IO REPORTER
Circoscrizione 4 di Modena
Presenta:
BULLISMO:
UNA PRASSI CONSOLIDATA DEL NOSTRO TEMPO?
Articoli redatti dagli allievi del corso di giornalismo di ALKEMIA
DISAGIO GIOVANILE E CLIMI DI SFIDUCIA
di Sara Cucciniello

L'adolescenza è probabilmente l'età più delicata nella vita di un essere umano. Ci si affaccia per la prima volta con timori e paranoie su un mondo nuovo e complicato, guidato da meccanismi ancora oscuri e spesso lo si fa senza uno straccio di istruzioni. Tutti ci sono passati, ma tutti sembrano esserselo dimenticato. Assistiamo a episodi sempre più frequenti di bullismo e vandalismo: mani bruciate con un accendino, distributori di sigarette fatti saltare in aria, minacce ai compagni o ai dipendenti della scuola, ricatti e soprusi di vario genere e ci scandalizziamo di fronte alla ferocia manifestata attraverso quei gesti. Si punta con troppa facilità il dito contro i ragazzi, senza prendersi la briga di spendere un po' del proprio tempo per analizzare più da vicino e comprendere il loro vissuto e la cause che li spingono a commettere gesti evidentemente traboccanti di malessere.
L'aspetto psicologico che si nasconde dietro alle azioni è fondamentale in questo caso per
comprendere cosa sta alla base del fenomeno bullismo. Solitamente ci si trova di fronte a situazioni familiari molto complesse, spesso estenuanti da sopportare per l'individuo che si trova in fase evolutiva, che danno vita a meccanismi di reazione altamente negativi, aprendo la strada a un circolo vizioso molto difficile da debellare. Quando un giovane si trova in una condizione di simile disagio, ha di fronte le classiche tre strade: trasformare il malessere in energia positiva e fare quindi passi importanti per la risoluzione dei suoi problemi, rimanere passivo e distaccato facendosi scivolare le cose addosso nell'attesa che il momento passi e infine reagire in maniera violenta e disperata. Al giorno d'oggi si sceglie sempre più spesso quest'ultima soluzione. A cosa può essere dovuta questa tendenza? La prima parola che mi è venuta in mente come risposta è “sfiducia”.
Sfiducia degli adulti nel confronti dei giovani, che vengono puntualmente etichettati come lavativi, pigri, ignoranti. Giovani sui quali si è smesso di scommettere ormai da tempo nella nostra realtà italiana e che spesso vengono sentiti e vissuti come una minaccia o nella migliore delle ipotesi un peso da sopportare. Sfiducia dei giovani nei confronti del mondo adulto che non è capace di fornire loro i punti di riferimento necessari ad intraprendere un percorso di crescita e formazione sereno ed equilibrato. Genitori che sono i primi ad essere completamente allo sbando. Una generazione che per la prima volta nella storia della società aveva in mano gli strumenti per costruire un mondo migliore per i propri figli e che invece ha continuato imperterrita a provocare enormi disastri, uno dopo l'altro. Come possiamo pretendere che i ragazzi la sfruttino ad esempio? Per non parlare poi dell'istituzione scolastica, assente e inefficace su tutti i fronti, se ne lava le mani il più delle volte per poi farsi sentire giusto quando accadono episodi spiacevoli che la riguardano direttamente o indirettamente. Dice bene il preside della scuola media modenese frequentata dalla ragazzina che agli inizi di febbraio ha subito un brutto atto di bullismo da parte di due compagni. Non bisogna mai fare mancare il proprio appoggio. Come politica è decisamente molto valida, ma andrebbe sostenuta attraverso progetti concreti per prevenire gli episodi di violenza, non come mera ipotesi riparatrice dell'ultimo secondo. Ma la sfiducia più grande credo sia quella sentita dai giovani nei confronti del loro futuro, quella che ti fa pensare “ormai non ho più nulla da perdere”. Sentimento ineccepibile in una società in fase di disgregazione totale come la nostra. Il bullismo è un fenomeno vecchio come il mondo, trito e ritrito, come mai allora sentirne parlare colpisce così tanto? Il pensiero diffuso è che col benessere odierno, situazioni del genere dovrebbero essere scomparse e invece tendono ad aumentare e ad assumere forme sempre più pericolose. Il problema è che la società contemporanea ha una spiccata tendenza all'isolamento, all'individualismo e all'atomizzazione. I buoni vecchi fenomeni di socializzazione, confronto e condivisione stanno sempre più perdendo quota, e
l'esibizionismo sponsorizzato dai media ha preso irrimediabilmente il loro posto. Gli adulti sanno a malapena occuparsi di se stessi e preferiscono delegare proprio ai media il ruolo di educatori indiscussi dei propri figli. Nella nostra città serpeggia da tempo l'insana tendenza a dare la colpa dell'aumento dei fenomeni di bullismo all'incremento del numero di studenti extracomunitari presenti nelle scuole di tutti i livelli, senza andare ad indagare le cause reali che stanno alla base del problema. In un contesto sociale già abbastanza compromesso, quanto potrà giovare iniziare a ragionare come Hitler?
