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La storia della Mafia Siciliana


Capitolo 8 - La rinascita dopo la guerra

Gli Alleati sbarcano in Sicilia
Quando il 10 luglio del 1943, 160 mila soldati americani e inglesi sbarcarono sulla costa sud est della Sicilia, si era al cospetto di un evento chiave della 2° Guerra Mondiale. Quella che in codice fu ribattezzata “Operazione Husky“, avrebbe cambiato il corso del conflitto e consisteva nella prima invasione diretta di un paese dell’Asse. Ai primi 160.000 militari ne seguirono altri 300 mila che avanzando a ventaglio verso nord e ovest, liberarono l’isola in poche settimane. Il peso del contributo mafioso a favore dell’intelligence alleata, ha generato leggende accavallatesi nei decenni. Vi fu chi sostenne che gli Stati Uniti coinvolsero la mafia siciliana tramite quella americana, e che persino figure come Lucky Luciano ebbero un ruolo, ritenendo la sua scarcerazione con esilio del 1946, il premio per il buon lavoro svolto. La nebbia al riguardo non solo non è mai stata dissolta, ma ha finito per infittirsi nel tempo. La dietrologia è divenuta quasi una scienza per chi della storia ne ha fatto un uso strumentale. Il complotto tra mafia e servizi segreti, CIA e politici corrotti, resta tuttora materia di dibattito. Secondo diversi storici permane poco credibile che gli alleati abbiano consegnato nelle mani di loschi figuri, i segreti di una operazione così vitale. L’opinione di altri è diametricamente opposta, in quanto i canali malavitosi che da decenni collegavano le due sponde dell’Atlantico, suggerirono ai militari americani come naturale questa soluzione.
Per le caratteristiche della mafia e per la natura del corso degli eventi, è più lecito pensare che l’organizzazione malavitosa sia rinata grazie alla brutalità e ai contatti con i quali si è insinuata tra le fila della democrazia che in Italia stava riformandosi. E’ altrettanto vero che l’opportunismo tipico mafioso, amplificato dalla fame di riscatto dei tanti uomini d’onore reduci da un ventennio difficile, abbia indotto molti picciotti a mettersi ad iniziale disposizione del nuovo potente di turno. (1)

Primi passi di un risveglio
La gente di Sicilia era generalmente stanca del fascismo e gli americani furono accolti con gioia. Un calore accentuato anche dal sentimento che da anni si nutriva per l’amica America, legata ai siciliani dagli immigrati con i loro racconti, e purtroppo da interessi di natura criminale. La mafia non perse tempo e approfittò del caos bellico per muovere i primi passi del suo risveglio. In quei giorni furono molti i neo sindaci eletti in poche ore alla guida delle comunità appena liberate. Tra questi diversi gli uomini d’onore, che secondo testimoni, vennero portati in spalla da una folla festante al grido di “viva la mafia“. Non fu isolato assistere alla sparizione da uffici di carabinieri e polizia, di quei documenti che legavano questi personaggi, a reati di vario tipo commessi prima della guerra. La mafia si “preparava al futuro cancellando il passato“. Senza alimentare tesi di complotti oltre il necessario, la cosa più probabile fu che i soldati alleati man mano che liberavano paesi e città, cacciavano le autorità fasciste per nominare le prime persone che in loco venivano riconosciute dalla gente, magari sotto il consiglio del prete della zona. Esponenti mafiosi assopitisi lungo il fascismo, riconquistarono in fretta le antiche posizioni. (2)

