mercoledì 12 dicembre 2018   
  Cerca  
 

wwwalkemia.gif
  Login  
Home1 » Le mafie » San Cesario:"I comuni per la legalità"  

In memoria di Angelo Vassallo e contro l’inquinamento mafioso di cibo e territorio

A San Cesario sul Panaro, tappa de “I comuni per la legalità”

di Ermanno Bugamelli

 

I comuni modenesi contro le mafie
All’interno dell’iniziativa “I comuni per la legalità”, rassegna di conferenze a sostegno della lotta contro le infiltrazioni mafiose in memoria di Angelo Vassallo, il 18 aprile scorso Villa Boschetti di San Cesario sul Panaro ha ospitato un incontro sul tema “Mafie ed ecomafie”. Si è trattato del sesto appuntamento del ciclo organizzato dai comuni della provincia modenese di Bastiglia, Bomporto, Castelfranco Emilia, Nonantola, Ravarino e San Cesario sul Panaro, con la collaborazione di Libera contro le mafie e associazione Pace&Solidarietà, per sensibilizzare ed informare il nostro territorio sulla minaccia arrecata dalla contaminazione mafiosa in tutte le sue sfumature.
Sono 62 le cosche mafiose di cui si è accertata l’operatività in Emilia Romagna. Una mappatura criminale dominata nelle cifre dalla ‘Ndrangheta con 37 clan, seguita da Camorra e Cosa Nostra con 12 gruppi mafiosi ciascuno, e chiusa dall’unica cosca individuata della Sacra Corona Unita. Secondo l’ultimo rapporto di SOS Impresa inoltre, si viene a sapere che al 5% dei commercianti emiliano romagnoli, con la massima concentrazione nelle province di Modena, Bologna, e della Riviera, viene richiesto di pagare il pizzo. Un attacco all’economia legale che si apre a ventaglio e tocca un ampio ambito di settori,dall’edilizia a i trasporti, dal turismo all’industria del divertimento, sino al commercio e all’agroalimentare.
Gli sforzi degli investigatori, unitamente all’impegno di tutte le associazioni di categoria coinvolte, rischiano di non essere sufficienti. Occorre alimentare la consapevolezza della cittadinanza sulla gravità di un fenomeno in progressiva espansione, infrangendo il luogo comune che vede le mafie problema solo del Sud Italia, ed in questo senso si è mossa la scelta degli organizzatori: tessere una rete di dibattiti a sfondo culturale e informativo, per diffondere quel verbo della legalità grazie al quale la guerra alle mafie non rimanga argomento unicamente rivolto agli addetti ai lavori.

In memoria di Angelo
La serata di San Cesario, aperta dall’introduzione del sindaco Valerio Zanni, è stata condotta dal giornalista Federico Lacche (1), e arricchita dagli interventi dei colleghi Peppe Ruggiero (2) e Giovanni Tizian (3).
Ruggiero ha aperto la sua partecipazione ricordando Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso dalla Camorra il 5 settembre 2010. Il ritratto personale che emerge dai ricordi acuisce un rammarico ed un dolore immenso. Ruggiero racconta di essere tornato a Pollica giusto la settimana scorsa, la prima volta dopo l’assassinio di Angelo: “Camminando per le strada alle cinque del pomeriggio, Pollica era ancora bellissima, ma si sentiva tanto la mancanza del sindaco…Lui mi diceva sempre io faccio l’amministratore e non il politico, io gli dicevo ma Angelo è la stessa cosa, ma lui mi ripeteva invece che vi era una differenza sottile. Angelo diceva che non era aggrappato alle poltrone, ma si sentiva un amministratore della città e dei cittadini. Per questo mi ripeteva che ogni mattina prima di andare in Comune, dalle 7 alle 8 lui si faceva trovare al bar della piazza principale di Pollica, in modo che i suoi cittadini potessero incontrarlo e parlargli, senza il bisogno di andare a cercarlo…Un’altra cosa molto bella che mi ripeteva era proteggiamo le nostre risorse, crediamo nello sviluppo ma rimaniamo piccoli, perché il turista ci sceglie perché siamo diversi, perché siamo qualcosa di particolare…Se diventiamo grandi perdiamo la nostra identità…
Angelo Vassallo vestiva la carica pubblica con semplicità, lavorando per il bene di tutta la sua comunità. Egli ha difeso e valorizzato il territorio di Pollica ed il suo patrimonio naturalistico, innescando così un circolo virtuoso dove la legalità, il rispetto delle regole e della vita di uomini e natura, hanno finito con il creare prosperità e benessere grazie al turismo. L’esatto opposto di quanto usano fare le mafie, che fondano la propria ricchezza sulla distruzione di vite e territori. Ed è per questo che Vassallo ha pagato con la vita le sue scelte. Scelte difficili che bisognavano di coraggio e fermezza quando si ha di fronte la Camorra. Senza indietreggiare, egli ha lavorato umilmente ed in silenzio, lontano dai riflettori, un impegno fatto di sostanza di cui in troppi si sono accorti solo dopo la sua morte. Molti suoi concittadini e amici pescatori affermava Ruggiero, hanno compreso sino in fondo solo dopo la sua uccisione quanto straordinario fosse il loro oramai ex sindaco. Una disattenzione popolare che secondo il giornalista è sfumata in una più grave e colpevole amnesia dei vertici del suo stesso schieramento di centro sinistra, verso i quali Vassallo non ha nascosto l’amarezza di sentirsi spesso dimenticato. Un disagio reale e sentito, seppur manifestato nella delicatezza dei toni tipica del suo stile.
Ruggiero termina il ricordo dell’amico scomparso: “Amministrare normalmente dovrebbe essere la cosa più semplice, ma può diventare una eccezionalità in questo paese”.


