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Home1 » Le mafie » 1981-1983: Esplode la seconda guerra di mafia  

La storia della Mafia Siciliana


Capitolo 14 - 1981 – 1983 : Esplode la Seconda Guerra di Mafia

I “Corleonesi” si preparano allo scontro
L’ascesa di Luciano Liggio tra i leader dell’elite palermitana avviatasi agli albori degli anni ’70, sanciva il riconoscimento della scalata dei corleonesi in seno a Cosa Nostra. Insieme a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, egli ricostituì  “La Commissione”. Una investitura ufficiale che segnava il raggiungimento di un traguardo bramato sin dalla fine degli anni ’50. Si trattava di una impresa colossale per un clan che pur provenendo da un angolo di Sicilia da sempre culla della cultura mafiosa, non beneficiava in partenza di un adeguato credito al cospetto dei potenti boss delle maggiori città. Una sottovalutazione che finì forse per agevolarli. Un peccato di presunzione che le famiglie palermitane e catanesi non riuscirono a correggere nemmeno dopo l’ingresso di Liggio nella Commissione. A loro discolpa serve riconoscere che nessuno sembrava in grado di ipotizzare una scalata al potere in questi termini. In una struttura come la mafia, una famiglia può ambire a regolare le rivali, solo se in possesso di fondi in grado di allestire una organizzazione militare adeguata. A boss Luciano e ai suoi non mancavano ferocia e determinazione, ma denaro in quantità. Corleone era un importante centro agricolo, distante dalla costa e dai porti di Palermo, Catania, Trapani, così come dai massicci flussi di denaro che seguivano i binari commerciali e dell’eroina.  
Per far fronte a questa esigenza, i corleonesi non lesinarono in fantasia ed audacia. Beneficiando di appoggi solidi su tutto il territorio nazionale, Liggio trascorse nella prima metà degli anni ’70 diversi mesi di latitanza in Lombardia e nel Lazio. Una parentesi da pendolare per organizzare una serie di rapimenti eccellenti a danno di figure del calibro di Luigi Rossi di Montelera (industriale piemontese), e Paul Getty III (nipote di un petroliere inglese tra i più ricchi uomini del mondo). Sequestri che suscitarono forte scalpore mediatico, organizzati secondo alcuni anche con l’appoggio di figure esterne ai corleonesi quali estremisti di destra, tutti conclusisi con riscatti stratosferici per l’epoca, per un complessivo di svariati miliardi di lire. Liggio alza il tiro e decide di non fermarsi, ripetendosi anche a danno di uomini vicini all’area mafiosa del palermitano. Di queste l’iniziativa  più clamorosa risultò senza dubbio il rapimento conclusosi con l’uccisione del suocero di Nino Salvo, uno dei due cugini che gestivano l’esattoria privata in Sicilia, figure strettamente legate a Stefano Bontate. In questo senso risultò lampante l’atto di sfida che Liggio lanciò al boss dei boss del capoluogo. Nonostante l’infinita lista di politici, imprenditori e uomini d’onore di peso, che Bontate e Salvo potevano annoverare al loro fianco, non fu possibile recuperare nemmeno il cadavere del rapito. Furono azioni che crearono forti tensioni, e l’incapacità di Badalamenti e Bontate nell’arrestarle, generava imbarazzo tra gli affiliati di rango. In molti iniziavano a comprendere verso quale sponda trovare riparo, nel caso lo scontro divampasse. Il denaro fresco che raggiunse le casse del fronte di Liggio, venne investito per approntare una terribile macchina da guerra e sferrare l’attacco finale alla conquista di Palermo e dei suoi affari. (1)

