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Home1 » Le mafie » Cosa Nostra, il cemento, l’eroina e il caso Mattei  

La storia della Mafia Siciliana


Capitolo 9 - Cosa Nostra, il cemento, l’eroina e il caso Mattei: 1950 – 1963

Il “ Boss dei due mondi “ entra in scena
Negli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale, il termine “Cosa Nostra“ assume la veste di sinonimo ufficiale della mafia siciliana. Una definizione di probabile origine statunitense, dove i membri d’oltre oceano  amavano intendere “che la cosa era nostra“, perché l’accesso all’organizzazione non era aperto a criminali provenienti da gruppi esterni agli immigrati siciliani. Non vi sono precise conferme al riguardo, ma di fatto il riportarsi alla nuova definizione, non muterà la sostanza nei metodi della struttura mafiosa.
Il dopoguerra è anche testimone dell’ingresso sulla scena di Tommaso Buscetta, ribattezzato anche “Boss dei due mondi“, per aver esteso la sua attività criminale in Europa e in Sud America. Egli sarà uno dei maggiori protagonisti nonché testimone di importanti evoluzioni, delle vicende siciliane tra il 1945 e il 1963, anno in cui dovette rifugiarsi all’estero insieme ad altri mafiosi di spicco. Aldilà dei “meriti“ sul campo, la sua notorietà la si deve al ruolo di collaboratore di giustizia che vestirà molti anni dopo. Tra ombre e luci, le sue confessioni al giudice Falcone apriranno finestre mai schiuse prima sulle regole dell’universo mafioso.
Diciassettesimo di diciassette figli, Buscetta nasce alla periferia di Palermo nel 1928. Durante la guerra si arrangia rubando benzina, prosciutto, burro e insaccati ai tedeschi, per rivenderli al mercato nero. Nel 1945 ritorna a Palermo dopo un periodo trascorso a Napoli dove combatté i Nazisti. Viene quindi iniziato alla mafia nella famiglia di Porta Nuova ed il suo piglio raffinato ed elegante non faticò ad emergere: tra il 1949 e il 1956, trascorse lunghi periodi in Argentina e Brasile per poi tornare in patria e occuparsi di contrabbando di sigarette. Buscetta diverrà popolare anche tra i giornalisti perché esempio di tipica virilità mediterranea. Le leggende legate alla sua vita sessuale e i tre matrimoni conditi da innumerevoli tradimenti, costituiranno motivi di contrasto con i vertici di Cosa Nostra. La mafia consente di corteggiare più donne, ma sempre con discrezione. Maltrattare la moglie o mancare di rispetto ai figli, infrangendo la sacralità della famiglia, può equivalere ad un delitto per i canoni religioso morali dell’onorata società, soprattutto se simili comportamenti, finiscono in pasto al pubblico chiacchiericcio. (1)

 
Il cemento riveste Palermo
Tra il 1950 e il 1963, Cosa Nostra istituì un nuovo “organismo di governo“ detto “Commissione o Cupola“, che rinverdì i collegamenti con i cugini americani, mediante l’ingresso sulla scena del traffico internazionale di stupefacenti. In contemporanea la mafia estende le mani sugli appalti edili, per trarre dall’industria del cemento enormi ricchezze e una nuova frontiera nelle relazioni con il sistema politico.
Con il nome de “Il sacco di Palermo“, si descrive il boom edilizio che tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, vede stravolgere la fisionomia architettonica della città. Dopo la 2° Guerra Mondiale Palermo si riguadagna l’effige di capoluogo di regione e sede di molti uffici pubblici. L’offerta di lavoro genera un forte impulso demografico alla popolazione della città, tradotto in un 20% pari a circa 600mila abitanti. L’esigenza di un rinnovamento edilizio dopo i bombardamenti e per riparare le evidenti tracce del tempo che scorre, accomunano Palermo a molte altre città d’Europa, ma quanto vedrà la luce nel capoluogo siciliano non troverà per fortuna molte analogie. I risultati sotto gli occhi di chi rivedrà la città a distanza di qualche anno furono disastrosi: tantissime dimore liberty e barocche immerse nel verde degli agrumeti, testimonianze di un passato ricco di cultura e storia, vennero rase al suolo dai buldozer un attimo prima di divenire patrimonio storico protetto. Una di queste, la sontuosa e ricca di storia Villa Deliella, omaggio al Rinascimento Toscano, rimarrà nella memoria di molti palermitani come una delle vittime illustri di un deturpamento selvaggio e senza ritorno. Una delle residenze che illuminavano l’architettura dell’isola intera, venne spazzata via nel corso di un solo giorno. Il consiglio comunale si riunì un sabato di fine novembre del 1959, deliberò al mattino il suo abbattimento, per renderlo esecutivo al pomeriggio. Una operazione da svolgere in tutta fretta perché meno di un mese dopo, Villa Deliella avrebbe maturato il diritto alla tutela quale edificio storico.
La Conca D’Oro, la verde campagna di limoneti che circondava la città, venne sepolta dal cemento, mentre gran parte del centro storico ridotto in rovina rimase nelle stesse condizioni. Al posto di ville e piantagioni, sorsero caseggiati fatti di materiale scadente, ammassati tra loro e orribili alla vista.
La genesi del Sacco di Palermo non fu architettonica ma politica. Mafia e sistema politico avevano stretto un “patto di nuova specie“, monumento alla corruzione e al crimine. (2)


