lunedì 23 ottobre 2017   
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Consigli per una miglior cura dell’anima
di Ermanno Bugamelli

Fili di parole

La Zona Bibliotecaria dell’associazione Terre d’Acqua, comprendenti i comuni di Anzola dell’Emilia, Calderara di Reno, Crevalcore, Sala Bolognese, San Giovanni in Persiceto e Sant’Agata Bolognese, ha organizzato per il secondo anno consecutivo la manifestazione “Fili di Parole”.

Nei sei comuni della Provincia di Bologna che hanno scelto da tempo di stringere un sodalizio che va ben oltre le iniziative di carattere sociale e culturale, si sono tenute da febbraio a giugno 18 serate, tutte a ingresso gratuito, per compiere un viaggio che segua l’ancestrale bisogno dell’uomo di nutrirsi delle parole. Il grande successo della prima edizione ha ribadito l’importanza e la necessità per tanti, di restituire ai vocaboli un ruolo primario nel tracciare un cammino su cui posare i passi dell’esistenza.

Attraverso momenti dove la lettura di prosa e poesia si mescola al cinema, al teatro, all’approfondimento dei sentimenti umani, lo spettatore ha ritrovato il giusto clima dove sposare riflessione e ricreazione, scegliendo se rimanere tale o interagire allo svolgimento degli appuntamenti.

Le parole che componendosi in varie forme divengono come fili, che s’intrecciano, ci avvolgono, ci guidano. Udirne lo scorrere ed il loro racconto ci aiuta a sognare ed immaginare, assaporarle combinate ai gesti ed alle immagini le trasformano in emozioni limpide e pure, acquisire la capacità di ascoltarne il flusso nel senso più profondo, può consentirci un importante passo nell’arduo compito di conoscere se stessi, nel tentativo di fornire le risposte che la nostra anima tormentata insegue da sempre.

La porzione ospitata da Crevalcore, a cura dei Servizi Culturali Paolo Borsellino, presso la Sala Ilaria Alpi della Biblioteca Comunale, ha visto tre conferenze con tematiche relative ai sentimenti umani, un sentiero della nostra vita fonte delle gioie più immense e delle sofferenze più laceranti.

I titoli dei tre appuntamenti sono stati: “Ricomincio da me”, “Desiderio e sogno” e “Seduzione e abbandono”.

Le serate si sono articolate secondo il medesimo schema: un psicoterapeuta ad esporre la propria relazione, intervallata da brani di lettura(eseguiti dall’attore Fabio Michelini) e proiezioni di spezzoni cinematografici inerenti al tema affrontato.

Una formula di grande effetto, calibrata nella giusta misura per rendere argomenti non semplici, agevoli da assimilare. Una riprova delle grandi potenzialità benefiche e curative che le parole trasmesse in tutte le loro forme di espressione possono donarci.

Una serie di consigli per aiutarci ad aver una maggiore cura e attenzione della nostra anima.

Un folto pubblico ha assistito ai tre incontri, pubblico neanche a dirlo, sempre composto per oltre il 95% da rappresentanti femminili, a testimonianza se servisse, dell’enorme divario a loro vantaggio in termini di sensibilità verso l’attenzione a temi tanto delicati e importanti per la vita di tutti noi.

Tre serate, tre argomenti solo apparentemente legati unicamente dal termine “sentimenti”. Come vedremo il filo che li unisce è ben visibile e attraversa la sfera dell’intimo. Dal come uscire dai momenti di crisi della vita, al come soddisfare i propri desideri e discriminarli dall’irraggiungibile, fino alla comprensione delle alchimie della seduzione, si compie un percorso che conduce sempre alla indispensabile conoscenza di se stessi, obbiettivo primario per divenire controllori e fulcro della nostra esistenza.



Seduzione e Abbandono

I fili di parole curati  dal Comune di Crevalcore chiudono il loro cerchio ospitando il dottor Roberto Dalpozzo specialista in psicologia e psichiatria. La conferenza affronta con il tema “Seduzione e Abbandono” alcuni aspetti di quella che tra l’universo dei sentimenti umani riveste il ruolo di regina: la sfera affettiva.

