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Home1 » Le mafie » "L'ultima cena" di Peppe Ruggiero  
Dall’autore di “Biùtiful Cauntri” Peppe Ruggiero, le ricadute sul cibo delle attività mafiose

Sulle nostre tavole Mafia da mangiare

di Ermanno Bugamelli

 


E’ nota prerogativa mafiosa, non porsi limiti nel selezionare gli ambiti su cui allungare i propri tentacoli alla ricerca di ogni opportunità di guadagno. Pur consapevoli di questo, anche nell’era “post gomorriana” che ha ampliato e di molto il campo di applicazione dei crimini di mafia, nella comune percezione popolare esistono ancora delle zone franche, contesti nei quali anche per i criminali più incalliti e privi di scrupoli, può apparire illogico e autolesionista inquinare e manipolare.
Uno di questi è il cibo, necessità primaria per ogni individuo.
Con il libro “L’ultima cena” (Edizioni Ambiente, 2010), il giornalista e scrittore Peppe Ruggiero (1) annichilisce anche questa illusione, e ci trascina in un allucinante viaggio lungo il “Bel Paese”, alla scoperta delle ricadute sugli alimenti delle attività criminali mafiose.

…Un libro difficile da digerire…
Il volume è arricchito dalla prefazione di Don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di “Libera contro le mafie”, e dall’introduzione di Roberto Morrione, direttore responsabile di Libera Informazione. Per Don Ciotti l’opera di Ruggiero è “…una ricerca attenta, documentata,  approfondita…”, e senza intenti giocosi lo definisce con amara lucidità “...un libro difficile da digerire”. Morrione apre ad una riflessione più ampia ponendo interrogativi su cosa si nasconda all’ombra del dilagare mafioso in ogni contesto: “Cosa sta investendo il nostro paese, corrodendo in profondità la sua anima, cambiando i valori fondanti e la sensibilità del suo popolo, fino a creare quella cortina di indifferenza e di estraneità alle leggi dello Stato e alla morale che al Sud è spesso rassegnata condizione di vita, nella quale le mafie edificano i loro vincenti imperi?
Lo scritto di Peppe Ruggiero colpisce la pancia e raggela l’anima. La mafia che viene raccontata non usa il tritolo, non spara a bruciapelo, non traffica in cocaina o armi, ma inquina ed avvelena terreni, animali ed alimenti, detta le regole sul commercio di beni essenziali e popolari quali pane, carne, pesce, latticini, gelati e caffé. Uomini che a scopo di lucro danno fondo ad una illimitata creatività integralmente al servizio del male. Questa mafia non ha remore, non si pone freni, sfrutta, minaccia, e soprattutto uccide, ma lo fa lentamente, giorno dopo giorno, come lenta è l’azione del veleno che entra nel nostro corpo attraverso il cibo in maniera subdola e silente.
“L’ultima cena” è il frutto di una lunga e accurata ricerca tra atti giudiziari, intercettazioni, ordinanze, che secondo il giornalista costituiscono materiale sufficiente per “fare memoria e azione di denuncia”, ma che invece finisce per essere dimenticato in polverosi angoli degli archivi. A questo “mosaico”, Peppe Ruggiero fonde la personale ricerca sul campo del bravo giornalista d’inchiesta. Il risultato è una rassegna di racconti che sfondano le pareti della immaginazione per inondare le vette della pura angoscia.

