martedì 19 febbraio 2019   
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 IDROPOLITICA: L’ORO BLU
di Mirca Garuti

 


 

L’acqua è un diritto umano universale o merce?

Questo è l’interrogativo a cui tutti i governi dovranno rispondere.
Padre Zanotelli, dell’ordine missionario dei Comboniani di Verona, denuncia, con forza, la posizione dell’Italia, prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua. Italia, il cui patrono, San Francesco d’Assisi, cantava nel “Cantico delle creature” le lodi di Sorella acqua: utile, umile, preziosa e pura.

Approvato con la fiducia il 19 novembre 2009, Il decreto Ronchi ha concluso il processo di privatizzazione dell’acqua, iniziato a metà degli anni novanta. Processo iniziato con la Legge Galli (n.36/1994) che modificava lo status del servizio.  La tariffa (full recovery cost) doveva comprendere tutti i costi di gestione, di ordinaria e straordinaria manutenzione, mentre prima, rientravano nella fiscalità generale, a carico dello Stato. Il sistema di gestione cambia, invece, nel 2000 attraverso il “Testo Unico degli Enti Locali”(art. 113 dl 267). E’ introdotto, infatti, il principio di gara ad evidenza pubblica, se si tratta di società private, oppure affidamento diretto se le società sono misto pubblica-privata o totalmente a capitale pubblico. In ogni caso si tratta di società per azioni, quindi, soggetti di diritto privato. Tutti gli affidamenti, oggi esistenti, sono stati eseguiti in base all’art. 113 e, secondo il rapporto della commissione di vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Conviri), circa il 95% degli “Ato” (ambito territoriale ottimale, ossia, territori su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, es. quello idrico. Tali ambiti sono individuati dalle Regioni e su di loro agiscono le Autorità d’ambito) sono gestiti da S.p.A.
La privatizzazione esiste, quindi, da molto tempo, ma, con il decreto Ronchi, l’acqua diventa merce sul mercato. Approvato con 302 voti favorevoli, 263 contrari e nessun astenuto, ha suscitato molte polemiche e, per questo, sono state introdotte alcune deroghe.

Il decreto Ronchi prevede, infatti, che la forma di gestione ordinaria sia la gara ed i soggetti prescelti siano quelli di diritto privato, mentre, solo in deroga, si potrà avere la possibilità di affidare il servizio ad una società a totale capitale pubblico. In caso di scelta del servizio pubblico, occorre dare spiegazioni in merito e, l’autorità del garante della concorrenza, deve dare parere preventivo.
Il ministro, naturalmente, sostiene che, attraverso questo decreto, si rafforza, invece, la concezione che l’acqua è un bene pubblico indispensabile.
“E’ una norma attesa da anni dalle piccole e medie imprese, dichiara il ministro, in 480 mila chiedevano una norma chiara per combattere la contraffazione, l’illegalità, e dare forza ai prodotti italiani. Proprio le piccole e medie imprese hanno consentito al nostro sistema economico di reggere in un momento di grandissima crisi”.

Antonio Catricalà dell’Antitrust sostiene che il decreto Ronchi è “un buon provvedimento perché dà luogo ad una liberalizzazione da tanto tempo da noi auspicata. L’acqua rimane un bene pubblico, ma, il servizio viene, finalmente, liberalizzato grazie al meccanismo delle gare, non significa che, necessariamente, si avrà una privatizzazione, ma si apre ai privati la possibilità di entrare nell’esercizio di questo servizio pubblico essenziale. La proprietà pubblica degli impianti, rimane tale, laddove è pubblica. Rimane da chiarire chi sarà l’autorità che dovrà verificare e stabilire gli standard di qualità minimi essenziali e che vigilerà sulle tariffe”.


Il decreto Ronchi, con la richiesta della fiducia sulla conversione del D.L. 135/09, in assenza dei requisiti d’urgenza e necessità, non ha tenuto minimamente conto della sovranità delle regioni e dei comuni, ignorando la proposta di legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dei servizi idrici, sottoscritta da oltre 406.000 cittadini.


Questa scelta è stata, dunque, fatta solo per impedire un’approfondita e democratica discussione parlamentare.