Il dott. Dalpozzo conduce il pubblico ad una riflessione introduttiva per indurli a constatare come molti di noi abbiano la tendenza e a volte il bisogno, di programmare e pianificare la propria esistenza. In forma più o meno consapevole si cerca di costruire un percorso dove il passo successivo a quello che stiamo vivendo abbia già una forma e un contorno. La programmazione vista nei termini di obbiettivi da raggiungere ( professione, studio ) è un aspetto consueto, ma vi sono persone che sono portate a razionalizzare anche l’ambito dei sentimenti umani.

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All’interno di questa sfera, le relazioni affettive di natura sentimentale sono tutte composte da un ciclo di vita vero e proprio, da una fluttuazione difficile da interpretare come tale, ma che non sfugge a tre punti essenziali: inizio, svolgimento, conclusione.

La fase della seduzione è inserita nella prima porzione e come espone Dalpozzo consiste “nell’attrarre, portare a se, colpire” la persona che desideriamo avvicinare.

“Ognuno ha la sua specificità nel creare un legame” ma quando si verifica “il colpo di fulmine”, evento piacevole, inatteso, imprevisto, che sconvolge la vita soprattutto di coloro portati a razionalizzare i sentimenti, questo lavora in prevalenza su elementi esteriori. “L’attrazione è sin dall’inizio mossa dall’imprinting che noi abbiamo”, un insieme di informazioni accumulate al nostro interno e raccolte nel corso della vita, provenienti da educazione, cultura, rapporto con i genitori o da altri episodi che ci hanno consapevolmente o inconsciamente segnato anche dall’infanzia. Senza rendercene conto siamo sospinti da tutto questo e si cercano nell’altra persona parti già presenti in noi: gli odori, i gesti, i movimenti, che ci colpiscono sono  preesistenti nella nostra mente.

Secondo lo specialista infatti ,”Nelle relazioni la componente non verbale agisce per circa un 85%”: nel momento del corteggiamento i segnali non verbali inviati con lo sguardo, la gestualità e i leggeri contatti da sfioramento, contengono i messaggi con cui si trasmette la preferenza o meno verso gli altri.

Lo psicologo afferma quanto “ Ogni incontro sia sinonimo di alchimia e per svilupparsi e progredire occorre che la chimica tra i due individui dia esito favorevole. Nella fase iniziale di una relazione, occorre essere preparati a qualcosa che ci sconvolgerà e possedere la predisposizione ad accogliere l’alchimia stessa”. E’ necessario sospendere i pregiudizi che spesso ci allontanano da ciò che non si conosce e accantonare la nostra chiave di lettura sulle cose. Non siamo abituati a questo in modo naturale e dobbiamo compiere un lavoro su noi stessi perché “Nell’incontro dobbiamo accogliere parti diverse dalle nostre”.

“Ogni relazione” prosegue ancora il medico, “influenza e sconvolge il nostro mondo e ogni vero incontro è un passaggio di crescita interiore perché alcune parti nostre muoiono per lasciare spazio a parti nuove”. Rimuoversi in piccole o grandi porzioni è sempre sinonimo di rischio ed è per questo che alcune persone sono spaventate dalle nuove relazioni.

“Per un benefico svolgimento della stessa bisogna infatti chiarire in che rapporto si è con la disponibilità al coinvolgimento”, quindi anche a quanto siamo pronti a correre “Il rischio” che ne consegue.

Il dottor Dalpozzo apre con questa frase la porzione dedicata ad illustrare lo svolgimento di una relazione sentimentale.

L’essere umano ha bisogno di legami perché senza si muore interiormente, ma perché si possa parlare di amore serve che il legame generi qualcosa di forte. Il riuscire a stringere vincoli di una certa intensità prevede la capacità non scontata  a farlo, visto che non tutti ne sono in grado. E’ indispensabile come premessa generale, il fruire di una espressività in grado di porci al prossimo in forma aperta, di godere di un “imprinting di amore” che ci consenta di “andare verso il mondo, di esserne da lui chiamati”.

“Avviare una relazione e mantenerla viva, richiede un prezzo elevato in termini di impegno, paure, senso del dovere”.

Nell’innamoramento si vive un momento di ebbrezza, di tumulto emotivo, uno stato bellissimo dove spesso la realtà ci appare distorta, illuminata dalla luce accecante della passione verso la fonte dei nostri sentimenti. Presto o tardi si sente il bisogno di tornare all’interno della realtà ed è in questa fase che possono insorgere i problemi. “Quando tra due identità si assapora il gusto di una, si raggiunge il massimo della fusione, del sentirsi una cosa sola”, poi si idealizza questo attimo e desideriamo non finisca mai.