La guida dei “Corleonesi“  passa di mano
Dopo le vicissitudini che avevano visto il boss corleonese arrestato nel 1964, processato a Catanzaro nel 1968 e assolto in via definitiva a Bari nel 1969 per insufficienza di prove, Liggio si rese protagonista di un altro crimine illustre uccidendo il procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione il 5 maggio 1971. Mentre era latitante nel nord Italia però, impegnato ad organizzare i rapimenti prima citati, venne arrestato a Milano il 16 maggio del 1974 e da quel giorno non tornò più in libertà. Egli morì nel carcere sardo di Badu e Carros, colpito da un infarto quasi venti anni più tardi, il 15 novembre del 1993.
L’arresto di Luciano Liggio innescò il naturale passaggio di consegne che gradatamente portò il suo vice Totò Riina alla guida della famiglia di Corleone. Un evento che accelerò negli anni il processo di militarizzazione. Ad indebolire ulteriormente il fronte palermitano all’interno della Commissione, contribuì l’espulsione dalla medesima di Gaetano Badalamenti. Egli venne ufficialmente estromesso da Cosa Nostra, con l’accusa di appropriazione di ingenti quantità di denaro frutto dei proventi con la droga per arricchimento personale. L’artefice di questo nuovo colpo di mano era il fresco boss Riina. Che l’accusa rispondesse o meno al vero, egli colse al volo l’occasione per accrescere il proprio prestigio in seno all’organizzazione, e sbarazzarsi di uno scomodo e potente avversario. Agli occhi dell’universo mafioso, i corleonesi avevano ostentato una enorme potere di controllo. Seppur confinato a vivere negli Stati Uniti, “Tano” Badalamenti rimase comunque una figura molto influente per la zona di Cinisi e dintorni, ma la cocente offesa subita, illustrava i segni di un potere destinato a volgere al tramonto. (2)

Si apre l’era del “Papa“
Il suo successore per l’area palermitana fu Michele Greco detto “Il Papa“, un uomo vicino ai Corleonesi che divenne il nuovo capo della Commissione dal 1978. Michele era discendente di una dinastia secolare di uomini d’onore. Il padre Giuseppe “Piddu u tinenti”, fu il vincitore della faida tra i Greco che insanguinò la zona di Ciaculli nel dopo guerra, e suo fratello Salvatore uno dei fondatori della prima originaria Commissione. “Il Papa” incarnava l’autentica essenza della antica tradizione mafiosa: una simbiosi di diplomazia e cultura della violenza. Egli fu il mandante di un lungo elenco di crimini efferati quali l’omicidio del Procuratore Capo di Palermo Rocco Chinnici e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e al contempo il fulcro di una fitta rete di legami con massoneria e politica. Il suo nominativo fu per la prima volta legato a Cosa Nostra dal rapporto dei “162”, predisposto dal vice capo della mobile di Palermo, Ninni Cassarà, dossier che divenne parte integrante del Maxi Processo 3. Venne arrestato il 26 febbraio del 1986 dopo una latitanza di quattro anni, in un casolare di campagna nei dintorni di Caccamo, a circa una cinquantina di km da Palermo 4 . Nel suo quartier generale della tenuta della “Favarella”, all’interno del parco di Croceverde, meraviglioso angolo di quella Conca d’Oro dove un tempo si coltivava il mandarino tardivo di Ciaculli, Greco riceveva l’elite dei potenti di Sicilia. Imprenditori e politici di marcata sponda DC 5. Un uomo dai modi cortesi, eleganti, quasi aristocratici, capace in un epoca dove il sangue scorrerà a fiumi nelle strade,  di distinguersi per la forma  zeppa di criptiche citazioni e di fervida religiosità. A chi nel corso degli interrogatori gli chiedeva conto dell’impressionante elenco di morti ammazzati a suo carico, o delle figure sparite nel nulla per mano della lupara bianca, Greco rispondeva con tono serafico, “La violenza non fa parte della mia dignità6. Memorabile fu l’augurio con cui si congedò dal Maxiprocesso prima della camera di consiglio, rivolgendosi al presidente di Corte Alfonso Giordano: “Auguro a tutti voi la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perché per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè, le auguro ancora che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”. 7
Una esternazione che nessuno ufficialmente è mai riuscito ad interpretare chiaramente, anche se l’untuosa forma del suo codice espressivo, celava intimidatori riferimenti a corte e giudici. Nel mese di marzo del 1991, mentre si attendeva la sentenza di appello del Maxi Processo, una delibera della Cassazione scarcerò Greco unitamente ad altri boss imputati per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Fu necessario un decreto del Governo, promosso da Giovanni Falcone divenuto nel frattempo direttore degli Affari penali del ministero, per riportarlo in carcere. 8
La somma delle condanne che Michele Greco accumulò nel corso della sua vita raggiunse gli undici ergastoli, ma per i magistrati aveva da tempo interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra e sarebbe forse potuto uscire di prigione nel 2010 a 86 anni 9. E’ invece morto dopo una lunga malattia, e senza mai rivelare nessuno degli innumerevoli segreti in sua conoscenza, il 13 febbraio 2008 in una clinica romana dove era da tempo ricoverato dopo il trasferimento dal carcere Rebibbia.