Le mafie inquinano il cibo
Con la presentazione dell’ultimo lavoro di Peppe Ruggiero, il libro “L’ultima cena” (Edizioni Ambiente, 2010), la serata  avvia un allucinante viaggio lungo il “Bel Paese”, alla scoperta delle ricadute sul cibo delle attività criminali mafiose. Il volume nella prefazione curata da Don Luigi Ciotti, viene definito dal presidente e fondatore di Libera “difficile da digerire”. Un gioco di parole che funge a preambolo ad un testo dai contenuti angoscianti e drammatici. Lo scritto di Ruggiero colpisce la pancia e raggela l’anima. La mafia che viene raccontata non usa il tritolo, non spara a bruciapelo, ma inquina ed avvelena terreni ed alimenti, detta le regole sul commercio di beni essenziali e popolari quali pane, latte e caffé. Uomini che a scopo di lucro mettono in risalto una illimitata creatività integralmente al servizio del male. Questa mafia che ha messo le mani su migliaia di esercizi della ristorazione, ed il cui fatturato si aggira sui 70 miliardi di euro l’anno, non ha remore, non si pone freni, sfrutta, minaccia, corrompe, e soprattutto uccide, ma lo fa lentamente, giorno dopo giorno, come lenta è l’azione del veleno che entra nel nostro corpo attraverso il cibo in maniera subdola e silente. I tentacoli mafiosi che abbracciano il sistema agroalimentare, costringono inermi consumatori impegnati nella spesa quotidiana, ed ignari avventori di bar,ristoranti e pizzerie, a percorrere un girone dantesco intriso di mimetizzate esche avvelenate. Tutti noi inconsapevolmente, rischiamo ogni giorno di cenare, pranzare, fare colazione o uno spuntino ospiti dei boss, di consumare cibo servitoci a caro prezzo e privo di alcuna amorevole cura, proveniente da uno degli svariati circuiti controllati dalla criminalità organizzata.
L’ultima cena” è il frutto di un lungo e accurato lavoro tra atti giudiziari, intercettazioni, ordinanze che secondo il giornalista costituiscono materiale sufficiente per “fare memoria e azione di denuncia”. A questo “mosaico”, Peppe Ruggiero fonde la personale ricerca sul campo del bravo giornalista d’inchiesta. Il risultato è una rassegna di racconti che sfondano le pareti della immaginazione per inondare le vette della pura angoscia.
Eppure una vasta porzione del giornalismo nazionale preferisce la notizia d’effetto e ignora un così prezioso archivio a cui attingere. Un aspetto che introduce alle difficoltà che Ruggiero aveva già incontrato nella divulgazione del suo “Biutiful Cauntri”, lo splendido e durissimo documentario premiato con il Nastro d’Argento 2008, che racconta dell’inquinamento ambientale compiuto dalla Camorra in terra Campana. I massimi circuiti mediatici nazionali Rai e Mediaset, si sono rifiutati di proporlo sia per la scabrosità del tema, in troppi temevano ricadute economiche devastanti, sia perché Ruggiero non risultava sufficientemente noto da assicurare l’audience desiderato. L’apice venne raggiunto da un funzionario televisivo, che pur elogiando il lavoro per qualità e contenuti, arrivò a motivare la scelta di non trasmetterlo in quanto il giornalista non era protetto da scorta, quasi che l’indice di professionalità richiedesse quale indicatore essenziale, l’alta probabilità di finire ammazzato.
Ruggiero diffuse il suo documentario attraverso oltre 700 incontri sul territorio nazionale, e alla luce di quella esperienza, ha scelto di ripercorrere il medesimo cammino anche con il suo ultimo libro.
Incontri fondamentali al fine di alimentare una consapevolezza comune oggi ancora insufficiente. Occorre che i cittadini siano informati al massimo su temi che sfuggono ai canali mediatici di massa. Essi devono maturare uno spirito critico che gli fornisca gli strumenti per difendersi, per giudicare, per scegliere e quindi anche per denunciare.

