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Il caso del cantiere di autocostruzione di Filetto (RA)
QUANDO LA POLITICA TRASFORMA UN SOGNO IL INCUBO

 

Abbiamo ricevuto da Matteo Mattioli - un autocostruttore - l'aggiornamento della vicenda sino ad oggi irrisolta, del cantiere di autocostruzione di Filetto (RA).
Una vicenda che appare incredibile su cui ci piacerebbe comprendere sino in fondo le motivazioni che hanno condotto il Comune di Ravenna ad inviare una diffida a proseguire nei lavori, pena la totale decadenza della concessione. Ovvero la perdita di ogni residua speranza di vedere le loro case terminate.

La vicenda comincia nel lontano 2009 dove il Comune di Ravenna ha emesso un bando per l’autocostruzione che ha coinvolto un nucleo multietnico di 14 famiglie scelte esclusivamente per "il merito" di avere un basso reddito. Purtroppo però il cantiere si è presto interrotto a causa del fallimento dell’azienda Alisei SRL fornitrice (di materiali e maestranze) e beneficiaria dell’appalto. Così i terreni popolari, sui quali queste sfortunate famiglie hanno condiviso sudore e impegno per un obiettivo comune, oggi ospitano un cantiere fantasma.
Dopo tre anni di indifferenza politica e fermo dei lavori, alcuni fra i più determinati e indignati autocostruttori, riunitisi fin da principio in cooperativa col nome di “Mani Unite”, iniziano una protesta che dalla raccolta di oltre mille firme in poco più di un mese, muta nell'estate 2012, in una ostinata occupazione del cantiere. La situazione ancor non trova una soluzione e i due edifici grezzi, senza intonaco, impianti, infissi e rete fognaria, oggi sono esposti allo sciacallaggio e alle intemperie.
Possibile che ancora una volta la politica è assente e 14 famiglie sono senza alloggio?

Per ulteriori approfondimenti consulta:

http://matteo-equilibrio1.blogspot.com/2013/02/la-politica-trasforma-un-sogno-in-un.html

15/02/2013


I neutrini ed Einstein tra scoop e disinformazione

di Daniele Tavernari

La nota vicenda dei neutrini, oltre ad aver fornito interessanti prospettive di ricerca ed approfondimento nonostante la smentita, ha messo in luce alcuni vizi di fondo nell’affrontare particolari tematiche scientifiche da parte di certe testate giornalistiche e trasmissioni televisive: l’utilizzatissimo “Einstein va in soffitta” è stato, infatti, uno slogan completamente fuori luogo anche se non fosse stato trovato alcun errore nelle misurazioni.

Come spesso si ha occasione di verificare, la ricerca spasmodica dello scoop e della notizia sensazionale tende talvolta a trascurare o, quantomeno, a non tenere sufficientemente in considerazione il precetto deontologico di fedeltà alla verità pura e semplice, senza forzate interpretazioni o immotivato induttivismo. È doverosa una premessa. La cautela, lo scetticismo di fondo e la tendenza alla “falsificazione” (intesa come confutazione), principio popperiano alla base dell’epistemologia moderna, fanno sì che la comunità scientifica, prima di rendere ufficiali certi risultati sperimentali o certe scoperte, segua un lungo e rigoroso iter di controllo e di verifica degli stessi.

Solo per citare alcune condizioni, gli esperimenti devono essere ripetibili e riproducibili, vale a dire che cambiando certe variabili tra cui la strumentazione, l’ambiente, il sistema di riferimento e addirittura gli sperimentatori si deve pervenire allo stesso risultato. Le asserzioni devono essere confutabili: ci deve essere la possibilità, almeno potenziale, di tentare di dimostrare il contrario di quanto dicono. Vi deve essere un controllo, operato da altri scienziati, della correttezza dei processi e della ragionevolezza delle conclusioni tratte (il cosiddetto peer review).
Inoltre bisogna sempre tener conto che la possibilità di smentita di risultati scientifici ha validità generale e, per così dire, “non guarda in faccia a nessuno”: incombe, infatti, anche su leggi il cui utilizzo ha sempre dato ottimi risultati e corrette previsioni, figurarsi sulle scoperte più recenti. Il concetto di verità, in ambito scientifico, ha poco più che una valenza di convenzione: ogni volta che si suppone “vera” una certa scoperta e la si sfrutta, si è consapevoli del fatto che lo è finché qualcuno non dimostra il contrario o non ne limita il campo di validità, restringendolo, ad esempio, a “caso particolare” di un principio più generale.

Per citare un caso storico, Albert Einstein, con la sua Teoria della Relatività Speciale, mise in crisi le Leggi di Trasformazione Galileiane. Esse consistevano nelle classiche addizioni delle velocità, secondo cui, per intenderci, una persona che corre su un treno, per un osservatore fermo nella stazione, va ad una velocità pari alla somma della sua velocità di corsa e di quella del treno. Su di esse si erano basate la scienza e la tecnologia per secoli, ma l’allora impiegato dell’Ufficio Brevetti dimostrò semplicemente che esse cessavano di essere valide ed utilizzabili quando le velocità diventavano troppo alte, restringendone il campo di competenza. Esse restavano comunque applicabili nella vita di tutti i giorni, ma per un satellite, ad esempio, bisognava inserire delle correzioni, dette appunto relativistiche.

Si potrebbe affermare quindi che le leggi di Galileo sono tuttora “vere”, entro certi limiti, mentre quelle di Einstein sono più generali. Nulla vieta che una teoria ancora più generale possa restringere a sua volta la validità della relatività einsteiniana, relegandola a “caso particolare”.

E qui si giunge al punto della questione.

