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Home1 » I valori della Resistenza » Il rito della memoria  

La ritualizzazione della memoria
di Cinzia Nachira

La necessità di istituire una giornata internazionale della memoria, il 27 gennaio, perché i cittadini europei siano obbligati a “ricordare”, si traduce ormai in una ritualizzazione collettiva intorno alla pagina più oscura del XX secolo: lo sterminio pianificato di milioni di persone, tra cui sei milioni di ebrei europei, circa ottocentomila zingari, migliaia di omosessuali, disabili e oppositori politici al nazismo.
Questo rito catartico che ogni anno si rinnova, però, è usato sapientemente per non parlare, effettivamente, delle dinamiche che ha permesso una tale mostruosità, ma, per rinnovare un momento espiativo.
Diciamo subito che già di per sé il fatto che, per ricordare, sia necessario un passaggio legislativo internazionale, è poco convincente. È banale ma vero, il dubitare che un rimemorare per un giorno possa essere utile allo scopo finale: far sì che aberrazioni simili non si ripetano.
Lo slogan più usato: Mai più!
Ma questo Mai più! viene costruito, non come una comprensione vera, (unico antidoto alla sua ripetizione) ma, come un rifiuto (in definitiva una immensa rimozione) delle montagne di cadaveri, di cui per una settimana e più,  verso fine gennaio, veniamo inondati: mostre fotografiche, film, viaggi sui luoghi del massacro, ecc.
Anche le esperienze dei testimoni, sempre in numero minore, con il passare del tempo, assumono esclusivamente un tono descrittivo. Sono richieste, infatti, a questo scopo.
Ma, in questo modo, siamo certi che i giovani europei siano aiutati a comprendere cosa fu quello sterminio pianificato e di massa?  “No”.

