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Home1 » Le mafie » 1970-1982 Mafia, eroina e Golpe Borghese  

 La storia della Mafia Siciliana


 Capitolo 12 - 1970- 1982 : Mafia, Eroina e “Golpe Borghese“

 Il traffico di eroina risolleva l’economia di Cosa Nostra
La “pausa di riflessione“ forzata a cui Cosa Nostra fu obbligata dopo la reazione dello Stato alla strage di Ciaculli e alla 1° Guerra di Mafia, costrinse molti esponenti di spicco mafiosi alla fuga e alla latitanza. Altri finirono dietro le sbarre a seguito dei processi imbastiti nel biennio 1968-69. Una stagione di certo tra le più infelici per l’Organizzazione, in quanto i suoi strascichi ne minarono le fondamenta economiche. Secondo la testimonianza di Antonio Calderone, pentito che nel 1987 iniziò a collaborare con il giudice Falcone, il bilancio di Cosa Nostra lamentava passivi preoccupanti. La voce relativa alle spese legali sostenute dai boss per far fronte a processi, condanne, e parcelle degli avvocati, sommata ai mancati introiti prodotti dalla carcerazione di molti uomini chiave e relativo freno alle loro attività, aveva costretto molti boss sul lastrico. Calderone racconta che persino Riina fu sorpreso in lacrime colto da momenti di sconforto, in quanto temeva di non sostenere le spese necessarie al sostentamento di moglie e figli nell’attesa del processo. Una fase delicata destinata comunque a subire una rapida inversione di tendenza. L’imprenditoria mafiosa, dando una ennesima prova di reattività e lungimiranza, si lanciò sul mercato destinato a dominare la scena ne i decenni che varranno: l’eroina. Grazie al traffico degli stupefacenti, nell’arco di pochi anni si allargò la cerchia di coloro che accumularono fortune miliardarie. Gli anni ’70 videro la mafia arricchirsi come mai in passato attraverso i proventi del commercio della droga destinata a sconvolgere i traffici illeciti planetari, e creando i presupposti per il conflitto intestino più cruento della sua storia. Se famiglie come i Greco e i Badalamenti, erano infatti riuscite a conservarsi economicamente in attivo anche nei periodi bui, non si poteva dire lo stesso per l’intera cosca dei Corleonesi. La corrente dal pedigree meno nobile di Cosa Nostra, navigava in acque decisamente più tetre e lamentava una grande urgenza di denaro. Fu così che Liggio e i suoi adepti fecero di necessità virtù e per incrementare gli introiti con cui finanziare nuove attività, avviarono una serie di rapimenti a danno di giovani rampolli della “Palermo bene“. Una manovra destinata a suscitare non poche proteste nella sfera di quei potenti, che si ritrovarono minacciati dalla stessa Cosa Nostra a cui avevano riservato da sempre agi ed attenzioni. (1)
 
 Dal tabacco alla polvere bianca
In quegli stessi anni, grazie anche alla partecipazione nelle operazioni di malavitosi del napoletano, si registrò un boom del contrabbando di sigarette. L’intervento di questi grandi esperti del settore da sempre, consentì a Cosa Nostra di dare fiato alle proprie finanze, ottenendo cospicui guadagni dal commercio illegale del tabacco. La Sicilia divenne un ulteriore centro di smistamento e lavorazione verso il resto dell’Europa e non solo, mettendo a punto una rete che si preparava a quella che avrebbe assunto i contorni di una vera svolta epocale per la storia dell’intera organizzazione.
Gli interessanti utili provenienti dal traffico illecito delle “bionde“, erano comunque destinati ad impallidire al cospetto delle cifre che avrebbero inondato le famiglie mafiose siciliane grazie all’eroina.
In diversi punti dell’isola vennero create le strutture per trasformare la Sicilia in una base centrale nello smercio della droga, dall’Estremo Oriente verso l’America. Un ruolo a cui assunse anche grazie alla politica antidroga del Presidente americano Nixon, che provocò la chiusura del canale commerciale con perno su Marsiglia e controllato dai Corsi.
Tra il 1975 e il 1977, molti maghi della chimica nella raffinazione degli stupefacenti in fuga dall’area circostante il porto francese, vennero arruolati dalla Mafia in un fiorire di raffinerie di eroina sul territorio siciliano. (2)