“Impossibile nel ciclo vitale umano” sentenzia  Dalpozzo con dolce ma severa fermezza.

Diviene fondamentale la consapevolezza che tappe quali attrazione, incontro, innamoramento, porteranno presto o tardi ma comunque sempre ad una conclusione, intesa come punto di arrivo al termine del quale si deve verificare o meno l’avvenuta realizzazione di un progetto. Per la coppia è questo un momento molto delicato. Se l’esame avrà un esito gratificante per entrambi, sarà con molte probabilità capace di proseguire il cammino insieme attraverso il suo rigenerarsi in un nuovo progetto, altrimenti è  possibile finisca con il separarsi e dovranno da singoli prepararsi ad un nuovo ciclo vitale.

“Se riesco a mettere in gioco parti di me si rigenera l’amore, perché l’essenza stessa del suo legame è nel pieno riconoscimento della diversità altrui, altrimenti si finisce per stare insieme per senso di sicurezza, abitudine, dipendenza emotiva o economica. Senza un rinnovamento sincero per entrambi, si prosegue il rapporto con il pilota automatico inserito e le emozioni in gioco finiscono per congelarsi” continua lo psicologo.

“Conclusione” quindi da metabolizzare come solo termine di un ciclo vitale, ma appare evidente quanto risulti difficile ai più effettuare questo passaggio mentale ed emotivo.

Prosegue Dalpozzo:“ Occorre dare un senso alla conclusione perché se non vi si riesce, il sospeso continuerà a contaminare ogni nuova relazione e inquinerà il nuovo ciclo vitale.”

La chiave di lettura assoluta per la chiusura di una relazione non esiste e quella giusta è quella che ti fa sentire bene. Chiudere un rapporto senza un riferimento genera in termini psicoanalitici un insoluto; “un insoluto duraturo” che si protrae nel tempo, può condurre ad un amore ideale impossibile che lavora sulla fantasia e sulla memoria (rievocazione).

Se la conclusione coincide con l’abbandono, ci troviamo in presenza di un trauma da elaborare molto più forte e la persona interessata è obbligata a nuove chiavi di lettura del suo futuro. Il tempo che serve per metabolizzare il distacco è soggettivo. Di fronte ad una separazione il cuore si chiude al mondo e il dolore si può curare grazie alla rete di relazione di chi ti è vicino, al contorno che contiene, alla capacità di ascoltare e fornire amore da parte di persone che ti vogliono bene.

Può accadere che l’abbandono si verifichi in presenza di un lutto. I contenuti della relazione non spariscono con la perdita della persona amata e di conseguenza la relazione non si chiude. La nostra porzione razionale ha bisogno di trovare una via per combattere “il non c’è più”e se non vi riusciamo si rischia di bruciare il presente, spegnendosi interiormente.

Con estrema serenità il dottor Dalpozzo sostiene:” Quando ci colpisce un lutto il trauma rimane fino a quando non riusciamo a lasciar andare la persona che non c’è più. La nostra difficoltà in questo è legata a trovare la forza di lasciarla andare perché temiamo che il passaggio comporti la perdita del ricordo.”

“Lasciar andare non è perdita, ma crescita per andare avanti, per proseguire senza rimanere ancorati nel passato, un chiudere la porta per poter aprirne una nuova” assicura lo psicologo.

Al termine della relazione, Dalpozzo pone l’amore e la morte come fatti inaspettati che costituiscono passaggi con opportunità di crescita. Fa inoltre cadere l’accento in modo particolare sul bisogno di non considerare nulla di scontato nel corso della vita, quale antidoto ad ogni improvviso mutamento, ma anche per dotarci di una visione delle cose più ampia, meno contaminata dai pregiudizi e dai luoghi comuni.

Una conferenza dalle grande emozioni, condotta interagendo con il pubblico in forma fluida e scorrevole, tanto che il dibattito stesso si è fuso con l’esposizione del dottor Dalpozzo, senza soluzione di continuità. Platea in sala che non ha mancato di mostrare perplessità su diversi punti, a dimostrazione di quanto sia difficile per tutti districarsi in quella che è forse una delle prove più difficili della vita: costruire una sincera e duratura relazione affettiva insieme ad un'altra persona, dove l’onestà dei propri sentimenti venga posta al di sopra di tutto.