Frutta e verdura viaggiano su ruote mafiose
Ad alternare i racconti di Peppe Ruggiero, la testimonianza di Giovanni Tizian, giovane cronista di origini calabresi della Gazzetta di Modena. Tizian ci relaziona sulla pressione che i clan esercitano sul settore agroalimentare, attraverso il controllo del trasporto su gomma, sintesi dell'ultimo suo lavoro “Soffocati”, scritto a quattro mani con la collega Laura Galesi, e pubblicato sull’ultimo numero di Narcomafie. Partendo dai risultati della inchiesta antimafia del 2010 “Sud Pontino”, che ha stilato una vera mappatura nazionale dell’azione mafiosa sul settore, viene approfondito l’asse Sud Nord su cui si muove la frutta e la verdura. Una direttrice su cui, caso abbastanza raro nell’universo mafioso, si trovano imprenditori in grado di operare mettendo d’accordo Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Stidda. E’ il caso di Costantino Pagano e della sua “Paganese Trasporti”, autentico leader del trasporto di ortofrutta al servizio delle organizzazioni criminali. Le mafie hanno da qualche tempo scelto di non applicare il pizzo ai produttori di frutta e verdura, ma attraverso trasportatori come la Paganese, scelgono di imporre il proprio servizio. Il produttore si trova costretto a servirsi di quei camion per far viaggiare i propri articoli, cosa di per sé accettabile all’inizio, in quanto le tariffe di partenza sono veramente concorrenziali, e l’intero affare appare come una reale opportunità economica. L'organizzazione criminale trascorso qualche mese però, una volta acquisito l’esclusività del servizio di trasporto con un vasto pacchetto di produttori, fa lievitare le tariffe all’improvviso. Come è facile immaginare, per gli imprenditori agricoli stretti nella morsa non è così semplice infrangere un patto con simili interlocutori. Nei casi meno fortunati gli strumenti di dissuasione mafiosa fanno tramontare ogni tentativo di rottura. Soggetti di particolare forza tentano comunque di spezzare il vincolo, ma come nel caso della “Lidl Italia”, alle prese con l’indrina calabrese dei Mancuso, si trattò di azioni di breve corso. La “Lidl Italia” a causa degli alti costi, ruppe il rapporto con i vecchi trasportatori sotto l’egida mafiosa. Per i primi tempi non accadde nulla, poi improvvisamente, i camion della nuova azienda di trasporti iniziarono a saltare in aria uno dopo l’altro. Il lasso di tempo che indusse la multinazionale a tornare sui propri passi e riallacciare i rapporti con i Mancuso fu molto breve. L’innalzamento dei costi di trasporto per mano mafiosa, costituisce un fardello gravoso lungo l'intera filiera, determinando un ulteriore incremento del prezzo dei prodotti a carico dei consumatori.
Giovanni Tizian entra nel dettaglio del percorso che alcuni prodotti seguono lungo l’Italia, attraversando vari anelli di una filiera dove la mafia ha posizionato efficienti centri di controllo. Accade che meloni siciliani prodotti da un coltivatore vicino a Matteo Messina Denaro, che su quei frutti impone la produzione esclusiva, o i famosi pomodori Pachino, vengano imbarcati sulle navi dirette a Napoli a bordo dei camion della Paganese, e giunti nel porto campano seguano la via di Fondi nel Lazio. All'interno di uno dei maggiori centri di smistamento europei dell’ortofrutta, i clan controllano diverse imprese. A questo punto del viaggio verso Nord, i meloni proseguono lungo canali sorvegliati, per giungere nei mercati di Bologna o Milano, dove la presenza accertata di altri picciotti, garantisce la chiusura del flusso commerciale. Ai pomodori Pachino a volte, s’impone un supplementare e assurdo viaggio di ritorno ai mercati di Sicilia: tormentati andirivieni lungo lo “Stivale”, che provocano il lievitare dei prezzi dal produttore al consumatore dalle tre alle otto volte.
L’aspetto più inquietante dell’intero traffico, è rappresentato dal sempre maggior numero di imprese e cooperative che finiscono sotto il controllo delle mafie. Al mercato ortofrutticolo di Milano ad esempio, erano più di 20 le cooperative scoperte in mano alle cosche dei clan Bruzzanti-Morabito di Reggio Calabria.
Tentando di rassicurare i presenti, Tizian conclude affermando che le filiere agroalimentari non sono per fortuna esclusiva mafiosa. Ne esistono ovviamente molte certificate e sicure, ma anche in questo caso un ruolo importante lo può svolgere il consumatore se informato e consapevole, che nei limiti del possibile, deve essere guidato verso una spesa intelligente, dove si privilegino i circuiti a km zero, o i produttori locali. Spesso nella gran parte della gente, il settore ortofrutta non rientra tra i canali convenzionali d’interesse mafioso. Trattasi invece di un settore in continua espansione, in grado di garantire alle mafie guadagni enormi sfruttando l’antica matrice culturale agricola del nostro paese, e quei canali che consentono ai clan d’insinuarsi nella rete della grande distribuzione.