Alcune regioni, come per esempio il Piemonte, la Liguria, le Marche e la Puglia, hanno annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale, per la mancanza dei requisiti d’urgenza per l’emanazione dei decreti-legge e per la violazione della suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni. Sono state avviate, anche, petizioni, rivolte a Province e Comuni, per la richiesta di introdurre nei loro Statuti il principio dell’acqua come bene comune e diritto umano inalienabile e del servizio idrico come interesse generale, senza rilevanza economica, da gestire attraverso soggetti di diritto pubblico. Questa integrazione potrebbe essere considerata un “paletto” giuridico oltre che politico nel processo di privatizzazione.

L’acqua è pubblica in quanto bene demaniale inalienabile, ma, la battaglia in atto è unicamente per chiedere che la gestione del servizio idrico sia pubblica. Chi controlla e gestisce è, a tutti gli effetti, il “padrone” dell’acqua e, se esso è privato o un ente pubblico, determina diverse conseguenze non indifferenti.
Una prima motivazione, infatti, è stata quella di sostenere che lo Stato non è più in grado di far fronte agli investimenti necessari per la manutenzione delle reti e migliorare la qualità dell’acqua.  Secondo i dati forniti dal Conviri, i soggetti privati non hanno nessun interesse a mettere in atto investimenti per migliorare le reti, in quanto, non pagano nulla per l’acqua che si disperde. I gestori dell’acqua hanno la più alta rendita in borsa, superiore anche a quella delle compagnie petrolifere: il 35% contro circa il 29% annuo.
La domanda della merce (acqua) è fissa e, il profitto è garantito, addirittura, dalla legge.

Le tariffe nel decennio 1997-2006 sono aumentate del 71,4 %, a fronte di una percentuale d’inflazione pari al 25%. Gli investimenti, nel decennio 1990-2000, antecedente all’ingresso ai privati, sono stati circa 2 miliardi di euro l’anno, in quello successivo, 2000-2010, sono scesi a 700 milioni di euro annui. Occorre anche tenere ben presente che il cittadino paga già sulla fattura del servizio acqua, un sette per cento per i profitti dei gestori del servizio (remunerazione del capitale investito). Per quanto riguarda, infine, i consumi, si prevede, nei prossimi anni, un aumento pari circa del 18 per cento, nonostante una politica che, invece, dovrebbe essere rivolta al risparmio idrico, causa una conclamata crisi generale delle risorse.  L’interesse di un gestore privato, infatti, è quello di vendere il più possibile il proprio prodotto, non certo quello di risparmiare!
Il quadro generale nel mondo della situazione idrica non è di certo incoraggiante.


L’acqua sulla terra, rispetto a trenta anni fa, è diminuita del 40 per cento. Una persona su quattro non ha accesso all’acqua potabile. Una persona su tre non ha a disposizione impianti fognari. Cinque milioni di persone, ogni anno, muoiono per malattie legate alla mancanza di acqua pulita.  Gli scienziati avvertono che, quando nel 2020, ci saranno circa 8 miliardi di persone, circa 3 miliardi non avranno accesso all’acqua potabile. Un quarto della produzione alimentare mondiale, entro il 2050, potrebbe perdersi a causa della scarsità d’acqua. Tutto questo perché? Le cause sono riscontrabili sia per l’aumento demografico e sia per gli effetti dell’inquinamento. Per trovare più cibo, si è cominciato, infatti,  a forzare il normale ciclo agricolo con l’uso di pesticidi ed a raddoppiare le zone irrigate. Il tutto unito al cambiamento climatico. Negli ultimi 30anni la siccità è costata all’Europa oltre 100 miliardi di euro. In Italia consumiamo 293 litri d’acqua il giorno per abitante, più di Belgio, Germania e Spagna, ma, meno di Norvegia e Svizzera.

