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Home1 » Le mafie » Vincenzo Calcara: il pentito dimenticato  
Da soldato di Cosa Nostra a testimone dei misteri d’Italia


Vincenzo Calcara: Il pentito dimenticato

 

 

di Ermanno Bugamelli



La battaglia di Salvatore Borsellino
La rilettura degli eventi che costituirono da prologo e intermezzo alle stragi di Capaci e via D’Amelio, conducono ad una conclusione inequivocabile e dolorosa: i segnali di allarme inascoltati si sommarono al deliberato isolamento di cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono oggetto. Le inchieste sulle stragi sono state di recente riaperte, alla luce di un lungo indice di elementi emersi negli anni. Trattasi di componenti che acuiscono l’insorgere di una rabbia e amarezza profonde. Il 23 maggio ed il 19 luglio del 1992, il nostro paese fu privato di uomini straordinari. Alla base della loro scomparsa, oggi più che mai, risultano indubbie e fondate le ipotesi di connivenze tra Cosa Nostra e porzioni delle istituzioni cosi dette democratiche del nostro paese.
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha avviato da tempo una assidua e coraggiosa battaglia per l’affermazione della verità. Nell’ambito di questa, dalla primavera estate del 2008 e con il consenso dell’autore, Salvatore ha dato il via alla trascrizione e pubblicazione sul sito www.19luglio1992.com. di lettere e memoriali scritti da Vincenzo Calcara. I testi sono poi stati ripresi da vari organi mediatici e lo stesso Salvatore Borsellino, ne sta curando la traduzione in più lingue per la divulgazione all’estero. L’intento dichiarato è quello di consentire al maggior numero di persone al mondo, di conoscere quanto nel nostro paese si cerca di occultare.
Per comprendere le ragioni di questa fondatamente supposta manovra di occultamento, occorre conoscere chi è e soprattutto chi era, Vincenzo Calcara.

“…Dottore io sono un uomo d’onore…e sono quella persona che avrei dovuto ucciderla…”
Nel mese di novembre del 1991 viene arrestato Vincenzo Calcara, mafioso della famiglia di Castelvetrano, capeggiata dall’ex sindaco DC, Antonio Vaccarino. Calcara è un semplice “soldato” di Cosa Nostra, anche se di lungo corso. Già nella seconda metà degli anni ’70 finì in carcere per l’accusa di omicidio di Francesco Tilotta, esponente della mafia di Alcamo. Condannato a 14 anni ottiene la libertà per decorrenza dei termini e fugge in Germania. A Mannheim si ritrovò di nuovo in manette per una rapina ai danni di immigrati turchi. Di nuovo ospite delle patrie galere, veniva ora accusato di alcuni omicidi in qualità di esecutore. Dal carcere di Favignana, da cui in passato era già evaso, l’uomo d’onore richiede espressamente un colloquio con il giudice Paolo Borsellino, al tempo Procuratore Capo di Marsala. Questo avviene il 3 dicembre successivo. Calcara teme per la propria vita. Oltre ad essere il custode di troppi segreti ingombranti, ha infranto una delle ferree regole di Cosa Nostra: ha avuto una relazione sentimentale con la figlia di un altro uomo d’onore. Il detenuto sta valutando la possibilità di iniziare a collaborare con la giustizia, ed è alla ricerca di un referente fidato tra le istituzioni. La conoscenza personale di Borsellino susciterà in Vincenzo sensazioni positive e circa un mese dopo, il 6 gennaio del 1992, nel corso di un nuovo incontro, il mafioso si converte al pentitismo. Si dichiara un “ killer veloce e preciso ”, talmente bravo che i vertici della cosca di Castelvetrano gli affidano l’incarico di eliminare proprio il giudice Borsellino. A ordinaglielo è Francesco Messina Denaro, storico boss morto di infarto ancora latitante nel 1998, nonchè padre di Matteo, attualmente uno dei criminali più ricercati al mondo: “ Mi chiamò Francesco Messina Denaro…”, ricorda Calcara, “ …voleva che mi tenessi pronto per ammazzare il giudice Borsellino. Una volta fatto, sarei partito per l’Australia. Fu li che capii che dopo quell’ultimo incarico mi avrebbero ucciso. Ebbi paura. Quando conobbi Borsellino decisi che avrei raccontato tutto ciò che sapevo. Lui prendeva appunti su un’agenda rossa.”
Calcara lo confesserà al magistrato sin dalle prime battute: “…Dottore io sono un uomo d’onore…e sono quella persona che avrei dovuto ucciderla…c’erano pronti due piani…uno prevedeva che le sparassi con un fucile di precisione…l’altro con un attentato avrebbe dovuto avvenire con un autobomba…”.
Borsellino rimase perplesso e un attimo dopo disse: “ Va bene Calcara, mettiamoci a lavorare ”.