Le stesse metodologie di controllo e revisione, la stessa cautela sopra citata, imprescindibile quando si ha a che fare con scoperte di un certo spessore, non sembrano sempre trovare riscontro nei notiziari e nei giornali. L’imperante logica dello scoop da prima pagina e del “titolone” che certe testate e trasmissioni adottano fa sì che troppo spesso si decentralizzi l’attenzione del lettore o del telespettatore dalla reale notizia alle quanto mai opinabili interpretazioni e affrettate conclusioni sensazionali, sbalorditive e talvolta addirittura shoccanti. Quelle, ovvero, che fanno impennare vendite e ascolti.

La nota vicenda dei neutrini non ha fatto eccezione.

Per una più dettagliata descrizione del fatto in sé si rimanda al relativo articolo: (link)

In queste righe, invece, l’attenzione si rivolge in particolare ai risvolti giornalistici della questione, e di come essa è stata posta. Il fenomeno registrato dai laboratori del Gran Sasso riguardo alla velocità dei neutrini consisteva nel fatto che essi avrebbero – il condizionale è d’obbligo - viaggiato più velocemente della luce, o meglio, avrebbero oltrepassato questo limite durante la loro accelerazione. La teoria della relatività generale di Einstein aveva invece dimostrato che ciò fosse fisicamente impossibile: senza entrare nel dettaglio, per aumentare la velocità di una particella dotata di massa - seppur infinitesima, come nel caso dei neutrini - fino a farle superare i fatidici 300'000 km/s,  bisognerebbe impiegare una quantità infinita di energia.

L’evidenza sperimentale è stata quindi accolta con cautela, non solo dalla comunità scientifica internazionale ma anche dagli autori stessi dell’esperimento, che fin da subito nei loro comunicati stampa si sono limitati a definirla un’”anomalia” e si sono appellati ai centri di ricerca di tutto il mondo per le dovute verifiche del caso.

Per quanto riguarda i risvolti giornalistici e la copertura mediatica della vicenda, lo slogan più diffuso, in piena conformità con le regole del sensazionalismo, è stato, come già riportato, “Einstein va in soffitta”. Questa ed altre frasi ad effetto simili, unite alla prospettiva di una revisione radicale della nostra concezione dell’universo e della fisica nel suo complesso, non hanno fatto che gonfiare in maniera smodata ed immotivata una semplice registrazione provvisoria di dati, ancora tutti da verificare e dunque ben lontani dall’essere pienamente e ufficialmente confermati. La “delusione” di quanti, spinti da “ultim’ora” e “titoloni” auspicavano un’intrigante rivoluzione della cosmologia è stata quindi grande allorché è giunta la smentita della notizia, dovuta ad un controllo della calibrazione della strumentazione.

Un simile risalto mediatico e l’esagerato peso dato alla questione, oltre a rendere oggettivamente auspicabile un maggiore impiego di “addetti ai lavori” o di specialisti della divulgazione scientifica anche nei giornali generalisti, ha contribuito, inoltre, a screditare i ricercatori stessi. Essi, dal canto loro, non hanno fatto altro che trovare un’anomalia, controllare strumenti e processi e scoprire dove avevano sbagliato, come succede normalmente nel corso di indagini ed esperimenti scientifici.

Un’ultima questione riguarda l’inesattezza di fondo del considerare finita l’epoca della relatività einsteiniana. Supponiamo per un attimo che quanto scoperto fosse stato confermato: ci saremmo semplicemente trovati in una situazione analoga a quella, sopra citata, di cui Einstein stesso è stato protagonista quando ha pubblicato le sue teorie. Satelliti, sistemi GPS, pianeti e reattori nucleari funzionano e avrebbero fondamentalmente continuato a funzionare secondo la Teoria della Relatività, che si sarebbe semplicemente vista restringere il campo di applicazione e di validità, come è successo per la fisica classica.

I sensazionalisti dovranno dunque mettersi l’animo in pace: Albert Einstein in soffitta non ha nessuna intenzione di finirci.



I neutrini e l’esperimento OPERA: il punto della situazione a un anno di distanza
di Daniele Tavernari



È passato ormai più di un anno dalla sorprendente misurazione, poi smentita, relativa alla velocità delle sfuggenti particelle chiamate neutrini. Un discorsivo e non troppo approfondito riassunto della vicenda e della sua evoluzione, anticipato da una breve introduzione all’argomento, può aiutare a fare chiarezza.

Il neutrino è una particella elementare priva di carica elettrica e di piccolissime dimensioni, dotata di una massa di parecchi ordini di grandezza più piccola degli elettroni; il suo nome fu coniato da Enrico Fermi, che ne studiò le caratteristiche e il comportamento nel 1934.
La sua esistenza venne invece ipotizzata per la prima volta nel 1930 da Wolfang Pauli, uno dei pionieri e dei padri fondatori della meccanica quantistica, nell’ambito delle sue ricerche sul decadimento beta, uno dei fenomeni correlati alle radiazioni sfruttate da numerose apparecchiature mediche. Essi furono osservati sperimentalmente per la prima volta nel 1956.
Di neutrini ne esistono tre tipologie, dette “sapori”, a seconda delle interazioni che possono avere con il resto della materia: il neutrino elettronico, quello muonico e quello tauonico.
La loro formazione può essere dovuta a diverse cause, di origine naturale o artificiale. Solo per citare alcuni esempi, essi possono essere prodotti da reazioni nucleari, siano esse presenti all’interno di reattori o di stelle, da decadimenti radioattivi, dall’interazione dei raggi cosmici con l’atmosfera o dalla collisione tra altre particelle elementari.
Una delle proprietà fondamentali dei neutrini è la cosiddetta “oscillazione del sapore” in volo, ovvero la possibilità che, in determinate condizioni, durante il loro tragitto il loro sapore cambi da uno all’altro: neutrini elettronici possono, ad esempio, “trasformarsi”  in muonici o tauonici.
Una seconda, importante, caratteristica risiede nel fatto che essi, per le loro minuscole dimensioni, interagiscono molto di rado con la materia: un neutrino immerso in acqua viaggia in media per 160 anni-luce prima di collidere con una molecola del mezzo in cui si sta muovendo. Ciò li rende molto difficili da rilevare ma anche estremamente interessanti in quanto consentono di ottenere spettacolari immagini computerizzate dell’interno dei corpi celesti.
Il loro studio è, infine, fondamentale per la ricerca di base nella fisica delle particelle e nella cosmologia.