Il nuovo corso della DC
Politici, appaltatori e mafiosi responsabili, erano uniti da una catena che conduceva alla sede centrale della Democrazia Cristiana, base di una nuova struttura ad uso clientelare. Il primo anello era Amintore Fanfani, un professore universitario aretino di bassa statura, che nel 1954 divenne leader del partito. Egli impostò una “modernizzazione del partito“ che mirava a centrare a sé più potere. La catena proseguiva con il Vaticano e la partecipazione di numerosi industriali privati che con i loro contatti controllavano consistenti “pacchi di voti“. I nuovi volti del rinnovamento si adoperarono per trasformare le risorse pubbliche del paese in “risorse per la DC“.
In Sicilia uno di questi portò il nome di Giovanni Gioia che a soli 28 anni divenne segretario provinciale del partito. Buscetta lo definì uomo “dal carattere glaciale“, e alla sua guida la DC si ramificò capillarmente nel territorio come mai in passato arrivando ad aprire 59 sezioni solo a Palermo. Gioia applicò efficacemente la nuova filosofia politica dettata dalla dirigenza nazionale del partito e distribuì tessere a parenti, amici, a persone estratte dall’elenco del telefono e persino ai defunti. Maggiore era il numero di tessere che un’area regionale riusciva a contare, più grande era il numero di delegati da poter inviare all’assemblea nazionale, con l’obbiettivo di ottenere più potere nelle mani del politico capo corrente. Fanfani sarà per sei volte Presidente del Consiglio. Perché questo potere si esprimesse al meglio però, servivano le figure che permettessero alla DC di ripagare i voti con posti di lavoro, licenze, sussidi e altri favori. (3)


Mafia e appalti
Gli uomini giusti al posto giusto si chiamano Vito Ciancimino e Salvo Lima. Il primo è un corleonese rozzo, invadente, molto arrogante ma tremendamente sveglio. Il secondo nasce a Mondello vicino a Palermo, ed è l’antitesi di Ciancimino: distinto, elegante, dalle maniere moderate. Entrambi saranno eletti nel consiglio comunale di Palermo nel 1956 e nel periodo 1959-1963, elargiranno 4205 licenze edilizie di cui l’80% a soli 5 nomi. Essi ripescano una vecchia e dimenticata legge del 1889, che consentiva di assegnare un appalto per costruire, a nominativi che avessero alle dipendenze anche un solo “capo mastro o appaltatore competente“. Con scaltrezza assoluta ed in barba alle moderne qualifiche dell’ingegneria civile eludono ogni legalità. I permessi edili si scopriranno intestati a persone che con il settore non avevano quasi nulla a che fare e che confesseranno di aver firmato documenti e licenze per un favore a “certi amici“.  Dalla “politica dei maccheroni“ impostata sullo scambio di voti per il lavoro, si passa alla “politica del cemento” dove i voti si elargiscono in permuta agli appalti edilizi. La mafia controllerà i cantieri così come aveva fatto con le piantagioni di limoni. Una rete a vari livelli nel più classico dei sistemi mafiosi. Al centro Gioia, Ciancimino e Lima. Intorno a loro una maglia di delinquenti che frenavano le attività dei concorrenti con vandalismi e furti, collegati ad una catena di piccoli subappaltatori che fornivano manodopera e materie prime. Ancora più in alto un vasto cerchio di imprenditori, politici locali, funzionari municipali, avvocati, poliziotti, banchieri, uomini d’onore, tutti legati tra loro da traffici e scambi illeciti. La corruzione imperversa in questo habitat dove la cultura mafiosa è radicata nel profondo e composto da amici e parenti di “altri amici“.
Per decenni questa nuova classe di dirigenti politici, ribattezzata come i “Giovani Turchi“, trasformerà la Sicilia in un “labirinto di clientele, consorterie, fazioni e contro fazioni, alleanze occulte e faide palesi“. Tutti uomini che accumularono ricchezze spaventose sfruttando la gente con la violenza e degradando per sempre il territorio di vaste aree urbane della Sicilia.
Vito Ciancimino fu arrestato solo nel 1984 e condannato in via definitiva nel 1992. Salvo Lima fu ucciso a colpi di pistola vicino alla sua casa nel 1992, quando era Parlamentare Europeo. (4)