La Pizza Connection e la scalata degli “Zips“
Le fila dei tossicodipendenti da eroina crescono in modo esponenziale in tutta Europa e Nord America. I sequestri della polvere bianca nel mondo, aumentano di oltre 6 volte e mezzo tra il 1974 e il 1982, periodo in cui Cosa Nostra assunse il controllo del traffico. Nel corso degli anni ’70 esplose il fenomeno della “Pizza Connection“, anche se la sua definitiva consacrazione avvenne negli Stati Uniti intorno alla metà del decennio seguente. Decine e decine di pizzerie aprirono i battenti nella East Cost americana, tutte controllate da siciliani, e costituivano i centri della distribuzione e raffinazione dell’eroina. Una rete capillare che secondo dati ufficiali del 1982, consentì ai mafiosi di origine sicula di gestire il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa l’80% dell’eroina consumata nel nord est degli USA. Il guadagno di una simile macchina di morte, si aggirava nell’ordine di centinaia di milioni di dollari, consentendo a Cosa Nostra di diventare da metà degli anni ’70, potente come mai in passato. 
Essa conquista in territorio statunitense una autonomia propria, annullando l’antico senso di superiorità dei mafiosi americani, che da sempre usavano chiamare i cugini siciliani con il dispregiativo “Zips“.
L’estensione di questo fenomeno generò allarme tra le fila dei boss d’oltre oceano, ma i legami di parentela che univano le grandi famiglie mafiose sulle due sponde dell’Atlantico, impedirono il radicalizzarsi di uno scontro. Un intreccio di vincoli parentali frutto di combine sentimentali e matrimoni di convenienza, perché nel nome degli affari e dell’onore di marca mafiosa, anche ogni sfera privata deve subirne le conseguenze. Di generazione in generazione interessi economici e affetti si saldano, annodando i destini dei leader malavitosi siciliani e americani, per dar vita ad uno scenario che creò sconcerto persino in uomini come Giovanni Falcone. Fu così che le connessioni tra i Badalamenti di Cinisi e le famiglie di Detroit, come quelle tra le omonime italo americane Magaddino e Bonanno originarie di Castellamare del Golfo, o gli Inzerillo di Palermo con i newyorkesi Gambino, contribuirono allo sviluppo di quei canali privilegiati dove l’eroina scorreva veloce, per soddisfare le richieste delle migliaia di consumatori americani.
La rete di specialisti coinvolta nel traffico come chimici, compratori e spacciatori, molto spesso non erano affiliati diretti ma uomini sotto il controllo politico e militare di Cosa Nostra. Un accorgimento che limitava il coinvolgimento delle figure di spicco dell’organizzazione, nel caso questi “esterni“ incorressero in guai con la polizia. La Commissione controllerà politicamente i traffici di droga e tabacco senza mai monopolizzarli, agendo come una sorta di “Consorzio“, intenta a vigilare sui possibili scontri per il potere che un tale flusso di denaro poteva implicare. (3)


Una marea di denaro da “ripulire“
L’enorme flusso di denaro proveniente dai guadagni con la droga aveva bisogno di essere canalizzato e reinvestito. Se una porzione di questa immensa ricchezza venne utilizzata per finanziare nuove attività illecite, su una buona fetta si effettuò un opera di “ripulitura“ reinvestendola legalmente. Il panorama bancario della Sicilia registrò negli anni ’70 una impennata degli investimenti sul mercato locale, sia negli istituti privati che in quelle dell’area cooperativa. Attraverso una marea di banche piccole e medie, il denaro sporcato dall’eroina veniva reinserito nel mondo produttivo, avviando lo sviluppo di quel settore finanziario, che costituirà negli anni ’90 e 2000 una delle frontiere più redditizie di Cosa Nostra.
Saranno tanti i personaggi mafiosi che arricchendosi saliranno le gerarchie della scala sociale, e al suo arrivo al Palazzo di Giustizia di Palermo nel 1978, il giudice Falcone sferrò un attacco massiccio nella loro direzione. In 2 anni di lavoro, il magistrato ottenne enormi successi nel portare alla luce le connessioni tra boss come Salvatore Inzerillo, i Gambino di Brooklyn, Rosario Spatola “magnate dell’industria edilizia“ e Stefano Bontate (noto membro del triumvirato), tutte figure legate da “alleanze matrimoniali“. (4)