L’esperimento OPERA, che ebbe luogo tra il CERN e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, si prefiggeva come obiettivo l’indagine e l’osservazione dell’oscillazione del sapore e la misura della velocità di volo dei neutrini. Essi venivano prodotti nell’acceleratore LHC del centro di Ginevra tramite collisioni tra protoni e direzionati verso i rivelatori presenti nell’istituto abruzzese; il loro tempo di volo veniva misurato da orologi atomici sincronizzati molto sensibili, mentre per la distanza si è sfruttato un accurato sistema GPS. L’utilizzo di laboratori sotterranei preveniva interferenze provenienti dai raggi cosmici. Sorvolando sull’infelice uscita dell’allora Ministro dell’Istruzione italiano Mariastella Gelmini, è sufficiente sottolineare come la seconda proprietà sopra citata consentisse all’esperimento di non richiedere alcun tipo di canale di passaggio, nemmeno improbabili “tunnel” tra i due centri di ricerca.
Mentre per quanto riguarda l’oscillazione di sapore si raggiunse lo scopo di verifica sperimentale del modello teorico che ci si era prefissati, per il secondo obiettivo si ottennero risultati davvero sorprendenti: sembrava che i neutrini avessero raggiunto i rivelatori con un anticipo di 61 nanosecondi rispetto a quanto avrebbe impiegato un fotone (una particella di luce). Proprio qui sta il nocciolo della questione: il superamento della velocità della luce da parte di una particella dotata di massa è impedito dalla Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein, poiché, senza entrare nel dettaglio, ciò richiederebbe una quantità infinita di energia.
Proprio per questo l’esito venne accolto con cautela e scetticismo dagli stessi autori dell’esperimento, che si limitarono, nel diffondere la notizia, a descriverla come un’”anomalia”, ancora tutta da verificare e valutare.
Le eventuali fonti di errore potevano essere sia di carattere metodologico che tecnico.
Per quanto riguarda le prime, esse consistevano nel fatto che non era possibile sapere esattamente in quale punto dell’acceleratore di particelle i neutrini si fossero formati e dunque avessero iniziato il loro viaggio: nonostante le inferenze statistiche consentissero di determinare, con buona approssimazione, la posizione e l’istante di tempo più probabili, risulta evidente che si aveva a che fare con incertezze non trascurabili. Questi calcoli numerici si basavano, inoltre, sull’assunto che ognuno dei protoni in collisione avesse la stessa probabilità di generare un neutrino, asserzione intuitivamente sensata ma, per la verità, non ancora dimostrata né teoricamente né sperimentalmente.
I problemi di carattere tecnico erano, invece, evidentemente legati alle misure in sé, e fu proprio un errore di questa natura che comportò l’anomalia. L’analisi dei dati aveva portato a risultati compatibili: l’incertezza complessiva sul tempo di volo era di 10 nanosecondi quindi, nella peggiore delle ipotesi, i neutrini sarebbero arrivati comunque prima dei fotoni, sebbene di soli 50 nanosecondi.
Ciò che non funzionò fu una connessione di un cavo a fibra ottica tra il sistema di localizzazione GPS e uno dei computer. Si trovò inoltre un’imprecisione nella sincronizzazione degli orologi atomici.
Tutto ciò venne notato solo alcuni mesi dopo, durante le dovute verifiche della strumentazione.

Nelle parole dell’allora responsabile dell’istituto del Gran Sasso Antonio Ereditato vi fu, tuttavia, prudenza anche nel riportare questi errori: si stanno tuttora verificando i parametri, fisici e tecnici, e i dati ottenuti per cercare di capire come essi abbiano davvero influito sull’esito dell’esperimento. È infatti da notare, inoltre, che le due fonti di errore avrebbero agito in senso opposto: una avrebbe portato ad una sottostima del tempo di volo, l’altra ad una sovrastima.
Laboratori di ricerca indipendenti negli Stati Uniti si stanno mobilitando e stanno procedendo con indagini e rilevamenti analoghi, allo scopo di fornire ulteriore materiale per dirimere la questione. Altre misurazioni da parte dei progetti Icarus e LVD avrebbero invece confermato l’errore commesso, portando lo stesso gruppo di ricerca di OPERA a presentare uno mozione di sfiducia contro Ereditato la quale, nonostante l’esito negativo, ha comunque spinto il fisico napoletano alle dimissioni.
Sulla vicenda della velocità dei neutrini la parola “fine” è, quindi, ancora piuttosto lontana.