Una fragilità contagiosa e senza età, intacca il coraggio che serve per le scelte difficili e dolorose, quelle che ruotano intorno al cuore e ai suoi bisogni. Una gracilità emotiva che rende la vita di coppia instabile e vacillante da un lato, e conserva nell’immobilismo tante persone che vivono al fianco di chi non amano più, dall’altro.

Un tempo il nostro, dove il matrimonio e la famiglia diventano strumento di propaganda, ponte su cui appoggiare la più stomachevole delle retoriche, invece che fine di una oggettiva e proficua analisi della sua crisi.

Il mondo è di chi lo vive e se sono ancora molti coloro che per una lunga serie di ragioni, scelgono di continuare a sostenere una relazione dalle emozioni oramai ibernate, spente, scolorite, ponendo il proprio e altrui diritto alla felicità alle spalle di convenienze o paure, vorrà dire che saranno ancora tanti gli individui che in futuro rimpiangeranno di non aver ascoltato il proprio cuore.

E’ stata per me una serata particolare, nel corso della quale ho avuto modo di provare emozioni fortissime. In piena sintonia con il mio tempo, sono stato afflitto a lungo da tanti di quei mali di cui il dottor Dalpozzo ci ha parlato. Poi lentamente il cuore ha avuto il sopravvento e il coraggio e l’onesta dei sentimenti mi hanno dato la forza di ascoltarlo. E’ stata una prova difficile, per il dolore costato e procurato, ma cambiare il proprio destino ascoltando l’anima non ha prezzo. Le sensazioni provate ad ascoltare la mia storia raccontata da ignari narratori mi ha dato ulteriore conferma che le porte dietro di me si sono chiuse e dato la forza d’intervenire raccontando a sconosciuti porzioni di me, cosa un tempo impensabile.

Che i fili di tutte queste parole possano costituire una traccia per coloro ancora alla ricerca del coraggio necessario a dare voce al loro cuore.

Roberto Dalpozzo

Laureato in psicologia a Padova nell’84 e iscritto all’Albo dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna dal 1993 e degli Psicoterapeuti dal 1995, svolge attività di prevenzione e formazione-azione nell’area educativa, sanitaria, sociale e di comunità.
Psicologo-psicoterapeuta si occupa attualmente, utilizzando un approccio interdisciplinare, di formazione nell’area del comportamento organizzativo e conduce gruppi di sviluppo personale e professionale sulle tematiche relative la comunicazione, l’innovazione culturale , la qualità del servizio e l’analisi e lo sviluppo delle competenze emozionali.
Dal 1990 a tutt’oggi interviene come formatore e consulente di risorse umane presso organizzazioni pubbliche occupandosi di problemi inerenti:
· la comunicazione interpersonale (linguaggi verbali e non verbali, gestione di un colloquio e di una riunione, presentazione in pubblico)
· la gestione dinamica di gruppi di lavoro (ruoli, conflitti, negoziazione, leadership, presa di decisioni)
· i processi di innovazione e di cambiamento (auto osservazione, comportamenti automatici, modalità di relazione, flessibilità, creatività)
· la gestione ed il monitoraggio di uno stato di stress (accumuli mentali ed emotivi, norme di controllo sociale, tecniche di riduzione dello stress, sindrome burnout, situazioni di mobbing aziendale e famigliare, gestione di situazioni traumatiche in uno stato d’emergenza)
· il potenziamento e la valorizzazione delle risorse umane in una organizzazione (incrementare la motivazione e l’autostima, padronanza dei sentimenti e delle emozioni, sviluppo delle competenze e delle abilità relazionali individuali e di gruppo, favorire situazioni di empowerment).

 Desiderio e sogno.