BULLISMO A SCUOLA
UNA PRASSI CHE VIENE DA LONTANO?
di Luca Biondi

Immaginatevi un padre, un onesto cittadino che lavora e paga le tasse, che manda i figli a scuola perché imparino un mestiere e trovino più facilmente un lavoro, pur sapendo che i suoi figli, quasi sicuramente, rimarranno disoccupati a lungo. Immaginatevi anche una madre, la quale si sveglia presto la mattina per recarsi sul posto di lavoro… Immaginatevi questa famiglia. Simile a tante, con i suoi problemi, con le sue preoccupazioni quotidiane; immaginatevi come si può sentire quando i figli tornano stravolti da scuola, perché qualcuno gli ha offesi o picchiati… I figli, poco più che bambini, soffrono tantissimo per le angherie a cui sono sottoposti dai compagni più irruenti e, spesso, cadono in forme di depressione dalle quali è poi difficile uscire. Nelle forme più gravi si ricorre anche allo psicologo... con costi proibitivi e spesso dall’efficacia incerta. A causa di un manipolo di teppistelli ci si rovina gli anni migliori della propria vita e si spreca un sacco di tempo e denaro, a volte con conseguenze negative sull’esito degli studi. Che dire? La speranza di un futuro migliore per i propri figli è messa in discussione da altri ragazzini, che di fatto schiavizzano psicologicamente i coetanei più sensibili e introversi. C’è da chiedersi allora: “Il bullismo è un davvero un problema sociale o solo una serie di scherzetti tra giovani?” e soprattutto “Cos’è possibile fare per mitigare questa “tradizione gogliardica”, in realtà poco gradita?”.
Quello che consigliano tutti, quando ci si trova a dover fare i conti con i bulli è di ignorarli, in modo da non dare loro la possibilità di continuare… ma non sempre è possibile ignorare le loro provocazioni… Per capire cosa significhi essere vittima del bullismo, siamo andati a fare un sopralluogo in un istituto superiore modenese ad alta densità mafiosa. Inoltre, abbiamo intervistato un ex studente di questa scuola, reduce dalle persecuzioni dei suoi compagni. L’istituto è l’IPSIA Fermo Corni di Modena. Qui, in questo vasto edificio costruito tra le due guerre mondiali e a pochi passi dal centro storico, si dovrebbero studiare materie tecniche e le loro applicazioni industriali, ma nei fatti qui s’impara a convivere (o sopravvivere) in presenza di quella che monsieur Sarkozy definirebbe “recaille”, feccia: violenti, drogati, psicopatici, provocatori, reietti della società, tutti comunque potenziali criminali. Una volta questa era una scuola ritenuta “d’eccellenza”: i tecnici e gli operai specializzati che vi si diplomavano erano subito assunti dalle aziende locali, con uno stipendio di tutto rispetto. In tempi più recenti, forse a causa delle continue riforme scolastiche, la scuola ha perso prestigio, i laboratori sono andati in disuso e chi s’iscriveva lo faceva non tanto per imparare un mestiere, quanto invece per evitare un percorso formativo classico, ritenuto nella sua complessità inaffrontabile. Più volte la scuola è stata citata dai giornali come esempio di “scuola di frontiera”. Inoltre un tempo vi era anche un posto di polizia integrato, che venne smantellato per accontentare certi benpensanti che vedevano nel poliziotto una figura repressiva, quando effettivamente era proprio quello di cui c’era bisogno… Il poliziotto! Ecco cosa serve… Altro che psicologo…
Poco dopo il suono della prima campanella, entriamo e notiamo qualcosa di strano per una scuola: le macchinette delle merendine e delle bevande, a disposizione di insegnati e studenti (previo pagamento s’intende) sono contenute dentro a delle gabbie di acciaio!