Il fallito “Golpe Borghese“
Ad anticipare quanto verrà trattato nel prossimo capitolo, a riguardo delle connessioni tra mafia, politica, massoneria e alta finanza, torniamo all’inizio degli anni ’70 per affrontare un’altra pagina oscura e indefinita della storia della nostra Repubblica. Stiamo parlando di un fallito colpo di stato risalente alla notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 ribattezzato “Golpe Borghese“, dal nome di Junio Valerio Borghese figura dell’estrema destra al centro del complotto. Quello che per anni e da più parti, si contribuì a definire come una colorata e inoffensiva adunata di nostalgici di destra, ha assunto grazie alle successive testimonianze di alcuni personaggi coinvolti, i connotati di un vero golpe mancato, anche se rimangono oscure sia le ragioni che lo avevano generato, sia i motivi per cui venne sospeso all’ultimo minuto.
I fatti di quella notte
In quella notte, chiamata dai golpisti di “Tora Tora“, gruppi di militanti dell'estrema destra si riuniscono in alcuni luoghi della capitale: nel quartiere di Montesacro, nei cantieri del costruttore Remo Orlandini legato al SID di Vito Miceli; in pieno centro storico nella sede di Avanguardia Nazionale; attorno all'Università; in una palestra non distante dalla stazione Termini. Alle porte di Roma si è concentrata intanto anche una colonna armata di guardie forestali, mentre un gruppo di neofascisti è già penetrato nell'armeria del ministero dell'Interno. Il quartier generale del Golpe si è sistemato nel quartiere Nomentano. Ne fanno parte: il “principe nero“ Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas vero leader del complotto; il generale a riposo dell'Aeronautica Giuseppe Casero; il maggiore della polizia Salvatore Pecorella. Il piano prevede, oltre all'occupazione dei ministeri della Difesa e dell'Interno, della sede della RAI (da dove Borghese è previsto legga un proclama indirizzato alla nazione), degli impianti telefonici e quelli di telecomunicazione, anche la mobilitazione totale dell'Esercito. Tutto insomma pare pronto, comprese le liste  delle personalità politiche e sindacali da arrestare.
L'operazione però rientrò all'ultimo momento, quando già il Viminale era stato occupato da diversi uomini, ed erano in marcia le colonne dei cospiratori, non solo a Roma, ma anche nel resto del Lazio, oltre che in Liguria, Umbria e Veneto. Diverse migliaia di persone, tra civili e militari. (5)


Per la giustizia un golpe fantasma
La Corte D’Assise di Roma ricostruì l’intero episodio con toni assai riduttivi, grazie soprattutto al ruolo svolto dal pm Claudio Vitalone. Si escluse che il piano avesse carattere nazionale. Il golpe venne definito come un atto «iscritto in un disegno lucido» ma «velleitario», nonostante esponenti di Avanguardia Nazionale fossero penetrati, con il consenso dei Carabinieri, fin dentro il ministero degli Interni, impossessandosi di ben 200 mitra. Si evitò di collegare fra loro i diversi progetti eversivi, si pensi alla "Rosa dei Venti" ma soprattutto, si lasciò nel buio più completo il ruolo giocato dai servizi segreti ed i rapporti con le Forze Armate.
Inutile dire che una volta caduto il reato di insurrezione armata contro lo Stato, le assoluzioni riguardarono la maggior parte degli imputati. Le poche condanne comminate per cospirazione politica e associazione a delinquere, furono di conseguenza assai miti. La Corte d'Assise d'Appello nel novembre 1984, assolse comunque definitivamente tutti gli addebitati da ogni accusa. Il 24 marzo 1986 la Cassazione confermò definitivamente l'assoluzione generale. Per la giustizia, il golpe Borghese fu un golpe fantasma.
Il "principe nero" non venne mai processato: fuggito in Spagna nel marzo del 1971, quando in seguito all'inchiesta giudiziaria esplose la notizia del tentato golpe, morì nel 1974 in circostanze mai chiarite. Si parlò anche di un suo possibile avvelenamento. (6)


Nuova luce su quei fatti
Un simile episodio avrebbe segnato nel profondo una qualsiasi democrazia in possesso dei requisiti per dichiararsi limpidamente tale, ma in Italia questo non avvenne. Remarono in tanti per relegare nel dimenticatoio della storia, quanto avvenne in quella notte dell’Immacolata del ’70. Tra coloro che con le loro dichiarazioni portarono negli anni a seguire nuova luce su quei fatti, ne citiamo due in particolare: uno dei presunti golpisti, l’ex medico di Rieti Adriano Monti oggi ultra settantenne, intervistato nel 2005 da Giovanni Minoli nel corso di una puntata di “La Storia Siamo Noi“ dedicata al fatto; il collaboratore di giustizia Antonino Calderone esponente di spicco della mafia catanese che arrestato a Nizza nel 1986, iniziò a cooperare con la magistratura l’anno successivo.
Dal racconto di Monti emerge non solo un preventivo consenso americano all’operazione, ma anche la loro condizione posta per aderirvi: la nomina a capo della futura giunta militare per Giulio Andreotti.
Una rivelazione esplosiva, ma non fantasiosa in assoluto.  Fu infatti proprio Giulio Andreotti nel 1974, in veste di ministro della Difesa, ad impegnarsi nella cancellazione dei nomi di alti ufficiali piduisti coinvolti, dai dossier informativi approntati dai Sid per la magistratura. Nei piani eversivi di quella notte era presente tra gli altri il nome di Giovanni Torrisi, successivamente nominato capo di Stato maggiore della Difesa, ma anche dello stesso Licio Gelli, il cui incarico si scoprì consisteva nel rapimento alla guida di un gruppo di armati, del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Nelle parole di Adriano Monti anche particolari degli incontri in Spagna con Otto Skorzeny, passato alla storia come il "liberatore" al Gran Sasso di Benito Mussolini il 12 settembre del 1943, ma soprattutto uno degli organizzatori di "Odessa", la rete di salvataggio approntata nel dopoguerra dai criminali nazisti. Skorzeny, ci dice Monti, venne reclutato dalla Cia come molti altri.
Tra questi altri figura proprio il nome di Junio Valerio Borghese che da documenti degli stessi americani, risulta da loro arruolato già prima della fine del conflitto mondiale. Egli viene subito impiegato in operazioni cosi dette “coperte“ e una di queste risulta essere proprio la strage di Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947, al fianco dei banditi di Salvatore Giuliano e di altri gruppi mafiosi. Dopo una lunga militanza nel MSI (Movimento Sociale Italiano), dove negli anni ’50 divenne presidente del partito, Borghese fu il coordinatore di numerosi movimenti della destra nazionale, per poi stringere rapporti anche con diversi esponenti della mafia siciliana che pare cercò di coinvolgere nel tentato golpe. (7)
Il ruolo della mafia nel “ Golpe Borghese
Antonino Calderone è ufficialmente un imprenditore catanese, nato nella città etnea il 24 ottobre del 1935. In realtà dal 1962 diviene una delle figure mafiose di maggior rilievo. Nel corso della seconda guerra di mafia, la famiglia Calderone si schierò tra gli sconfitti, avversari nel catanese di Nitto Santapaola alleato ai trionfanti corleonesi. Una faida dove il fratello di Antonino, Giuseppe, rappresentante delle famiglie etnee nella cupola, venne assassinato l’8 settembre 1978. Arrestato a Nizza nel 1986, Antonino durante la reclusione fiutò il pericolo e temendo per la propria vita, cercò protezione diventando collaboratore di giustizia a partire dall’aprile del 1987.
Egli spiegò ai giudici le origini della mafia a Catania, il meccanismo che regolava la commissione interprovinciale di Cosa Nostra, snocciolando nomi, date e luoghi che fornirono un riscontro positivo alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Furono ben 166 i mandati di cattura emessi grazie alle sue testimonianze, e all’interno di questa valanga di informazioni, un paragrafo era dedicato proprio al “Golpe Borghese“. 8

