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Home1 » Le mafie » La 1° Guerra di mafia e i primi passi dell'antimaf  

La storia della Mafia Siciliana


Capitolo 10 - La 1° Guerra di Mafia e i primi  passi dell’Antimafia : 1962 - 1969

La strage di Ciaculli
Era il 30 giugno del 1963, quando una telefonata anonima giunse alla questura di Palermo, per segnalare la presenza di un auto sospetta abbandonata lungo la statale Gibilrossa-Villabate, nei pressi della località di Ciaculli (PA).  Giunse sul posto una squadra di carabinieri che presto identificarono sul ciglio della strada una Giulietta Alfa Romeo con le portiere aperte. L’auto aveva una gomma a terra e ben visibile sul sedile posteriore, era posizionata una grossa bombola del gas dalla quale partiva una miccia semibruciata.
Venne richiesto l’intervento dei militari del genio, che esaminarono l’ordigno per dichiararlo non pericoloso. Fu allora che l’intero gruppo di militari si avvicinò alla Giulietta. Il tenente dei carabinieri Mario Malausa, aprì il bagagliaio dell’auto, innescando l’enorme quantità di tritolo contenutovi all’interno. L’esplosione fortissima dilaniò i sette servitori dello Stato. Quel giorno sulla piana di Ciaculli, persero la vita oltre al tenente Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.
La strage di Ciaculli rappresentò la più orrenda strage di mafia registratasi fino ad allora. Un delitto che pur terribilmente cruento per le sue proporzioni, purtroppo ci appare oggi come uno dei tanti. E’ opportuno comprendere invece, quanto all’epoca dei fatti questo episodio costituì un punto di non ritorno nella guerra con Cosa Nostra. Da un parte divenne molto più difficile per istituzioni e opinione pubblica, asserire che la mafia continuasse a non esistere, e per chi con interessato distacco, liquidava l’escalation violenta dei mesi precedenti con un laconico “tanto si ammazzano tra loro“. Dall’altra per la prima volta, la mafia si era spinta oltre un confine mai infranto: aveva colpito al cuore lo Stato in maniera diretta, con arrogante spregiudicatezza, e si rendeva necessaria una risposta dura e ferma. Le istituzioni reagiranno a questo attacco frontale, ma è prioritario entrare prima nel contesto che aveva preceduto quel giorno. Storicamente infatti, l’attentato di Ciaculli sancisce la fine di quella che fu definita “la prima Guerra di Mafia“, il primo scontro esteso e ufficialmente riconosciuto, per il controllo del potere all’interno di Cosa Nostra. (1)

Le origini della prima Guerra di Mafia
Tra la fine del 1962 e l’inizio del 1963, Palermo venne scossa da una catena di omicidi, uno in serie all’altro. Una escalation di violenza che indusse molti osservatori dell’epoca, a paragonare il capoluogo siciliano alla Chicago degli anni ’20. Il tempo ci ha insegnato come le guerre di mafia si scatenano perché in palio tra i contendenti vi sono il territorio, gli affari e l’onore, ma dietro e queste tre semplici parole, si nasconde un universo non sempre del tutto decifrabile.
 A scontrarsi si trovarono da una parte Salvatore Greco detto “Cicchiteddu“, erede dell’aristocrazia mafiosa e figlio del boss di Ciaculli ucciso nella faida del 1946, con al suo fianco il corleonese Luciano Leggio che salirà ai vertici della cronaca tra qualche anno. Dall’altra i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, apparentemente usciti dal nulla. Sembrava uno scontro per il potere tra la vecchia e la nuova mafia, ma non era così. Se i Greco appartenevano ad una tradizione mafiosa secolare, che nell’area di Ciaculli ha radici ben salde sin dalla metà dell’800, i La Barbera erano forze emergenti che avevano scalato le gerarchie criminose sulla base della “meritocrazia della violenza“, ma con alle spalle una formazione di antica scuola. Nella loro sfera di controllo vi erano personaggi discendenti di mafiosi elencati già nel rapporto Sangiorgi. Erano comparsi sulla scena di recente, senza mafiosi di rango nella parentela diretta, ma nei modi e comportamenti i riferimenti erano in linea con la tradizione. Fanno carriera nella zona al centro del “Sacco di Palermo” e stringono rapporti con Salvo Lima e con gli esponenti politici siculi del nuovo corso DC. (2)