Vincenzo “il riservato”
Inizia così la collaborazione di Vincenzo Calcara. Un personaggio unico nel panorama dei pentiti di mafia, in quanto sarà tra i pochissimi a manifestare negli anni e tangibilmente, una reale dissociazione dai valori culturali mafiosi. Pur quale uomo d’onore in apparenza di secondo piano, egli di fatto rientra tra i “ riservati ”. Un riservato non appartiene alla comune gerarchia mafiosa. Vengono affiliati solo dai capi famiglia mediante riti di tipo massonico, per restare segreti a gran parte dell’organizzazione stessa. A loro vengono affidati compiti speciali, così come doveva essere l’omicidio di Borsellino. E’ per questo che Calcara parteciperà a numerose riunioni di vertice. Ma non solo. Fu figlioccio prima e uomo di fiducia poi, dello stesso Francesco Messina Denaro, che gli affidava la protezione del figlio Matteo. Attraverso la frequentazione di Michele Lucchese, imprenditore e politico di Paderno Dugnano, nel milanese, che le sentenze dichiareranno di certa estrazione mafiosa, accresce il proprio prestigio e allarga il giro delle “ conoscenze ”. Calcara fornirà testimonianze che toccheranno un ampio ventaglio di temi infuocati. Un condensato dei misteri d’Italia più scottanti: dal traffico internazionale di droga e armi; ai legami tra la massoneria, la destra eversiva, Cosa Nostra e la politica; alla morte di Papa Luciani e all’attentato a Giovanni Paolo II; alle implicazioni relative al ruolo giocato dal cardinale Marcinkus nelle attività dello IOR connesse alla morte di Roberto Calvi e allo scandalo del Banco Ambrosiano. Egli correlerà il tutto con episodi che lo videro coinvolto in prima persona, incluso quello che a posteriori comprenderà come strettamente legato ai preliminari dell’attentato a Papa Wojityla. Oppure quella circostanza in cui trasportò a Roma due valige che seppe cariche di 10 miliardi di lire: contanti che a Fiumicino consegnò niente meno che al Cardinale Marcinkus in persona. Ma a suscitare maggiore inquietudine sarà la chiave di lettura del contesto socio politico generale. Un quadro appreso e tramandatogli dall’interno di Cosa Nostra e delle sue connivenze. Un tema che nessun altro collaboratore di giustizia ha mai affrontato con la stessa chiarezza.


“Le cinque entità”
In questo estratto oltremodo sintetico dei suoi memoriali, Calcara parla di “..Cosa Nostra…come una di quelle che io chiamo cinque Entità che, con la loro rete segretissima di collegamenti, occupano e influenzano gran parte della vita politica, economica e istituzionale italiana…”. Ad unire le cinque unità “…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico.
Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito,”… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…"

Ogni entità secondo la ricostruzione di Calcara, agirebbe in perfetta autonomia, senza subire interferenze generate dalle altre, con regole al loro interno “…pressoché uguali a quelle di Cosa Nostra. Ad esempio. Se dentro Cosa Nostra un uomo d’onore viene “posato”, in un’altra Entità si dice “è a riposo”, oppure è “in sonno”… In ogni caso, la sostanza non cambia…”.
A capo di queste “ entità ”, Calcara indica dei potenti “ Triumvirati ”,che a loro volta si riuniscono in una “ Super Commissione ” di 15 elementi, tre per ogni entità. Al suo vertice, un ulteriore “ Super Triumvirato ” i cui componenti vengono eletti con voto segreto e con mandato a vita. Le decisioni di queste figure dal potere assoluto, una volta prese non sono discutibili.
Addentrandosi nelle competenze e nella struttura delle varie entità, Calcara fornisce ulteriori dettagli.

