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La storia della Mafia Siciliana

Capitolo 2 - L’unità d’Italia e i primi anni del giovane Governo

Lo sbarco dei Mille 
La spedizione dei Mille salpa la sera del 5 maggio 1860 dallo scoglio di Quarto in Liguria. A bordo delle motonavi Lombardo e Piemonte, il generale Giuseppe Garibaldi guida i suoi 1162 uomini verso la Sicilia con l’intento di sbarcarvi e conquistarla. Il piano garibaldino prevedeva poi il ritorno in continente e la risalita da sud verso nord del Regno delle Due Sicilie, fino alla presa di Napoli per indurre alla resa il regnante Borbonico Re Ferdinando II.
Una impresa audace militarmente e dagli esiti per nulla scontati, il cui fine ultimo era di annettere il Regno dei Borboni al Regno di Sardegna, passo obbligato verso l’unificazione dell’Italia. Gli uomini in camicia rossa disponevano alla partenza di un arsenale bellico davvero scadente. I fucili erano per lo più vecchi e scarseggiavano sia le munizioni che la polvere da sparo. Per questo Garibaldi ordinò una sosta a Talamone in data 7 maggio dove, dal presidio dell’esercito del Regno di Sardegna situato nella città toscana, oltre ai proiettili, imbarcò tre vetusti cannoni ed un centinaio di carabine in buone condizioni. Il giorno 9 fu necessaria un’altra sosta a Porto Santo Stefano per rifornirsi di carbone. Compiuta una rotta inusuale per aggirare le navi della flotta borbonica, sino a giungere quasi in prossimità delle coste tunisine, il Piemonte e il Lombardo sfilarono tra Favignana e Marettimo per sbarcare l’11 maggio al porto di Marsala. L’opposizione di una tentennante artiglieria navale nemica si rivelò sterile e tardiva. Dei 1162 garibaldini partiti dalla Liguria, solo 1089 toccarono il suolo siciliano: dalla Toscana 64 volontari si erano distaccati per introdursi nello Stato Pontificio e seminare disordini, mentre altri 9 si erano ritirati una volta compreso che avrebbero combattuto nel nome della monarchia Sabauda.
Poco più di mille uomini e nemmeno bene armati, dovevano far fronte ad un esercito avverso che disponeva di circa 30.000 unità. Garibaldi era però fiducioso di arruolare strada facendo un numero di uomini sufficiente a portare a termine la missione. La fiamma dell’autonomismo siciliano, quale unica forza in opposizione ai Borbone, ardeva da anni e dopo la rivoluzione del 1848, attendeva da tempo l’occasione del riscatto. Una animosità violentemente soffocata dalla dura repressione esercitata dai regnanti. Una schiera molto più ampia del popolo inoltre, sia in città che nelle zone rurali, rivendicava condizioni di vita migliori e meno ingiuste. (1)