Sorpresi, chiediamo al nostro amico, nonché ex studente della scuola, vittima del bullismo, se sa darci delle spiegazioni…
R. “Io c’ero quando le macchinette erano prive di quelle gabbie… Solo che gli studenti, quotidianamente, le prendevano a calci… fino a rovesciarle e a romperle. Così era possibile saccheggiare tutte le merendine e, a volte, anche rubare le monete che erano contenute all’interno dei distributori. Un giorno l’azienda, “Buonristora” (mi pare si chiami così)… decise di incassare le macchinette in robuste gabbie d’acciaio e come previsto i saccheggi cessarono…”.
D. Storia inquietante, ma finora non si tratta di bullismo, piuttosto di una serie di furti con scasso…
R. “Questo è solo un aspetto del bullismo, che in questa scuola era presente, e forse lo è anche oggi. In prima io avevo solo 13 anni, ero timido, e per la prima volta dovetti confrontarmi con ragazzi più grandi di me, più svegli, e più maneschi. In una classe di 33 persone, molti ripetevano l’anno già da due volte e diventare vittima del bullismo o del nonnismo, se così lo si vuole chiamare, fu per me quasi scontato…”
D. Che cosa ti è successo di preciso?
R. “Oltre ai bulli della mia classe dovevo fare i conti anche con quelli della classe di fronte. In tutto erano una ventina… mi aspettavano davanti alla porta dell’aula, e giù di spintoni, sputi, insulti e scherzi pesanti… tutto questo era terribile… anche perché ero solo, tra compagni non ci si aiutava, c’era solo paura e diffidenza reciproca. Ero terrorizzato e di notte avevo gl’incubi”.
Il nostro amico, che ha accettato in forma anonima l’intervista, si emoziona visibilmente e allora decidiamo di lasciarlo stare per un po’. Per lui quel periodo scolastico deve essere stato davvero molto duro, ma non ha mai mollato, anzi si è diplomato a pieni voti e ora è disoccupato, ma sereno. Intanto sulla scuola scende il silenzio, e rimaniamo solo noi nei corridoi. Si avvicina allora un’impiegata spiegandoci cortesemente che non è possibile rimanere all’interno dell’edificio, così usciamo dalla scuola e proseguiamo con l’intervista nel cortile.
D. Spiegaci come hai reagito. Sei rimasto indifferente o sei passato all’azione?
R. “Una volta, in classe, sono stato addirittura minacciato di morte da uno che mi ha messo alla gola un coltello a serramanico. Ricordo anche il motivo di quella minaccia. Sapeva che io simpatizzavo per l’Inter, mentre lui era un ultras della Juve e voleva farmi cambiare idea, altrimenti mi avrebbe sgozzato. Durante quella scena l’insegnante proseguì completamente indifferente la sua lezione. Rischiai molto perché quel ragazzo era anche sotto gli effetti della droga, e quindi non era lucido abbastanza per capire quello che stava per fare… C’era poi un colombiano di nome Edgard Sanchez, il quale mi faceva molta paura. Era grosso il doppio di me e continuava a spintonarmi, a insultarmi, lui e in compagnia della sua banda di facinorosi. Un giorno la paura lasciò il posto alla rabbia e iniziò la mia ribellione, la mia rivoluzione, chiamiamola così… Inaspettatamente diventai anch’io violento e lo massacrai di botte, proprio senza pietà. Alla fine sanguinava tutto e si mise pure a piangere… io invece, al contrario, avevo acquisito una certa sicurezza. Certo, dovetti rimanere a casa una settimana per evitare sicure rappresaglie, ma per quella volta avevo dato un chiaro segnale di avvertimento a quella gente. Altre volte dovetti ricorrere alla violenza, ma penso che continuassero a sottovalutarmi: ogni volta uscivo indenne dalle risse. Ormai le parti si erano invertite: ero diventato io il loro incubo...”