ECONANOPATOLOGIE: IL LEGAME CON GLI INCENERITORI DI RIFIUTI


A Modena stanno aumentando i casi di tumore e, con i  tumori, si registrano numeri preoccupanti di malattie  cardiovascolari e di aborti spontanei. Le cause possono essere molteplici, ma una è certamente l’inquinamento.
In questa conferenza, infatti, si sono esaminate le origini e le ragioni del recente dibattito sull’opportunità di costruire nuovi inceneritori in Italia, originato in parte dalla campagna del ricercatore modenese Stefano Montanari sul soggetto delle “nanopatologie”. Dati recenti derivati da studi scientifici riportati sulla letteratura internazionale indicano che le nanopolveri emesse da processi di combustione ad alta temperatura potrebbero essere molto più dannose di quanto non si ritenesse fino a non molto tempo fa. In particolare, le norme attuali non sarebbero adeguate per tener conto dei danni che causano. Per quanto riguarda gli inceneritori, anche se non siamo in grado per ora di quantificare l’entità del rischio, è noto che i filtri attuali non sono in grado di bloccare completamente le emissioni di polveri molto fini. In ogni caso, il concetto stesso di incenerimento dei rifiuti potrebbe essere reso rapidamente obsoleto da una serie di fattori che includono, oltre ai danni dovuti alle nanopolveri, la necessità di ridurre le emissioni di gas-serra per contrastare il riscaldamento globale e la nuova realtà emergente di difficoltà di approvvigionamento delle materie prime.

I ricercatori:
Dott.ssa Antonietta Gatti  - CNR Faenza
Dott. Stefano Montanari   - Direttore scientifico laboratorio Nanodiagnostics
Prof. Beniamino Palmieri  - Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

Hanno Illustrato lo stato delle ricerche e risposto alle domande del pubblico.

 

1° Parte     2° Parte 



Conferenza organizzata da Associazione - VITA AL MICROSCOPIO


STANNO UCCIDENDO I DELFINI!
di Luca Biondi

 

Non vivo in riva al mare,
non ho navigato sugli oceani,

non ho mai nuotato insieme ai delfini,

non ne ho mai toccato uno,

non sono io che ho scoperto questa grave e inaccettabile ingiustizia,

ma sono io, come potreste essere tutti voi,

a diffondere e ad amplificare questo messaggio tra le genti del mondo:

DOBBIAMO PROTEGGERE LE BALENE E I DELFINI, ORA!

Alcune sere fa ero seduto sul divano intento a guardare la televisione con la mia famiglia, mentre sull’altro canale stava per cominciare un documentario sulla situazione dei delfini e delle balene. Questo documentario s’intitolava “The Cove” ed è uno dei più completi e commuoventi reportages dedicati alla denuncia delle crudeltà dell’Uomo perpetrate sugli animali. Erano le nove e stava per iniziare il documentario, ma nessuno aveva il coraggio di cambiare canale. Dopo aver visto solo alcune scene del promo, pur non confessandolo, sapevo che avremmo dovuto assistere non solo alle barbarie di alcuni pescatori intenti ad uccidere degli innocui e inermi delfini ma provare anche un profondo disgusto per gli orribili crimini che la specie umana sta infliggendo alla natura. Ignorare il problema non cambierà certo le cose e per questo è necessario che guardiate il documentario. Questa è la storia dei delfini, gli animali più intelligenti del mondo, secondi solo agli uomini, dai quali però si distinguono per il fatto di non essere in grado di compiere cattiverie.

Chi di noi almeno una volta nella propria vita non ha assistito, dal vivo o in televisione, ad uno spettacolo con i delfini? In molte località turistiche esistono dei delfinari in cui confluiscono migliaia di spettatori per vedere le acrobazie e i stupendi giochi d’acqua di questi grandi nuotatori. Durante gli spettacoli sembra proprio che gli animali siano a loro agio, che si divertano e, per quanto riguarda i delfini, addirittura che “sorridano”. Ebbene, ciò è falso! Anche se i delfini stanno al gioco, in realtà sono stressati, affaticati e infelici. Spesso, alla fine degli spettacoli, molti esemplari muoiono per complicazioni cardiocircolatorie: sono infatti sottoposti a stress e ad affaticamenti eccessivi. Inoltre, avendo loro un delicato e sensibilissimo apparato uditivo, durante gli spettacoli, sono letteralmente assordati dagli schiamazzi degli spettatori e degli altoparlanti che li incitano a compiere le prodezze che li hanno resi famosi. Devono continuare ad accettare tutto questo per evitare rimbrotti o punizioni. Più che di punizioni corporali si tratta di un rapporto con l’uomo non equilibrato. Gli addestratori infatti utilizzano una tecnica di ammaestramento tutta basata sull’imposizione di regole attraverso un linguaggio gestuale estraneo alla natura dei delfini. Essi usano la vista solo in parte, mentre il loro senso più sviluppato è l’udito. Dal momento della cattura in mare, alla loro eventuale liberazione, si devono piegare al volere degli umani e accettare le loro imposizioni affinché si possa trarne vantaggi economici nei delfinari di tutto il mondo. Abbiamo la presunzione di insegnare a questi delfini giochetti, mentre la loro intelligenza auspicherebbe che fossimo pronti a “ricevere” da loro. Noi non solo non capiamo cosa dicono, ma neppure ci sforziamo minimamente per comprenderli!
Come possiamo dimenticare che molti salvataggi in mare sono stati effettuati proprio da loro? I delfini infatti sono gli unici animali che comprendono le situazioni di pericolo e quando sono presenti, intervengono per portare soccorso. Molti marinai in difficoltà raccontano di essere stati trascinati verso riva dai delfini, e un surfista accerchiato da uno squalo racconta di essere stato salvato da un delfino che ha messo in fuga il suo aggressore. Dobbiamo iniziare a chiederci cosa  pensano anche gli altri abitanti della Terra. Noi, abbiamo l’intelligenza per farlo, ci manca solo la sensibilità.