Tra i siciliani che si unirono ai garibaldini, anche mafiosi
Una volta sbarcato, all’esercito di Garibaldi si unirono contadini arruolati dai nobili e “picciotti” dell’isola. La tattica di combattimento a guerriglia applicata dai Mille, beneficiò moltissimo del loro contributo in quanto perfetti conoscitori dei luoghi e del territorio. Essi si unirono alla causa dei garibaldini essenzialmente per due ragioni: il legame inscindibile che ancora univa i nobili alla plebe, inducendo i secondi ad assecondare la volontà dei primi, e la diffusa convinzione che la campagna di Garibaldi, avrebbe aperto le porte ad una riforma agraria e a condizioni economiche più vantaggiose per molti siciliani. Le fila di coloro che infoltirono l’esercito del "Eroe dei Due Mondi”, vennero alimentate anche da disertori delle milizie borboniche, da sbandati dediti al brigantaggio, galeotti, delinquenti comuni e, inevitabilmente da mafiosi.
Il contributo militare di questi ultimi è stato oggetto di discussione da parte di molti storici. I più sostengono che non furono ne molti, ne decisivi sulle sorti delle battaglie. La partecipazione di provati uomini d’onore come Miceli e Badia risulta però sicura e ben documentata, e va inoltre considerato che nelle campagne siciliane teatro degli scontri, buona parte dei mafiosi era già munito di cavalli e di armi, oltre che dell’abilità e scaltrezza necessaria nel farne uso in combattimento. 
Un testimone dell’epoca inoltre, il senatore del regno borbonico Raffaele De Cesare, scrisse che sul finire del 1859 i liberali “italianizzanti di Palermo“ commissionarono alla mafia l’uccisione di Maniscalco, esperto capo della polizia borbonica, quale atto preparatorio alla imminente azione rivoluzionaria. In un contesto in piena evoluzione come quello antecedente alla spedizione, alcune figure di spicco e tra queste anche mafiose, nutrirono l’interesse di favorire un imminente attacco destabilizzante ad un sistema sociale da decenni immutato quale era il Regno Borbonico. Uno scossone dal quale trarre opportunità per scalare posizioni sociali o togliere di mezzo nemici. (2)

Garibaldi “dittatore della Sicilia”
Mille garibaldini insieme ad altri 500 isolani, il 15 maggio 1860 si scontrarono e vinsero la battaglia di Calatafimi avendo la meglio su 4000 militi delle truppe borboniche. Secondo alcuni si trattò di poco più di una scaramuccia, con modeste perdite su entrambi i fronti. Ciò nonostante, Calatafimi rappresentò di certo una vittoria fondamentale per il morale degli uomini di Garibaldi. Attratti dell’eco delle gesta dei Mille, altri siciliani si arruolarono tra le fila dei garibaldini. Il giorno precedente da Salemi, il generale si era proclamato “dittatore della Sicilia” nel nome di Vittorio Emanuele II di Savoia. Gli animi si scaldano in tutta l’isola. Le fiammate rivoluzionarie incendiano Palermo dove scoppia una sommossa per mano di patrioti siciliani che impegnerà buona parte della guarnigione borbonica della città. Le truppe di Garibaldi profittano della situazione, ed il 27 maggio 1860 conquistano il capoluogo. Trattasi del preludio alla definitiva espugnazione della Sicilia, sancita il 20 luglio con la storica vittoria nella battaglia di Milazzo. La resa di Messina dopo pochi giorni, consentirà a Garibaldi di aprirsi la via per la risalita del Regno Borbonico dalla Calabria. (3)