D. Ti sei preso la tua rivincita insomma…
R. “Sì, è così che ho risolto il mio problema. L’ho risolto così perché ne gli insegnanti ne il preside hanno mai mosso un dito per me e per quelli come me.”
D. Ma non potevi fare una denuncia alla polizia o ai carabinieri?
R. “Sono stato minacciato di morte se solo avessi provato ad entrare in una caserma dei carabinieri, e poi non sarebbe stato nel mio stile… Alcuni dei miei compagni erano figli d’arte… avevano i padri in carcere, come Vito Ferro, uno dei più pericolosi. Lo so cosa state pensando, ma guardate che l’omertà è facile da criticare quando non si è immersi in quell’inferno. Il mio poi era un inferno scolastico, ma pensiamo a certi paesi della Sicilia in cui Cosa Nostra detta veramente legge. Vi sembra poco denunciare un mafioso o un camorrista, soprattutto quando lo Stato è debole? Sì, lo ammetto, forse anch’io sono stato un uomo d’onore, ma in questo modo ho sconfitto il bullismo e l’ho fatto solo perché la legge del più forte, che se ne dica, è sempre la più efficace. Ero io il più forte, dovevo solo scoprirlo. In fondo è grazie ai miei compagni, se oggi affronto i problemi con maggior sicurezza e serenità… forse dovrei ringraziarli…”
D. Ma alla fine hai dovuto cambiare squadra?
R. “Sì certo, oggi tifo per la Juve… non potevo certo rifiutare il cortese invito di un amico…”
Si è tanto parlato del fenomeno del bullismo, ma ancora non si è trovata una soluzione al problema.
Forse perché non è un vero problema… Forse, effettivamente, è solo un gioco tra ragazzi, che si fa per imitare i grandi. Quindi assolviamo i bulli. Loro sono innocenti: sono le vittime che provocano e non stanno al gioco. Del resto è così che funziona nell’Italia di oggi, in cui i furbi prosperano a spese e a danno degli onesti.
SONO IO IL CAPO
di Giovanni Bottari

“Sono io il capo!” risponde una voce tonante, molto più matura rispetto all’età del ragazzo che le autorità si sono trovate davanti. Quattordici anni, un metro e cinquantatre di altezza, orecchino.
Questo è il ritratto del leader della banda che è stato accusato di bullismo pochi giorni fa. La vicenda è avvenuta nel giardino della scuola media inferiore ****(i nomi non sono importanti per capire), che già in passato aveva visto il suo nome finire sulle prime pagine dei giornali per episodi analoghi. Chiedeva onore e fedeltà ai compagni e, forse, i due ragazzi, le vittime innocenti, avrebbero ottenuto fama e rispetto in futuro se solo non si fossero ribellati a un comando del capo. Una punizione esemplare quella che è toccata a Marco e Guido, rispettivamente di dodici e tredici anni, costretti a camminare intorno alla scuola senza pantaloni mentre venivano lanciati oggetti contro di loro. Una vera e propria lapidazione. “Ecco cosa succede a chi non rispetta gli ordini” ha esortato Emilio, capo indiscusso dell’istituto, davanti ai perché del preside.
Eppure il comando era semplice: convincere, o meglio costringere, due ragazze della scuola, le più belle a detta di molti, a diventare le cosiddette “ragazze del capo”.
Il comando, a quanto sembra, non ha trovato risposta. La legittimazione del leader viene meno, il riconoscimento da parte del popolo crolla, e non rimane altro che l’uso della violenza per ristabilire il proprio potere. La paura rende gli uomini deboli e schiavi.