Il pentito dichiara: “…Mentre Liggio si nascondeva a Catania, ricevette la visita di due capi dello spessore di Salvatore Greco e Tommaso Buscetta…dovevano discutere della partecipazione della mafia a un colpo di Stato, il cosiddetto Golpe Borghese…si trattava di aderire ad un golpe militare che sarebbe partito da Roma…e il ruolo della mafia era di partecipare alle operazioni in Sicilia. Al momento stabilito, i mafiosi dovevano accompagnare nelle diverse prefetture della Sicilia, un personaggio che si sarebbe sostituito al prefetto. Il tramite con i golpisti era un mafioso palermitano…un certo Carlo Morana…un tipo un po’ pazzo molto amico di Giuseppe Di Cristina…Si concluse di aderire al colpo di Stato…Mio fratello Giuseppe andò a Roma per incontrare il principe Valerio Borghese…Questi disse a mio fratello che voleva degli uomini per occupare le prefetture siciliane e imporre nuovi prefetti…e se qualcuno avesse fatto resistenza lo avrebbero dovuto immediatamente arrestare…Pippo ascoltò pazientemente…ma quando il principe arrivò a parlare degli arresti ebbe un sussulto. Giuseppe replicò scandalizzato che noi mafiosi non ci mettiamo a fare arresti…che cose di polizia non le facciamo…noi non arrestiamo nessuno…Se dobbiamo ammazzare qualcuno va bene, ma servizi di polizia non se ne fanno. Valerio Borghese convenne che gli uomini d’onore non avrebbero fatto arresti…avrebbero appoggiato le azioni di forza necessarie, affiancando i giovani fascisti catanesi, palermitani e di altre città, che già sapevano cosa dovevano fare”. 9


Dalle dichiarazioni di Calderone ma non solo, si evince come il coinvolgimento mafioso nel tentato “Golpe Borghese“ fosse ben più che marginale. Da testimonianze di altri pentiti, elementi affiorati indirettamente nel corso di altre indagini e inchieste giornalistiche, emerse nel tempo come la Sicilia di quel periodo sia stata teatro di un intenso formicolio di contatti e incontri tra esponenti di un destra fascista ancora ben attiva, politici, mafiosi, ed emissari più o meno ufficiali di potenze straniere. Dietro alla solita facciata della minaccia comunista da debellare ad ogni costo, gregari, potenti e potenze, hanno tramato indisturbate.
La stragrande maggioranza dei nomi illustri legati alla vicenda del “Golpe Borghese” che emersero nel tempo, continuarono a rivestire incarichi di vertice nelle istituzioni militari, politiche, economiche e dei servizi segreti. Figure unite in gran parte da un altro comune denominatore: l’iscrizione alla loggia massonica “P2” di Licio Gelli.
Prima però apriamo un’altra finestra su di un altro inquietante episodio che ha marchiato a fuoco gli anni ’70 siciliani.