Uno scacchiere caldo, una guerra prevedibile e annunciata
Nello scacchiere dei vertici di Cosa nostra quindi, si delineava un fronte composto da Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, palermitani, con l’appoggio esterno di Badalamenti. Questi erano ancora i  boss più potenti in seno all’organizzazione, con una disponibilità economica pressoché illimitata grazie ai proventi del traffico di stupefacenti.  Ed è grazie al denaro che si garantivano importanti legami con il potere politico locale e nazionale, con la massoneria, e le fruttuose alleanza con i cugini del Nord America.
Sull’altro fronte i corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, giovani, affamati, spietati e risoluti. Economicamente meno influenti, e tagliati fuori dai traffici che garantivano gli introiti maggiori, furono però in grado di circondarsi con il terrore e con il prestigio e all’oscuro dagli altri capi, di un vero esercito composto da altrettanto feroci killer, tra cui quel Giovanni Brusca arrestato molti anni dopo per aver premuto il telecomando nella strage di Capaci. Il “ Papa” Michele Greco, numero uno del tempo non solo scelse di non schierarsi apertamente, ma optò per non opporsi all’attacco di Riina. Greco e Riina racchiusero nelle loro marcate diversità, le due peculiarità fondamentali del dna mafioso. il primo regalava al giovane boss emergente, il prestigio dato dalla benedizione di un uomo d’onore dal carisma di antica memoria; Riina viceversa forniva alla nobiltà dei Greco, l’appoggio e la protezione di una delle belve più sanguinarie mai cresciute in seno a Cosa Nostra. Dinanzi alla carneficina che si svolgerà sotto gli occhi di tutti, “il Papa“ allargò le braccia come un paziente zio appena infastidito di fronte al bisticcio dei suoi vivaci nipotini. 
Nell’universo di Cosa Nostra un simile rovente quadro, portò una miriade di figure di spicco o secondo piano a schierarsi per una o l’altra parte. Per comprendere a pieno quanto temuta fosse la fazione corleonese da alcuni di questi uomini d’onore, basti pensare che una figura di rilievo della sponda palermitana come Giuseppe Di Cristina, “la tigre di Riesi”, decise di giocare d’anticipo la carta del collaboratore di giustizia. Terrorizzato optò per questa mossa disperata con l’intento di far arrestare Riina e Provenzano e salvarsi la vita. Egli nel 1978, denunciò ai carabinieri la progressiva e minacciosa scalata di “U curtu“ e “U Tratturi“,  detti “Le Bestie“, i quali secondo la sua testimonianza e quella di altri informatori, si erano già resi responsabili di almeno 40 omicidi. Delle famiglie corleonesi descrisse organigramma e obbiettivi, nonché il loro determinante ruolo nel delitto del capitano dei carabinieri Russo. Rivelò un fiume inarrestabile d’informazioni, spesso talmente in preda al panico, da rendere quasi impossibile il lavoro di chi doveva verbalizzare le deposizioni. Di Cristina era un boss a tutti gli effetti: omicida spietato, gestiva traffico di stupefacenti e costituiva uno dei punti di riferimento della DC siciliana. Si era da tempo alleato con il catanese Pippo Calderone, e la loro intraprendenza non fu gradita dal clan corleonese. Il suo azzardo comunque non gli valse la sopravvivenza: nel lasso di tempo in cui gli investigatori cercarono i necessari riscontri alle sue dichiarazioni, venne freddato il 30 maggio del 1978 nel territorio di Inzerillo. Cadeva così in mano ai corleonesi la provincia di Caltanissetta. La magistratura non si mosse, ignorando persino il messaggio di palese sfida insito nel luogo dove Di Cristina venne assassinato. Non esiste affronto peggiore che assassinare un boss, senza l’autorizzazione del reggente della zona. Al funerale del Di Cristina parteciparono oltre settemila persone, tra cui politici e importanti uomini d’affari, tutti commossi e allarmati.
Trascorrono pochi mesi dalla morte di Giuseppe Di Cristina quando è il turno dell’alleato Giuseppe Calderone. Il catanese era anch’egli una figura illustre dell’onorata società. Nel 1975 aveva istituito “la Regione”, una sorta di organismo di governo della mafia regionale. Dopo la sua morte, la famiglia della provincia di Catania da lui guidata, fu affidata a Nitto Santapaola, altro esperto e abile trafficante di armi e droga, ma soprattutto, persona da sempre gradita e alleata a Riina. Un’altra pedina chiave si andava a posizionare sullo scacchiere. Corleone annoverava sotto la sua egida un’altra provincia del risiko siciliano.
Persino Tommaso Buscetta che nel 1980 godeva del regime di semilibertà, dopo l’arresto in Brasile del 1972 e l’estradizione in Italia del 1977, fu avvicinato dal fronte palermitano per unirsi a loro. Egli intuì la pericolosità del momento e nel gennaio del 1981 decise di fuggire nuovamente in Sud America ritornando alla latitanza.
Bontate ed Inzerillo nel frattempo, vivevano annegati in una tale faraonica ricchezza da non riuscire a scorgere il cataclisma  che stava per abbattersi su di loro.
Una cecità che avrebbero pagato a caro prezzo. (10)