Esplode la guerra
Le circostanze che portarono allo scontro sono tuttora una miscela di fatti e supposizioni, un intreccio di situazioni illustrato dal contributo dei pentiti a volte in contraddizione tra loro. L’antefatto è costituito da una difettosa spedizione di droga che i La Barbera e i Greco (membri dello stesso sindacato nell’affare), effettuano nel febbraio del ’62. La merce doveva essere spedita dall’Egitto verso gli USA, ma all’arrivo la quantità non è quella stabilita. Inizia una serie di accuse reciproche tra i due clan che sfocia nella guerra totale. La Sicilia viene attraversata da atti violenti e sanguinosi compiuti in pieno giorno, tra strade affollate di gente, con il ferimento di passanti. Mesi di omicidi e rappresaglie ultimati a colpi di mitra e di autobombe. Su entrambi gli schieramenti i morti più o meno eccellenti si contarono a decine. Salvatore La Barbera verrà ucciso e suo fratello Angelo, sarà raggiunto e ferito a Milano, creando forte allarme in tutto il paese per l’estensione dello scontro fino alla capitale del nord. In un semplice conflitto per il potere, sarebbe forse tutto finito qua, con una fazione che aveva il sopravvento sull’altra. La strage di Ciaculli, che avvenne oltre un mese dopo l’attentato ad Angelo La Barbera, nascondeva altre implicazioni. (3)

Le ombre dietro alla strage
La fusione di testimonianze, indizi e voci, lasciò aperta la supposizione tra alcuni inquirenti che la Giulietta farcita di esplosivo avesse in Salvatore Greco la sua destinazione, e che una foratura abbia rovinato i piani di quel giorno. Una versione che indusse perplessità tra coloro che si occupavano delle indagini, in quanto non giustificherebbe la fuorviante presenza della bombola con miccia ben in evidenza, elemento fondamentale per attirare i militari nell’imboscata. Sembra poi che tra le quinte della faida vi fosse anche il ruolo di Buscetta, quale successore dei La Barbera in un primo momento (ipotesi mai confermata dall’interessato), per poi cambiare posizione quando fiutò la loro sconfitta. Il boss dei due mondi confessò però che la faida fu innescata da tale Michele Cavataio detto “Il Cobra“, che avrebbe mandato all'altro mondo un esponente dei Greco per far ricadere la responsabilità sui La Barbera. Dietro a Cavataio sempre secondo Buscetta, vi era un consorzio di boss della zona nord ovest di Palermo che si opponeva al potere della Commissione e a figure come Salvatore Greco.
 Le ombre rimangono comunque e anzi, tendono ad infittirsi man mano che si accavallano le versioni: l’unico fatto certo è che sul terreno restarono i sette uomini delle forze dell’ordine. (4)

Il fallimento della Commissione
Per comprendere la mafia di quegli anni, a volte non ha un grande peso sapere i nomi di vittime e assassini, ma capire che nel caos di bombe, sangue e violenze, forse neanche i mafiosi sapevano cosa stava accadendo, lasciandosi trascinare in un “fiume di sangue al buio“.
 L’opera della famosa Commissione di Buscetta poi era risultata fallimentare, incapace di gestire politicamente gli eventi. Essa doveva, secondo la ipocrita versione del suo promotore, agevolare “il lavoro imprenditoriale“ salvaguardando gli interessi di tutti nel commercio di eroina, ma finì per divenire come le bombe e i mitra uno strumento di potere, un elemento di conflitto tra i boss capi famiglia. Si scatenò uno scontro tra chi deteneva il controllo del Governo Ombra dello stato mafioso, e i singoli boss che volevano controllare gli interessi in ambito territoriale. Boss emergenti come i La Barbera, smaniosi nella conquista di maggior potere e denaro dal traffico di stupefacenti, si illusero di avere la meglio sul potere centrale, privato in parte in quegli anni dell’appoggio di Cosa Nostra americana.
Nello stesso periodo in cui esplose la prima guerra di mafia infatti, il Presidente Kennedy inasprì la lotta a Cosa Nostra d’oltre Atlantico. Egli nel 1961, nomina il fratello Robert a capo di una “Sezione Criminalità Organizzata”  e “Divisione Fiscale“ contro la malavita organizzata. Tra il 1961 e il 1963 triplicano i verdetti antimafia e nel 1964 questi raddoppiarono ulteriormente. Se nel 1959 vi erano 400 agenti dell’FBI impegnati contro la minaccia interna comunista e solo 4 per i reati di stampo mafioso, nel 1963 questi ultimi arrivano a 140 unità. La campagna di Kennedy creò scompiglio tra le file dell’organizzazione, allentando l’influenza della mafia americana su quella siciliana e sulla Commissione, suggerendo quindi a uomini come La Barbera di tentare il colpo di mano.
Angelo La Barbera verrà arrestato nella primavera del 1963, mentre era ricoverato in un ospedale milanese a seguito dell’attentato di cui era rimasto vittima. Si dichiarò estraneo a qualsiasi fatto, ma nel 1968 venne condannato a 22 anni di prigione per la sua partecipazione agli eventi relativi alla prima guerra di mafia. Nel 1975 venne raggiunto tra le sbarre da una sentenza di altro genere dal carattere rigidamente definitivo, e fu assassinato a pugnalate nel cortile nel carcere. (5)