Quello delle “guerre per l’acqua” è un tema che interessa tutti, ma, si ha l’impressione che si percepisca come una situazione ormai immodificabile, senza interrogarsi sulle cause che hanno portato il nostro pianeta a questo collasso idrico.
Come mai la Cina, che detiene il 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si ritrova ad avere una grave penuria d’acqua potabile e irrigua? Il governo di Pechino, prediligendo la crescita industriale, non si è preoccupato di proteggere le risorse ambientali, con il risultato che un terzo dei corsi d’acqua risulta inquinato e nelle città il 50 per cento d’acqua non è potabile.
La preoccupazione dei consumatori per la qualità dell’acqua ha dunque scatenato l’uso indiscriminato dell’acqua in bottiglia, con grande soddisfazione di tutte le grandi multinazionali di distribuzione. L’Italia detiene il terzo posto mondiale per il consumo di acque minerali, ma non per un servizio idrico adeguato, dove solo il 70% delle acque sono depurate e l’85% delle case sono collegate alle fogne. Servono soldi: circa 60miliardi di euro in 30anni. Il governo ha quindi preferito varare una legge che va verso una privatizzazione quasi totale.
Per questo motivo, è iniziata una forte e continua mobilitazione che si sta allargando su tutto il territorio. In Veneto, Friuli ed Emilia Romagna sono partite le campagne in difesa “dell’acqua del sindaco”, in Lombardia, l’acqua pubblica si serve anche con le bollicine ed in Toscana, è stato lanciato lo slogan “L’acqua in brocca”.



La manifestazione del 20 marzo a Roma


Lo striscione “Ripubblicizzare l’acqua, difendere i beni comuni” del Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha aperto, a Roma, la manifestazione di sabato 20 marzo. Padre Alex Zanotelli, padre comboniano che da anni lotta per la tutela dell’oro blu, sosteneva quello striscione. Quasi duecentomila persone sono scese in piazza per dire “No” alla privatizzazione dell’acqua. Colori, suoni e slogan hanno caratterizzato la lunga marcia attraverso le vie di Roma dove, la questione dell’acqua ha portato in piazza migliaia di persone con un messaggio chiaro: “L’acqua è diventata un ottimo affare in un periodo in cui non esistono più investimenti sicuri”.

Alla manifestazione sono presenti solo alcuni rappresentanti dell’intero mondo politico: Sinistra ecologica e libertà, Sinistra Critica, Verdi, Prc, sindacati di base e Cgil. 
La vera forza di questo lungo serpentone è data solo dalle persone, semplici cittadini che cercano di difendere il territorio e da esponenti della società civile. Tanti sono gli slogan che i manifestanti si portano addosso, attraverso gocce d’acqua parlante: “Liberami dalle multinazionali” – “Sono un portatore d’acqua” – “L’acqua è vita non è merce” – “Chi controlla l’acqua controlla la vita” .
Si celebra, così, la giornata mondiale (lunedì 22 marzo) dell’oro blu ed apre la campagna nazionale referendaria con l’obiettivo di raccogliere 600mila firme entro l’estate per presentare i tre referendum abrogativi della legge Ronchi.
Tre SI' per la ripubblicizzazione dell'acqua, tre SI' per dire basta ai profitti su un bene essenziale.


Il primo quesito propone di eliminare l'art. 23bis della legge n°133, approvato dal governo Berlusconi il 6 agosto 2008, che inserisce il servizio idrico nei servizi pubblici di "rilevanza economica"; Il secondo, propone l'abrogazione dell'articolo 150 del "decreto ambientale" 152 che definiva come modalità di gestione del servizio idrico la sola forma societaria della “S.p.A.” ed Il terzo propone di eliminare dalla norma tariffaria “l'adeguata remunerazione del capitale investito", che garantisce per legge il profitto ai privati attraverso la bolletta degli utenti.

 

Foto della manifestazione   

  

Il caso di Acqualatina


I privati in Italia, già da una decina d’anni, hanno cominciato ad investire i propri soldi nel business idrico. E’ un dato di fatto constatare che quando entrano le corporations, gli investimenti diminuiscono e le tariffe, invece, aumentano.
Il caso più significativo e conosciuto è quello di Acqualatina, società per azioni che dal 2002 gestisce gli acquedotti della provincia di Latina. La parte privata, controllata dalla società francese multinazionale Veolia, possiede il 49 per cento delle azioni. In teoria, quindi, rappresenta la minoranza, in realtà, invece, le decisioni strategiche e la gestione sono decise a Parigi. Nel 2006 Acqualatina, con le sue risorse economiche, non è più in grado di sostenere tutti gli investimenti di opere importanti, per migliorare la qualità dell’acqua, previsti dal contratto. La scelta di accettare, un prestito con il sistema “project financing”, uno dei più rischiosi, con la Depfa bank, è dei manager della Veolia. E’ un sistema che basa la copertura del rischio ricorrendo all’acquisto di contratti derivati, in altre parole, è il cuore di quella che è stata chiamata la “finanza tossica”.
La banca irlandese coinvolta in questa operazione, insieme con altri tre istituti di credito, è stata rinviata, nei giorni scorsi, a giudizio per truffa ai danni del Comune di Milano. La Depfa da Acqualatina, come garanzia del prestito, ha preteso di esercitare il diritto di “step in”, ossia, la possibilità, in caso di eventi rilevanti non graditi dai banchieri, di sostituire i soci nell’assemblea.

