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Home1 » Le mafie » Le motivazioni della sentenza Dell'Utri  

Le motivazioni del processo al Senatore PDL

Dell’Utri “canale di collegamento”con Cosa Nostra

di Ermanno Bugamelli

Depositate le motivazioni della sentenza d'Appello del processo al Senatore del PdL. Gli elementi che secondo la magistratura hanno allacciato Cosa Nostra alla sfera Fininvest hanno origini datate e sono oggetto da anni di controversie giudiziarie e scontri politici. Un contenzioso che ha registrato una nuova pagina con la sentenza di Appello al processo Dell’Utri del 29 giugno scorso, dibattimento conclusosi con la sua condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Si è trattato del secondo grado di giudizio, a cui il senatore del PdL era ricorso dopo i nove anni inflittogli in primo grado l’11 dicembre 2004.
Nelle motivazioni della sentenza depositate in cancelleria dal collegio dei giudici di Palermo presieduto da Claudio Dall’Acqua il 19 novembre 2010, l’imputato viene ritenuto quale “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Dell’Utri per i magistrati “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. Nel concreto l’imputato avrebbe permesso ai boss di “agganciare” per diversi anni l’imprenditore emergente Berlusconi, che di lì a breve avrebbe fondato un vero impero economico e finanziario. Per questa ragione la Corte ha ritenuto “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Una sentenza di Appello che comunque accoglie solo parzialmente le richieste dell’accusa che per l’imputato pretendeva una condanna a 11 anni di reclusione.

Mangano da “stalliere” a “garante”
Rilevante anche il ruolo ascritto a Vittorio Mangano. Nelle motivazioni si legge come egli fu assunto nella villa di Arcore da Dell’Utri quale “stalliere” con competenze che esulavano dalla veste di curatore della popolazione equina, ma con il compito di assicurare protezione a Silvio Berlusconi. Viene quindi ritenuto credibile il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, che ha fornito una ricostruzione dettagliata del apparato di “relazioni” stretto da Dell’Utri con Cosa Nostra. Al centro della sua testimonianza un incontro tenutosi a Milano “negli uffici di Berlusconi”. Correva l’anno 1975 ed alla riunione intervennero unitamente a Dell’Utri, i boss Gaetano Cinà, Girolamo Teresi e Stefano Bontade che all’epoca vestiva il ruolo di “uno dei più importanti capimafia”. Mangano ad Arcore quindi, avrebbe per i giudici consentito l’avvicinamento a Berlusconi, “imprenditore milanese in rapida ascesa economica”, garantendone l’incolumità, e “avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni”. Berlusconi avrebbe sborsato “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai familiari”. Tali versamenti sempre secondo la Corte,  si sarebbero collegati con altri tesi a garantire “la messa a posto” dell’azienda Fininvest che a partire dagli albori degli anni ’80 aveva attivato alcune emittenti televisive in terra siciliana.

 

Nessun “patto di scambio”
Rispetto alla sentenza di primo grado vengono depenalizzati due anni in quanto Dell’Utri è stato condannato per i reati a lui attribuiti fino al 1992, e assolto per quelli successivi. Secondo la magistratura infatti, “non è stato provato il patto di scambio” di natura politico mafiosa che l’accusa sosteneva esistente dal 1994. Non risulta infatti dimostrabile con certezza come si evince nella motivazione, “né che l’imputato Marcello Dell’Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso, né che tali pretesi impegni, il cui contenuto riferito da taluni collaboranti (generica promessa di interventi legislativi e di modifiche normative) difetta di ogni specificità e concretezza, siano stati in alcun modo rispettati ovvero abbiano comunque efficacemente ed effettivamente inciso sulla conservazione e sul rafforzamento del sodalizio mafioso”. Per le suddette ragioni il senatore del PDL è stato assolto da questi capi d’imputazione. Non vengono ritenute sufficientemente credibili e corredate di riscontri le testimonianze del pentito Gaspare Spatuzza, che con le sue deposizioni aveva ipotizzato l’asse Dell’Utri-Berlusconi coinvolto nell’intreccio mafia politica nella stagione post stragista del 1992-93. Teoria misconosciuta da un’altra firma autorevole dell’entourage mafioso palermitano, quel Filippo Graviano che negò categoricamente ogni collegamento mafioso con il centro di potere berlusconiano.
In relazione a Massimo Ciancimino le motivazioni riservano una sezione specifica. I giudici avevano optato di non ascoltare il figlio dell’ex sindaco di Palermo in quanto “La pretesa rivelazione da parte del genitore sui presunti rapporti diretti Dell’Utri-Provenzano, che Massimo Ciancimino aveva peraltro taciuto per oltre un anno e 4 mesi, non era suscettibile di possibile utile approfondimento, oltre che manifestamente tardiva”. Non è solo l’intempestività delle sue dichiarazioni ad aver suscitato dubbi nei magistrati: “Tutte le superiori considerazioni hanno dunque indotto la Corte a dubitare più che fondatamente della credibilità e affidabilità di un soggetto come Massimo Ciancimino” definendolo “autore di altalenanti dichiarazioni che non ha esitato a rettificare o ribaltare nel tempo con estrema disinvoltura” ed inoltre “attribuite alle pretese, ma non verificabili, rivelazioni di un padre defunto”.