La criminalità organizzata si riafferma
L’isola viene ufficialmente liberata il 17 agosto del 1943 dando il via ai 6 mesi di amministrazione dell’AMGOT (il governo militare americano dei territori occupati). Mussolini nel frattempo era stato arrestato il 25 luglio. La realtà sociale che i militari si trovarono dinanzi era disastrosa. Quattro milioni di siciliani vivevano nell’indigenza. Nelle città mancavano le scorte alimentari, strade e ferrovie erano distrutte dai bombardamenti. La criminalità salì alle stelle e tanti furono gli evasi dalle carceri nel disordine dell’invasione. La malavita si giova dell’assenza di una autorità per trasformare in profitto il mercato nero, fonte di sopravvivenza per tanti. Ella s’impadronisce di armi e inizia a vendicarsi delle figure alleate ai fascisti. Il tutto sotto gli occhi non troppo severi dell’amministrazione americana, che necessita di alcuni uomini d’onore  “non istruiti ma influenti“, per organizzare il dopo liberazione. La mafia si attiva per costituire “un attendibile strumento di governo locale“, e lo stesso sindaco di Palermo da settembre ’43, sarà un certo Tasca Bordonaro, definito da “ Nick Gentile ” ( boss della mafia americana) come un “membro dell’onorata società“. Le autorità inglesi confesseranno ingenuamente di aver conosciuto tutti i boss dell’epoca, ma la priorità di quei mesi era sì ricostituire l’ordine, ma anche impedire che le forze di sinistra agguantassero il controllo politico della regione. Il caos che i militari della forza d’invasione dovettero gestire in quei mesi, fu assoluto. Non per questo si può sollevare dalle forze alleate, la responsabilità morale ed operativa per non aver soppresso sul nascere la visibile riaffermazione dei già noti sistemi criminosi di quella che essi conoscevano come la “maffia”.
Il fermento politico nell’isola nel frattempo si riattiva. Prende vita il Movimento Separatista, un fronte appoggiato dai proprietari terrieri e dai mafiosi loro alleati. Questi non perdono l’occasione per rispolverare competenze secolari, ed in molti si propongono come sorveglianti dei terreni padronali in cambio di protezione. Nel gennaio ’44, in vista del ritorno della Sicilia sotto l’amministrazione di un governo italiano con base nel meridione previsto per febbraio, riprendono ufficialmente le libere attività politiche sospese sotto l’egida dell’AMGOT. Mafia e Separatisti  hanno ricreato quella struttura per ambire al ruolo di successori naturali degli americani. (3)

L’aggressione a Girolamo Li Causi è l’emblema di un clima politico che s’incendia
Nell’autunno del 1944, il Ministro dell’Agricoltura (di sinistra) del fresco governo di coalizione italiano, approvò delle riforme in politica agraria che tra le altre cose prevedevano la cancellazione degli intermediari e affittuari dei terreni. I braccianti e i contadini affamati sentirono il potere centrale più vicino a loro, rinverdendo gli antichi sogni dei Fasci di Bernardino Verro. Come era prevedibile purtroppo, il nuovo esecutivo nazionale si rivelò incapace di far fronte ad una simile polveriera. Come accadde dopo la 1° Guerra Mondiale, i padroni della terra chiesero alla mafia di usare la forza, creando i presupposti per un conflitto di natura politica e sociale. Il clima s’incendia e gli scontri tra mafia e padroni da un lato, e socialisti, comunisti e lavoratori dall’altro, assumono connotati di violenza assoluta. Comizi di sinistra divengono teatro di attentati a colpi di bomba a mano e armi da fuoco come a Villalba, dove rimase ferito il leader regionale comunista Girolamo Li Causi. Un episodio questo, che conquistò rilevanza nazionale, anche per il luogo che fu teatro di una vera aggressione di massa da parte di uomini armati contro semplici manifestanti. Villalba era il feudo di Calogero Vizzini, per tutti “don Calò”, ritenuto da molti il numero uno della mafia dell’immediato dopoguerra. Egli costituì l’emblema della potenza mafiosa dell’epoca. Figura conosciuta e rispettata anche dagli americani, riferimento quale modello cristiano per gli ecclesiali, e dispensatore di favori per l’intero territorio circostante. Il 16 settembre del 1944, Li Causi ed altri compagni giunsero in paese a bordo di un camion. Furono ricevuti da don Calò in persona che cercò di allontanarli con suadenti inviti. Il leader comunista non era tipo da lasciarsi intimidire. Di origini siciliane, aveva appena trascorso buona parte degli ultimi venti anni nelle galere di Mussolini prima, e a dirigere la resistenza antifascista a Milano poi. Era tornato nella sua terra da poche settimane, con il fermo intento di ridare voce agli sfruttati. Oratore dai toni pacati e modi composti, sapeva conquistare le masse grazie al carisma e a un linguaggio semplice da tutti fruibile. Un verbo quale fusione tra dialetto ed italiano in grado di raggiungere anche i moltissimi sprovvisti di una qualsiasi istruzione. Gli oppressi e vessati contadini di Villalba vennero catturati come altrove dai contenuti del discorso di Li Causi, parole che narravano di quella amara verità fatta di fame ed ingiustizie, pane quotidiano che in molti erano costretti ad ingoiare. Furono proprio i calorosi cenni di assenso dei presenti al suo comizio che innescarono la rabbiosa e violenta reazione degli uomini di Vizzini. Le urla di disappunto dei mafiosi si mescolarono alle proteste di chi voleva che Li Causi continuasse a parlare, ma quando iniziarono a fischiare le prime pallottole, scoppiò il parapiglia. Li Causi rimase coraggiosamente in piedi tentando di riportare i presenti alla ragione. Fu il prologo alla mano del nipote stesso di don Calò che lanciò verso l’oratore una bomba a mano. Il leader operaio cadde a terra ferito ad una gamba. Per contrasto l’esplosione raggelò tutti i presenti ed in breve ritornò la calma. Sul terreno oltre a Li Causi rimasero altri quattordici feriti. Nei giorni successivi, Calogero Vizzini si offrì ipocritamente di riparare il camion dei comunisti, crivellato di pallottole, nonchè porse le sue scuse ufficiali al capofila comunista, ma oramai l’obbiettivo era raggiunto. Con la violenza si era intimidito la controparte, nel pieno di un periodo dove la fine della guerra doveva secondo gli slogan dell’epoca, ricondurre ad un futuro di democrazia e libertà. Vizzini venne incriminato quale responsabile dell’aggressione armata e giudicato colpevole, ma solo tre anni più tardi nel 1949. Egli per evitare gli esigui rischi di una incarcerazione si diede alla macchia. Nonostante la condanna venne confermata nel 1954, il potere e le giuste amicizie gli garantirono un successivo atto di clemenza che di fatto sancì la sua impunità. Il suo destino era comunque segnato e nell’estate sempre del 1954, Calogero Vizzini spirò tra le braccia del nipote.
Quanto accadde a Villalba fu il primo di una lunga serie di attacchi mafiosi ad attivisti politici, sindacalisti e contadini: i morti si contarono a dozzine fino ai primi anni ’50. I movimenti dei lavoratori furono in Sicilia ma non solo, repressi nel terrore, senza che la giustizia come da copione consolidato, punisse colpevoli o mandanti. Il panorama politico italiano è alle porte di quella trasformazione che segnerà i successivi 40 anni. (4)