La reazione del Paese
Forse l’insieme di tutti questi elementi può non essere sufficiente a spiegare la prima guerra di mafia, o a fare chiarezza su quella che fu la natura della strage di Ciaculli, ma di certo le conseguenze di quel massacro, furono per la mafia molto pesanti e inequivocabili. La reazione del Paese fu di totale indignazione. Ai funerali parteciparono oltre 100.000 persone, e da quel istante la mafia sarà un’entità impressa negli occhi di molti più italiani. Le istituzioni non avevano scelta: la risposta non poteva che essere senza precedenti. Le forze dell’ordine scatenarono un attacco frontale che trovava trascorsi simili solo nelle lontane ed eclatanti operazioni condotte dal prefetto fascista Cesare Mori. L’intera area di Ciaculli fu il teatro di rastrellamenti in vasta scala. Una regione di agrumeti e vigneti di meravigliosa bellezza, dove le loro radici erano piantate nel terreno forse meno in profondità di quanto lo fosse la cultura mafiosa. Traspariva da parte di alcuni organi di stampa, l’amarezza per una reazione tardiva e compiuta più per le pressioni dell’opinione pubblica che per volontà politica. Si era dinanzi ad una realtà conosciuta da sempre e da tutti.
La sommatoria delle varie operazioni portò all’arresto di oltre 2000 persone e la polizia secondo le parole di Buscetta sembrava “impazzita“. La mafia in risposta, fiutò il momento critico e arretrò sulla difensiva fino quasi a sparire dalla circolazione. Nell’estate del 1963 la Commissione decise di sciogliersi e secondo altri pentiti, le “famiglie“ azzerarono a tal punto le loro attività, che quasi non si riscuoteva il pizzo. Negli anni successivi i delitti di mafia si avvicinarono a quota zero e tanti boss scapparono all’estero. Salvatore Greco fuggì in Svizzera e quindi in Venezuela; Tommaso Buscetta emigro anch’egli in Svizzera, per poi prendere la via del Messico, del Canada e degli Stati Uniti. Molti uomini d’onore mutano carriera all’interno dell’organizzazione: escono dal ruolo di “statisti del governo ombra“ per divenire “uomini d’affari internazionali, provvisti di una struttura militare “.
Il sistema politico tornerà ad essere “l’attore principale della storia della mafia“.
La strage di Ciaculli è per sempre rimasta senza colpevoli ed è tuttora un caso insoluto. (6)

