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Tra ammissioni eccellenti , memorie rinvigorite ed altre zoppicanti spunta “il papello”

Quale verità possibile?

di Ermanno Bugamelli

I frutti di una lunga estate di rivelazioni, sono maturati in autunno con il “papello”, la presunta prova scritta dell’avvenuta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, fornita ai magistrati di Caltanissetta da Massimo Ciancimino, figlio del discusso ex sindaco DC e mafioso Vito deceduto nel 2002, nonchè storico alleato di Riina e Provenzano. Sensazione e scalpore si è diffusa tra i media che baciati da un risveglio collettivo, hanno nuovamente dedicato ampio spazio alle vicende di mafia con la “M” maiuscola. Il panorama politico nazionale non si fa mancare nulla e tanto meno ipocrisia e falso sconcerto, simil da “verginelle violate”, come scrive Marco Travaglio sul “Quotidiano Il Fatto” lo scorso 20 ottobre, in particolare tra i membri della Commissione Antimafia. Il riferimento è alle esternazioni di Tassone (UDC), D’Alia (UDC-SVP-Aut) ed altri, che nel commentare le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Pietro Grasso di due giorni addietro, manifestano uno stupore a dir poco ingiustificato. Grasso, in evidente stato d’imbarazzo, nel corso di una intervista rilasciata al TG3, oltre a fornire una propria ricostruzione dello scenario pre-stragi, ha dichiarato che la trattativa non solo è esistita, ma che molto probabilmente avrebbe salvato la vita ad una lunga lista di politici “nominati” da Cosa Nostra, quali futuri cadaveri.
La malcelata disinvoltura con la quale il Procuratore Antimafia pone il suo autorevole sigillo su questi due punti, non cancella un fatto, noto a tutti, ma ignorato da molti. Questo e molto altro, non è frutto di recenti lampi intuitivi, ma è scritto da tempo nero su bianco.

Della lista dei politici da eliminare che includeva nomi del calibro di Giulio Andreotti, Calogero Mannino, Claudio Martelli, Carlo Vizzini ed altri; della presunta trattativa intavolata con i corleonesi da ufficiali dei Ros su mandato di misteriose alte figure istituzionali; del coinvolgimento dei servizi segreti nella strage di via D’Amelio ed in altri delitti che ruotano nella sfera delle attività di Cosa Nostra; della ormai manifesta serie di errori investigativi in cui incorsero le procure incaricate nei convulsi mesi susseguenti alle stragi del ’92-’93; di un vasto e geograficamente trasversale cartello politico imprenditoriale, che con la mafia è colluso da oltre un ventennio sull’asse degli appalti pubblici, con annesso binario di fondi neri da e per la Svizzera, parlano le sentenze stesse sulle stragi, lo attestano decine e decine di atti giudiziari, ne trattano da anni i resoconti di vari collaboratori di giustizia ritenuti altamente attendibili, raccolte in migliaia di pagine verbalizzate. Sono lì a disposizione di chiunque abbia la volontà di intraprendere un viaggio nelle oscure tenebre della storia per nulla limpida della nostra a volte presunta democrazia. Grasso forse non potrà conoscere il nome di altri politici che per anni hanno lavorato affinché depistaggi, falsità, ed ostacoli di ogni genere intralciassero l’accertamento della verità, ma tutto il resto lo conosce e molto bene. Quale responsabile diretto della procura di Palermo dal 2000 al 2005, gli andrebbe domandato per quale motivo Ciancimino junior non fu oggetto in quel periodo di maggiori attenzioni, sia in merito alla presunta trattativa che ad altro, come ad esempio su quella lettera di Provenzano indirizzata a Berlusconi che nel 2005 i carabinieri ritrovarono in casa del figlio di Don Vito. Una missiva del capo di Cosa Nostra al capo del Governo, finì dimenticata e quasi strappata nel fondo di uno scatolone. Il fatto che solo ora Grasso dichiari ufficialmente ed apertamente, che lo Stato ha accettato di trattare con il suo nemico numero uno, lascia alquanto perplessi. Che elementi dell’organismo parlamentare dell’antimafia, ne rimangano a loro volta stupiti, genera profonda irritazione.

Esattamente come lascia esterrefatti prendere atto a ben 17 anni da Capaci e via D’Amelio, di come le virtù mnemoniche di Claudio Martelli (l’allora Ministro di Grazia e Giustizia), abbiano riacquistato il perduto vigore, riesumando “l’insignificante” dettaglio che ci consegna un Paolo Borsellino a conoscenza di questa negoziazione, circa 25 giorni prima di essere dilaniato dal tritolo con la sua scorta. Oppure constatare come in Nicola Mancino, attuale vicepresidente del CSM, Ministro degli Interni nel 1992, al contrario la medesima memoria continui a zoppicare, seguitando a non serbar ricordo dell’incontro con il giudice Borsellino, il 1° luglio di quell’anno. Quel giorno il magistrato si recò a Roma per l’interrogatorio al nuovo pentito Gaspare Mutolo. Mutolo si dichiarava a conoscenza di particolari sui rapporti tra la mafia e i giudici Carnevale e Signorino, nonchè sulla terza figura per importanza del Sisde, Bruno Contrada. L’interrogatorio ad un certo punto venne interrotto perché Borsellino fu chiamato al ministero degli interni. La sua agenda, quella grigia, quella degli appuntamenti, quella non scomparsa, lo dice chiaramente:”ore 19,30 Mancino”. Eppure niente, Mancino non ricorda, e respinge chi lo accusa di mentire. Gaspare Mutolo al contrario, non ha mai dimenticato il volto sconvolto di Borsellino al rientro dal ministero. Il viso segnato di chi ha avuto conferma diretta o indiretta che sta per morire, e a breve.