Il primo a chiederselo è stato Richard O’Barry, l’addestratore di Flipper, un delfino (in realtà quattro esemplari diversi) che ha fatto storia comparendo più volte in televisione nell’omonimo telefilm. Questo signore di circa sessanta anni è stato uno dei più bravi addestratori di delfini e ha contribuito al notevole successo che hanno avuto negli anni i delfinari. Nel documentario egli confessa che quando era più giovane la sua preoccupazione principale era quella di comprare auto sportive e diventare ricco, ma che dopo aver visto morire un delfino tra le sue braccia ha cominciato a porsi delle domande e ha cambiato pensiero su quello che stava facendo, sia pur in buona fede. Ma le ingiustizie che stiamo commettendo nei delfinari sono nulla rispetto a quello che sta succedendo in Giappone, più precisamente nella baia di Taiji. Qui c’è una piccola città di villeggiatura tutta dedicata ai delfini e alle balene. Ma c’è un problema: non solo esistono diversi delfinari, ma la il delfino viene venduto e mangiato da abitanti e turisti negli stessi delfinari, dopo aver assistito agli spettacoli!

Quest’abitudine di mangiare carne di delfino per fortuna è limitata solo in certe zone del Giappone, mentre nelle grandi città, come Tokio od Osaka, tutte le persone intervistate si sono indignate e sono ignare di quello che succede nella baia di Taiji.
Se il delfino è un animale amorevole non lo è altrettanto la sua carne. Al contrario è tossica.
Il delfino, un animale di grosse dimensioni, occupa una posizione elevata nella catena alimentare. Si nutre di pesci che a loro volta hanno mangiato pesci più piccoli, fino al plancton, definito anche “filtro vivente”. Proprio per questo, a causa dell’inquinamento del mare e degli oceani, i delfini assumono nella loro dieta enormi quantità di sostanze inquinanti, già presenti nei pesci con cui si alimentano. La quantità di mercurio presente in un delfino è di gran lunga superiore a quella presente in una sardina o in un luccio. Pensare di mangiare un filetto di delfino significa avvelenarsi, in quanto il mercurio, purtroppo presente nell’acqua, provoca gravi e irreversibili danni neurologici. Nelle mense scolastiche di alcune località giapponesi il delfino è servito anche ai bambini, già educati per portare avanti questa malsana tradizione. Alcuni consiglieri comunali di Taiji però, in seguito ai rapporti di autorità mediche indipendenti e dopo aver parlato con lo stesso Richard O’Barry, sono insorti e l'hanno fatto abolire dai menù della scuola elementare. Ma il problema rimane poichè in tutto il Giappone il delfino è proposto nei supermercati con l’etichetta “Carne di balena”, ritenuta accettabile dalla cultura alimentare nipponica. C’è ancora molto da fare prima che questi grandi mammiferi vengano rispettati e compresi. I pescatori di Taiji, intervistati hanno risposto in modo scanzonato: “E voi occidentali non mangiate i maiali e le vacche?”. Ma che esempio è questo? Uccidere dei delfini non ha senso, la loro carne è inquinata e già questo basterebbe. Si dovrebbe invece, cercare di trovare delle cure all’avvelenamento da mercurio o quantomeno dei rimedi per porre fine all’inquinamento dei mari!

Il signor O’Barry, durante le sue indagini in questi ultimi anni, ha scoperto che il Giappone sta cercando di ribaltare importanti decisioni in tema di difesa ambientale cercando nuovi partner tra i piccoli paesi in difficoltà economica. Essendo membro dell’IWC (International Whaling Commission), recluta paesi in bancarotta proponendo aiuti finanziari in cambio di voti favorevoli alle sue assurde proposte, come quella in cui si giustificava la pesca delle balene in quanto  sarebbero responsabili dell’impoverimento dei banchi di pesci negli oceani. Peccato che le balene si nutrono esclusivamente di krill, piccoli crostacei e placton! Però è stata ugualmente votata a favore da Saint Kitts e Nevis, Dominica, Antigua e Barbadua, Saint Lucia e Grenada. Mentre, recentemente, sono stati “assoldati” anche altri altri paesi come: Camerun, Cambogia, Ecuador, Eritrea, Guinea-Bissau, Kiribati, Laos e Isole Marshall.
O’Barry è quindi andato a parlare con i delegati di questi piccoli paesi del terzo mondo e costoro non sapevano dare alcuna motivazione convincente alle loro scelte. Nessuno di loro era un esperto in cetacei.
In quel documentario ho visto centinaia di delfini essere trafitti dalle lance; ho visto piccoli di delfino scappare  terrorizzati per poi annegare e ho visto l’acqua dell’oceano intingersi di rosso, il rosso del sangue. E’ una scena straziante che si ripete ogni anno, da troppi anni e tutto ciò non può essere considerato l’applicazione del libero arbitrio: questo è un olocausto, lo sterminio sistematico dei delfini! Questa è la prova: non siamo degni di autodefinirci la “specie più intelligente” del  pianeta. Siamo piuttosto, la più malvagia!

25/11/2010


Se desideri approfondire l'argomento:
Documentario “The Cove” di Richard O’Barry;
www.TakePart.com/TheCove
www.opsociety.org
www.savejapandolphins.org

E non dimenticare: boicotta i delfinari, veri lager per i nostri amici delfini.


