martedì 19 febbraio 2019   
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Home1 » Pianeta Terra » Anche i computer da qualche parte la fanno  

ANCHE I COMPUTER DA QUALCHE PARTE LA FANNO
Di Luca Biondi

In una provincia del Canton, nella Cina meridionale vi è Guaio, una città di un milione di abitanti. Questa città, inizialmente sorto come piccolo centro agricolo, si è sviluppata negli ultimi vent’anni, contemporaneamente alla Silicon Valley, grazie alla diffusione del personal computer. Guaio, tuttavia, non è un polo di sviluppo di nuove tecnologie informatiche, e neanche vi si realizzano i componenti dei computer: qui, unicamente, si smaltiscono i rifiuti elettronici. Tutti gli accessori del computer (mouse, tastiere, monitor) guasti arrivano qui da varie parti del globo, principalmente dagli Stati Uniti, per poi essere disassemblati e privati delle piccole quantità di metalli preziosi in essi contenuti. Piccole aziende specializzate affrontano questo lavoro infame. Gli operai, infatti, provengono per la maggior parte dalla campagna circostante e vengono assunti per lavorare in ambienti assolutamente privi di qualsiasi tecnologia necessaria per operare in questo settore. Le aziende non sono molto grandi, solitamente si tratta di un capannone destinato allo stoccaggio di derrate alimentari in cui i rifiuti comprati vengono fatti a pezzi a colpi di martello. Senza nessun tipo di protezione, senza guanti, senza mascherine, senza aspiratori e addirittura senza scarpe, gli operai affrontano lunghe e faticose giornate di lavoro esposti all’umidità, alle zanzare e soprattutto alle polveri cancerogene che si sviluppano durante il corso delle lavorazioni! La plastica dei computer infatti viene fatta sciogliere sviluppando diossina e i metalli preziosi vengono estratti dalle schede elettroniche in bagni di acido cloridrico e nitrico i cui vapori vengono a diretto contatto con la pelle e le vie respiratorie. Ma anche l’acqua è inquinata. Quando queste poltiglie acide non servono più perché hanno esaurito la loro forza corrosiva (sono esauste) vengono riversate nei canali circostanti in grandi quantità assieme ad altre sostanze derivate dalle lavorazioni (silicio, cadmio, bromo, magnesio, tungsteno e arsenico). Un giovane attivista di Greenpeace è riuscito a prelevare un campione di acqua da un canale che attraversa la città di Guaio e da successive analisi di laboratorio è emerso che l’acqua era 6 volte oltre il limite di potabilità ammesso! Tutta la popolazione di Guaio si dedica quindi a questo redditizio business, che però è assai inquinante e nefasto per la salute, incurante di bere proprio l’acqua in cui tutti scaricano i propri veleni... sembra quasi che la popolazione locale pur di far il maggior numero di soldi possibile sia disposta a tutto, anche a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri figli. Nelle immagini che ci sono pervenute, grazie a Greenpeace e all’emittente Current, si vede che i genitori lasciano giocare i propri figli tra cumuli di schede elettroniche, componenti di plastica, e polveri colorate dei toner delle stampanti... Questi bambini, evidentemente infelici, si aggirano tutti sporchi in questa enorme discarica digitale e mentre i genitori, per pochi yuan, trascorrono la propria giornata come fossero dannati dell’inferno. Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Dal 2002 il governo cinese ha vietato il commercio e la lavorazione, sul territorio nazionale, di rifiuti elettronici provenienti dall’estero, ma ciò sembra non bastare. La corruzione, in Cina, ha raggiunto livelli tali in cui un’intera città da un milione di abitanti può tranquillamente permettersi di girare le spalle alle direttive del comitato centrale, o di quello che ne rimane dopo la morte di Mao... Del resto cosa aspettarsi dal suo successore, Deng Xiaoping, il quale un giorno ha detto: “Il socialismo è la distribuzione della povertà, mentre diventare ricchi è bellissimo!”... Le navi cariche di questa speciale spazzatura attraccano ad Hong Kong, e grazie ad opportune “lubrificatore” durante le ispezioni alla dogana, i camion possono tranquillamente iniziare il loro viaggio e attraversare il paese fino a Guaio, dove ci saranno tantissimi imprenditori locali disposti a pagare per iniziare lo “smaltimento”. In realtà, oltre alle direttive del partito comunista cinese, ci sarebbe anche un accordo internazionale che vieta questo tipo di commercio, proprio perché ritenuto pericoloso e altamente lesivo della dignità umana. Stiamo parlando del “Trattato di Basilea”, al quale però non ha aderito il Giappone e gli Stati Uniti. Il congresso americano ha infatti vietato che sul proprio territorio fossero installati impianti di smaltimento, preferendo invece inviare tutto quanto all’estero: Cina, Pakistan, Bagladesh e in altri paesi africani. In realtà  anche aziende di paesi europei preferiscono servirsi  degli operai cinesi piuttosto che rivolgersi ai consorzi locali in quanto lo trovano molto più economico...
Cosa possiamo fare per fermare questo scandalo? Per prima cosa dobbiamo informarci, approfondire il problema e sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto sta savvenendo: avidi capitalisti senza scrupolo che approfittano di popoli ignoranti e talmente poveri disposti anche a sacrificare la propria salute per sopravvivere. Poi dovremmo chiedere alle industrie del settore informatico (Apple, Intel, Hawlett-Packard, Epson, Acer, Asus, ecc...) se intendono proseguire con questi metodi infami. Devono invece, e dobbiamo invece, pretendere che sia applicato il medesimo metodo di controllo sull’intero ciclo di vita dei loro prodotti, come già accade da anni con le automobili.

La prossima volta che useremo un computer per chattare su Facebook o per giocare con l’ultimo dei videogiochi, pensiamo che da qualche parte in Cina ci sono persone che non hanno mai visto un computer funzionante, ma solo le sue viscere radioattive e tossiche. Forse, se abbiamo un minimo di sensibilità, diventeremo consumatori più consapevoli...

7/10/10

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