Esplode la “Mattanza“
Il 23 aprile del 1981 nel giorno del suo 43esimo compleanno, Stefano Bontate viene assassinato dagli uomini di Riina mentre stava rientrando a casa in auto. I killer imbracciano un’arma fino ad allora sconosciuta sul teatro mafioso: l’Ak-47 kalashnikov. Salvatore Inzerillo si munirà di un’alfetta blindata, ma circa due settimane più tardi, l’11 di maggio, un commando lo aspetterà sotto la casa di una delle sue amanti, e sempre a colpi di ak-47 verrà freddato prima di raggiungere l’auto. Entrambe le sentenze di morte vennero eseguite con tale inaudita violenza da rendere i cadaveri pressoché irriconoscibili. Anche nel passaggio dalla lupara al kalashnikov, si coglie il messaggio insito nella sferzata di innovativa violenza che i corleonesi infliggono alla loro strategia. Un mutamento epocale di natura culturale e militare. La fazione palermitana era stata nell’arco di pochi giorni decapitata dei suoi leader sul campo, visto che Badalamenti era in esilio forzato negli Stati Uniti e Buscetta latitante in Brasile. Nonostante questo terribile uno due, si attendeva da parte di un fronte popolato da uomini d’onore di rango avvezzi a sfide di ogni tipo, una reazione rabbiosa e carica d’orgoglio, ma nulla di questo avvenne.
L’attacco corleonese era stato di una tale audacia militare da lasciare senza fiato, e i rivali rimasero storditi ed inerti, quasi paralizzati dal terrore. Un comportamento che rese ancora più semplice il compito di chi come Riina e Provenzano, aveva già programmato da tempo la sistematica alienazione del fronte nemico. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, oltre 200 uomini d’onore affiliati alle famiglie che ruotavano intorno a Bontate ed Inzerillo vennero massacrati. Un “Esercito fantasma“, come lo definì il giudice Falcone, colpiva e spariva. Decine di killer giovani e spietati, reclutati in silenzio nell’area della provincia di Palermo, costituivano un esercito terribile e sconosciuto. Si pensi che ancora sul finire dell’anno successivo, nel solo 30 novembre del 1982, vennero uccisi in più punti del capoluogo e ad orari diversi, 12 uomini d’onore. Delitti commessi in pieno giorno, in presenza di molti testimoni, tra la gente. Esecuzioni in piena regola, senza economia di proiettili. Le vittime rimanevano spesso sul terreno crivellate di colpi in un lago di sangue. Fu la costante fissa di immagini come queste, che ripetutamente si rivelavano agli occhi di coloro che per primi rinvenivano i corpi, a determinare che la seconda guerra di mafia venisse ribattezzata “la mattanza”. Un termine che rievoca scene di una antica e cruenta tradizione popolare non solo siciliana. La metafora assume tutta la sua efficacia, quando si assiste alla fase culminante della pesca dei tonni. Radunati in branchi nelle tonnare, vengono circondati dalle imbarcazioni dei pescatori e massacrati a colpi di fiocine, arpioni e bastoni. L’acqua ribollente di schiuma, agitata dal disperato tentativo di fuga dei pesci, si tinge presto del rosso vivo del loro sangue. Centinaia di animali vengono massacrati ferocemente colpendo nel mucchio.
Per gli oppositori dei corleonesi accadde lo stesso.
La mattanza indetta da Riina e Provenzano, aveva assunto tali proporzioni da generare psicosi collettive. Molti affiliati venivano eliminati dai loro stessi collaboratori quale offerta per il passaggio al clan vincitore, nella speranza di essere risparmiati da questa macchina di morte inarrestabile. L’ordine delle “bestie” era di raggiungere ed eliminare tutti i nemici anche oltre oceano, includendo nella lista Buscetta in Sud America e chiunque a lui collegato negli Stati Uniti.
I corleonesi estesero le sentenze di morte anche ai parenti e agli amici degli affiliati opposti, per sottrarre qualsiasi possibile aiuto o supporto logistico alle prede da cacciare. Il caso di Salvatore Contorno, fido soldato di Bontate è tra i più significativi. “Totuccio” riuscì a sfuggire ad un attentato rispondendo prontamente al fuoco del killer, ma nelle settimane seguenti vennero eliminati 35 suoi familiari. Scelse in seguito di collaborare con Falcone e la sua testimonianza non fu meno importante di quella di Buscetta. Un fiasco che costò molto caro alla mafia corleonese: le confessioni di Contorno consentirono l’arresto di un ampio numero di affiliati.
La mattanza si prolungò per molto tempo, tanto da suscitare la diffusa percezione di un fenomeno continuo, mai arrestatosi del tutto. Eliminati i nemici, i loro iniziati, i relativi parenti e amici e persino i neutrali anche solo sospettati di un coinvolgimento, Riina iniziò a colpire pure chi tra i suoi manifestava atteggiamenti troppo indipendenti. Un esempio emblematico ci viene fornito da ciò che accadde a Pino Greco detto “scarpuzzedda” (parente del “Papa“ Michele Greco), un killer corleonese di primo piano che partecipò alle illustri uccisioni di Bontate e Inzerillo, nonché a quella del figlio adolescente di questo ultimo. Egli nell’autunno del 1985 venne ucciso per ordine di Riina, perché sospettato di prendersi libertà come mutilare senza autorizzazione i corpi di alcune vittime.
Anche nell’applicazione di forme e metodi di crudeltà, Riina esigeva l’esclusività del marchio. (11)