Nasce la Democrazia Cristiana: potere politico e “ potere informale “ si rinsaldano
Le forze di Cattolici e Chiesa confluiscono nel 1947 in un nuovo soggetto politico: la Democrazia Cristiana. Sarebbe molto semplice limitare a questa concisa sintesi, la genesi di quella che diverrà la forza destinata a dominare la nostra scena per oltre un quarantennio. L’avvio della guerra fredda, e lo spauracchio di un PCI (Partito Comunista Italiano) affermatosi come il partito comunista più forte dell’Europa Occidentale, spinsero forze sociali e imprenditoriali più “moderate“ con il fondamentale sostegno del Vaticano, a identificarsi in uno schieramento alternativo. Nella campagna elettorale per le politiche della primavera del 1948, le prime libere dopo il fascismo, chi credeva nella famiglia, nella pace sociale e temeva i comunisti, era spinto a votare DC. Un vasto consenso ne sancì il  trionfo. Alle spalle di questa delicata fase della vita politica del dopo guerra, e a proposito della conquista del potere in Italia, emersero nei decenni seguenti retroscena inquietanti. Fu lungo l’elenco di episodi oscuri che chiamavano in causa servizi segreti e forze occulte anche di paesi stranieri, sui quali vera luce non fu mai fornita.
Se da un lato il sentimento che ispirò molte persone a identificarsi in questo partito era mosso da genuine aspirazioni, la Democrazia Cristiana sarebbe di lì a breve divenuta sinonimo di potere clientelare ai massimi livelli. La mafia comprese tutto in anticipo e non si nascose al pubblico. La campagna elettorale in Sicilia vide molti boss mafiosi esporsi apertamente con i candidati DC, a manifestare come il potere politico e il “potere informale“ fossero allineati. La DC realizza l’unione di molte fazioni presenti sul territorio siciliano, tutte legate a clientele. Si riannodarono quei rapporti tra “criminali e politici“ sospesi in forma estesa con il fascismo. La democrazia in Italia aveva rivisto la luce, ma con essa riapparve in tutta la sua forza il ruolo di mafia a “governo informale della Sicilia“. (5)