In Sicilia approda la politica
La vittoriosa campagna militare non fu priva di pagine amare per i picciotti al seguito di Garibaldi, e numerosi di loro vennero fucilati per aver tentato di impossessarsi abusivamente di proprietà agrarie. Una volta terminata l’epica impresa, a Palermo sbarcarono i piemontesi e con essi arrivò la politica. Nell’ottobre del 1860 in Sicilia come in tutto l’ex Regno dei Borboni, si svolse il plebiscito per stabilire l’annessione al Piemonte. L’isola vantava una popolazione di 2.232.000 di cui solo 575.000 iscritti alle liste elettorali. Di questi i votanti furono 432.720, il 75,2% degli aventi diritto. A favore dell’annessione votarono ben 432.053 e solo 667 risultarono i contrari. 4  Un esito che svelava una inattesa  unanimità, così evidente da destare non pochi sospetti sulla regolarità del voto. La quotidiana realtà dell’isola appariva ben diversa e sul terreno delle elezioni alle cariche pubbliche si misurarono forze di estrazione opposta. I reduci dagli esili e dalle galere borboniche non vedevano l’ora di riaffermarsi e saldare conti in sospeso; coloro che avevano partecipato alla spedizione apparivano smaniosi di spazzare ogni antico riferimento al passato nel nome della democrazia; un solido fronte di siciliani premeva da tempo per acquisire una completa autonomia dell’isola; possidenti terrieri e nobili, si opponevano a qualsiasi modifica verso un sistema giuridico che sino ad allora gli aveva consentito agi e ricchezze.
Fu inevitabile il verificarsi di svariate azioni criminali sia nel corso della campagna elettorale che durante le operazioni di voto. I mandanti, nonostante la fresca annessione al Piemonte, furono gli stessi potenti che dominavano la scena nel Regno Borbonico, e lo stesso accadde a riguardo del braccio armato. Tra i primi ed i secondi “i maffiusi” ed i loro referenti non mancheranno di riaffermarsi. Molti furono gli “episodi particolari“ e tra questi: il barone di Alcamo sequestrò la vettura con il nuovo intendente che andava in città per dirigere le operazioni elettorali; le case degli elettori erano visitate da uomini che suggerivano la lista delle persone da votare se non si voleva “soffrire dispiacenze“; un deputato nazionale venne scoperto quale mandante di chi fece fuoco verso il consigliere di Corte d’Appello Guccione, ex garibaldino, il cui omicida trovò rifugio nella villa di un avvocato di Palermo; ancora il capoluogo fu teatro dell’assassinio di altri due ex garibaldini, e il movente di uno dei due delitti venne frettolosamente raccontato come “sorte che gli è toccata perché a danno di altri contentava tre o quattro innamorate, a parte della giovane moglie“. (5)

Una avversione che si tramuta in odio
L’entusiasmo dei siciliani nei riguardi dell’era post garibaldina era destinata a scemare molto rapidamente. Braccianti, contadini e le classi più povere del mondo rurale, interpretarono come un vero inganno la mancata realizzazione di quella riforma agraria con relativa ridistribuzione delle terre, promessa a più riprese da Garibaldi. Latifondi, feudi e possedimenti della Chiesa subirono dopo il 1861 l’accenno ad una forma di ripartizione che si rivelò inutile nella sostanza. Di fatto questi appezzamenti, venivano venduti a famiglie troppo misere che s’indebitavano ancora di più nell’acquistarle. Impossibilitate a governarle, queste si ritrovavano prive di terra e più povere di prima. I terreni invece, terminavano all’asta per essere ricomprati a prezzi inferiori dai precedenti possidenti. Un sistema che incrementò la disparità sociale invece che appianarla.
Anche le speranze autonomiste vennero presto infrante da una precisa volontà del Governo Piemontese. Forse perchè timoroso di ingerenze militari da parte di forze straniere vicine ai Borboni, o per la manifesta incapacità di leggere il contesto, la Sicilia finirà soggetta al medesimo sistema di leggi in vigore nel Regno di Sardegna. Nell’intento di soffocare la corruzione ed il clientelismo, vennero inviati nell’isola funzionari piemontesi privi dell’empatia necessaria a conquistare la fiducia dei siciliani. Una linea fondata sulla imposizione che generò ulteriori incomprensioni, scavando un baratro sempre più profondo dove già esistevano modi di pensare molto differenti. Inutile il tentativo di Garibaldi di creare le condizioni per una sorta di “annessione condizionata”, una formula che avrebbe salvaguardato una sostanziale autonomia legislative e amministrativa per la Sicilia. Il governo italiano dopo la morte di Cavour, era costituito da una  Destra storica meno forte e coraggiosa di quella che tentò di essere, ed in Sicilia rigettò la spinta autonomista scegliendo una linea politica di “annessione incondizionata“. 6 Ne conseguì un opera di estromissione dei garibaldini dalle cariche amministrative, e una repressione decisa di ogni azione antiunitaria.
L’avversione si tramutò in autentica ostilità carica d’odio per ogni forma di autorità piemontese, quando a tutto questo si aggiunse un pesante giro di vite tributario su generi alimentari di base come il sale ed il macinato, che ebbe ricadute notevoli sul costo di pane e pasta, e l’introduzione del servizio di leva obbligatorio. Le tantissime famiglie povere soprattutto contadine, si ritrovarono affamate per l’elevato prezzo degli alimenti primari, e private di giovani braccia preziose per il lavoro nei campi. I casi di diserzione alla leva si moltiplicarono, infoltendo le fila di coloro che alla macchia, si univano alla delinquenza. (7)