Il resto del paese si benda gli occhi
Ma davanti a tutto questo, quale fu il grado di indignazione del resto del paese?
Se si escludono prese di posizione isolate, mediamente risultò irrilevante. Gli anni più convulsi del “Sacco di Palermo“, collimarono con il boom del “miracolo economico italiano“. Tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, lo sviluppo “industriale di massa“, generò una poderosa crescita economica. La valuta che giungeva tra le mani dei “Giovani Turchi“, proveniva dalle industrie di Torino, Milano, Genova. I titolari delle imprese di costruzioni edili erano in gran parte del nord Italia. Essi non sottilizzavano sulla caratura morale dei destinatari del flusso di denaro, perché prima o poi i quattrini che giungevano in modo fraudolento a Palermo come a Napoli, ritornavano a loro sotto forma di radio, tv, frigoriferi, scooter e auto acquistati.
Un altro elemento chiave fu che il potere economico era disposto a tutto pur di scongiurare la vittoria politica del comunismo. La Sicilia ed il sud in genere, erano un serbatoio di voti che la DC voleva conservare a qualsiasi prezzo per evitare il pericolo “rosso“, e ancora una volta il contributo della chiesa fu determinante. Dal 1946 al 1967 quando morì, il Cardinale Ernesto Ruffini arcivescovo di Palermo, diede una delle più acute dimostrazioni della cecità della Chiesa Cattolica Siciliana dinanzi alla criminalità organizzata. Egli fece leva su due imprescindibili presupposti: che la Sicilia fosse una terra dove la fede ha le radici nella tradizione contadina, e il luogo più prossimo all’ideale di “società cristiana“. Ruffini ritenne sua la missione di rendere la Sicilia ed il Sud, l’ancora di salvezza contro il materialismo e l’ideologia diabolica del comunismo che imperversava al Nord. La Chiesa si bendò gli occhi sull’intero nauseante mondo farcito di violenza, sangue, sfruttamento, corruzione e l’arcivescovo si azzardò a sostenere pubblicamente che la mafia era un’invenzione della “tattica comunista“. Persino a riguardo della strage di Portella della Ginestra arrivò a dire: “…Del resto si poteva prevedere come inevitabile la resistenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane del comunismo.“ Celebri furono i suoi appelli elettorali dove per i cattolici siciliani vi era “l’obbligo grave contro l’incombente minaccia dei nemici di Gesù Cristo di votare DC“.
Chiesa e DC strinsero il loro sodalizio per molto tempo, con tensioni reciproche e scontri polemici, ma sempre sottomessi all’interesse comune. (5)


Cosa Nostra mette le mani sull’eroina
L’ingresso dell’eroina nelle attività di Cosa Nostra è ancora avvolto da contraddittorie ricostruzioni. Nelle testimonianze di illustri pentiti storici come Buscetta, o di discutibili celebrazioni come il romanzo auto biografico “Men of Onor“ di Giuseppe Bonanno (Joe Bananas), l’argomento rimane in parte omesso e fumoso, nonché condito di fuorvianti resoconti.  Bonanno fu il capo della famiglia più ancorata alle radici siciliane, tra quelle che dominarono la scena di New York dagli anni ’30 ai ’60. Nato nel 1905 in una piccola località della costa, Castellamare del Golfo, fu costretto a fuggire dall’Italia al seguito delle repressioni fasciste degli anni venti. Sbarcato nella Grande Mela, si alleò ad un altro compaesano, Salvatore Maranzano, al fianco del quale combatté nelle faida contro il super boss Joe Masseria. Quando nel 1931 Lucky Luciano impose la pace tra le famiglie mafiose di New York, Bonanno ereditò la guida della sua famiglia. Nel 1957 egli ritornò a Palermo ufficialmente in vacanza, ma in molti sostengono che la sua visita sancì il coinvolgimento di Cosa Nostra nel traffico internazionale di droga. La sua permanenza coincise con una maxi riunione che vide la partecipazione dei massimi esponenti della mafia “di casa nostra” e di altri amici d’oltre oceano. Si trattò di una circostanza per rinsaldare i rapporti tra le due organizzazioni, ma fu soprattutto un incontro di affari sul tema droga.