Non in nome di Anna Frank…
La giornata della memoria quest’anno è stata più che mai utilizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori per ristabilire un legame automatico, tra i sei milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio nazisti, e, il diritto del governo israeliano a giustificare qualunque politica esso metta in atto nei confronti dei palestinesi e dei Paesi arabi, e non, circostanti.
Questo uso politico della memoria serve a Israele da sempre, ma, oggi ancora di più, visto che, tra poche settimane, se non vi sarà una risposta al Rapporto ONU del giudice Goldstone, il governo israeliano e i vertici dell’esercito si ritroveranno con una pendenza di fronte al tribunale internazionale per i crimini di guerra, per il massacro indiscriminato dei palestinesi di Gaza, avvenuto tra il 27 dicembre del 2008 e il 17 gennaio 2009.
Ancora, questa giornata è stata usata per far pressione sull’Europa e gli Stati Uniti per avviare uno scontro diretto con l’Iran, che da parte sua, non si è lasciato sfuggire l’occasione per rinnovare le previsioni sulla “fine del regime sionista”. Sicuramente, questo, un atteggiamento provocatorio, viste le posizioni negazioniste di Ahmadinejad, ma, ben lungi da una dichiarazione diretta di voler distruggere Israele. Anche se poi questo è il messaggio che si è voluto trasmettere all’opinione pubblica europea.
Netanyahu in Polonia ad Auschwitz, Simon Peres al Bundestag a Berlino, hanno ribadito ancora una volta un sillogismo che è falso: ci avete perseguitato e sei milioni di ebrei europei sono stati assassinati a sangue freddo da europei, oggi, noi ebrei abbiamo uno Stato: Israele, unico «rifugio» per gli ebrei ancora perseguitati, in nome di quel genocidio noi rivendichiamo il «diritto a difenderci» da qualunque cosa noi riteniamo una minaccia.
Questo sillogismo è falso da molti punti di vista.
Il primo, il più importante ed il più eclatante, è che la grande maggioranza degli scampati al genocidio nazista degli ebrei europei non aveva alcuna intenzione di andare nella «Terra promessa».
E quelli che ci arrivarono lo fecero in quanto profughi e non per scelta.
All’indomani della seconda guerra mondiale, del tutto naturalmente, chi era scampato a quell’inferno tornò, dopo molti peripli terribili, nei Paesi europei da dove erano stati deportati.
Solo una parte, non maggioritaria, andò in Palestina. Per altro, non in pochi di quelle migliaia di ebrei che raggiunsero la Palestina tra il 1945 e il 1947, emigrarono, ancora una volta, nei dieci anni successivi. A testimonianza che non si sentivano parte di un progetto politico colonialistico preciso: il Sionismo.
Negli ultimi venticinque anni, nella stessa Israele decine di storici, sociologi, antropologi,  geografi e giornalisti nati e cresciuti in Israele, hanno chiaramente e in maniera incontrovertibile messo in luce come il gruppo dirigente sionista, durante gli anni delle deportazioni e del genocidio, avesse più a cuore la realizzazione del progetto sionista che non la salvezza degli ebrei europei.
Questo, ovviamente, non significa neanche lontanamente ridurre il significato del genocidio, né d’altro canto, ritenere gli ebrei complici del loro stesso sterminio.
Significa sostenere che, tra le molte élites politiche che già nel 1941-42 sapevano e nulla fecero, c’erano, insieme alle forze alleate (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa), il Vaticano (gli alibi addotti per giustificare il silenzio di Pio XII, ingannano solo chi vuol farsi ingannare), la Croce Rossa Internazionale, ed anche il gruppo dirigente dell’Agenzia ebraica.
Ciò che è avvenuto all’indomani del secondo conflitto mondiale si traduce in una formula semplice: riparare ad un’enorme ingiustizia facendone un’altra. Far ricadere sulle spalle di una popolazione, quella palestinese, il prezzo di qualcosa cui era estranea.
Altri profughi si aggiungono ai vecchi.
Le leadership israeliane, susseguitesi dal 1948 ad oggi, hanno sempre sostenuto il diritto di poter giustificare la spoliazione del popolo palestinese, la sua cacciata di massa tra il 1947 e il 1949 e tutte le aggressioni successive, con il genocidio europeo. Nessuno però ha ancora risposto ad una domanda che il popolo palestinese pone fin dagli anni ’40 del XX secolo: perché dobbiamo pagare colpe altrui? (1)
La risposta non è arrivata e non arriverà, perché, l’unica possibile, risiede nel riconoscere nello Stato di Israele, non un rifugio a degli scampati, ma, un progetto preciso che, a sua volta, usa ed ha usato quei perseguitati e quegli scampati.
Ciò, lo diciamo per evitare equivoci, non significa, oggi, rimettere in discussione l’esistenza di Israele, ma, sostenere la possibilità di rimettere in discussione il «mito fondativo» di quella forma statuale.
Non abbiamo, qui, lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, l’argomento. Per fortuna, però, anche a questo argomento, sono state dedicate opere storiche. (2)
Sottolineiamo questa contraddizione perché è alla base di un equivoco pesante: è possibile tenere insieme la critica ad Israele e la comprensione profonda di ciò che è significato il genocidio degli ebrei europei? Provare empatia per le vittime del genocidio degli ebrei europei e contemporaneamente anche per i milioni di palestinesi profughi, cittadini discriminati in Israele e le vittime palestinesi ed arabe delle guerre di «difesa» che Israele conduce dal 1947?
Noi siamo convinti di Si ed aggiungiamo che questo è necessario, perché, sostenere in modo oltranzista le politiche di aggressione israeliane, significa danneggiare, in primo luogo, la comunità ebraica in Medio Oriente e quelle sparse nel mondo.
In altre parole: i rigurgiti di antisemitismo oggi trovano largo spazio e forte sostegno proprio a causa di quelle politiche.
Gli antisemiti in Europa non sono scomparsi anzi a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo si sono materializzati in modo sempre più subdolo anche in frange dell’estrema sinistra.
Il fenomeno, tutto europeo, del negazionismo e del riduzionismo, ossia il negare del tutto l’esistenza del genocidio o ridurne la quantità (come se un numero inferiore di assassinati possa cambiarne la qualità), è, oggi, assai diffuso e trae grande vantaggio dall’uso politico che l’establishment israeliano e dei suoi sostenitori più acritici fanno esattamente del genocidio.
Per fortuna, proprio all’interno delle comunità ebraiche, a livello mondiale, compresa la stessa Israele, a partire dall’invasione del Libano nel 1982, è iniziata una presa di coscienza, via via, più diffusa che, nuovi massacri non potevano essere giustificati in nome di più antichi massacri e che, soprattutto, i nuovi massacri non potevano essere perpetrati in nome di quei sei milioni di ebrei sterminati in Europa.
In altre parole: la cacciata dei palestinesi dal loro Paese e i massacri successivi non potevano e non possono essere né fatti, né essere giustificati, in nome di Anna Frank.

Un’equazione pericolosa: antisionismo=antisemitismo
Questa equazione è assai diffusa in Europa. In Italia, più volte, è stato ribadito dalle alte cariche dello Stato, a partire dal Presidente della Repubblica fino all’ «ex» antisemita Gianfranco Fini, presidente della Camera dei deputati. Un coro ipocrita e insopportabile, che verrebbe voglia semplicemente di ignorare, per salvarsi la salute. Purtroppo, invece, ignorarli è impossibile.
È chiaro che oggi i vecchi e nuovi antisemiti usano la causa palestinese per riciclarsi o nascondersi. Su questo punto occorre la più grande decisione: l’antisemitismo di qualunque origine e forma va rifiutato, denunciato e isolato politicamente e culturalmente.
L’obiettivo di chi oggi usa questa formula indegna è altrettanto chiaro e pericoloso.
Prendiamo ad esempio l’Italia: un Paese compromesso da accordi militari e politici con Israele fino al collo (accordi stipulati e accettati dai diversi governi succedutisi in questi anni). Oggi il nostro Paese è tra i più implicati nello sviluppo dell’industria bellica israeliana, nell’occupazione dei Territori palestinesi e nell’apartheid in cui vivono un milione e duecentomila palestinesi all’interno dello Stato israeliano. Il coinvolgimento delle università italiane in questo «campo di ricerca» è elevatissimo.
Mentre dall’interno di Israele le più diverse tendenze antisioniste, seppur minoritarie, tentano di aprire gli occhi alla propria società sul pericolo che, per la stessa Israele, rappresenta possedere un arsenale di centinaia di testate nucleari, non foss’altro per il fatto che altri Paesi della regione sono spinti a dotarsi delle stesse armi (vedi il caso dell’Iran).
Criticare il possesso di testate nucleari di Israele è antisemitismo? No, ma comune buon senso. È certo ben difficile sostenere la declunearizzazione della regione mediorientale finché il Paese con l’esercito più tecnologizzato dell’area non fa mistero di essere in grado di colpire i propri vicini con armi nucleari «tattiche».
Coloro che oggi chiudono gli occhi su tutto questo si assumono la responsabilità di essere già complici di un atto criminale.
La vera ragione della equazione antisionismo=antisemitismo, infine, risiede nel non voler ammettere che Israele, non è il Paese di tutti gli ebrei del mondo, ma, di tutti i suoi cittadini, palestinesi compresi. Per altro lo slogan: Not in my name!  è oggi molto diffuso proprio fra quegli ebrei ed ebree che non vogliono essere complici di un’ingiustizia commessa anche in nome loro.
Far tacere chi, invece, ha ancora il buon senso di opporsi a tutto questo è, non solo ingiusto ma, anche molto, molto pericoloso.