Cosa Nostra costituirebbe il “…braccio più armato di tutte le entità...In questo caso non seconda a nessuno…Le migliaia e migliaia di uomini d'onore che compongono Cosa Nostra sono come un esercito, sono radicati sul territorio e riducono inevitabilmente la Sicilia ad una terra martoriata. Incutono paura al popolo siciliano e impongono la cultura dell’omertà. Ogni bambino che nasce in Sicilia non può fare a meno di respirare quella cultura di morte che Cosa Nostra impone con forza…”.

La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori. Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.

La Massoneria viene definita “…anch'essa strettamente collegata all'Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all'interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…

Al riguardo della porzione deviata interna al Vaticano, anch’essa molto ben attecchita nel nostro paese  “…E’ composta da Vescovi, Cardinali e Nunzi Apostolici…Anche loro agli occhi di altri Vescovi e Cardinali, per fortuna in maggioranza (ma nel passato in minoranza) appaiono puliti e fedeli a Gesù Cristo e al Papa.
In realtà sono dei diavoli travestiti da santi, che sfruttano la buona fede di tante persone.
Con un metodo segreto che solo loro conoscono e grazie alla loro diabolica intelligenza, anche se in minoranza, riescono quasi sempre ad ingannare e a manipolare quei Vescovi e quei Cardinali che servono veramente con devozione ed umiltà la Chiesa. A livello nazionale c’erano sguinzagliati alcuni Cardinali di prestigio per inculcare nella mente del popolo italiano il convincimento che la mafia non esistesse e che fosse solo un'invenzione dei comunisti. Il loro intento era quello di indirizzare milioni di persone a votare lo “Scudo Crociato”, la Democrazia Cristiana…
”.
Rimanendo in stretto ambito Vaticano, Calcara afferma che attraverso la Banca dello IOR, sono transitati migliaia e migliaia di miliardi appartenenti alle cinque entità occulte, Cosa Nostra inclusa. Denari riciclati, reinvestiti e ripuliti dalla esperta mano del Cardinale Marcinkus, anche se il religioso americano viene definito “…strumento del Cardinale Macchi e del notaio Albano”. A questo ultimo “…venivano affidati ingenti beni immobili (terreni, ville, tenute, palazzi) che venivano intestati non solo a Cardinali e Vescovi, ma anche a uomini di Cosa Nostra, a uomini della Massoneria, a uomini politici e anche a parenti e amici che facevano da prestanome…”.

Una trasversale schiera di figure che il collaboratore di giustizia indica capace di riciclarsi e rinnovarsi nonché di proporsi meschinamente: “…quegli uomini dei "POTERI OCCULTI" degli anni 80-90 che facevano parte delle Istituzioni (comprese quelle Religiose) hanno lasciato degli eredi. Questi eredi continuano a portare avanti ciò che hanno ereditato!
Sicuramente come allora quando il carnefice andava al FUNERALE della VITTIMA anche oggi si fa la stessa cosa
.”
A conclusione della ricostruzione il pentito aggiunge: “Tutto ciò che io dico lo dico con la certezza che nessuno potrà dimostrare che sia falso…Se si vuole, basta che si controllano tutti gli atti notarili o i rogiti che il notaio Albano ha fatto in vita sua.  Il Dr. Borsellino ha saputo riscontrare ciò che dico.
Questi riscontri li ha tutti scritti nella sua agenda rossa!
”.