Negli Stati Uniti di quegli anni la mafia americana doveva trovare la soluzione a  tre importanti questioni in merito: gli stupefacenti erano “un articolo“ eticamente più spinoso anche agli occhi di una opinione pubblica che aveva in passato “tollerato“ i racket su gioco d’azzardo, alcol, slot machine, e occorreva un partner a cui delegare buona parte del lavoro sporco senza pregiudicare gli enormi profitti all’orizzonte; serviva una rete alleata e ben organizzata costituita da uomini fidati; era necessario un nuovo centro di smistamento degli stupefacenti, dopo che Cuba si stava “bruciando” cadendo in mano alle rivoluzioni di Fidel Castro e Che Guevara.
Buscetta rimase molto colpito dal personaggio Bonanno. Nel pieno rispetto del suo clichè di abile manipolatore, che lo ha visto negli anni alternare verità inconfutabili a gigantesche omissioni, egli smentì che la riunione avesse mai avuto luogo, ma molti elementi nelle mani degli storici affermarono il contrario. Il “Boss dei due mondi” secondo costoro era persino presente, e a lui venne attribuito il ruolo di maggior peso nell’istituzione di un nuovo organismo nell’organizzazione mafiosa: la Commissione.  Nella mente dei suoi ideatori, la nuova struttura doveva vestire compiti decisionali, ma anche scongiurare in prospettiva l’innesco di una lotta sanguinosa per il controllo dell’eroina. Ricevono l’ordine di renderla operativa 3 uomini: Gaetano “Tano“ Badalamenti (capo della cosca di Cinisi legato alla famiglia di Detroit), Salvatore Greco (erede dei sopravissuti della guerra di Ciaculli), e lo stesso Buscetta. Tutti assumeranno ruoli chiave nel traffico degli stupefacenti, ma anche su questo punto “don Tommasino” non si smente. Egli affermerà di non essersi mai arricchito con l’eroina, ma al contempo cadrà in contraddizione ammettendo che all’interno di Cosa Nostra non vi è stato nessuno che da quel traffico non abbia tratto profitto. La sponda siciliana dell’organizzazione entra prepotentemente nell’affare quindi, forte di una rete organizzata e di coperture politiche e logistiche di cui lo stesso Bonanno rimase colpito. Ma ad impressionare e forse non del tutto positivamente il boss americano, fu l’intricata cultura politica che tesseva le maglie della mafia siciliana. I meccanismi di potere che regolavano la spartizione degli affari ed il controllo del territorio, vivevano di delicati equilibri figli di un bagaglio di antica memoria. Un linguaggio politico costituito di favori e scambi reciproci, fusi nel rispetto di quella cultura dove i canoni dell’onore e religiosi godevano della massima considerazione. Quella stessa scienza che consentirà a Cosa Nostra di garantirsi nei decenni gli agganci politici nazionali. Il sistema di oltre oceano era decisamente più libero da simili vincoli, ed è anche per questo che l’istituzione della Commissione fu una garanzia ulteriore. Bonanno ed i suoi temevano che la montagna di denaro in arrivo, avrebbe destabilizzato questi equilibri. L’Italia del resto era ancora novizia al traffico di droga. Un aspetto questo che costituiva un punto di forza, in quanto l’opinione pubblica era moralmente disinteressata e all’oscuro del potenziale flagello che il traffico di eroina comportava in ambito sociale.
 
La Commissione appena creata non costituiva in assoluto una novità anche se i promotori tentarono di venderla per tale. Il rapporto Sangiorgi di fine Ottocento già trattava di un sistema di regole condiviso, che le famiglie dell’area di Palermo dovevano seguire mediante consultazioni unificate. Occorreva quindi adattare vecchi metodi a problematiche moderne. L’organismo in sostanza toglieva l’ultima parola ai capi delle famiglie in caso di morte di un uomo d’onore, ma decretava altre regole di carattere amministrativo/ territoriale: ogni provincia siciliana doveva avere una sua commissione; nel caso di province come Palermo con oltre 50 famiglie, si creava un organo intermedio, “il mandamento“, che rappresentava 3 famiglie vicine. Non era permesso essere un capo della singola famiglia e al contempo il rappresentante di un mandamento nella commissione, per evitare l’accentramento di troppo potere in un uomo solo. Si rendeva i singoli mafiosi più liberi di agire, in linea con le ambizioni dei tre promotori, Buscetta in particolare. Egli ha sempre lavorato per allineare il profilo di Cosa Nostra più ad una aristocratica confraternita di uomini d’onore, dove tutti godono degli stessi paritari diritti, piuttosto che ad una organizzazione di tipo gerarchico. Buscetta si auspicava una mafia di uomini potenti, abili, liberi di muoversi nel mondo a procacciare quei business in grado di alimentare il circolo virtuoso dei guadagni, di cui ogni membro avrebbe tratto beneficio fornendo la spinta per procurare ulteriori ricchezze.
Il tempo imporrà un’altra direzione per due imponderabili ragioni: la scalata al potere dei “Corleonesi“ renderà Cosa Nostra e la Commissione soggetta ad una autentica dittatura; l’intento iniziale di Joe Bananas di conservare l’egida del controllo del traffico, sarà destinato a fallire, e una volta entrati, i “cugini poveri“ siculi assumeranno dagli anni ’70 il predominio nel business.
Tutto questo nel 1957 appare lontano a venire, ma dopo solo sei anni la Commissione sarà sciolta per eventi drammatici. (6)