Le reazioni
Il contenuto della relazione dei giudici palermitani, come era prevedibile ha suscitato reazioni da più parti. Il senatore PD Giuseppe Lumia, componente della Commissione Antimafia ha sottolineato che “Mentre in Sicilia magistrati e uomini delle forze dell’ordine perdevano la vita nella lotta alla mafia Marcello Dell’Utri faceva da canale di collegamento tra la mafia e Berlusconi. Questo è un fatto incontrovertibile che conferma i legami organici e collusivi tra il braccio destro dell’attuale presidente del Consiglio e fondatore di Forza Italia e Cosa nostra”. 1 Inevitabili le ricadute sull’attuale contesto politico che il Senatore Di Pietro dell’IDV non manca di rimarcare auspicando che “Adesso che anche le sentenze parlano di rapporti ravvicinati tra la mafia e il Presidente del Consiglio, speriamo che si trovino 316 parlamentari che lo sfiducino. Ci auguriamo che ciò avvenga prima che Berlusconi faccia ulteriori danni al Paese e che distrugga completamente la nostra credibilità all’estero”.
La voce del PdL ha il volto di un amareggiato Daniele Capezzone: “Speriamo che la Cassazione faccia giustizia, è una condanna ingiusta. Di più: la Corte d’Appello ha chiarito che non c’è stato alcun patto politico o elettorale con la mafia, e ha smontato una serie di altri teoremi, a partire dalle assurde accuse di Spatuzza
La reazione di Dell’Utri alle motivazioni a suo carico si è focalizzata su “i giudici hanno ricicciato le stesse cose della sentenza di primo grado. Sono sostanzialmente le stesse accuse del primo processo”, rincarando la dose con “E’ una materia trita e ritrita; non c’è nulla di nuovo, sono tutte cose che abbiamo già visto”. Il senatore berlusconiano, si affiderà ai suoi avvocati per ribaltare il giudizio in Cassazione, definendosi “fiducioso” al riguardo.
A margine non si può non sottolineare come la notizia sia scomparsa dai titoli delle edizioni di prima serata di Tg1 e Tg5. Solo un breve accenno è stato dedicato dal telegiornale di Minzolini a circa una decina di minuti dall’inizio del notiziario. Al contrario del Tg7 diretto da Mentana, che nonostante le agenzie abbiano battuto la notizia alle 19:30, ha trovato, nonostante mezzi inferiori, il tempo di inserirla nei titoli di testa e di montare e comporre servizi e filmati dettagliati.

Eroi e resistenti
Altri anni dovranno scorrere quindi prima di vedere scritta almeno sul piano giuridico, la pagina definitiva di questo che è senz’altro il caso contemporaneo di maggiore scalpore ed importanza, tra i tanti del panorama politico nazionale che hanno posto in evidenza l’ancestrale collusione tra mafie ed istituzioni. In questa occasione tra l’altro, i trascorsi del protagonista politico, varcano i confini tra pubblico e privato. Nonostante la sua veste pubblica, Marcello Dell’Utri non ha mai celato l’amicizia di vecchia data con una ingombrante figura di peso dell’universo di Cosa Nostra, come Vittorio Mangano.
Una fedeltà verso il sodale mafioso che l’ex manager di Publitalia non ha mai rinnegato, nemmeno dopo la morte di Mangano incorsa per malattia nel luglio del 2000. In occasione delle dichiarazioni rilasciate alla stampa nel giugno scorso, a seguito della sentenza di Appello, Dell’Utri disse: “Mangano è stato il mio eroe…Era una persona ammalata invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. E' stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui". 2
Lascia perplessi al riguardo, l’utilizzo alquanto discutibile del concetto di resistenza applicato ad un contesto che inquadrava come “resistente” un conclamato boss mafioso condannato per droga, e sospettato di coinvolgimento in un ampio ventaglio di altri crimini. Non può non suscitare motivi di riflessione profonda inoltre, ricordare che Dell’Utri nel passato come nel presente, abbia goduto della indiscriminata fiducia e del pubblico sostegno di Silvio Berlusconi, la figura politica di riferimento al centro dell’ultimo quindicennio di storia nazionale.
Leader che ancora oggi nelle vesti di Presidente del Consiglio, pone al centro della sua propaganda di “uomo del fare”, la guerra indiscriminata alla criminalità organizzata.


Alkemia, 23 Novembre 2010

Fonti

Fonte www.repubblica.it/cronaca/2010/11/19/news/mafia

1, Fonte www.osservatorio-sicilia.it/2010/11/20/

2, Fonte www.laRepubblica.it del 29 giugno 2010

 

 

 


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