ANCHE I COMPUTER DA QUALCHE PARTE LA FANNO
Di Luca Biondi

In una provincia del Canton, nella Cina meridionale vi è Guaio, una città di un milione di abitanti. Questa città, inizialmente sorto come piccolo centro agricolo, si è sviluppata negli ultimi vent’anni, contemporaneamente alla Silicon Valley, grazie alla diffusione del personal computer. Guaio, tuttavia, non è un polo di sviluppo di nuove tecnologie informatiche, e neanche vi si realizzano i componenti dei computer: qui, unicamente, si smaltiscono i rifiuti elettronici. Tutti gli accessori del computer (mouse, tastiere, monitor) guasti arrivano qui da varie parti del globo, principalmente dagli Stati Uniti, per poi essere disassemblati e privati delle piccole quantità di metalli preziosi in essi contenuti. Piccole aziende specializzate affrontano questo lavoro infame. Gli operai, infatti, provengono per la maggior parte dalla campagna circostante e vengono assunti per lavorare in ambienti assolutamente privi di qualsiasi tecnologia necessaria per operare in questo settore. Le aziende non sono molto grandi, solitamente si tratta di un capannone destinato allo stoccaggio di derrate alimentari in cui i rifiuti comprati vengono fatti a pezzi a colpi di martello. Senza nessun tipo di protezione, senza guanti, senza mascherine, senza aspiratori e addirittura senza scarpe, gli operai affrontano lunghe e faticose giornate di lavoro esposti all’umidità, alle zanzare e soprattutto alle polveri cancerogene che si sviluppano durante il corso delle lavorazioni! La plastica dei computer infatti viene fatta sciogliere sviluppando diossina e i metalli preziosi vengono estratti dalle schede elettroniche in bagni di acido cloridrico e nitrico i cui vapori vengono a diretto contatto con la pelle e le vie respiratorie. Ma anche l’acqua è inquinata. Quando queste poltiglie acide non servono più perché hanno esaurito la loro forza corrosiva (sono esauste) vengono riversate nei canali circostanti in grandi quantità assieme ad altre sostanze derivate dalle lavorazioni (silicio, cadmio, bromo, magnesio, tungsteno e arsenico). Un giovane attivista di Greenpeace è riuscito a prelevare un campione di acqua da un canale che attraversa la città di Guaio e da successive analisi di laboratorio è emerso che l’acqua era 6 volte oltre il limite di potabilità ammesso! Tutta la popolazione di Guaio si dedica quindi a questo redditizio business, che però è assai inquinante e nefasto per la salute, incurante di bere proprio l’acqua in cui tutti scaricano i propri veleni... sembra quasi che la popolazione locale pur di far il maggior numero di soldi possibile sia disposta a tutto, anche a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri figli. Nelle immagini che ci sono pervenute, grazie a Greenpeace e all’emittente Current, si vede che i genitori lasciano giocare i propri figli tra cumuli di schede elettroniche, componenti di plastica, e polveri colorate dei toner delle stampanti... Questi bambini, evidentemente infelici, si aggirano tutti sporchi in questa enorme discarica digitale e mentre i genitori, per pochi yuan, trascorrono la propria giornata come fossero dannati dell’inferno. Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Dal 2002 il governo cinese ha vietato il commercio e la lavorazione, sul territorio nazionale, di rifiuti elettronici provenienti dall’estero, ma ciò sembra non bastare. La corruzione, in Cina, ha raggiunto livelli tali in cui un’intera città da un milione di abitanti può tranquillamente permettersi di girare le spalle alle direttive del comitato centrale, o di quello che ne rimane dopo la morte di Mao... Del resto cosa aspettarsi dal suo successore, Deng Xiaoping, il quale un giorno ha detto: “Il socialismo è la distribuzione della povertà, mentre diventare ricchi è bellissimo!”... Le navi cariche di questa speciale spazzatura attraccano ad Hong Kong, e grazie ad opportune “lubrificatore” durante le ispezioni alla dogana, i camion possono tranquillamente iniziare il loro viaggio e attraversare il paese fino a Guaio, dove ci saranno tantissimi imprenditori locali disposti a pagare per iniziare lo “smaltimento”. In realtà, oltre alle direttive del partito comunista cinese, ci sarebbe anche un accordo internazionale che vieta questo tipo di commercio, proprio perché ritenuto pericoloso e altamente lesivo della dignità umana. Stiamo parlando del “Trattato di Basilea”, al quale però non ha aderito il Giappone e gli Stati Uniti. Il congresso americano ha infatti vietato che sul proprio territorio fossero installati impianti di smaltimento, preferendo invece inviare tutto quanto all’estero: Cina, Pakistan, Bagladesh e in altri paesi africani. In realtà  anche aziende di paesi europei preferiscono servirsi  degli operai cinesi piuttosto che rivolgersi ai consorzi locali in quanto lo trovano molto più economico...
Cosa possiamo fare per fermare questo scandalo? Per prima cosa dobbiamo informarci, approfondire il problema e sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto sta savvenendo: avidi capitalisti senza scrupolo che approfittano di popoli ignoranti e talmente poveri disposti anche a sacrificare la propria salute per sopravvivere. Poi dovremmo chiedere alle industrie del settore informatico (Apple, Intel, Hawlett-Packard, Epson, Acer, Asus, ecc...) se intendono proseguire con questi metodi infami. Devono invece, e dobbiamo invece, pretendere che sia applicato il medesimo metodo di controllo sull’intero ciclo di vita dei loro prodotti, come già accade da anni con le automobili.

La prossima volta che useremo un computer per chattare su Facebook o per giocare con l’ultimo dei videogiochi, pensiamo che da qualche parte in Cina ci sono persone che non hanno mai visto un computer funzionante, ma solo le sue viscere radioattive e tossiche. Forse, se abbiamo un minimo di sensibilità, diventeremo consumatori più consapevoli...