La “Famiglia“ con  le sue regole  torna alla luce del sole
Palermo e l’intero territorio circostante, riacquisirono nel dopoguerra il titolo di fulcro dell’attività mafiosa. Il rifiorire alla luce del sole di tutti gli aspetti a lei legati, comportò la ripresa della lotta per il potere tra le fazioni. Il concetto di “Famiglia“ viene ereditato dai cugini americani, e vi sono regole precise che determinano l’adesione ad un clan di più componenti della stessa famiglia di sangue. Tra i membri di una “Famiglia” ad esempio, non possono aderire più di 2 figli dello stesso padre, e il figlio di un uomo ucciso nelle lotte interne, non può entrare in un clan perché non sono ammesse vendette fini a se stesse. In questo sistema il prestigio di un boss è legato ad un mix di forza e clemenza. Come ricordava anche “Cola Gentile” nella sua biografia, il prestigio accresce se oltre alla crudeltà espressa nella forza delle azioni, la gente riconosce nell’uomo d’onore l’attaccamento ai familiari e ai parenti, e l’attenzione alla loro tutela nel fisico e nell’onore. Gesti di appariscente indulgenza come quelli diretti ad un clan fino ad un attimo prima massacrato, costituivano l’altro lato della medaglia di un insieme di regole non scritte, fondamenta essenziali per una dinastia che aspirava a dominare la scena per decenni.
Ciaculli, località famosa per le sue piantagioni di mandarini e per un cruento atto di sangue che salirà alla storia anni dopo, fu il teatro nel 1946-47 di una faida sanguinosa tra 2 famiglie Greco, eredi di un Greco già nominato a fine ‘800 nel Rapporto Sangiorgi. L’alibi dell’onore famigliare da difendere per vendicare “offese“ o il sangue versato in passato, fu utilizzato per giustificare atti violenti al fine del controllo del territorio.
Il vincitore della guerra di Ciaculli, “Piddu il Tenente“ (per i suoi trascorsi di guerra), vedrà il figlio Michele Greco divenire dopo 30 anni un “Capo dei Capi“. Il suo incedere elegante, il suo stile misurato e nobile nell’uso della parola che lo portava ad esprimersi per massime o parabole, gli garantiranno il nome d’arte de “Il Papa“. Dagli antenati egli eredita le maniere e la forma con cui conduce le sue attività. Un insieme di modi in grado di amplificare l’aurea che circonderà un uomo, capace nel tempo di farsi amare e rispettare da mafiosi comuni, di rango e politici. (6)

Salvatore Giuliano e la strage di Portella della Ginestra
Il rapporto tra mafia e banditi e stato sin dalle sue origini intorno alla metà dell’800 assai contrastato. Questi venivano protetti se utili alla causa o consegnati alla polizia se fonte di problemi. La storia di Salvatore Giuliano ritenuto “l’ultimo bandito“, non si sottrae a questa regola. Nato da famiglia contadina a Montelepre, 15 km a ovest di Palermo, commette il primo omicidio appena ventenne. La vittima fu un carabiniere che lo sorprese con un sacco di grano tolto al mercato nero. Negli anni si circonda di una sua banda per inanellare una lunga serie di rapine, furti, rapimenti e omicidi. Sommando le vittime “naturali” dei suoi crimini alle vendette su nemici e traditori, pare arrivò ad uccidere oltre 400 persone.
La mafia lo utilizzerà come braccio armato proteggendolo con l’intervento di politici e poliziotti collusi. Attorno al suo nome si costruì un aurea leggendaria, e dopo la sua scomparsa si sprecarono le biografie in suo onore, anche se l’omaggio più significativo rimane forse il film capolavoro di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano“.  A differenza di altri banditi Giuliano si schierò politicamente, e questo lo portò a combattere per la causa separatista prima, e contro i movimenti comunisti poi. Fu in questo modo capace di riciclarsi e conservarsi tra i non sacrificabili per la mafia, ma alla guerra contro il comunismo sarà legato il suo destino.
Le elezioni regionali dell’aprile 1947, videro i comunisti in Sicilia vicini al 30%. Per festeggiare il fresco successo elettorale il 1 maggio a Portella della Ginestra, una spianata tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato, si raduna una folla composta da intere famiglie. Uomini e donne, anziani e bambini, che festanti vogliono trascorrere una giornata tra balli, canti e cibi tradizionali.  Alle dieci e un quarto del mattino, mentre sul palco sta per salire il leader locale della Casa del Popolo, una serie di scoppi rumorosi irrompe tra la gente. In molti pensano al fuoco di mortaretti ma quando i proiettili sparati dalle armi di Salvatore Giuliano e la sua banda colpirono le prime vittime, la folla in preda al panico iniziò a disperdersi cercando un improbabile rifugio dietro a palco e animali al seguito.  Dalle alture circostanti una pioggia di fuoco si abbatté sui civili inermi per lasciare sul terreno undici cadaveri. Un inferno di soli pochi minuti, ma che segnerà per sempre la vita di chi era sulla piana quel giorno. Tra le vittime Serafino Lascari di anni 15; Giovanni Grifò di 12 anni; Giuseppe Di Maggio e Vincenzo La Fata 7 anni. Vi furono anche 33 feriti alcuni dei quali in modo grave con gli arti maciullati dalle pallottole. 