Nelle casse di Acqualatina sono entrati 114milioni di euro per opere d’investimento. Dal 2007 ad oggi, però, lnon sono mai stati raggiunti nemmeno gli obiettivi minimi di spesa per migliorare l’infrastruttura idrica. Il risultato ottenuto, infatti, dalla gestione privata è stato quello di una diminuzione degli investimenti, pari a 10,3 milioni di euro. Negli anni novanta fu introdotto un parametro “Mall” che doveva servire per far diminuire la tariffa, per i contribuenti, in caso di un aumento di reclami e d’interruzione della fornitura dell’acqua.
Questo parametro fu sospeso per Acqualatina il 14 luglio 2006, nel momento in cui fu approvata una revisione straordinaria della tariffa e, poco prima, che fu firmato il prestito con la Depfa bank. La diminuzione degli investimenti, quindi, per questa sospensione, non ha potuto essere la causa di un’eventuale penale per Acqualatina, vanificando così, la legge sulla gestione dei sistemi idrici integrati.

L’accesso all’acqua di qualità 24ore su 24, come sostiene sul “New York Times” Michael Deane, il rappresentante delle corporation private, ha un costo. Se gli investimenti e la qualità possono aspettare, a chi non paga, vengono chiusi i rubinetti. Dove l’acqua è gestita dai privati, nessuna revisione delle tariffe non è mai a favore degli utenti. Dopo il contratto con la Depfa, infatti, la progressione degli aumenti, non si è mai fermata: dal 4,95% del 2007, al 5,31% del 2008 e al 6,70% del 2009.


Le Acque nel mondo


La Banca mondiale sostiene la privatizzazione delle acque e la tariffazione a costo pieno.
In Bolivia, per esempio, nel 1999 la Banca si è rifiutata di prestare garanzia per un prestito di 25milioni di dollari per il rifinanziamento dei servizi idrici di Cochabamba, terza città del paese. La condizione per ottenere il prestito era quella che il governo doveva vendere il sistema pubblico delle acque al settore privato e che tutti i costi gravassero sui consumatori. Nelle trattative di vendita era considerata una sola offerta e, così, il sistema idrico passò nelle mani di un sussidiario della Bechtel Corporation. Bechtel annunciò subito il raddoppiamento delle tariffe dell’acqua. Per molti boliviani, quindi, l’acqua era diventata più costosa del cibo. La Banca mondiale impose anche un regime di monopolio per i concessionari privati dell’acqua, offrì il suo appoggio per una tariffazione a pieno costo e legò il prezzo dell’acqua al dollaro. Tutte le acque, incluse anche quelle da fonti comunali, erano così soggette a permessi d’utilizzo, obbligando i contadini a dover comprare dei permessi per avere cisterne per immagazzinare l’acqua piovana sui loro stessi terreni.
I boliviani non hanno, però, accettato tutto questo. Si sono uniti, hanno marciato in centinaia su Cochabamba per protestare contro le decisioni del governo e, il 10 aprile 2000, il governo ha espulso la Bechtel Corporation ed ha revocato la legislazione sulla privatizzazione delle acque.

Nel mondo ci sono circa cinquanta conflitti tra Stati per l’accesso, l’utilizzo e la proprietà delle risorse idriche. Spesso, la motivazione legata alla penuria d’acqua è una mezza verità, infatti, l’acqua è diventata un obiettivo strategico per indebolire il proprio avversario, garantendosi la supremazia regionale. La Turchia, per esempio, con risorse idriche superiori a quelle italiane, combatte da anni con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate. I suoi obiettivi sono quelli di ribadire la sua supremazia e controllare militarmente i territori dell’Anatolia sudorientale, roccaforte, da sempre, dei curdi.
Il caso turco, quindi, come quell’israeliano, dimostra come le”guerre per l’acqua” sono una conseguenza non la causa di tensioni internazionali ed un pericolo legato alle logiche dell’idropolitica.