La morte di Enrico Mattei
La “cura ricostituente“ a base di traffico di stupefacenti, ci ha restituito una Cosa Nostra potente e florida. Gli uomini d’onore divengono interlocutori internazionali, coinvolti sempre di più in affari non solo squisitamente mafiosi. Ed è proprio a questo riguardo che la vedremo protagonista in uno degli episodi che scosse maggiormente il mondo economico ma non solo agli inizi degli anni 60.
E’ la sera  del 27 ottobre del 1962. Alle 18:59 il bireattore dell’Ente Nazionale Idrocarburi, esplode in volo in località Bascapè, tra Pavia e Milano, un minuto prima dell’atterraggio. A bordo si trovavano Enrico Mattei, presidente dell’Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano del Time, William Mc Hale. Perderanno tutti la vita. L’aereo è un modernissimo Morane-Sauner con sole duecentotrenta ore di volo (ne servono almeno cinquecento per una revisione). L’apparecchio verrà disintegrato dall’esplosione e intatta verrà ritrovata la sola ruota del carrello d’atterraggio, lasciando presumere che l’ordigno fosse collegato al carrello stesso, attivatosi quando il pilota ha premuto il relativo comando in fase di discesa verso la pista. Nonostante questo, per 33 anni la versione ufficiale parlerà di causa accidentale, escludendo in modo categorico l’ipotesi di un attentato.
Si dovrà attendere il 1995 perché il sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, imponga una svolta decisiva stabilendo che l’aereo è saltato in aria in volo per le tracce di esplosivo riscontrate nei resti del velivolo e sulle salme. 7
Il 20 febbraio 2003 il procuratore Calia ha chiuso l’inchiesta sulla morte di Mattei, chiedendo l’archiviazione per quanto riguarda esecutori e mandanti. L’aereo venne dolosamente abbattuto, ma nessun colpevole è stato identificato. Nelle conclusioni del magistrato si legge anche che “la programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono il coinvolgimento di uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano”. 8
Per comprendere i motivi per cui in diversi abbiano per anni depistato le indagini e insabbiato la verità, occorre capire chi fosse Enrico Mattei e il suo ruolo nel panorama mondiale energetico di quegli anni.