FUORI L’ACQUA DAL MERCATO
Per una nuova gestione del servizio idrico integrato


Interventi di:
ANDREA CASELLI
Resp. del Comitato di Coordinamento Regionale della Campagna referendaria


 

MARCO BERSANI
Rappres. del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, attivista di Attac, autore del libro “Acqua in movimento:ripubblicizzare un bene comune”

 

 

 

 

 

UGO MATTEI
Prof. di Diritto civile all’Univ. di Torino e Diritto comparato all’Univ. della California, estensore dei quesiti referendari

 

 

L’incontro è organizzato da:
COMITATO MODENESE PER L’ACQUA PUBBLICA

Promotori: CGIL - Federconsumatori - Italia Nostra - Ingegneri Senza Frontiere - Legambiente - Lega per l’abolizione della caccia - Lega per la Difesa Ecologica - Rete di Lilliput - Riprendiamoci il Pianeta - WWF - ARCI - Movimento dei Consumatori


8 GIUGNO - Istituto Storico di Modena

Fiera internazionale del libro di Torino 2010

FELTRINELLI CONTESTATA DA GREENPEACE A TORINO

 


Anche la fiera internazionale del libro di Torino ha avuto il suo evento di contestazione.
Come preannunciato alla stampa proprio nel pomeriggio di domenica 16 maggio alcuni attivisti travestiti da orango hanno invaso lo stand di Feltrinelli per dire: Il futuro delle foreste e del pianeta è nelle pagine dei vostri libri". Alcuni attivisti hanno coperto l’entrata dello stand con un telo che raffigura una lapide su cui è scritto: "Qui giace la foresta indonesiana". Altri attivisti hanno aperto striscioni: "Deforestazione zero".

 

«E dal 2004 che Feltrinelli gioca a nascondino con Greenpeace fingendo di essere interessata ad avere una politica sostenibile e poi non prendendo reali impegni in merito - sostiene Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace - E giusto che i lettori lo sappiano e ora, con la nostra classifica Salvaforeste, abbiamo deciso di mettere a nudo le case editrici proprio nel posto in cui più vorrebbero farsi pubblicità, qui al Salone del libro».

 

Replica alcuni minuti dopo Alessandro Monti, portavoce della casa editrice: “No abbiamo risposto al quesito perché per il momento non ci siamo ancora certificati perché lo riteniamo un costo aggiuntivo e rispondendo negativamente avremmo dato l’impressione di non utilizzare carta buona, ciò che invece, non avviene. La nostra carta è più che buona.”
La mobilitazione si è conclusa con la promessa di un futuro incontro chiarificatore tra le parti dove verranno forniti tutti i documenti necessari.

Leggi la classifica degli editori:

Guarda il filmato dell’evento:


 

EUROPA: VIA LIBERA ALLA PATATA OGM

 

di Enrico Gatti

 

 

Tra scienza ed opinione pubblica

AMFLORA, LA PATATA GENETICAMENTE MODIFICATA
Dopo un lungo procedimento durato 13 anni, la Commissione europea approva l’immissione in commercio della patata transgenica Amflora.
La richiesta di autorizzazione fu presentata, per la prima volta, nel mese di Agosto del 1996 dalla ditta tedesca BASF, ma con la moratoria sui prodotti geneticamente modificati (1998/2004) nessuna omologazione per le piante OGM venne concessa nell’UE in quegli anni. Il fascicolo ripresentato dalla  BASF nel 2003 conteneva le modifiche previste dalle nuove norme europee, e nel 2006 la commissione scientifica dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) dichiarò che la patata Amflora è sicura per l’uomo, gli animali e l’ambiente alla pari delle specie normalmente coltivate.
Dopo un lungo iter giuridico e la pubblicazione nel 2009 dell’ulteriore documento che conferma il parere favorevole dell’EFSA, la Commissione europea consente quest’anno la coltivazione della patata transgenica in tutta Europa.

COS’E’ LA PATATA AMFLORA
L’Amflora, scientificamente chiamata EH92-527-1, è una patata geneticamente modificata per la produzione di amilopectina pura. Derivata dalla cultivar Prevalent, la patata Amflora non è destinata al diretto consumo umano; la maggior presenza di amilopectina la rende infatti particolarmente adatta agli usi tecnici come, ad esempio, la fabbricazione della carta. Una parte dei sottoprodotti derivanti dall’estrazione dell’amido potranno essere utilizzati per la produzione di mangimi per animali. Gli scienziati dell’EFSA non escludono tuttavia il possibile sicuro utilizzo per l’alimentazione umana.

L’amido, normalmente presente nelle patate, è composto al 20 % da amilosio ed all’80% da amilopectina. Entrambe le molecole sono polimeri del glucosio, con la differenza che l’amilosio forma catene lineari mentre l’amilopectina ha una struttura ramificata.
Nella patata EH92-527-1 la produzione di amilosio è stata praticamente azzerata grazie all’introduzione di una copia invertita del gene codificante per l’enzima, già presente nelle specie attuali, che regola la sintesi dell’amilosio. Questa forma ‘ribaltata’ non funzionante del gene impedisce al vegetale di sintetizzare l’amilosio e garantisce l’aumento del rapporto amilopectina/amilosio.

Nello specifico, la tecnica Agrobacterium-mediated ha permesso l’inserimento del T-DNA derivante dal plasmide pHoxwG e contenente un frammento antisenso del gene gbss che codifica per la l’amido-sintasi. La trascrizione del costrutto antisenso non funzionante riduce i naturali livelli di amilosio contenuti nell’amido, alzando di conseguenza quelli dell’amilopectina. Il gene nptII presente nel T-DNA permette di selezionare le cellule fogliari trasformate conferendo la resistenza alla kanamicina.