Gli albori di un movimento antimafia
Per tutti coloro che desideravano gridare ad alta voce il loro dissenso verso la mafia, gli anni che precedettero la strage di Ciaculli furono definiti “deprimenti“. La mafia costituiva un tema da eludere in ogni ambito, e quasi si continuava a negarne l’esistenza.
Tra i pochi a rompere il silenzio furono in Sicilia i giornalisti di una testata indipendente di sinistra, L’ORA di Palermo. Nel 1958 il quotidiano iniziò a pubblicare una serie di articoli inchiesta sui contatti tra politici locali e boss mafiosi. La sede venne colpita da un attentato, ma nonostante la bomba l’indagine giornalistica non si fermò. Agli inizi degli anni ’70 due suoi cronisti, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato, saranno assassinati per la loro “devozione al mestiere“. Un lieve spostamento a sinistra del baricentro del sistema politico italiano, provocato da un frazionamento all’interno della Democrazia Cristiana, unito all’idea di coinvolgere al governo il Partito Socialista Italiano, creò le condizioni perché da più parti si richiedesse con forza l’istituzione di una Commissione Parlamentare Antimafia. Il coro di voci che si eleva contro la mafia assume maggiore consistenza, anche grazie alle coraggiose inchieste dell’Ora e a opere letterarie come “Il giorno della civetta“ di Leonardo Sciascia. Un gruppo di italiani ristretto ma solido, comincia a leggere e ad interessarsi stabilmente del problema. (7)

Nasce la Commissione Antimafia
La serie di omicidi che insanguinò la Sicilia nel corso della prima guerra di mafia, e l’ondata di indignazione per la strage di Ciaculli, forniranno la spinta finale perché la politica italiana compia un atto non solo simbolico. Una settimana dopo Ciaculli, la Commissione Parlamentare Antimafia inizia i suoi lavori. Era la prima inchiesta ufficiale condotta dallo Stato italiano contro l’organizzazione mafiosa, dopo il 1875. La triste realtà raccontata impietosamente da questi semplici dati, troverà conferma negli anni che verranno. Le premesse iniziali sembrarono buone e nel primo mese di lavoro, la Commissione elaborò il progetto di una riforma legislativa specifica per combattere la criminalità organizzata, ma il fuoco di paglia si esaurì in fretta. La spinta rallentò rapidamente, e quello che doveva essere un “maglio perforante“ contro la mafia, si ridusse ad un “placido strascico“ per i successivi 13 anni. Questo organismo divenne un “tedioso elemento permanente“ della vita politica.
Come in molte altre circostanze della sua storia, l’Italia appare non come una flotta di navi che naviga compatta nella stessa direzione, ma come tante barche impegnate in una privata regata personale. La Commissione viene lacerata da interessi privati e di fazione, e il vocabolo mafia diventa un’arma politica pronta per essere sfruttata dimenticando l’obbiettivo ultimo: combatterla. Basti pensare che personaggi come Vito Ciancimino (uno dei padri del Sacco di Palermo), dovette dimettersi nel 1964 a causa di ciò che emerse dal lavoro della Commissione Antimafia, ma nel 1970 riuscì clamorosamente a farsi rieleggere sindaco di Palermo. Lo scandalo che ne seguì lo costrinse a nuove dimissioni, ma rimase “dietro le quinte del potere“ fino alla prima metà degli anni ’80, quando verrà arrestato. La riforma legislativa speciale poi, partorì un incredibile autogol: in base alle “norme del soggiorno obbligato“, decine di mafiosi furono spediti in varie parti del paese, con lo scopo di allontanare il boss dal suo territorio. Il risultato fu che questi allacciarono reti di contatti anche nelle nuove residenze, creando le premesse per l’attuale situazione: la creazione di una capillare rete mafiosa operante in tutta la nazione. (8)