“Il corsaro del petrolio“
Enrico Mattei nasce ad Acqualagna, un piccolo centro del marchigiano il 29 aprile del 1906. Si rivela presto un ragazzo sveglio e intelligente, con attitudini per la chimica e a venti anni è già direttore di una piccola conceria. Nel 1928 emigra a Milano, e tre anni più tardi aprirà una sua piccola azienda che produce emulsioni per le lavorazioni del pellame. Nell’ambiente imprenditoriale sfoggia le doti di chi è destinato al ruolo di leader, per la risolutezza nelle decisioni e la capacità di cogliere al volo le situazioni. Frequentando gli ambienti della università Cattolica si avvicina al Partito Popolare, assimilando quei concetti che nel dopo guerra faranno di lui un uomo che intende dare al ruolo di imprenditore un volto anche sociale, di responsabilità verso il popolo, sposando una etica distante dal capitalismo puro di matrice anglo-americana. Sarà “un partigiano bianco“ durante la resistenza, rivestendo vari incarichi di tipo organizzativo e militare nel CLN. Viene arrestato nell’ottobre 1944 ma riuscirà ad evadere grazie ad aiuti anche esterni.
Finita la guerra riceve l’incarico di commissario per l’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli), con il mandato di chiudere le attività dell’ente e svenderlo. L’Agip di quegli anni era una società in crisi: scelte imprenditoriali sbagliate e scissioni al suo interno, venivano accentuate dalle pressioni di concorrenti nazionali privati (Edison), e internazionali (cartello delle “7 Sorelle“), tutti smaniosi di vederla fallire per conquistare fette di mercato. Puntando sul valore del patrimonio umano e selezionando i giacimenti estrattivi, risolleva le sorti dell’azienda. Le estrazioni di gas metano nel 1946 a Caviaga ( vicino a Milano ), di altro gas naturale a Ripalta ( Cremona ) e di petrolio a Cortemaggiore ( Piacenza ) nel 1949,  pur di modeste entità, danno impulso all’immagine dell’azienda ora con il logo del cane a sei zampe. Il parlamento approva il testo della proposta di Vanoni: allo Stato sono riservate le ricerche nel sottosuolo della Val Padana, estendo al resto del paese la libertà di ricerca. Mattei preme sul acceleratore e un intenso incalzare di trivellazioni porteranno alla luce giacimenti di gas a Cornegliano (MI), Pontenure (PC), Bordolano (CR) e Correggio (RE). Una volta estratto però, il metano pone il problema di essere trasportato e serve posare i tubi per i metanodotti. Mattei non va per il sottile. Collezionando un elenco, che per sua stessa ammissione supererà le 8000 tra leggi e ordinanze di vario tipo, applica un metodo discutibile ma efficace, distinguendosi come uomo che prima fa e poi discute. Le sue squadre scavano notte tempo per posare i tubi, e li ricoprono di giorno corredandoli di scuse. Ai molti che insorgono protestando, Mattei offre scambi convenienti. Quando è il parroco a dolersi, si propone il restauro della chiesa; se sono i contadini a sentirsi danneggiati, gli viene risarcito il raccolto con generosità; nel caso siano privati cittadini a sollevare questioni, la soluzione può essere la licenza per la gestione di una pompa Agip, un posto di lavoro fisso o una raccomandazione dagli svariati fini. Sindaci di ogni colore politico o ufficiali dei carabinieri, vengono conquistati dall’affabilità e furbizia del manager, capace di trovare una soluzione ad ogni contrasto. Sul terreno resta il dato di fatto che egli riesce a tempo di record a installare le infrastrutture necessarie, laddove la burocrazia avrebbe richiesto tempi biblici. Al suo fianco un gruppo di uomini personalmente scelti e fidati. Un nutrito gruppo di lavoro che segue con entusiasmo il progetto di Enrico Mattei, sposandone con passione e senza risparmio la filosofia di lavoro, e costituendone la vera fortuna.


L’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), nasce ufficialmente nel luglio del 1952. Negli anni che verranno, Mattei guiderà l’ente con due obbiettivi: l’autonomia energetica dell’Italia e una via per acquistare il petrolio direttamente dai paesi produttori. Per queste ragioni entra in conflitto con il cartello anglo-americano delle “7 Sorelle“, che detiene il monopolio del mercato del greggio. Cerca contatti stipulando accordi vantaggiosi con paesi produttori come Libia, Marocco, Iran, Egitto, Nigeria, Ghana, Unione Sovietica e con l’Algeria, esprimendosi qui a chiare lettere anche sulla speranza di una sua rapida indipendenza dalla Francia. Stringe relazioni con nazioni del Terzo Mondo e in piena guerra fredda con la super potenza oltre cortina, arrivando a offrire ad alcuni paesi in via di sviluppo condizioni come il 75 per cento del profitto al produttore e il 25 all’ENI. Costruisce i presupposti per un nuovo quadro mondiale sorretto sul commercio diretto tra paesi produttori e paesi consumatori di greggio, tagliando fuori coloro che dal 1928 ne detengono le redini del cartello planetario. (9)

La sua politica genera avversioni anche sul fronte nazionale, e attraverso i maggiori organi di stampa, le grandi famiglie industriali del paese lo criticano apertamente. Con il preciso intento di contrastare i tanti nemici su questo fronte, Mattei finanzia nel 1956 il battesimo di una nuova testata giornalistica, “Il Giorno”, nel preciso intento di creare una sorgente mediatica che lo sostenga. I suoi avversari continuano ad attaccarlo, accusandolo di corrompere i partiti politici e di pagare gli amici. Pochi mesi prima della sua morte, il giornalista Indro Montanelli sul Corriere della Sera, firmerà una inchiesta che mette a nudo i metodi corrotti del presidente dell’Eni. Una serie di articoli infuocati che denunciano le commistioni tra gli affari dell’industria petroli nazionale e il mondo politico. Molti anni dopo, lo stesso Montanelli dirà al riguardo di quella inchiesta: “Non è che Mattei pagava delle tangenti per avere questo o quel  appalto, Mattei pagava i partiti perché facessero una scelta politica, si imponeva era lui il padrone. Mattei era un uomo che agiva in grande, non paragonabile ai corrotti e i corruttori di oggi”. 10
Gli ostacoli che insorgono anche dall’interno dell’ENI stessa si moltiplicano, ma la sua perseveranza e ostinazione, finisce comunque per costituire una minaccia reale per coloro che hanno enormi interessi a boicottare il suo progetto.