Il secondo appuntamento alla Sala Ilaria Alpi di Crevalcore ospita la conferenza della dr.ssa Luisa Leoni, neuropsichiatria infantile.
Il tema della serata, “Desiderio e Sogno”, ci introduce nei meccanismi legati a questi motori della nostra vita, essenziali e virtuosi se sviluppati in equilibrio, fonte di pericolosi sviamenti dalla realtà quando sospinti da alterate percezioni della stessa.
La dr.ssa ci introduce all’incontro affermando che l’uomo è sul pianeta l’unico essere che desidera, in quanto ha la consapevolezza genetica di non bastare a se stesso, di non essere compiuto e di sentire la mancanza di un qualcosa che va ben oltre la soddisfazione dei bisogni primari.
Il desiderio è prerogativa non unicamente legata all’infanzia o alla giovane età, ma punto preciso che ci consegni la ragione di essere, in qualunque stagione della nostra vita.
Si desidera per soddisfare il compimento, quando con questo termine si cerca di descrivere una condizione umana dove l’individuo sente la necessità di raggiungere determinati traguardi per sentirsi compiuto, completato. L’uomo è sospinto in forma più o meno consapevole a ricercare la risposta a domande come “Cosa vado cercando?”, “Cosa cerca il mio cuore?”.
Gli ambiti sui cui si muovono i desideri sono i più vari e rispecchiano le tappe fondamentali della vita come i sentimenti, la professione, lo studio, la famiglia. Ecco che la laurea, la fidanzata, i figli, il lavoro divengono sogni da realizzare.
Desideri e sogni hanno un luogo comune su cui si devono necessariamente scontrare e questo si chiama realtà.
E’ su questo terreno che la dr.ssa Leoni pone l’attenzione, perché nella realtà spesso il sogno sembra negato e gli avvenimenti non compiere i desideri.
Dall’alto della sua lunga esperienza in qualità di neuropsichiatria infantile, la dr.ssa sentenzia quanto le generazioni più giovani siano attualmente le più sfortunate al riguardo. E’ frequente constatare come la nostra società centrata sempre più sull’individualismo e l’arrivismo, induca un giovane a ritenere agevole il raggiungimento di desideri quali donne, successo e denaro, perché la sua visione di ciò che lo circonda è alterata dalla forma in cui gli vengono poste le domande verso questi obbiettivi.
  I ragazzi si illudono di poter conquistare potenzialmente molte cose e quando s’imbattono nel corso della loro ricerca con le difficoltà che la realtà impone, spesso si arrendono agli insuccessi e spostano il fulcro su di un altro traguardo in apparenza raggiungibile. Diventa facile essere indotti a passare di cosa in cosa, ma l’illusione di sazietà s’infrange con il tempo, così come i loro sogni.
“Come si può formare i nostri ragazzi e fornirgli gli strumenti necessari ?” domanda la Leoni ai convenuti.
Un attimo di pausa e silenzio riempie la Sala Ilaria Alpi e anticipa quella che è la sua risposta alla domanda da lei posta.
“L’unico concetto di formazione possibile può snodarsi solo attraverso l’educazione a conservare vivo il desiderio e il bisogno del compimento, solo e unicamente con il serbare la speranza dentro la realtà, perché è solo in quel contesto che risiede tutto ciò che ci è consentito raggiungere per essere felici. Nessuno si assume più il rischio di dire ai ragazzi che la ricerca del desiderio va sperimentata con l’esperienza della realtà, che non è garanzia di risultato, ma che va accettata con le sue sofferenze, conservando vivo nel tempo la ricerca del compimento per soddisfare il cuore.”
 “Il cuore non s’inganna e si deve continuare a ricercare il punto” è l’accorato appello che la Leoni lancia ai tanti genitori presenti.
“Spesso la speranza di ricercare la felicità si spegne prima nei genitori e queste mancanze inducono i figli a perseguire strade che li conducono fuori dalla realtà. I nostri occhi smettono di vedere che la bellezza della vita esiste” prosegue la dr.ssa, e “i nostri figli smettono ancora prima di credere a questo”.
“Occorre aiutarli a comprendere che un desiderio non appagato è normale generi insoddisfazione, ma che questa non deve portare alla frustrazione, vero apripista alla realizzazione dei sogni attraverso fattori esterni o artificiali. Un tentativo senza successo non deve divenire sinonimo di fallimento, ma anticamera di una nuova opportunità.”
“E’ frequente avvicinare giovani che non hanno pazienza”, prosegue la psichiatra, “che vogliono tutto subito, che non accettano il percorso dove l’ottenimento di un risultato passa dal sacrificio. E’ fondamentale inculcare la cura delle passioni ed il coraggio di coltivarle.”