Un esempio molto chiaro d’idropolitica si vede, ormai da anni, in Palestina, dove le risorse idriche sono al limite della sopravvivenza umana.
In occasione della giornata mondiale dell’acqua, anche a Gaza si sono mobilitati per protestare per il furto, da parte del governo israeliano, delle risorse idriche.

 

 

 

In occasione della giornata mondiale dell’acqua, manifestazione a Gaza
"Punire Israele per il furto delle risorse idriche".

Gaza, lunedì 22 marzo 2010, centinaia di persone si sono radunate davanti alla sede Onu di Gaza per chiedere l’imposizione di sanzioni contro Israele per il furto delle risorse idriche palestinesi che opera da lungo tempo.
I manifestanti hanno intonato slogan contro l’occupazione, contro il proseguimento del controllo del governo israeliano sulle acque palestinesi e contro la sottrazione – ultradecennale - di acqua.
In molti hanno sfilato con bottiglie e contenitori vuoti proprio in segno di protesta contro il furto da parte di Israele.
Promossa dall’Unione dei Comitati per il lavoro agricolo della Striscia di Gaza, la dimostrazione è coincisa con la Giornata Mondiale dell’acqua. 
Ziyyad, un responsabile dei Comitati per il lavoro agricolo, ha dichiarato: “ Per decenni, l’occupazione israeliana ha derubato l’acqua dei palestinesi. Oggi celebriamo, a modo nostro, la Giornata Mondiale dell’Acqua, esprimendo le difficoltà a cui siamo costretti a causa delle restrizi
oni e delle misure imposte da Israele”.
Ziyy
ad ha sottolineato che la Palestina è uno tra i paesi che soffre maggiormente per la scarsità idrica, mentre il blocco israeliano ostacola qualunque possibilità di rifornimento e di sviluppo impedendo l’ingresso nella Striscia di Gaza di attrezzature necessarie per una dovuta manutenzione.
Insieme ad altri aspetti, la questione idrica resta tra quegli tralasciati, nei colloqui tra l’Autorità nazionale palestinese di Ramallah e il governo israeliano di Benjamin Nethanyahu.
Majdi Yaghi, membro del consiglio direttivo dell’Unione ha affermato: “Sin dal 1948. Il governo d’occupazione segue la politica del furto dell’acqua, privandone i cittadini palestinesi”.
Nel suo intervento, Yaghi ha chiesto che la gestione delle risorse avvenga su base congiunta, mentre nei Territori Palestinesi Occupati, la realtà è un’altra: è l’esclusiva gestione dell’occupazione israeliana per mezzo dell’imposizione di ordini militari.
Egli ha sottolineato, come le risorse idriche palestinesi - condivise con uno o più paesi confinanti – rappresentino anzitutto una questione politica e relativa alla sicurezza: Israele prosegue nel furto sistematico di acqua palestinese e, dall’interno, costituisce una minaccia per la società palestinese e per quelle arabe.
Proseguendo, il dott. Yaghi ha puntualizzato che l’occupazione israeliana vieta ai palestinesi l’accesso alla quantità di acqua stabilita negli Accordi di Oslo del 1993 e pari ad 80 milioni di metri cubi.
Non solo Israele ruba l’acqua palestinese ai palestinesi, ma, si spinge ancora oltre e, attraverso le azioni della società israeliana “ Mekorot”, pretende di venderla loro. Dunque, oltre il danno, la beffa.
Nel 2009, infatti, l’occupazione avrebbe venduto 47,4 milioni di mc in Cisgiordania (mentre le abitazioni in cui vive l’88,4% delle famiglie palestinesi dispongono di un acquedotto) con una distribuzione pari all’88, 4% in Cisgiordania contro il 95,8% nella Striscia di Gaza.
Concludendo, Yaghy ha ricordato che i dati di salinità nell’acqua sono pari a 74% in Cisgiordania e 63,8 nella Striscia di Gaza.
(dal sito Infopal)

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