Emilio ha deciso di scegliere questa di strada. La più veloce, la più facile. Il ragionamento è semplice; perché studiare o faticare per primeggiare tra i miei simili quando posso impormi a loro, essere il leader, essere il primo, con il minimo sforzo. Il fine giustifica i mezzi, d’altronde, recita il proverbio.
Ma come lo si può biasimare questo povero ragazzino. La colpa in fondo non è del tutto sua, ne sono convinto. Modelli di educazione violenti e superficiali con i quali è cresciuto, ecco la causa. Il padre del ragazzo ha più volte affermato che non vedeva niente di male nel comportamento del figlio e ha anzi ribattuto dicendo che non era colpa del suo ragazzo se gli altri ragazzini non erano stati in grado di difendersi dalle minacce, forse perché troppo deboli e impauriti. Non c’è troppo da meravigliarsi allora del suo comportamento. Emulare o rifiutare certi modelli allora? Per un ragazzino come Emilio, la risposta non potrà che essere quella di prendere da esempio una figura-guida come può e dovrebbe essere quella paterna, soprattutto nel periodo adolescenziale. Quali alternative ha.
E qui infine che entra in gioco il ruolo dell’educazione. Non si può prescindere da quest’ultima quando si vuole cercare di dare una spiegazione ai comportamenti giovanili.
Dewey parlava del momento educativo come processo fondamentale per formare l’individuo democratico futuro. Ed è solo nell’educazione, prima familiare e poi scolastica, che possiamo trovare la soluzione.
Solo attraverso l’interiorizzazione di quelli che possono essere chiamati valori democratici, quali tolleranza, scambio di opinioni, pluralità culturale, si potrà costruire una comunità libera e serena, dove il primo sarà l’ultimo e l’ultimo il primo; cercando di andare oltre la società verticale, gerarchizzata, dove i rapporti sono dominati dal vincolo comando-obbedienza, dove vige il diritto del più forte.
Ma in fondo sono solo ragazzi. Forse è solo una forma di espressione, per mettersi in mostra, per essere accettati. È il messaggio del come primeggiare che non riesce a passare. D’altronde si sa, l’uomo nasce libero ed eguale, è la società che lo corrompe.
“Bullismo: un’altra mafia contro cui combattere?”
Di Nicholas Lippolis

“Far saltare in aria un distributore di sigarette? Bruciare la mano di una ragazza? No, non stiamo parlando di un nuovo gruppo terroristico presente sul nostro territorio oppure di una nuova forma di mafia o forse sì? Peccato che questi atti vandalici e sadici siano arrivati da dei ragazzini. Nel caso della dodicenne che ha riportato un ustione lieve della mano si tratta di un gesto compiuto quasi sicuramente da suoi coetanei. Non è una novità, ormai, che la fase che ci porta dalla fanciullezza all’adolescenza sia un momento critico in cui avvengono parecchie trasformazioni fisiche, ma anche psicologiche. Il fatto di “credersi grandi” non è altro che una conseguenza di tutto ciò. Perciò si inizia a fumare, a delinquere e a pretendere di fare tutto quello che si vuole. Un “età stupida” come molti la definiscono, ma l’origine del bullismo o del nonnismo (come si chiama nelle caserme o nei collegi soprattutto) è abbastanza antiquata. Ovvio che ora si degenera e che nella società all’avanguardia di oggi queste cose non sono più tollerate ed è giusto che sia così. Ora i presidi, gli insegnanti eccetera sono disposti a denunciare questi fatti e ad incriminare i responsabili, ma una volta non era così e in più di un occasione si chiudeva un occhio. Pensare che i primi atti di sadismo e umiliazione nelle scuole li facevano gli insegnanti stessi. Quindi c’è stata un involuzione o un evoluzione? C’è stata un evoluzione degli atti che ora non si limitano più al fare del male ai compagni oppure a prenderli in giro e ridicolizzarli, ma addirittura a spaccare vetrine, incendiare cassonetti dell’immondizia, oppure, come nel caso successo a Reggio Emilia, far saltare con un petardo un distributore di sigarette per fregare