Coraggio come medicina, quale antidoto alla paura.
La dr.ssa Leoni ci conduce in conclusione, ad una riflessione su due aspetti che costituiscono minacce senza confini di età: la paura come componente frenante della ricerca della felicità e le false necessità di molti bisogni, generati da desideri indotti da terzi e non reali.
La paura è il grande nostro nemico, ed è in grado di contagiare vari aspetti della nostra esistenza, di contaminare i sogni e i desideri: ci ferma prima di elaborare un progetto, ci blocca durante il nostro tentativo di metterlo in pratica, ci induce a non ritentarne la realizzazione e finisce per distorcere la reale visione delle cose. La paura è anche di soffrire o di far soffrire le persone che a noi sono vicine lungo il percorso da compiere, ed in questi termini assume i contorni di una palese dimostrazione del nostro timore di risultare compromessi agli occhi degli altri.
La ricerca della felicità, compimento del nostro cuore, non potrà rimanere immune dalla paura e tanto meno dalla sofferenza, perché generata dal dolore insito nel percorso stesso.
Ognuno deve riflettere su quanto il compimento del cuore sia un continuo ripartire. Si crede di aver raggiunto la felicità, ma in senso assoluto e definitivo questa non esiste, perché non esiste il per sempre assoluto. Esistono varie forme e diverse sono le strade per raggiungere uno stato di felicità che ci renda compiuti.
“Il sogno ne prefigura una possibilità ma è importante non fermarsi dinanzi all’unica via conosciuta. Occorre ricercarla oltre le sole forme specifiche che intendiamo”.
All’interno di questo percorso lungo il quale si cerca di edificare faticosamente il proprio equilibrio e perseguire la nostra ricerca, costituiscono una severa minaccia i desideri indotti dall’ambiente che ci circonda. Pubblicità e consumismo ci martellano e una marea di oggetti concorrono a divenire bisogni non reali creati per soddisfare false necessità.
Corriamo il rischio di non seguire il proprio desiderio di compimento, quello di cui realmente il nostro cuore ha bisogno, per soddisfare quelli falsamente indotti. Affinché i desideri naturali non rimangano sepolti da quelli artificiali, occorre che il desiderio divenga una molla, un motivo per scavare all’interno dei propri bisogni.
Lasciamo che la nostra voce assuma i toni più alti, gli unici da ascoltare al disopra di ogni altro suono o rumore è in sintesi il messaggio racchiuso nelle ultime battute della conferenza: consentiamo a domande come “Cosa mi manca?”, “Di cosa ho bisogno?”, “Cosa posso fare?”, di divenire nostre compagne.
Il dibattito che ne segue è acceso e non privo di perplessità. Le voci discordanti provengono in particolare dai genitori presenti alla serata. Alla base le forti perplessità sulla chiave di lettura negativa con cui la dr.ssa Leoni ha descritto il comportamento giovanile del nostro tempo, con le implicazioni annesse alle responsabilità da attribuire al ruolo formativo di scuola e famiglia spesso non immune da mancanze.
Mamme e papà faticano a dipingere con tinte così fosche il quadro della realtà in cui anche i loro ragazzi si muovono e s’interrogano sui margini d’intervento in loro possesso. E’ sempre difficile riuscire ad essere onesti con se stessi a tal punto da mettere in discussione il proprio percorso, soprattutto se la verità che può emergere sentenzia errori o fallimenti nel rapportarsi con i propri figli o ancora prima con il proprio cuore.
Una serata dal tema solo in apparenza leggero ed etereo, ma anzi molto complesso e dalle variegate connessioni, tutte con effetti concreti sul corso della nostra esistenza. I fili delle parole ci hanno condotto in alto nel cielo dove crediamo abitino sempre i sogni, per poi compiere una rapida picchiata verso terra dove invece viviamo noi.
E’ infatti qui che sogni e desideri si rincorrono, si aggrovigliano, si fondono. Popolano le notti e i giorni, scandiscono le stagioni della vita, sono le scintille che ci accendono e illuminano il cammino. Il loro ricordo nel tempo può evocare un dolce sapore o il gusto amaro di un brusco risveglio ma, realizzati, infranti, nel cassetto o per sempre solo prigionieri della nostra mente, i sogni sono vita.
Averne cura e proteggerli da chi vuole loro del male, è in primo luogo un nostro dovere ma anche un obbligo nel rispetto della vita stessa, e in quanto tale mai dobbiamo costituire minaccia o freno per quelli altrui.