La strage di Alcamo Marina
Alcamo Marina è una piccola località balneare lungo la litoranea che collega Palermo a Trapani. Frazione di Alcamo in provincia di Trapani, mostra il suo volto più esuberante nella stagione estiva, quando si affolla di turisti alcamesi e non solo. Negli altri periodi dell’anno, nell’osservarla prende il sopravvento la tristezza tipica che assale i luoghi marittimi una volta svuotatisi dai bagnanti. Posti dove sembra non accada mai nulla di speciale.
Nella notte del 27 gennaio 1976, la desolazione acuita dal freddo e dalla pioggia farà da spettatrice ad un atto di feroce violenza. La piccola stazione dei carabinieri situata ad Alcamo Marina viene assalita da un commando armato che vi fa irruzione. Dopo aver forzato la serratura del cancello esterno con la fiamma ossidrica, gli assalitori prorompono all’interno della casermetta e uccidono i due carabinieri che vi stazionavano. Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta muoiono praticamente nel sonno senza avere il tempo di reagire, entrambi crivellati di colpi.
I primi ad accorgersi della strage saranno gli agenti di scorta dell’onorevole del MSI Giorgio Almirante che stavano transitando alle sette del mattino lungo la litoranea: scorgendo il cancello della casermetta aperto e annerito chiameranno i carabinieri. (10)


Rivendicazioni ed ipotesi
Alcune ore dopo il rinvenimento dei corpi, una telefonata al giornale “La Sicilia” rivendica gli omicidi a nome di un gruppo terroristico sconosciuto, il Nucleo Sicilia Armata. La rivendicazione telefonica include un messaggio nel quale: “ La giustizia della classe lavoratrice ha fatto sentire la sua presenza con la condanna eseguita alle 1.55 ad Alcamo Marina...Il popolo e i lavoratori faranno ancora giustizia di tutti servi, carabinieri in testa, che difendono lo stato borghese. Il bottone perso da uno dei componenti del nostro commando armato che ha operato ad Alcamo Marina è una traccia inutile perché l’abbiamo preso da una giacca tempo addietro a Orbetello. Carabinieri e polizia fanno meglio a difendersi e a dedicare le loro energie ad altro.  Fanno meglio a difendersi assieme ai loro padroni fascisti e americani. Sentirete ancora molto presto parlare di noi. Possiamo agire ad Alcamo, Roma, ovunque”. 11
In realtà del Nucleo Sicilia Armata non si sentirà mai più parlare, ma senza dubbi gli autori della telefonata erano ben informati e transitati sulla scena del crimine: il dettaglio del ritrovamento del bottone inserito nel comunicato e conosciuto solo da colpevoli o investigatori, rispondeva al vero. Dagli armadietti della casermetta inoltre erano state rubate le divise da carabinieri, le pistole e altri oggetti personali. Materiale utile per svariate azioni ad un gruppo armato, ma anche refurtiva scottante ed in grado di incastrare i colpevoli una volta rinvenuta. Gli anni settanta in Italia e in particolare in Sicilia, erano anni infuocati e la minaccia all’ordine pubblico poteva avere molteplici origini. Alla mafia, al terrorismo di sinistra e delle Brigate Rosse, nell’isola si fondeva la presenza accertata di uomini dei servizi deviati, che unitamente ad esponenti della destra eversiva e sotto l’egida mafiosa, intrecciavano la loro azione in traffici di droga, di armi, e di sigarette di contrabbando. Le coste della vicina Castellamare del Golfo, risultavano al riguardo piuttosto battute specie in inverno quando poco frequentate dai turisti.
A condurre le indagini sulla strage vi era il colonnello Giuseppe Russo, al tempo capitano del nucleo operativo di Palermo. Russo nel 1977 venne poi assassinato a Ficuzza dalla Mafia.
Tante le piste inizialmente setacciate perché Alcamo e dintorni erano stati teatro di altri recenti atti violenti. Alcuni mesi prima, nel giugno del 1975, qualcuno mai identificato sparò di notte contro una pattuglia dei carabinieri. Arretrando ancora di due mesi, con la medesima pistola calibro 38 erano stati uccisi a 30 giorni di distanza l’uno dall’altro, l’ex sindaco DC e attuale assessore ai lavori pubblici Francesco Paolo Guardasi, ed il consigliere comunale Antonio Piscitello.
L’opzione del terrorismo di sinistra veniva comunque ritenuta tra le più credibili e nulla valse la smentita sulla paternità del duplice omicidio alla casermetta, che le Brigate Rosse comunicarono il giorno 30 gennaio.
Una fase di stallo che perdurò sino al 13 febbraio, giorno in cui un autentico colpo di scena stravolse il corso delle indagini. (12)