Gaza o «dell’entità ostile»
La strage di massa che si è consumata poco più di un anno fa a Gaza è esemplificativa dell’insensatezza generale che caratterizza chi non vuol vedere.
Gaza, un’enorme gabbia a cielo aperto, in cui vivono oltre un milione e mezzo di civili, (nella striscia di terra con la più alta densità di popolazione per chilometro quadrato al mondo)  uomini, donne, vecchi e bambini, disarmati e da quattro anni sotto un embargo feroce, è stata definita dal governo Livni-Barak, responsabile dell’aggressione, come «entità ostile». Una disumanizzazione necessaria perché l’opinione pubblica israeliana sostenesse un attacco premeditato contro persone che non avrebbero potuto, in nessun modo, difendersi o sottrarsi ai bombardamenti, dal cielo, da terra e dal mare. Purtroppo, l’operazione della coppia criminale Livni-Barak è riuscita: le 1400 vittime palestinesi (tra cui un numero impressionante e intollerabile di bambini) di quell’aggressione, a fronte di 14 israeliani, fra soldati e civili, erano in quel modo annullate nella loro umanità.
Non più bambini o giovani o donne o uomini, ma «entità ostili» da soffocare e «sradicare».
Neanche «effetti collaterali» cui ci hanno abituato le nostre  «guerre umanitarie».
A fronte del massiccio sostegno dell’opinione pubblica israeliana, in tutto il mondo, quel massacro ha avuto una risposta internazionale di solidarietà di massa che, da molti anni, non si vedeva: da Kabul a New York, passando per Londra, Parigi, Roma, Il Cairo…ecc. decine di migliaia di persone hanno risposto ad un bisogno immediato: fermare un massacro tanto feroce quanto inutile.
Riprendere ora le fila di quello che è avvenuto un anno fa parlando della giornata della memoria non significa fare parallelismi inesistenti quanto dannosi e inutili, ma ascoltare un possente campanello d’allarme.
Coloro che pensano di poter tutto rendere «legittimo» in nome di vittime di ieri o dell’intramontabile «integralismo islamico» non vedono una realtà che è sotto gli occhi del mondo: l’impunità non rende legittimi i crimini, ma solo più insopportabili.
Coloro che, oggi, difendono il «diritto all’impunità» per le leadership israeliane, sono i più falsi amici degli ebrei israeliani, perché non si curano del fatto che, l’impunità di chi compie questi crimini rende solo più disperante il senso di impotenza e la disperazione è sempre una cattiva consigliera.


(1) A questo proposito è importante l’ultima opera di Gilbert Achcar, Les arabes et la Shoah - La guerre israélo-arabe des récits, Actes Sud, 2009. In quest’opera si ricostruisce l’impatto e la reazione dei Paesi del Medio Oriente alle persecuzioni che in Europa subirono gli ebrei dalla metà del XIX secolo fino al genocidio. Ancora, purtroppo, non disponibile in italiano è uno strumento utilissimo per comprendere la complessità di vicende, che al contrario si tende spesso ad appiattire.

(2)Avrahm Burg, Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Neri Pozza, 2008. Avrahm Burg ex presidente dell’Agenzia ebraica mondiale e della Knesset (il parlamento israeliano) in quest’opera in parte autobiografica rimette in discussione il mito fondativo sionista, ricercando, appunto, le radici dell’universalismo ebraico. Per un ulteriore analisi si veda Marcel Liebman, Nato ebreo, edizioni Shahrazad, 2008 e Michel Warschawski, Sulla frontiera, Edizioni Città Aperta, 2004. Per una ricostruzione del tentativo di costruire una identità ebraica in funzione del progetto sionista, mi permetto di segnalare il mio libro, Identità e conflitto – Il caso israeliano-palestinese, Shahrazad Edizioni, 2009.

29 gennaio 2010

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