Ricomincio da me

Il trittico crevalcorese si apre con “Ricomincio da me”a cura della dr.ssa Consuelo Zenzani, ovvero viaggio dentro noi stessi alla ricerca di una via per “ricominciare”. Per introdurci al tema della serata, la Zenzani, ci suggerisce di prendere atto di quanto “La vita sia un continuo susseguirsi di passaggi, di un’altalena di eventi conditi da momenti di gioia e serenità che si avvicendano a fasi di crisi e difficoltà”. Un concetto abbastanza naturale per ognuno di noi, ma non immediato da trasformare in un punto fermo su cui appoggiarsi quando un evento doloroso ci colpisce in prima persona. Come riuscire ad affrontare queste situazioni, sapendovi reagire senza affondare?

La dr.ssa Zenzani pone l’accento sulla grande importanza che le parole assumono in questi frangenti. Parole che possono costituire un appiglio per le persone in difficoltà e un salvagente importante da lanciare per coloro che gli sono vicine. La scelta attenta dei vocaboli non deve assecondare il vittimismo, ne indurre ad una fuga dalla realtà: deve agevolare l’accettazione dell’evento doloroso, primo passo indispensabile per imboccare la via d’uscita dalle fasi depressive, caratterizzate dal peso della mancanza della speranza e dal senso d’impotenza e d’isolamento.

L’individuo colpito dal momento di crisi, che questo sia a seguito di un lutto, di una malattia, o di origine sentimentale o professionale, tende spesso ad avere una reazione di rifiuto e negazione dinanzi all’evento. Si tratta di una reazione per sfuggire allo scontro con il dolore forte ed improvviso. Per guidare il soggetto in difficoltà verso l’accettazione della nuova realtà, da non confondere mai come una forma di resa, occorre aiutarlo a sostituire domande come “Perché proprio a me?”, figlie di una posizione passiva che di frequente sfocia nell’autocommiserazione e che rifugge allo scontro con la sofferenza, con “Cosa posso fare?”, che predispongono la persona ad accertare un modo per sollevarsi.

La dr.ssa ribadisce quanto sia delicata questa fase. Spesso quando ci troviamo in difficoltà proviamo confusione perchè: “Al nostro interno convivono più inquilini, ognuno dei quali spinge in una direzione diversa”.

Il compito affidato alle persone vicine all’individuo colpito, consiste nel divenire dei punti di riferimento, elementi di condivisione del dolore, dove la presenza fisica costante e continua nel tempo assume un valore primario e non necessariamente occorre essere prodighi di consigli a tutti i costi. Parole ed incoraggiamenti di circostanza possono allontanare ancora di più la persona in crisi da chi lo circonda: questa se non compresa sente acuirsi il senso di solitudine e abbandono.

Un enorme sforzo deve essere compiuto per trasferire l’attenzione della nostra mente sul “Dove voglio andare?” anziché nel “Dove non voglio andare?”. Risulta decisivo per scioglierci dai legami che ci tengono avvinghiati al passato e al perché degli eventi che lo rappresentano. Il nostro cervello processa solo l’affermazione e non la negazione. Non ci conduce a nessun beneficio focalizzare l’attenzione su “ciò che non si deve fare” se non ad uno spreco inutile di energie in un auto loop senza sbocchi.

Ancora una volta occorre riflettere su quanto un appropriato uso del linguaggio risulti determinante: poche parole in momenti delicati possono compiere una enorme differenza perché in grado di far leva sulle emozioni in gioco.

La psicoterapeuta ci introduce alla fase della rinascita, quella che deve consentirci di acquisire gli strumenti per alzare lo standard di qualità della nostra vita.

Una volta pervenuti allo stadio di accettazione, inizia un cammino che deve portarci al raggiungimento della consapevolezza dei propri bisogni reali, fuori ed oltre le aspettative e i condizionamenti altrui. In quante occasioni persone a noi care, nel nome del “nostro bene”, ci inducono a scelte ed atteggiamenti di vita che non si sposano con ciò che la nostra anima e il nostro cuore ci chiedono?

Per sentirsi in pace con tutte le altri porzioni che ci compongono, occorre saper farvi fronte perché altrimenti è facile essere spinti a scelte che finiscono per tarpare sul nascere i nostri sogni.

La relatrice stimola la platea con altri interrogativi: “Ci chiediamo mai a sufficienza “ Cosa voglio fare veramente?”, “ Cosa penso, cosa desidero?”.