Troppi quesiti senza risposta
Giuseppe Vesco, un giovane invalido di Alcamo privo di un arto, viene fermato ad un posto di blocco. In mano tiene una pistola ed una seconda gli viene ritrovata a seguito di una perquisizione. Trattasi di una Beretta in dotazione ai carabinieri e sospettata di provenire dalla casermetta. Vesco si ritrova in un mare di guai quando a casa gli inquirenti rinvengono l’arma, che dopo riscontri che si definiscono “accurati”, si accerta come quella usata nel massacro. Il giovane invalido venne interrogato dai carabinieri ma egli negò con decisione di aver partecipato all’assalto, sostenendo che doveva consegnare le armi ad altre persone. Il contesto generale si surriscalda. L’efferatezza del crimine in questione rendeva gli agenti molto nervosi. Vesco non fu trattato con i guanti e per indurlo a confessare dove erano nascoste armi e divise sottratte dal luogo della strage, venne legato e bendato. Egli si dichiara prigioniero politico, nega per ore ogni responsabilità, ma all’improvviso pare cedere e cambia versione.
Nell’arco di poche ore i carabinieri ritroveranno le divise e le armi in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, di anni trentotto bottaio di Partinico. Pressato dagli investigatori, Vesco rivelerà i nomi di altri tre giovani che componevano il commando killer: Gaetano Santangelo 17 anni, Giuseppe Gulotta 19 anni,  e Vincenzo Ferrantelli 16 anni. I tre ragazzi di Alcamo e Mandalà vennero tutti arrestati e dopo un lungo interrogatorio, indotti a rilasciare una confessione di colpevolezza. Gli assassini di Alcamo Marina erano dunque nelle mani della giustizia. In base a quanto sottoscritto nella confessione, Giovanni Mandalà avrebbe manomesso il cancello con la fiamma ossidrica, Gulotta e Santangelo avrebbero sparato e ucciso i due carabinieri, mentre Ferrantelli avrebbe rovistato nelle stanze.
L’entusiasmo e la soddisfazione dilagante tra le forze dell’ordine, non potevano soffocare una serie di pesanti interrogativi.
Quanto risultava credibile e realistico che tre ragazzi nemmeno ventenni, di cui due minorenni, fossero in grado di assassinare a sangue freddo ed a bruciapelo due carabinieri dopo essersi introdotti nello loro caserma? 
In caso affermativo, potevano mai essere da soli, ed aver progettato con le loro uniche forze un attacco così audace, in piena notte, messo in pratica con la ferocia di navigati professionisti?
Ed ancora, quale la ragione per l’improvviso cambio di versione di Giuseppe Vesco? (13)


Dopo le sentenze denunce e sospetti
Le ombre sono destinate a scurirsi ulteriormente nei mesi successivi. Giuseppe Vesco dichiarerà di aver subito torture nel corso dell’interrogatorio chiave. Ogni dettaglio di quanto accadde in quelle ore e di come gli investigatori estorsero la confessione sua e degli altri arrestati, lo scriverà nelle sue “Lettere dal carcere di San Giuliano”. Una serie di manoscritti dai contenuti durissimi, che includevano la minuziosa descrizione delle sevizie messe in opera dagli agenti sui quattro ragazzi. Successivamente Vesco tentò di rilasciare dichiarazioni tese a scagionare gli altri presunti complici, ma nessuno si mostrò attento alle sue parole. Quando finalmente qualcuno tra gli inquirenti decise di prestargli ascolto, un nuovo tragico evento s’impose sulla scena. Il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima la prevista udienza, malgrado privo di un arto Giuseppe Vesco viene rinvenuto impiccato alle sbarre della finestra della propria cella. Una fine che alimentò nuovi sospetti, anche per la totale assenza di chiarimenti a riguardo delle circostanze del presunto suicidio. Coloro che erano stati accusati da Vesco, saranno esposti ad un iter giudiziario lunghissimo, al termine del quale Mandalà verrà condannato all’ergastolo per aver forzato il cancello della caserma con la fiamma ossidrica e preso in custodia le armi e le divise trafugate; ergastolo anche per Gulotta che avrebbe premuto il grilletto; condanne a 20 anni in quanto minorenni per Santangelo, l’altra mano che avrebbe sparato, e per il Ferrantelli reo di aver rubato uniformi e pistole.
Il silenzio sull’intera vicenda calerà per molti anni, interrotto dalle notizie che riguardarono le vicissitudini dei giovani condannati. Giuseppe Mandalà morì per cause naturali dopo diversi anni di carcere. Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli tra un processo d’appello e l’altro, colsero l’opportunità di fuggire dal nostro paese per trovare rifugio in uno stato del Sud America privo di accordi d’estradizione con l’Italia. Per assistere all’ennesimo stravolgimento di una storia così drammaticamente italiana per le omissioni e le falsità che l’hanno gremita, occorreva attendere sin quasi i giorni nostri. (14)