Storie di ordinaria follia criminale

Prendono vita storie di ordinaria follia criminale dove il pane e la pizza vengono cotti in forni abusivi o legali, alimentati con il legno delle bare cimiteriali, o trattato chimicamente, o proveniente da scenografie teatrali; un contesto che ha come sfondo la scoperta di tombe profanate nel cimitero di Poggioreale, dove più salme venivano “ritumulate” nello stesso loculo per procurarsi il legno con cui rifornire panetterie e pizzerie.
Si riporta alla luce la dimenticata frode risalente al 2000 del burro alterato dal clan dei Zagaria con oli impiegati nella cosmesi, grassi di origine animale, e derivati di sintesi da idrocarburi. Oltre 22.000 tonnellate di prodotto altamente tossico per il metabolismo epatico, venne distribuito su scala europea coinvolgendo un bacino di oltre 80 milioni di persone.
Ruggiero affonda i colpi sui Casalesi che prima hanno avvelenato il territorio saturandolo di rifiuti tossici, poi le bufale che su quei terreni arricchiti di diossina pascolano, e infine la celebre mozzarella prodotta con quel latte, o con altro di provenienza estera privo di controlli, al quale si aggiunge calce e acqua ossigenata per sbiancare e gonfiare trecce e bocconcini; attacca famiglie come i Contini, gli Schiavone, i Fabbroncino, eredi di una tradizione camorristica nell’alterazione degli allevamenti risalente agli anni ’50, rei di “dopare” con terribili misture di farmaci il bestiame destinato alla macellazione clandestina, al fine di ingrossare oltre ai guadagni pure mucche e bistecche; denuncia l’azione di boss come Giuseppe Misso (Rione Sanità), che imponeva quale refrigerante del pescato, la vendita alle pescherie dell’acqua di mare satura di coliformi fecali pompata dal lungomare napoletano; si lancia contro il racket dei “caparozzolanti”, i pescatori abusivi di cozze e vongole, che alla guida di “drifting” da 300 cavalli, scorazzano nell’inquinata Laguna Veneta presso il petrolchimico di Porto Marghera, per immettere nel circuito dei più prestigiosi ristoranti di Venezia e del Nord, decine e decine di quintali di mitili poco veraci e molto tossici; narra degli orrori emersi dalla operazione “Diomede” dei Carabinieri del NAS di Napoli datata 2006, dove in un organizzato circuito ippico di corse clandestine gestito dai clan, gli animali venivano prima bombati con letali cocktail di anabolizzanti, cocaina e farmaci di ogni genere, Viagra incluso ( ma solo alle femmine), per esasperarne le prestazioni sportive, e poi una volta spompato il cuore, distrutto i tendini e avvelenatogli le carni, i cavalli finivano macellati per rifornire il mercato della loro ricostituente fettina per bimbi ed anziani.
La Camorra ha distrutto e per sempre, quello che era il giardino dell’Eden dell’orto frutta Campano, l’area tra le province di Napoli e Caserta. Coltivazioni di fragole, insalate, finocchi, zucchine, frutteti di mele, pesche e ciliegie  concimate con diossina, ceneri da combustione, oli minerali,vernici e fanghi di scarto, polveri di abbattimento dei fumi siderurgici. Un territorio agricolo che per anni ha subito il versamento di rifiuti tossici di ogni genere. Una quantità che se raccolta in una montagna supererebbe l’Everest come ci ricordava Roberto Saviano. Si stima che solo che solo negli ultimi tre anni, siano oltre 15 milioni le tonnellate sotterrate in vari angoli della regione. Enormi buche scavate nel terreno in cui si è sepolto rifiuti ospedalieri e cimiteriali, scorie di alluminio, cromo, rame, zinco, cadmio. Poi una volta ricoperte, spesso poco e male, sopra quei terreni si è costruito case e coltivato frutta e verdura. A tutto questo si somma la più terribile delle sostanze, l’essenza del selvaggio inquinamento operato da circa un trentennio: il percolato, la parte liquida che i rifiuti urbani rilasciano nel tempo decomponendosi. Un fluido mortale che si forma nel tempo sul fondo delle discariche abusive le quali, prive dei necessari sistemi di contenimento, lasciano penetrare il percolato nel terreno sino alle falde acquifere. Un processo lento e silenzioso che secondo autorevoli studi recenti, raggiungerà il culmine dei suoi effetti mortali solo tra qualche decennio. Tonnellate di rifiuti riposano sotto gli stessi campi da cui si raccolgono oggi come ieri, tonnellate di prodotti agricoli commercializzati in tutto il paese, e consumate sulle tavole di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, alcune di quelle regioni da cui sono giunti i rifiuti velenosi.
Quanto sopra è solo un accenno al corollario di nefandezze narrato da Peppe Ruggiero, un elenco di crimini difficile da metabolizzare, a cui si rifiuta di credere per autodifesa, o perché smarriti e impotenti. Le denunce mediatiche vengono spesso zittite da politica e imprenditoria per le devastanti ricadute economiche ed elettorali. Come inascoltate sono le grida di dolore di una popolazione che vede morire i propri cari con una allucinante percentuale di tumori di gran lunga superiore alla media nazionale. Un silenzio complice, criminale, irresponsabile.
Ogni classe politica minimamente dotata di coscienza e di decenza, non avrebbe consentito un simile scempio.