Un programma ambizioso e realisticamente complicato da portare a termine, ma uccidendolo si è voluto andare sul sicuro. Nelle sue conclusioni scrive ancora il procuratore Vincenzo Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. 11
Porre un freno alla politica di sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie del terzo mondo, perpetrate così selvaggiamente e senza freni nell’ultimo mezzo secolo, avrebbe contribuito a rallentare quel crescente sentimento di odio mossosi da quei paesi verso le potenze occidentali. Rivalsa che ha finito con l’alimentare quelle entità terroristiche oggi alla base dell’instabilità planetaria.
Mattei era una figura appassionata che utilizzava metodi discutibili e a volte poco trasparenti, ma con la sua scomparsa muore anche un sogno che ha privato noi tutti della speranza di un presente diverso.

 
Una versione ufficiale non convincente
Dinanzi ad uno scenario di tale portata si sono susseguiti per anni teoremi e ipotesi di ogni tipo, anche se la teoria del complotto ha progressivamente preso il sopravvento. Le versioni ufficiali relative alla morte di Mattei non si sono mai discostate fino al 1995, dalle cause accidentali. Governi, organi di magistratura, e persino una commissione d’indagine costituita nel ’62 dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, hanno ribadito quella tesi con una tale caparbietà, da alimentare con immutato vigore i dubbi di coloro che in quella versione mai hanno creduto.
E dire che gli elementi perché più di una domanda si sollevasse non sono mancati.
Ma come troppe volte è accaduto in questo paese, le richieste di luce e verità giunsero da singoli uomini e non dalle istituzioni.
Nell’aprile del ’70 viene pubblicato un libro dal contenuto esplosivo, “L’assassinio di Enrico Mattei“, per mano di due giornalisti: Fulvio Bellini e Alessandro Previdi. Pubblicato a loro spese, è l’unica voce di quel tempo a sostenere la tesi dell’attentato. Enrico Mattei trascorre gli ultimi 2 giorni della sua vita in Sicilia per far visita agli impianti petroliferi di Gela e Gagliano Castelferrato. Bellini e Previdi, forniscono una ricostruzione inquietante delle ore precedenti il decollo dell’ultimo volo di Mattei dall’aeroporto di Catania. “Verso le 13…un impiegato all’aeroporto di Catania comunica al pilota Bertuzzi che è chiamato al centralino per una telefonata “. Bertuzzi oltre a pilotare il volo è l’addetto ai controlli su velivolo e rifornimento prima della partenza. Egli si allontana e “…tre individui si avvicinano allora all’aereo…uno in divisa da carabiniere…due con tuta bianca da tecnici…qualcuno li osserva maneggiare attorno all’apparecchio…l’episodio si esaurisce in pochi minuti “. 12

Un lungo elenco di indizi
Partendo da quanto raccolto e scritto da Bellini e Previdi un altro giornalista, Mauro De Mauro de “L’Ora“ di Palermo, raccoglie il testimone del bisogno di verità e inizia ad indagare. Dal suo lavoro emerge come l’operato di Mattei fosse nell’agenda di un vero intrigo internazionale: potenze petrolifere, esponenti della mafia americana con agganci nella CIA, intelligence francese irritata per la questione algerina, Cosa Nostra, nemici italiani nascosti all’ENI, nel Parlamento, nell’Assemblea regionale della Sicilia. Un nido di serpi di dimensioni planetarie. Mauro De Mauro verrà sequestrato dalla mafia il 16 settembre del 1970: il suo corpo non verrà mai ritrovato.
Lo scrittore siciliano Michele Pantaleone scopre che quattro lavoranti all’aeroporto di Catania in quei giorni con mansione di portabagagli, rispondono ai nomi di quattro mafiosi elencati dall’antimafia americana. Pantaleone nell’inseguire in Inghilterra alcuni di loro riceve nel maggio del ’68 minacce di morte e tornato a Palermo una settimana più tardi, tentano di investirlo.
La rivista “Panorama“ nell’ottobre del ’62, scrive che Carlos Marcello era a Catania 2 giorni prima l’attentato, proveniente da Algeri e Tunisi, dove partecipò ad un incontro tra petrolieri americani e Gaetano Badalamenti. Per la cronaca Carlos Marcello alias Calogero Minacori, è un immigrato siciliano in USA divenuto capo della mafia di New Orleans, esperto di traffico di armi ed esplosivi, coinvolto nell’assassinio Kennedy e collegato alla CIA. Sempre “Panorama“ rivelò che a chi tentò di fermare i tre uomini verso l’aereo sulla pista di Catania, il presunto carabiniere si presentò come capitano Grillo. L’unico ufficiale Grillo allora presente nell’arma, prestava servizio a parecchi chilometri e si trattava di un Glauco Grillo di stanza in Piemonte.
Fonti autorevoli affermarono che a posizionare la bomba fosse stato un uomo dei servizi francesi, tale “Laurent“ anch’egli a Catania nell’ottobre del ‘62. Pur avendo lavorato nella azienda costruttrice dell’aereo dell’ENI, la magistratura non lo interrogò mai.
Lo storico Nico Perrone (autore del libro “Mattei il nemico italiano“), sostenne che il congegno utilizzato per l’attentato era di una tipologia molto sofisticata, e che la sua fabbricazione richiedeva tecnici e laboratori in possesso solo a organizzazioni molto potenti. Sempre secondo Perrone, la morte di Mattei va inserita nel contesto della fase più delicata e drammatica della guerra fredda URSS-USA: un eventuale lancio di missili americani su Cuba, proiettava l’Italia come un probabile obbiettivo della ritorsione sovietica. Il Patto Atlantico esigeva il massimo della rigidità nelle alleanze, mentre Mattei con il suo programma energetico, si disinteressava degli schieramenti per occuparsi solo delle opportunità economiche. (13)