i soldi e scappare con la refurtiva. Qui però si passa al vandalismo. Come dice il preside della scuola di Modena, però, non esistono solo cattivi ragazzi, ma anche giovani in gamba. Ed ecco spiegata la denuncia da parte del gruppo di amici che ha segnalato alle autorità il cosiddetto “Boss” e il suo complice, restituendo poi tutta la merce e i soldi. Può considerarsi quindi il bullismo/vandalismo una sorta di nuova mafia verso cui far fronte? Certamente va presa in modo diverso ed è anche più facile affrontarla come questione. I genitori si devono assumere le loro responsabilità di educatori e non fare finta di niente, giustificando i figli colpevoli. Il detto “Eh ma sono ragazzi” non vale più ormai, soprattutto se accadono cose così gravi che potrebbero pure degenerare in risse, sparatorie e tante altre cose che per fortuna o per sfortuna per ora si vedono in altri paesi. Appunto perché sono ragazzi bisognerebbe insegnargli il rispetto nei confronti delle cose e delle persone. Ma forse sono proprio i Media a lanciare dei messaggi sbagliati. I ragazzi apprendono che è giusto delinquere per sopravvivere, che è giusto fare i bulli e trattare male gli altri per prevalere e non riflettono bene che tutto quello che vedono in realtà è errato. Spinti poi dall’unione che fa la forza, si credono ancora più temibili ed invincibili. Negli States, per esempio, questo fenomeno è già in stato avanzato, noi siamo ancora in tempo per attenuarlo e magari eliminarlo del tutto, anche se non sarà facile, ma intanto partiamo da questi episodi di denuncia che fanno sempre piacere.
“INCIVILE BULLISMO”
di Centola Alessandro

Quali sono le cause che scatenano un comportamento violento e incivile da parte di alcuni ragazzi verso gli altri? Che cosa spinge un ragazzo a minacciare o alzare le mani su un suo coetaneo?
Le cause possono essere molteplici:
1) un problema di tipo psicologico, da ricercarsi nella personalità del bullo stesso;
2) il disagio giovanile, da cui possono dipendere le relazioni interpersonali e quindi un problema di comunicazione tra coetanei , il che è fondamentale per avere una “sanità” mentale adeguata ad una persona comune;
3) il rapporto con i proprio genitori, che di solito è la causa principale, perché spesso il rapporto che si riesce a instaurare è basato unicamente sulla superficialità;
4) i “modelli sociali” e gli stereotipi imposti dai mass-media, a cui sono abituati i giovani d’oggi, troppo sbagliati e troppo superficiali per poterne trarre un insegnamento;
5) i mezzi di comunicazione inadeguati, perché non si dà abbastanza spazio a questo problema, perché si tende a sottovalutarlo, o per meglio dire ignorarlo;
6) gli atti di violenza sono accompagnati da un’azione/reazione:
l’azione violenta provoca una reazione che può essere o “paura” nei confronti di persone più violente di loro, o “aggressività” verso il prossimo o “debolezza” e “sottomissione” sempre verso questi cosiddetti BULLI;
Con bullismo si indica generalmente nella letteratura psicologica internazionale “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”.
L'enorme eco che gli episodi di bullismo hanno ottenuto in quest'ultimo anno sui mass-media segnala la diffusione, nell'opinione pubblica, di una crescente consapevolezza del problema.
È di fondamentale importanza, infatti, che tutti riconoscano la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per la crescita sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei piccoli prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza.
Le statistiche parlano chiaro:
Il 23% degli studenti dice di aver subito forme di esclusione, il 15% afferma di avere subito scontri verbali o fisici a scuola, il 50% ha riferito di aver assistito o di aver saputo di episodi di bullismo.
Questo fenomeno si stà diffondendo sempre di più tra ragazzi e persone adulte, i quali cercano di sfruttare questa situazione a svantaggio degli altri; è un fenomeno a cui bisogna dare un FRENO!