Una voce inascoltata
Salvatore Borsellino narra di aver conosciuto Vincenzo in epoca relativamente recente, e ironia della sorte, questo era avvenuto negli studi Mediaset, in preparazione di una puntata della serie “Top Secret”.
In realtà Salvatore è come se lo conoscesse da tempo. Di lui gli avevano parlato la moglie ed i figli di Paolo, che lo hanno continuamente aiutato e gli erano restati vicini da quando lo Stato aveva deciso di abbandonarlo. Distacco che senza mezzi termini il fratello del giudice ucciso definisce, riferendosi alle istituzioni,  “…all’interno della sua costante  opera di scoraggiamento dei testimoni di Giustizia e dei veri (pochi) pentiti…”.
Di Vincenzo gli aveva parlato anche il fratello negli ultimi mesi di vita, narrandogli di un rapporto particolare scaturito dall’incontro con l’uomo che affermava di doverlo uccidere.
Vincenzo Calcara per amore della sua seconda famiglia (la prima lo aveva abbandonato nel momento in cui scelse di collaborare), ha ripudiato totalmente la causa mafiosa, condannandone la cultura violenta e malefica. Per questo lo si può ritenere uno dei pochi autentici pentiti. Con il giudice Borsellino finì per stringere un rapporto che valicò il sentimento di rispetto e fiducia reciproca. Li accomunava la percezione di una morte imminente. Una delle ragioni queste, che indusse il pentito a rivolgersi proprio a Paolo. Attraverso l’esempio di una vita spesa per la giustizia e la verità fornita dal magistrato, Calcara trova la forza di sovvertire i valori che lo avevano cresciuto sin da bambino. Borsellino lo esorterà ripetute volte a non avere paura, scegliendo con coraggio la strada della verità:”Chi ha paura muore ogni giorno…chi non ha paura muore una volta sola…”, gli disse un giorno il magistrato, quando all’indomani della strage di Capaci, Calcara affrontò un momento di smarrimento e terrore.
Oggi Vincenzo vive con la sua compagna e le quattro figlie da lei avute. Ha rifiutato volontariamente la protezione dello Stato, scegliendo di non cambiare identità. Non ha un lavoro che consenta una vita dignitosa a lui e alla sua famiglia. Quello Stato in nome del quale ha compiuto la scelta più difficile della sua vita, sembra averlo dimenticato, lasciandolo alla mercè di chi invece non dimentica mai.
Il suo racconto è decisamente angosciante, ma perfettamente in linea con le motivazioni di svariate sentenze sui misteri italiani dell’ultimo mezzo secolo. Se ne può trovare conferma andando a rileggere le conclusioni dei giudici nel processo Calvi, nel processo Antonov per l’attentato al Papa, nel processo Aspromonte, nei processi Alagna+15 e Alagna+30, nel processo per il delitto Santangelo, figlioccio di Francesco Messina Denaro. Processi che descrivono e a volte purtroppo suppongono soltanto, di connivenze tra più poteri forti. Centri occulti collocati sull’asse politica-mafia-massoneria-IOR.
Per contro, la sua testimonianza non è mai stata messa a confronto con altri pentiti che lo stesso giudice Borsellino interrogò negli ultimi mesi di vita, come Gaspare Mutolo o Leonardo Messina, oppure con Nino Giuffrè, che circa quindici anni dopo, ribadirà nella sostanza, gli stessi racconti di Calcara. Qualcuno dovrebbe fornire spiegazioni in merito al motivo per cui non fu mai chiamato in causa nel processo che vedrà protagonista Giulio Andreotti. Il nome del notaio Salvatore Albano, venne pronunciato dal pentito in tempi non sospetti. Un uomo Albano, che nella vita professionale collezionò servigi a molti discutibili potenti: oltre che di Andreotti, egli fu il notaio del boss siculo americano Frank Coppola e del corleonese Luciano Liggio. Ed infine perché Calcara non depose nei procedimenti sui mandanti occulti per le stragi del 1992, o nell’istruttoria mai giunta in dibattimento, sulla sparizione dell’agenda rossa di Borsellino?
Agenda su cui vennero appuntate le sue testimonianze prima di essere verbalizzate. Eppure il fratello Salvatore ha portato di persona in procura a Caltanissetta, gli stralci del memoriale che trattavano dell’argomento.
Anche e soprattutto per questo, secondo molti, i suoi racconti non sono stati oggetto delle attenzioni che meritavano. La sua modesta estrazione sociale, il linguaggio semplice e a volte condito di espressioni in apparenza fantasiose, hanno concorso al disinnesco della sua attendibilità. Intento nel quale a prescindere, si fondeva l’interesse strumentale di più fronti.
Visionario, mitomane, o testimone di una realtà per nulla immaginaria, che ha visto scomparire come nel caso di Paolo Borsellino e della sua agenda rossa, le minacce più accreditate?
A giudicare dall’impegno profuso dai familiari stessi del magistrato nel sostenerlo, la risposta parrebbe giungere spontanea.

17 novembre 2009


 

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