Dopo “Il caffé”, la certezza del silenzio
L’indignazione di tutti fu immensa, ma Giuliano rimase libero per altri 3 anni. Smorzata dal predominio DC, la lotta comunista si raffreddò e con essa l’esigenza della violenza per minarla. “L’ultimo bandito“ continuò a colpire i contadini, ma uno alla volta i suoi uomini furono catturati. Il processo istituito a loro carico doveva fornire a tutto il paese la realtà dietro alla strage, ma nell’estate del 1950 Giuliano venne trovato cadavere, ucciso probabilmente dal cugino e braccio destro Gaspare Pisciotta. Una volta arrestato si concentrò molta attenzione attorno al suo nome: questi era l’unica persona che poteva svelare la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Pisciotta venne condannato all’ergastolo per i reati commessi nella banda di Giuliano, in riferimento alla strage del 1 maggio 1947. Nel corso del processo tenutosi a Viterbo esternò dichiarazioni che generarono sconcerto ed imbarazzo: “Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo”.  Con il tempo si scoprì che ai tempi della banda, Pisciotta godeva di un salvacondotto firmato da un colonnello dei carabinieri, con il quale poteva scorazzare liberamente per tutta la Sicilia. Altrettanto stupore sorse quando fu accertato che l’uomo, soffrendo di tubercolosi e necessitando di cure mediche, fu anche visitato da un medico sotto la custodia di un altro ufficiale. Una volta emessa la sentenza, il cugino del bandito Giuliano si dedicò in carcere alla scrittura, deciso a raccontare la sua verità in una auto biografia. Ottenuto un contatto con uno dei magistrati istruttori poi, si mostrò disponibile a rivelare elementi finora taciuti. Si diffuse la sensazione che quelle esternazioni relative ad una collusione mafia, banditi, Stato, prima ritenute quasi deliranti, erano divenute credibili e terribilmente pericolose. Fu con ogni probabilità questo il segnale che fece scattare l’allarme in chi temeva ulteriori tardive confessioni. Non vi era tempo da perdere e non gli venne lasciato. Il 9 febbraio del 1954 Gaspare Pisciotta detenuto al carcere palermitano dell’Ucciardone, muore in preda a lancinanti spasmi dopo aver bevuto una tazza di caffé, bevanda nella quale la vittima riteneva di aver aggiunto una medicina per la sua tubercolosi. I sintomi da avvelenamento furono evidenti, e apparirà chiaro a tutti quanto per nulla casuale risultò la contemporanea scomparsa della auto biografia. 
La decisione di eliminarlo all’interno del carcere da oltre un secolo fulcro della scuola di vita mafiosa, fa ritenere che la stessa sentenza di morte abbia goduto quantomeno del benestare dell’onorata società. Costoro erano di certo tra i primi della lista a nutrire l’interesse che alcune verità non emergessero, ma non gli unici.
I fatti attorno alla morte di Salvatore Giuliano si fondono a ciò che man mano negli anni emerse sulla strage: tutti elementi che indussero ad una serie di congetture senza una verità accertata. Il bandito Giuliano fu ucciso perché dietro alla strage di Portella della Ginestra potevano celarsi nessi molto pericolosi per tanti. Gli indizi raccolti e i fatti riportati negli anni da numerosi testimoni, legarono alti funzionari dello Stato e della Polizia al bandito, nelle ore subito precedenti e successive la strage. Recentissimi esami balistici su bossoli e proiettili, hanno sollevato il dubbio che tra le armi che spararono quel tragico giorno, vi fossero modelli utilizzati anche da forze dello Stato.
Forse le solite “forze occulte“, volevano punire la vittoria “rossa“ alle recenti elezioni. (7)


Note

(1), (2), (3), (4), (5), (6), (7), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Guerra e rinascita” – pagine 245…281

 

 


 

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