare per dare voce a chi voce non ha e che subisce una doppia iniquità: mancato acceso alla dignità di vivere e non visibilità della loro condizione. Testimoniare porta conoscenza, e solo attraverso la conoscenza si può ipotizzare una sempre maggiore consapevolezza che può indurre il cambiamento.

Come mai hai deciso di venire a presentare la nuova Campagna proprio al Rototom Sunsplash?

Da sempre il Rototom Sunsplash Festival ha evidenziato la volontà di essere un attore socialmente impegnato sia in ambito nazionale che nelle dinamiche internazionali. I temi relativi al riconoscimento dei diritti della persona e delle ingiuste condizioni in cui si trova la maggior parte della popolazione mondiale sono da sempre stati affrontati nel Festival. E  ringraziamo davvero gli organizzatori per averci nuovamente  invitati per poter richiamare l’attenzione sui mancati diritti di cui noi siamo quotidianamente testimoni.

Parlaci della Campagna “Dimmi di più”

Nel 2004, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, Orao News e la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, abbiamo iniziato a monitorare i media italiani per capire come vengono trattate le notizie di guerre, crisi umanitarie, disastri naturali e carestie Abbiamo così iniziato a verificare che quotidiani, periodici e telegiornali ben poco segnalavano rispetto a quella che per noi è una top ten delle problematiche presenti sulla terra. L’abbiamo quindi necessariamente dovuta chiamare  top ten delle crisi dimenticate. Questa top ten ha al suo interno conflitti in varie parti del mondo di cui non vi è ”appeal” mediatico o interessi di parte. Oltre alle realtà presenti in svariati Paesi abbiamo aggiunto situazioni che trasversalmente sono rappresentate in tutti i contesti in cui operiamo: malnutrizione, malaria , tubercolosi. Ogni anno uccidono milioni di persone nel mondo e ben poche notizie in merito vengono trasmesse. Verosimilmente si è consci del motto: “occhio non vede cuore non duole”. Nel 2006 sono stati effettuati 6 servizi sulla malaria (di cui 3 legati alla morte di un italiano) e 410 all’aviaria che non è una pandemia e che rispetto ai morti per cause legate alla povertà, perché di questo si tratta, non sono che una infinitesima parte. La tubercolosi  ad esempio contagia 9 milioni di persone ogni anno e di cui ne muoiono 2 milioni, a tutt’oggi i morti per aviaria sono stati 41….

Quali sono le altre crisi dimenticate dai media?

La stampa nazionale non si sofferma abbastanza sulle gravi condizioni della popolazione civile nella Repubblica Democratica del Congo, dove nonostante le elezioni democratiche continuano a subire gli attacchi dei gruppi armati. Lo stesso accade per il Darfur, dove dal 2004 due milioni di persone vivono in campi sfollati: la stampa si sofferma principalmente sugli aiuti inviati dall’Italia o sul dibattito dell’invio di una forza ONU. Anche la Nigeria viene trattata  unicamente  per questioni che riguardano l’Italia (i rapimenti di autoctoni) e poi ci sono la Cecenia, la Colombia con milioni di sfollati di cui nessuno parla, lo Sri Lanka, il Ciad, Haiti, l’Angola, l’Indonesia. I telegiornali Mediaset e Rai nel 2006 non hanno menzionato nemmeno una volta due crisi: quella della Repubblica Centraficana, dove la popolazione è vittima degli scontri tra esercito e ribelli e quella in uno Stato dell’India Centrale, il Chhattisgarh, dove ci sono scontri tra maoisti, forze di sicurezza indiane e milizie anti-maoiste.

La stampa italiana quindi si sofferma solo su quelle crisi che in un certo modo riguardano gli interessi politici dell’Italia

Si, ad esempio la Somalia, che vive in uno stato di crisi da 14 anni, nel 2006 è stata maggiormente considerata, soprattutto dai quotidiani, solo perché con la presa del potere da parte delle Corti Islamiche rientrava nell’argomento molto seguito in Italia della guerra al terrorismo. Lo stesso vale per il conflitto israelo-palestinese in Libano, in Iraq e il conflitto in Afghanistan dove, nonostante l’ampio numero di notizie, gli articoli riguardavano la missione militare ed il relativo dibattito politico, mentre la drammatica situazione della popolazione civile veniva trascurata.

Quali sono i mezzi che più si soffermano sulle crisi umanitarie?

Tra i quotidiani il più attento è Avvenire, anche grazie alle organizzazioni missionarie attive sui luoghi di crisi ed alla loro agenzia stampa, la Misna. Seguono la Repubblica e il Corriere della Sera, mentre l’Unità risulta meno attenta. Tra i periodici i più sensibili sono Famiglia Cristiana, Panorama, L’EspressoVenerdì di Repubblica e tra i telegiornali il Tg3. e il

Quali sono le altre campagne di sensibilizzazione condotte da MSF?

Nel 1999, con i fondi ottenuti per il Premio Nobel per la Pace consegnatoci, è partita la campagna per l’accesso ai farmaci essenziali. Impensabile per noi che il brevetto sui farmaci sia assimilabile ad ogni qualsivoglia altro brevetto, il lecito profitto derivante da investimenti e ricerche non può essere il contraltare all’accesso di cure per la maggior parte delle persone del mondo.Prima la vita poi il profitto è uno slogan ed una azione concreta che continuiamo a perpetrare. La strada è impervia se si pensa che il detentore dei brevetti sui farmaci non è l’Organizzazione Mondiale della Salute bensì l’Organizzazione Mondiale del Commercio. E le tre aree di ricerca più frequentate al momento riguardano una popolazione che può fornire ricavi importanti: calvizie, obesità e impotenza... mentre nel mondo 80 milioni di persone muoiono di AIDS., cioè di mancato accesso alle terapie esistenti. Da ricordare che la maggior parte di morti nei Paesi in Via di Sviluppo avvengono per patologie facilmente curabili, diarree e polmoniti, ma mancano gli investimenti i tal senso.

Che risultati avete ottenuto con queste campagne?

All’inizio di quest’anno è stato per la prima volta introdotta una terapia efficace e a basso costo per la malaria, priva di brevetto e quindi accessibile a tutti. Molte le iniziative per consentire la continuità produttiva dei farmaci generici , efficienti ed efficaci, che con un costo notevolmente ridotto consentono di poter prendere in cura un numero più alto di persone.
La Drug for Negletted Desaese iniziative (campagna per poter avere trattamenti terapeutici anche per le malattie dimenticate) continua nel suo percorso e migliaia sono le persone che oggi curiamo per la tripanosmiasi, ad esempio.
Anche in Italia la pubblicazione dei dati raccolti e la testimonianza di quanto incontriamo sul nostro territorio ha iniziato ad indurre cambiamenti e confidiamo che altri ne seguano a ruota.
Ma c’è ancora molto da fare perché le situazioni di sfruttamento sono ancora presenti e non sono poche le occasioni in cui abbiamo dovuto aprire cliniche mobili in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia come quelle dei campi profughi in Paesi in Via di Sviluppo.
 

Per maggiori informazioni sulle attività di Medici Senza Frontiere visitare il sito www.msf.it


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