Il primo treno perduto
Le neo strutture amministrative finirono per perdere molto presto il controllo del territorio. Prive della conoscenza di luoghi e genti, in dote alla vecchia polizia borbonica, le forze dell’ordine si mostrarono incapaci nel contrastare corruzione e malaffare. Le bande criminali ripresero ad imperversare e con loro le organizzazioni mafiose. Ma nonostante il termine mafia non sia ancora entrato in scena ufficialmente e nessun organo dello Stato ne abbia descritto chiaramente i contorni, la sua essenza criminale è ben presente e nell’isola nota a tutti. Così come è già conosciuta la sua peculiare forza di mediazione. In un diffuso contesto di totale sfiducia verso ogni forma governativa, il nobile ed il bracciante, pur richiedendo servigi assai difformi, si rivolgevano tutti al capo mafioso della zona. Egli era in grado di sostituire lo Stato in ogni funzione avendo saldo nelle proprie mani  il controllo del territorio. Agli aristocratici possidenti il boss locale garantirà protezione contro furti e briganti; oppure assicurerà loro il controllo dei terreni e dei lavoranti grazie al sistema di campieri e gabellotti, o al bisogno, prometterà altrettante intimidazioni e violenze in direzione dei rivali. Ai miseri senza lavoro, fornirà la possibilità di guadagnarsi una pagnotta al servizio delle sue azioni criminali, ed a braccianti e contadini, la chance di un posto di lavoro pur da sfruttato, in un possedimento da lui controllato. Anche la nuova classe politica comprende la convenienza di scendere a compromessi con queste figure. In diversi finiranno con l’allearsi al mafioso del luogo, un giorno brigante e senza scrupoli ed il seguente uomo dal fare paterno, ma capace sempre di sbrogliare situazioni che i funzionari piemontesi nemmeno inquadrano.
Ognuna di queste intermediazioni conseguite con successo, costituirà un mattone di quella cultura clientelare unica via per operare e sopravvivere in quella Sicilia. Pietre in grado di innalzare nei decenni la roccaforte a noi conosciuta in cui la mafia si è insediata stabilmente. Il giovane governo italiano perse la possibilità di lasciare un profondo segno nella storia. Si rivelò inadeguato a leggere i bisogni della gente di Sicilia, consentendo ai soggetti che praticavano sistemi violenti di sfruttare il malcontento per arruolare disperati, e alimentando maldestramente la spirale antiunitaria. Lo Stato si lascia sfuggire uno dei primi treni che la storia d’Italia gli riserverà per imprimere una vera svolta culturale nell’isola. Una sterzata che ben concertata, avrebbe potuto minare nelle fondamenta radici mafiose ancora malleabili. (8)