(1) Federico Lacche lavora nella redazione di Città del Capo Radio Metropolitana, radio del circuito di Popolare Network. Nel corso della sua carriera professionale si è occupato in varia misura di temi inerenti l'ambiente e le economie sostenibili. Dal 2007 è responsabile di Libera Radio, testata indipendente nata per dare priorità di informazione ai temi della legalità e della criminalità organizzata. Da qualche tempo organizza laboratori radiofonici con i ragazzi e le ragazze delle scuole, che hanno come focus la conoscenza dei fenomeni mafiosi nel nostro Paese.


(2) Peppe Ruggiero, giornalista professionista dal 2003, collabora con varie testate tra cui l’Unità, Terra, La nuova ecologia, Narcomafie, Libera Informazione. Responsabile ufficio stampa di Libera e di Legambiente Campania, è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente. Ha curato tra gli altri, il dossier Racket degli animali (1998), il dossier Chernobyl (2000) e il libro bianco “Radiografia dei traffici illeciti, Dieci anni di rifiuti S.p.a” (2004). Ha pubblicato il libro “Terre tremule” in occasione del ventennale del terremoto in Irpinia e ha collaborato al documentario “La terra è fatta così” di Gianni Amelio sul terremoto in Irpinia.
Nel 2007 ha realizzato con Andrea D’Ambrosio ed Esmeralda Calabria il documentario Biùtiful Cauntri, vincitore del Nastro d’Argento 2008 come miglior documentario uscito in sala. Nel 2010 è stato consulente su criminalità e sicurezza alimentare per la trasmissione “Mi manda Rai Tre”.

(3) La storia di Giovanni Tizian merita un accenno. Trattasi dell’esperienza umana di chi riesce dopo un lungo e difficile cammino personale, a trasformare il dolore privato in impegno civile e professionale. Giovanni aveva sette anni quando il 23 ottobre 1989, suo padre venne ucciso a Locri. Un delitto che rimane ad oggi senza colpevoli, cosa di per sé grave, ma ben poca cosa a confronto della scandalosa archiviazione, che dopo solo un anno d’indagini ha decapitato ogni speranza di giustizia senza giungere a nessuna conclusione. Per la giustizia italiana la fine dell’uomo è stata di fatto e incredibilmente, equiparata ad una morte per causa naturale, ma i due uomini in motocicletta che affiancarono la vittima per trucidarlo stringendo una lupara con la matricola abrasa, sembrano raccontare di un delitto di ‘Ndrangheta. La famiglia di Giovanni che mai aveva sospettato nulla, decise di trasferirsi, sfiancata anche economicamente dal misterioso incendio che un anno prima aveva distrutto l’azienda del nonno. Due fatti che nessuno, famigliari inclusi, è mai riuscito a collegare con certezza. Giovanni Tizian racconta questo e molto altro in una intervista rilasciata all’associazione “da Sud” con cui collabora da tre anni (www.dasud.it), del 26 luglio 2010. Solo di recente il giovane ha trovato la forza per riprendere in mano gli atti giudiziari relativi all’uccisione del padre. Un atto di determinazione e coraggio nel tentativo di far luce su un delitto di stampo mafioso impunito, che unitamente all’impegno quotidiano di cronista di mafia, lo pongono nella giusta condizione di esortare verso tutti i giovani, il medesimo coinvolgimento:” Vedo ancora tanta indifferenza, anche tra i miei amici di Bovalino che hanno studiato fuori e si sono fatti una vita lontano dalla Calabria. Un problema che spesso viene visto come circoscritto alla Calabria o comunque una questione di cui si occupano solo gli addetti ai lavori. E questo è un problema perché finché non si crea una coscienza forte e collettiva che porta a vedere il problema come italiano, questo rimarrà immutato”.

Alkemia, 29 aprile 2011 

 


 

DotNetNuke® is copyright 2002-2018 by DotNetNuke Corporation