Per poi fornire la risposta:”La differenza nelle scelte di vita dipende dalle domande che ci poniamo e siamo in grado di porci i giusti quesiti quando ci sentiamo bene ed in equilibrio. Non si deve aver paura di prendersi i giusti tempi di attesa prima di decisioni importanti: impariamo ad ascoltarci. Per imboccare una via di rinascita dai momenti di crisi è fondamentale acquisire la ferma convinzione nelle proprie possibilità, conservare la speranza, perché nulla accade se prima non è stato un sogno. Occorre darsi un’opportunità per sapere se è possibile farcela ed è necessario sfidare se stessi per alzare lo standard dei propri sogni.

Non dobbiamo provare pudore nel promuovere espressioni come “Io me lo merito!!”. Solo i nostri pensieri possono costituire un ostacolo insuperabile e bisogna sforzarsi di trasformare le difficoltà che possono insorgere nel corso del nostro cammino, in un modo per trarne utilità, per crescere.”

L’accento viene posto sulla forza da imprimere per fornire una svolta all’esistenza. “Serve il coraggio di fare qualcosa di diverso per uscire dalla crisi, coraggio che deve divenire nostro compagno e alleato”.

Una lettura di Fabio Michelini poi, ci illustra una via da seguire: come scrive Paolo Coelho in “Il cammino di Santiago”, occorre non interrompere mai la ricerca del “Giusto Combattimento”.

Consiste nella ricerca continua di uno stato di crescita interiore, che si concentra nel non indurci a cadere in una condizione di assuefazione della vita. E’ indispensabile conservare e accrescere il bisogno di migliorare per sentirsi bene, per sentirsi vivi, a prescindere dal momento che stiamo attraversando. Una sorta di antidoto per combattere la noia, quella subdola e logorante tarma che lentamente minaccia i pilastri di qualsiasi porzione della nostra vita, che tende a spegnerci e ad allontanarci dagli altri.

La dr.ssa Consuelo Zenzani conclude la sua conferenza con un ultimo appello:” Non accontentiamoci mai di quanto ci circonda se non ci soddisfa. Non lasciamoci intrappolare dalle paure, dal condizionamento degli altri e non esitiamo a sottrarci alle aspettative altrui se non si sposano con il nostro io interiore”.

Una serata dalle forti emozioni, che mi ha permesso di ripercorrere momenti difficili e di trovarmi in grande sintonia con quanto la dr.ssa esponeva. Ho superato le difficoltà del passato, attraverso percorsi diversi anche se identici erano i concetti basilari che le persone a cui mi ero rivolto mi hanno trasmesso, a riprova di come diverse siano le strade ma unico è lo strumento: noi stessi.

Il presente è di fragile consistenza, tutto può accadere in un attimo e quasi sempre il destino ci coglie impreparati.

Non possiamo ambire a divenire flessibili e in grado di adattarci ad ogni sua asperità tanto da annullare le sue ferite, ma abbiamo le qualità per comprendere che non esiste sempre un motivo per ogni cosa, anche se spesso le cose non accadono per caso.

Una sola serata non può bastare ad insegnarci ad affrontare una tale mole di lavoro, ma è già importante capire che è necessario abituarsi a porsi spesso delle domande piuttosto che attendersi sempre solo risposte.


Consuelo Zenzani

Laureata con la lode in Psicologia e psicoterapeuta con specializzazione in Medicina Psicosomatica, dedica la sua vita a promuovere nelle persone processi di guarigione, salute e benessere psicofisici integrando e rinforzando i propri interventi con potenti tecniche di Programmazione Neuro-Linguistica.

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E’ appassionata nel diffondere e sviluppare la ricerca sulle potenzialità intuitive presenti in ogni essere umano.

Trainer in Programmazione Neuro-Linguistica nominata direttamente da Richard Bandler, si è formata in PNL con NLP ITALY e con i più importanti formatori in PNL del mondo.

E’ inoltre Trainer di Tecniche di Apprendimento Veloce e conduce da anni corsi di Lettura Veloce e Metodologia di Studio. Della sua consulenza si avvalgono numerosi istituti scolastici e alcune importanti aziende nazionali.

Collabora nei corsi della Scuola per Coach di NLP ITALY ed è docente del corso “Pnl e Salute”.


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