Un epilogo per la speranza
Eppure Peppe Ruggiero riesce a concludere il suo libro con un forte messaggio di speranza, unitamente al fine reale della sua inchiesta: informare per creare quella consapevolezza che fornisca al cittadino gli strumenti per conoscere, capire, scegliere e quindi denunciare. In coda “L’ultima cena”, dedica diverse pagine al lavoro svolto dalle cooperative di Libera Terra, insieme alle altre associazioni che usufruiscono della legge 109 del 1996 che regola l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie a fine sociale. Il felice epilogo di un percorso avviato dalla legge Rognoni-La Torre nel 1982. Rappresentano quella porzione di paese che si oppone alle mafie in silenzio, con l’onestà del proprio lavoro. Finalmente racconti e testimonianze della migliore gioventù italiana, che ogni anno affolla volontariamente  terreni in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria sottratti ai capitali mafiosi, per trasformarli in esempi virtuosi di produttività agricola biologica. Pane, pasta, olio, vino, conserve, e tanti altri frutti della terra, si propongono come una sicura e concreta alternativa per la spesa quotidiana oggi acquistabili in molti punti vendita della grande distribuzione, e si trasformano in pratiche ricette culinarie garantite sul piano del gusto e della salute.
Un esempio ed un simbolo al contempo di una mafia vincibile, e della tangibile possibilità di costruire un Italia diversa. 

Un sistema criminale che giova di una metastasi culturale

I tentacoli mafiosi che abbracciano il sistema agroalimentare quindi, espongono i consumatori impegnati nella spesa quotidiana, e gli ignari avventori di bar,ristoranti e pizzerie, a percorrere un girone dantesco intriso di mimetizzate esche avvelenate. Tutti noi inconsapevolmente, rischiamo ogni giorno di cenare, pranzare, fare colazione o uno spuntino ospiti dei boss, di consumare cibo servitoci a caro prezzo e privo di alcuna amorevole cura, proveniente da uno degli svariati circuiti controllati dalla criminalità organizzata.
Un sistema criminale il cui fatturato si aggira sui 70 miliardi di euro l’anno, e che l’imponente disponibilità di denaro liquido rende terribilmente potente. Si stimano in oltre 5000 il numero dei locali nazionali tra ristoranti, pizzerie, bar, in mano alle mafie. Uno stuolo di esercizi spesso intestati a prestanome, dove la pratica dell’evasione fiscale è sistematica. Come svariate inchieste hanno consentito di scoprire, alcuni di questi costituivano l’elite del settore nelle maggiori città, ambiti e ricercati per le più importanti occasioni pubbliche e private. Una rete truccata in grado di produrre a sua volta ricchezza “pulita” detergendo il denaro mafioso macchiato di sangue e violenza. Capitali che alimentano un circolo vizioso che droga le regole del mercato, strangola la concorrenza, corrompe allevatori, produttori, veterinari, medici, ispettori delle ASL, figure che da organi di controllo della filiera alimentare, divengono elementi chiave della filiera criminale.
Ed è attorno alla metastasi culturale della corruzione, come al patto di ferro sancito tra politica economia e mafia, che ruotano alcune delle risposte al drammatico quesito di Roberto Morrione.
Le mancanti forse, le possiamo cercare solo in noi stessi, donne e uomini di un tempo che attoniti e assuefatti, sembrano aver smarrito la forza dell’indignazione.

 (1) Peppe Ruggiero, giornalista professionista dal 2003, collabora con varie testate tra cui l’Unità, Terra, La nuova ecologia, Narcomafie, Libera Informazione. Responsabile ufficio stampa di Libera e di Legambiente Campania, è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente. Ha curato tra gli altri, il dossier Racket degli animali (1998), il dossier Chernobyl (2000) e il libro bianco “Radiografia dei traffici illeciti, Dieci anni di rifiuti S.p.a” (2004). Ha pubblicato il libro “Terre tremule” in occasione del ventennale del terremoto in Irpinia e ha collaborato al documentario “La terra è fatta così” di Gianni Amelio sul terremoto in Irpinia.
Nel 2007 ha realizzato con Andrea D’Ambrosio ed Esmeralda Calabria il documentario “Biùtiful Cauntri”, vincitore del Nastro d’Argento 2008 come miglior documentario uscito in sala. Nel 2010 è stato consulente su criminalità e sicurezza alimentare per la trasmissione “Mi manda Rai Tre”.

Alkemia, 10 maggio 2011


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