Torture di Stato
Soltanto sul finire del 2007 infatti, un ex brigadiere dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo anti-terrorismo di Napoli che nei giorni successivi alla strage di Alcamo Marina collaborò alle indagini, rompe un silenzio di oltre 30 anni e racconta la sua versione dei fatti. Una narrazione destinata a sconvolgere chi lo ascolta e che renderà obbligatoria una completa rilettura di quella pagina. L’ex carabiniere affermerà senza esitazioni che a Vesco come agli ragazzi sotto accusa, le confessioni vennero strappate con la forza. I giovani furono oggetto di una violenza estrema: nelle loro bocche infilarono degli imbuti attraverso i quali versarono in gola ai sospettati abbondanti quantitativi di acqua e sale. Essi vennero poi picchiati duramente e ripetutamente, senza esitare nemmeno nelle parti intime. Attraverso un telefono da campo si improvvisò un generatore, con il quale infersero scariche elettriche per seviziare i fermati sotto interrogatorio e piegarne la resistenza.
Nel 2008 Olino si presentò di sua volontà dinanzi al procuratore capo di Trapani confermando che furono spediti in prigione dei giovani innocenti, a seguito di torture per cui ancora oggi prova vergogna, ma a cui dice di non aver partecipato in quanto si rifiutò. Una volta avviate le indagini, la Procura di Trapani accertò che affinché le denunce dei giovani sulle violenze subite cadessero nel vuoto, i carabinieri tinteggiarono a nuovo le pareti delle stanze dopo l’interrogatorio, mutandone persino la dislocazione del mobilio. Accertamenti giunti oramai fuori tempo massimo, essendo quei reati di sequestro di persona e sevizie caduti in prescrizione.
Solo Giuseppe Gulotta potrebbe beneficiarne. Egli ha oggi richiesto con successo la revisione del processo. Alla luce dei nuovi elementi acquisiti si è riaccesa in lui la speranza. Egli confida nella magistratura per riuscire a dimostrare una innocenza che giungerebbe comunque dopo un periodo di detenzione di 23 anni, di cui solo gli ultimi due trascorsi in regime di libertà vigilata.
Quanto confessato dall’ex militare, condusse sotto inchiesta i membri della squadra di carabinieri che in quelle ore condusse gli interrogatori: Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Tutti uomini sotto il controllo del defunto colonnello Giuseppe Russo. Nonostante i capi d’accusa oramai in prescrizione, e di fatto non più perseguibili penalmente, i quattro uomini si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Nella sostanza non hanno ne confermato ne smentito la versione di Olino. A così tanti anni di distanza da quella strage, permane ancora la ferma di volontà di restare in silenzio. (15)


Omicidi in odore di mafia
Ma chi erano i due carabinieri assassinati ad Alcamo Marina e perché furono uccisi?
Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta erano due militari con uno stato di servizio nello standard. Il primo era un diciannovenne appena giunto al distaccamento di Alcamo Marina, il secondo attendeva a giorni il trasferimento per avvicinarsi alla madre gravemente malata.
Le prime indagini come visto vagliarono varie direzioni. Si riteneva possibile che i due carabinieri avessero ostacolato, magari inconsapevolmente, un affare di mafia. Tuttavia nel panorama investigativo prevaleva la teoria terroristica, ma non si escludeva neppure la causale che conduceva al delitto d’onore.
Recentemente attraverso il resoconto di Leonardo Messina, un collaboratore di giustizia della famiglia di San Cataldo di Caltanissetta, prenderà piede un’altra possibile chiave di lettura. L’uomo sostiene come ai tempi della sua detenzione a Trapani, avrebbe saputo da altri picciotti di Alcamo che la strage della casermetta fu il frutto di un tragico errore. Secondo Messina l’ordine di uccidere venne affidato in un primo tempo a uomini delle famiglie di Alcamo, ma in seguito annullato. Il contro ordine giunse in ritardo ed i killer mafiosi non vennero fermati in tempo. Una operazione inserita in un disegno più ampio che prevedeva una serie di attacchi a servitori dello Stato, al fine di assecondare accordi pattuiti tra mafia e servizi segreti deviati per istituire una vera strategia della tensione.
Un altro uomo d’onore di Alcamo Giuseppe Ferro, ribadirà che la strage non venne compiuta dai ragazzi accusati, e di questo Cosa Nostra ne era a conoscenza da sempre.
Ecco che all’orizzonte si profila quella che appare oggi come l’ipotesi più caldeggiata. Una teoria a dire il vero già elaborata in tempi non sospetti.
Nei giorni susseguenti la strage vennero perquisite diverse abitazioni di militanti dell’area di estrema sinistra, e tra questi anche quella di Peppino Impastato. Egli elaborò la propria analisi sui possibili moventi, rivelando ancora una volta la sua capacità di saper leggere il contesto come pochi. Secondo Impastato, come scrisse in un comunicato diffuso attraverso un volantino, “…l’eccidio è stato eseguito da alcuni carabinieri e da parti deviate dei servizi segreti…”. Peppino rincarerà la dose aggiungendo come sull’intero caso si fossero reiterati depistaggi continui al fine di proteggere “…alcuni settori pericolosi  nascosti a livello istituzionale…”. (16)