Pare quindi che esista un qualcosa di indicibile regolato da una sorta di prescrizione al contrario. Molti degli attori si scoprono da sempre a conoscenza di informazioni pesanti come macigni, ma reticenti per timore o convenienza, a diffonderle prima che queste abbiano perso di efficienza, fino a quando non possano più nuocere agli inquilini molto altolocati del palazzo del potere. Siamo portati a ritenere che se in questa circostanza il tempo utile potrebbe non essere ancora scaduto, e se qualcuno ha ritrovato la spinta a ricordare, lo si deve alla contemporanea riapertura delle inchieste sulle stragi da parte di fermi e forse non per molto tempo ancora, indipendenti magistrati, più che allo spontaneo richiamo delle coscienze alla verità.

Nessuno meglio dei famigliari stessi di Paolo Borsellino, del fratello Salvatore e della vedova Agnese, incarnano le aspettative e le amarezze di chi da troppi anni attende giustizia. Nel corso dell’estate hanno fatto sentire la loro voce come mai in passato. Essi hanno alzato, sorretti e stretti a migliaia di compagni, quelle agende rosse simbolo di una delle molte vergogne di una nazione. Voci che gridano all’unisono con rabbia e coraggio, come la morte del loro congiunto sia avvenuta per mano di porzioni dello Stato. Affermano che Paolo fu ucciso perché si mise di traverso nella trattativa. Accusano i servizi segreti, Bruno Contrada, di aver deliberatamente operato nella messa in opera dell’attentato. La signora Agnese aggiunge che negli ultimi giorni di vita, Borsellino insisteva per tenere chiuse le imposte di casa: temeva di essere spiato dal Castello Utveggio, una costruzione degli anni venti da cui si domina Palermo. Li stazionavano alcuni irregolari del Sisde. Molti esperti di mafia sostengono che da quel terrazzo fu coordinata la regia della strage del 19 luglio 1992.
Salvatore Borsellino ha disegnato un quadro impietoso dell’antimafia attuale, frammentata, disunita, con la sua maggiore organizzazione, “Libera”, secondo lui troppo vicina agli ambienti istituzionali per poter piantare i propri artigli e lasciare il segno. Specifica poi, che in quanto alla legislazione antimafia, la situazione è desolante. Anche perchè negli ultimi anni, si è riscontrato un progressivo degrado dell’impianto normativo eretto anche e soprattutto, grazie al lavoro del fratello Paolo e di Giovanni Falcone. Il continuo attacco alla magistratura ne è uno degli aspetti più visibili, ma del resto, aggiunge con amarezza, quale diversa evoluzione è lecito attendersi da istituzioni che hanno lasciato incunearsi al loro interno forze che seguono da vicino gli interessi mafiosi, uno su tutti Marcello Dell’Utri.

Ed ora che il papello pare sia uscito allo scoperto, pur con pesanti perplessità al  riguardo della sua autenticità o esistenza, quale futuro ci attende?
Quanto sostengono i familiari di Borsellino centra il cuore del problema.
Se analizziamo la collusione decennale tra istituzioni e mafia, il papello che tanto scalpore ha suscitato in queste settimane, si perde come una goccia nel mare. Le stragi si arrestarono perché Cosa Nostra aveva finalmente trovato i referenti che cercava, quelle forze politiche in grado di assicurargli le protezioni che la DC in disfacimento non era più in grado di garantire. E se l’agenda rossa di Borsellino è scomparsa, è perché quanto vi era scritto costituiva una sorta di scatola nera della seconda repubblica. Vale a dire che molti di questi nuovi sodali sono ancora al loro posto, anche nelle istituzioni. Trattasi di poteri dalla forza assoluta, muniti di connessioni politico imprenditoriali enormi. Una estesa massa grigia, al cui vertice una maglia di amici degli amici è stretta da alleanze incrociate, pronte a sostenersi nel nome di un mutuo soccorso di interessi, e quelli mafiosi ne sono inclusi. Una immorale generazione di colletti bianchi solidamente radicata, tanto da costituire lo zoccolo stesso su cui si poggiano porzioni importanti del nostro tessuto sociale, economico e delle istituzioni democratiche. Un cancro silente e aggressivo in grado di vivere in perfetta simbiosi con l’organismo che lo ospita, fino a confondersi con esso, fino se necessario, a dettarne le regole.

Il procuratore di Palermo Ingroia ha affermato alcuni giorni fa che se il papello fosse ritrovato, costituirebbe “..un punto fermo, l’inizio e non la fine delle indagini…”, ribadendo di sentirsi “…nell’anticamera della verità su quanto accadde prima e dopo le stragi…”.
Ancora il Procuratore Pietro Grasso, proprio ieri 27 ottobre, nel corso di una udienza alla Commissione Parlamentare Antimafia, ha ribadito che “…Noi magistrati abbiamo sempre cercato la verità…a qualunque prezzo…”.
Gli dobbiamo credere, pena la perdita della speranza di poter vivere in un paese definibile “civile”.
Ma afflitti da cronico realismo i nostri timori albergano altrove, lontano dalle volontà decisionali interne alle procure chiamate ad indagare. Sul futuro gravano le incertezze figlie del passato, ripetute pagine di storia dove presto o tardi si è compreso come la verità scritta abbia assunto la forma di una sostanza plasmabile a convenienza, in luogo di quella assoluta.
E anche oggi, al cospetto dello scenario, ci domandiamo fino a che punto le inchieste possano svilupparsi prima di scontrarsi con il muro dell’indicibile e dei potenti.
In sostanza, quale verità è possibile?

28 ottobre 2009


 

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