Le conclusioni
Molti membri della Commissione erano uomini che cercarono di rendere questo organismo uno strumento che agisse nell’interesse nazionale, ma il loro operato non fu agevole. Pensate che nel 1972 entrò in carica un nuovo governo e tra le sue fila vi erano figure come Salvo Lima (Sottosegretario alle Finanze), e Giovanni Gioia (Ministro Poste e Telecomunicazioni). Uno dei sostenitori di Gioia venne persino nominato Commissario Antimafia, quando mesi prima era stato indagato dalla stessa Commissione. L’interesse nazionale di combattere la mafia, venne congelato dallo spirito di fazione. Nel 1976 l’Antimafia terminò il suo lavoro, partorendo una montagna di carte tra rapporti e relazioni, provvisorie e finali. Dalle tante pagine emergeva della mafia “ l’uso sistematico della violenza inaudita e cruenta”; il suo “rapporto parassitario con il mondo degli affari“; i suoi “legami con il governo locale e nazionale“;  il “tacito accordo che esiste tra le cosche anche quando si combattono senza esclusioni di colpi“. Le conclusioni furono contraddittorie, e anche se contennero tutto il necessario per farsi una idea abbastanza chiara di tutte le correlazioni del crimine mafioso, costituirono una mole di documenti troppo vasta per raggiungere il fine previsto: portare alla luce le “connessioni politiche“ promesse alla partenza.
Se rapportati alle attese e alle speranze del 1963, i risultati furono molto deludenti, ma bisogna riconoscere che la Commissione Antimafia contribuì a formare la consapevolezza collettiva sul problema. Ad uno zoccolo di persone non nutrito ma compatto, non era più possibile dire che la mafia non esisteva. In conclusione, il risultato di 13 anni di lavoro consisteva nella comparsa di in un rischio di immagine prima inesistente, per tutti i politici o funzionari pubblici apertamente collusi con la mafia. Per l’intera schiera di connazionali onesti non si poteva parlare di un autentico successo, ma quanto meno era un risultato conquistato attraverso mezzi democratici che entrava di diritto nel patrimonio culturale dell’antimafia del nostro paese. (9)

Una giustizia ancora inadeguata
Nel dicembre del 1968 giunse la sentenza del processo istituito a Catanzaro sui delitti della prima guerra di mafia. Alla sbarra finirono 117 imputati. Il verdetto colpì duramente una manciata di eccellenti mafiosi (Pietro Torretta 27 anni; Angelo La Barbera 22 anni e 6 mesi; Salvatore Greco e Tommaso Buscetta 10 e 14 anni in contumacia), ma si risolse con pene per reati minori nella stragrande maggioranza degli altri casi. In tanti beneficiarono di una scarcerazione immediata.
Nelle motivazioni della sentenza, emerge come i giudici non siano riusciti ad interpretare al meglio l’essenza mafiosa. Un risultato che replica quello ottenuto nel 1901 dopo l’indagine condotta dal prefetto Sangiorgi, ma manca in questa circostanza, l’attenuante di una magistratura fortemente collusa. La mafia non viene inquadrata come un'unica struttura, ma come un insieme di molte “associazioni indipendenti“. Manca l’individuazione di regole e metodi comuni a tutti gli affiliati, e riemergono chiavi di lettura trite e ritrite come quella che definisce Cosa Nostra “un atteggiamento psicologico o la tipica espressione di uno sconfinato individualismo” , quale sfondo della evidente delinquenza collettiva. Si accetta ancora che la sostanza mafiosa sia ancora “una idea e non una cosa“.
Alla luce di questa nuova sconfitta della giustizia, determinata più dall’inadeguatezza che dalla immoralità, il contributo che fornirà tra diversi anni Tommaso Buscetta diventerà di enorme importanza. Attraverso le sue parole il giudice Falcone e l’intero paese, acquisiranno quella che sarà la moderna interpretazione della struttura mafiosa. Senza le confessioni dei pentiti o le testimonianze dirette, è risultato impossibile avere la percezione di una tale ramificazione convergente ad un unico vertice. Nel processo di Catanzaro come tante altre volte in passato, tanti testimoni nel tempo ritrattarono, attanagliati dalla paura per vendette e ritorsioni, su se stessi, familiari, o attività economiche. Vengono così a mancare gli strumenti per nutrire la giuria con materiale probatorio inconfutabile, e cade nel vuoto la ricostruzione della rete di collegamento mafiosa nel territorio.
Non cadrà nel vuoto invece, la sentenza di colpevolezza presa di comune accordo da varie famiglie, che emisero nei confronti di Michele Cavataio nel dicembre del 1969. Colui che fu uno dei sicuri colpevoli del bagno di sangue che dilagò tra il ’62 e il ’63, venne crivellato di colpi da un commando di sicari vestiti da poliziotti. Fu per molti questo, l’atto conclusivo della prima guerra di mafia.
Cosa Nostra intanto, dopo la pausa imposta dall’atto di forza dello Stato degli anni sessanta, si preparava ad un ritorno in grande stile. (10)
 

Note

(1), (2), (3), (4), (5), (6), (7), (8), (9), (10), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “La prima guerra di mafia e le sue conseguenze” – pagine 321…346


 

 


 

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