Anni di legge marziale, rivolte e repressioni
Trascorsero pochi anni e nel 1863 in Sicilia fu legge marziale. Al generale Govone di Asti, venne dato ampio margine di azione per garantire l’ordine e stroncare la delinquenza ed i sussulti rivoltosi. La repressione fu durissima. Govone fece fucilare sul posto centinaia di persone, ordinò l’arresto di sospetti che finirono in carcere senza processo, e non lesinò le torture per vincere una diffusa omertà. Tra coloro bersaglio dell’oppressione anche i disertori ed i renitenti alla leva. Seguirono vasti rastrellamenti a tappeto nel corso dei quali interi centri abitati furono lasciati per ritorsione senza acqua potabile. Testimoni dell’epoca riportarono che in circostanze non occasionali, intere famiglie vennero lasciate ardere vive dentro le loro abitazioni. Al termine di quei mesi di feroce campagna, si contarono circa 2500 morti e migliaia di condanne. Le voci che si sollevarono a chiedere che Govone venisse processato come un criminale di guerra caddero nel vuoto. Allo stesso modo restarono impuniti i pochi funzionari e militari coinvolti in processi con l’accusa di aver torturato e assassinato innocenti. Nessun politico del governo piemontese mostrò la lungimiranza di prestare il minimo ascolto a qualsiasi malcontento anzi, i siciliani venivano definiti con disprezzo dei barbari. Sul fronte sociale interno, la totale assenza di una classe borghese siciliana letterata  ed illuminata da un autentico spirito umanistico, privò l’isola della possibilità di avvantaggiarsi di tanta energia oppressa. In luogo ad essa solo aristocratici pigri ed egoisti, attenti unicamente ai propri privilegi. Un simile spregio a così tanta ingiustizia, rese inevitabile il susseguirsi di nuove rivolte.
Nel settembre del 1866 a Palermo esplode l’ennesima, la “Rivolta del sette e mezzo”, così denominata perché destinata a sopravvivere per poco più di una settimana. Una sommossa che “…fu moto istintivo, caotico, nebuloso, senza mete…“. 9  Vi aderirono preti, garibaldini, borbonici, repubblicani, più di un gruppo mafioso e tanti palermitani miseri, tutti coloro insomma che in quei sei anni maturarono sentimenti antigovernativi. Tra le ragioni una dilagante miseria, il colera che aveva seminato decine di migliaia di vittime, l’integralismo dei funzionari governativi ed i loro atteggiamenti vessatori. Gli insorti furono a migliaia e giunsero in città anche da paesi vicini. In circa 4000 assalirono la prefettura e la questura, una incursione che provocò la morte dell’ispettore capo della polizia. Nei giorni seguenti i disordini si estesero anche nella provincia palermitana da Monreale a Misilmeri. Una stima del totale dei ribelli armati si aggirò sulle 35.000 unità. La risposta del Governo fu affidata all’esercito sotto la guida del generale Raffaele Cadorna, con l’istituzione di uno  stato d’assedio che implicò i soliti sistemi già visti: arresti in massa, fucilazioni, rappresaglie, torture, cittadini arsi vivi fuori o all’interno delle proprie abitazioni. I combattimenti si estesero casa per casa, senza sconti a donne e bambini. A completare il massacro l’intervento delle navi della Regia Marina, che cannoneggiarono Palermo dal mare. La “Rivolta del sette e mezzo” venne definitivamente stroncata dai circa 40.000 soldati inviati sul posto, ma il moto fallì anche per l’assoluta mancanza di collegamento tra le parti che lo animavano. (10)

Una immagine desolante
La politica verso il meridione e la Sicilia nei primi anni del giovane Governo dell’Italia unita fu quindi un susseguirsi di campagne repressive violente e sanguinarie, alternate a sporadici intervalli dove si intravedeva un incerto accostamento a principi di maggior civiltà. Fasi queste, destinate a dissolversi presto, sopraffatte della innata arroganza e violenza dei pubblici ufficiali. Uomini che troppo spesso svelavano meschine affinità con gli stessi sgherri locali a cui dovevano opporsi, e che non di rado divenivano loro complici.
Una altalenante e nebulosa condotta che centrò l’obbiettivo di offrire all’opinione pubblica, una immagine dello Stato italiano al contempo incivile, inesperto, bugiardo, incompetente e funesto. (11) 

Note

(1), (3), 4, (7), (8), (10), Fonte "it.wikipedia.org/wiki/storia_della_Sicilia_dall'Unità d'Italia"

(2), 6, 9, Fonte “Breve storia della mafia” – Rosario Minna – Editori riuniti, 1984.

(11), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – “La genesi della mafia”





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