Giù la maschera
Al termine di un percorso iniziato circa 30 anni prima, i corleonesi avevano raggiunto l’obbiettivo di guidare Cosa Nostra. Attraverso un vero e proprio colpo di stato con eliminazioni a ciclo continuo, essi giunsero ad esercitare una feroce dittatura. Se da un lato il tutto era avvenuto nel pieno rispetto dei valori della tradizione di Cosa Nostra, dall’altro apparivano evidenti le sfumature in netto contrasto con l’aurea di onorata società. Risultava innegabile a tutti, quanto una simile carneficina avesse esposto alla luce del sole una essenza fino ad all’ora coperta da uno spesso velo di ipocrisia. Ognuno aveva ora gli strumenti per capire la vera radice del male che la mafia celava, rendendo molto più complicato il compito a chi tentava da sempre di esaltarne l’immagine di organizzazione onorevole e buona, ma non solo. La mafia attirò su di se la massima attenzione dell’opinione pubblica, una esposizione mediatica in totale antitesi alla sua secolare peculiarità: operare all’ombra di quel mix composto da omertosa complicità e comune indifferenza. A distanza di anni, si può affermare che la strategia corleonese illustrata negli eventi della 2° guerra di mafia, come nell’attacco sferrato alle istituzioni che seguirà, spezzò in parte questi equilibri. Costrinse molti a gettare la maschera, aprì delle brecce nel muro del disinteresse collettivo. In quei varchi s’insinuarono gli esponenti di una “minoranza virtuosa” che andremo a conoscere. (12)
                 

Note

(1), (2), (10), (11), (12), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Le origini della seconda guerra di mafia 1970-1982” – pagine 387…397

3, Fonte www.corrieredellasera.it del 13/02/2008

4, Fonte www.corrieredellasera.it del 13/02/2008 e www.panorama.it del 13/02/2008

5, Fonte www.panorama.it del 13/02/2008 e www.larepubblica.it  del 13/02/2008

6, Fonte www.larepubblica.it del 13/02/2008

7, 8, Fonte www.corrieredellasera.it del 13/02/2008

9, Fonte www.panorama.it del 13/02/2008

 

 


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