Sulle tracce dei Gladiatori
Dopo quanto riferito dall’ex brigadiere Olino, la magistratura ha riguadagnato le tracce di GLADIO. La sua presenza a Trapani è certificata negli anni ’90 con l’esistenza del centro Scorpione, la base militare teatro di oscuri traffici che già compare sia nelle vicende legate alla morte del giornalista Mauro Rostagno, e così pure negli assassini in terra somala di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Seguendo però la pista intrapresa ora dai magistrati, GLADIO poteva essere già operativa in quel territorio sin dall’epoca della strage di Alcamo Marina.
L’ipotesi da supportare con gli adeguati riscontri ci viene oggi riferita da un poliziotto del trapanese che nel 1993 venne informato da una fonte ritenuta sicura. Nel suo racconto l’agente sosterrebbe che il 26 gennaio 1976, i carabinieri Apuzzo e Falcetta avrebbero fermato un furgone per verificare cosa trasportava. Una volta aperto, il contenuto li lascerà di stucco: casse zeppe di armi appartenenti ai gladiatori del trapanese. I due militari obbligarono i conduttori del furgone a seguirli in caserma per verbalizzare il fermo, ma nell’arco di poche ore Apuzzo e Falcetta verranno massacrati. Sembrerebbe credibile che persino i dettagli dell’assalto alla casermetta siano stati artefatti al fine di depistare le indagini. Forse i carabinieri vennero a forza trasportati in un altro luogo, uccisi, e poi riportati in caserma già cadaveri. E’ probabile che dagli armadi sia sparito ben altro che solo divise, tesserini e armi. I due giovani carabinieri potrebbero essere morti perché con il fermo del furgone pieno di armi, avrebbero reso noto con circa venti anni di anticipo l’esistenza di GLADIO a Trapani, aprendo una voragine negli oscuri intrighi per la quale in quell’area doveva operare.
Seguendo una simile ricostruzione, persino la scoperta della strage effettuata in apparenza casualmente, da parte della scorta dell’onorevole Giorgio Almirante, potrebbe meritare una attenta rilettura. (17)

Un nastro tessuto di misteri
La strage di Alcamo Marina, racchiude l’ennesima vicenda di casa nostra di cui provare vergogna. Una delle tante tragedie italiane al momento supportata solamente da ipotesi. Ancora una volta un eccidio, vite spezzate, destini infranti con la violenza, per essere raccontate necessitano ancora di supposizioni ad oltre trenta anni di distanza. Congetture in luogo di certezze. L’intera storia contemporanea del nostro paese sembra afflitta dallo stesso male. Un nastro di eventi srotolabile solo grazie a suture tessute di misteri inestricabili. Fatti accaduti decenni addietro che non trovano nessuno disposto a narrarne lo reale svolgimento. Quasi che generazioni di adepti si succedano adoperandosi per tenere fede alla medesima società segreta. Oppure che la più nota delle società segrete abbia per sempre contaminato con le sue regole criminali porzioni vitali delle istituzioni.
Dal dopo guerra in avanti pur con parentesi temporanee, la mafia ha assunto il ruolo di referente autorevole in ogni contesto dove i grossi centri di potere occulto insiti nel nostro paese o provenienti dall’esterno, hanno manovrato per condizionare il corso della vita democratica nazionale o per il controllo di interessi internazionali. La mafia con le sue  peculiarità genetiche, sommate all’enorme potere economico acquisito con i suoi affari e alla strategica collocazione geografica dell’isola, l’hanno posta al centro di una serie di episodi per lo più senza una cristallina risposta dalla storia. Pagine che sono arrivate a noi non tanto per l’impegno dello Stato inteso come istituzione nel suo complesso, ma spesso solo grazie al coraggio, al senso di giustizia e alla perseveranza di suoi singoli servitori. Giornalisti, uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, o semplici esponenti di una società civile, hanno combattuto e speso la vita nel desiderio di consegnare a chi verrà un paese dove legalità e trasparenza costituissero capisaldi irremovibili.
Dall’avvio di questo nostro cammino che ripercorre la storia di Cosa Nostra abbiamo incontrato alcuni di questi passaggi, e altri ancora ci attendono.


Note

(1), (2), (3), (4), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Le origini della seconda guerra di mafia 1970-1982” – pagine 376…383

(5), Fonte “www.misteriditalia.com/il golpe borghese”

(6), (7), Fonte “La verità sul Golpe Borghese…35 anni dopo” di Saverio Ferrari, da Liberazione del  07/12/2005

8, Fonte “digilander.libero.it/boss mafiosi”

9, Fonte “Gli insabbiati” – Luciano Mirone – Edizioni Castelvecchi – 2° edizione maggio 2008 – capitolo “Mauro De Mauro” pagine 76, 77

(10), 11, (12), (13), (14), (15), (16), (17), Fonte, “senzamemoria.wordpress.com/la-strage-di-alcamo-marina/” di Roberto Scurto del novembre 2009

 


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