Le voci dei pentiti
Anche sul fronte delle dichiarazioni dei pentiti, il materiale per incitare l’istanza di approfondimenti fu cospicuo. Persino il boss dei due mondi Tommaso Buscetta rivelò retroscena interessanti: “Fu Cosa Nostra siciliana a decretare la morte di Enrico Mattei…su richiesta di Cosa Nostra Americana perché con la sua politica aveva danneggiato importanti interessi americani in Medio Oriente. A muovere le fila erano probabilmente le compagnie petrolifere, ma ciò non risultò a noialtri direttamente…per eseguire un progetto così impegnativo c’era bisogno di…personaggi di spicco…Stefano Bontate…Salvatore Greco chiese la collaborazione di Antonio Minore ( boss di Trapani ), Bernardo Diana, Giuseppe di Cristina di Riesi nei pressi di Catania e poteva fornire gli appoggi necessari…Il contatto con Mattei fu stabilito da Graziano Verzotto che rappresentava l’Agip in Sicilia…"
Secondo Buscetta l’aereo fu manomesso durante una battuta di caccia in cui Mattei fu invitato a partecipare da alcuni giovani mafiosi presentati da Verzotto stesso. “ Un espediente classico di Cosa Nostra: quando si deve compiere un’esecuzione, la vittima deve essere avvicinata da un amico che dissipa i suoi sospetti, la tranquillizza…ne facilita l’eliminazione…Si riuscì ad illuderlo di godere della protezione della mafia e a non preoccuparsi, di conseguenza, di rafforzare la vigilanza attorno a sé e all’aereo…”
Venendo ad epoche più recenti, anche il collaboratore di giustizia Gaetano Grado, in merito al rapimento di De Mauro oggi dice: “Stefano Bontate mi disse che De Mauro si immischiava in cose di mafia, cioè nell’attentato a Enrico Mattei “, eseguito da Cosa Nostra siciliana “ per fare una cortesia agli americani perché c’erano interessi di petrolio “. (14)

Anelli mancanti
Nulla di tutto questo e altro ancora che emerse negli anni da indiscrezioni di vario genere, fu sufficiente ad attivare indagini in altre direzioni. Se bastassero “tre indizi per fare una prova“, sul coinvolgimento della mafia quanto meno come fornitrice di un appoggio logistico all’attentato, non sembrerebbero esserci dubbi.
Il teorema di De Mauro probabilmente stilava una versione dei fatti pericolosamente vicina alla verità.
Nell’estate del ’70, Igor Man allora editorialista della “Stampa“ di Torino, incontra a Mondello il giornalista siciliano, che sta alacremente lavorando su questa inchiesta per puntare al premio Pulitzer.
In una confidenza di De Mauro, Man forse ci consegna una sintesi di quella verità : “Ho una catena, mi mancano due o tre anelli di congiunzione…se li trovo faccio lo scoop del secolo…Sto ricostruendo il caso Mattei, ti debbo dire che ci sono dentro tutti: i politici, gli stranieri, la CIA, e ahimè pure la mafia…”. (15)

Note

(1), (2), (3), (4), (5), (6), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Dio, il cemento, l’eroina e Cosa Nostra” – pagine 285…318

7, 12, (13), (14), (15), Fonte “Gli insabbiati” – Luciano Mirone – Edizioni Castelvecchi – 2° edizione maggio 2008 – capitolo “Mauro De Mauro” pagine 53…122

8, 10, Fonte “www.lastoriasiamonoi.rai.it/la guerra del petrolio

(9), Fonte  Maria Grazia Mazzocchi  www.cronologia.leonardo.it/

11, Fonte “www.disinformazione.it/enrico mattei

 

 


 

 

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