INDAGINE DELL'E.F.S.A. SUI RISCHI DI AMFLORA
Quando si autorizzano prodotti vegetali transgenici, si devono sempre considerare tutti i rischi collegati alla coltivazione e al consumo derivanti dal loro utilizzo. Nella valutazione del rischio per la patata Amflora, l’EFSA (European Food Safety Authority) fa riferimento alla direttiva 2001/18/CE e al regolamento (EC) No 1829/2003. Le ricerche condotte hanno preso in esame: la natura molecolare del DNA inserito e la sua stabilità, l’eventuale presenza di nuove proteine che potrebbero agire da tossici o allergeni, la possibilità di trasferimento genico ad altri organismi (piante, batteri ecc.), le interazioni con l’ambiente attraverso un piano di monitoraggio.
Studi hanno dimostrato che fra le sequenze di DNA inserito, nessuna codifica per tossine o allergeni. L’unico gene completamente trascritto è l’nptII, ma i livelli della proteina rilevati nei tessuti sono molto bassi, con percentuali che si aggirano attorno allo 0,00082% nella polpa e allo 0,0006% nel tubero. Nell’amido la presenza di tale molecola è ancora inferiore, e non sufficiente per una rilevazione quantitativa. In aggiunta, il rischio associato alla proteina è considerato nullo in quanto viene rapidamente degradata dai succhi gastrici e non presenta effetti di tossicità orale (sia a breve che a lungo termine).
La stabilità dell’inserto è stata analizzata mediante propagazione vegetativa (per un periodo di tre anni); i cloni hanno mostrato tutti un’alta produzione di amilopectina e la non modificazione della sequenza inserita (stessi frammenti sono stati ottenuti mediante digestione con quattro enzimi di restrizione).
La patata Amflora è stata inoltre confrontata con la cultivar Prevalent: non sono state notate differenze morfologiche (fenotipiche) e di suscettibilità a erbicidi, parassiti, freddo ecc.
Chimicamente la patata OGM non presenta rilevanti differenze con la sua parente cultivar; gli unici cambiamenti segnalati riguardano un incremento dei livelli di zucchero (1,7g /100g in OGM contro i 1,2g/100g in cultivar) e vitamina C (67mg/100g in OGM vs 49mg/100g in cultivar).
L’EFSA ritiene estremamente basso il potenziale rischio di trasferimento genico, in particolare per il gene nptII e il frammento gbss, fra EH92-527-1 e le altre patate, anche selvatiche (con le quali si è esclusa la possibilità di incrocio).
Evento ancora più improbabile sarebbe il trasferimento orizzontale di geni in batteri; se anche questo avvenisse, non ci sarebbero comunque rischi effettivi per l’uomo.
Infine il monitoraggio in campo, è importante per osservare il comportamento della pianta durante la coltivazione, in particolare per valutare la stabilità dell’inserto e delle caratteristiche fenotipiche. In altre parole è usato per identificare, se presenti, effetti avversi che potrebbero non essere emersi durante la caratterizzazione del rischio. Le prove non hanno fornito nuovi dati e hanno confermato la sicurezza della patata.

07/04/10


 

 IDROPOLITICA: L’ORO BLU
di Mirca Garuti

 


 

L’acqua è un diritto umano universale o merce?

Questo è l’interrogativo a cui tutti i governi dovranno rispondere.
Padre Zanotelli, dell’ordine missionario dei Comboniani di Verona, denuncia, con forza, la posizione dell’Italia, prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua. Italia, il cui patrono, San Francesco d’Assisi, cantava nel “Cantico delle creature” le lodi di Sorella acqua: utile, umile, preziosa e pura.

Approvato con la fiducia il 19 novembre 2009, Il decreto Ronchi ha concluso il processo di privatizzazione dell’acqua, iniziato a metà degli anni novanta. Processo iniziato con la Legge Galli (n.36/1994) che modificava lo status del servizio.  La tariffa (full recovery cost) doveva comprendere tutti i costi di gestione, di ordinaria e straordinaria manutenzione, mentre prima, rientravano nella fiscalità generale, a carico dello Stato. Il sistema di gestione cambia, invece, nel 2000 attraverso il “Testo Unico degli Enti Locali”(art. 113 dl 267). E’ introdotto, infatti, il principio di gara ad evidenza pubblica, se si tratta di società private, oppure affidamento diretto se le società sono misto pubblica-privata o totalmente a capitale pubblico. In ogni caso si tratta di società per azioni, quindi, soggetti di diritto privato. Tutti gli affidamenti, oggi esistenti, sono stati eseguiti in base all’art. 113 e, secondo il rapporto della commissione di vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Conviri), circa il 95% degli “Ato” (ambito territoriale ottimale, ossia, territori su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, es. quello idrico. Tali ambiti sono individuati dalle Regioni e su di loro agiscono le Autorità d’ambito) sono gestiti da S.p.A.
La privatizzazione esiste, quindi, da molto tempo, ma, con il decreto Ronchi, l’acqua diventa merce sul mercato. Approvato con 302 voti favorevoli, 263 contrari e nessun astenuto, ha suscitato molte polemiche e, per questo, sono state introdotte alcune deroghe.

Il decreto Ronchi prevede, infatti, che la forma di gestione ordinaria sia la gara ed i soggetti prescelti siano quelli di diritto privato, mentre, solo in deroga, si potrà avere la possibilità di affidare il servizio ad una società a totale capitale pubblico. In caso di scelta del servizio pubblico, occorre dare spiegazioni in merito e, l’autorità del garante della concorrenza, deve dare parere preventivo.
Il ministro, naturalmente, sostiene che, attraverso questo decreto, si rafforza, invece, la concezione che l’acqua è un bene pubblico indispensabile.
“E’ una norma attesa da anni dalle piccole e medie imprese, dichiara il ministro, in 480 mila chiedevano una norma chiara per combattere la contraffazione, l’illegalità, e dare forza ai prodotti italiani. Proprio le piccole e medie imprese hanno consentito al nostro sistema economico di reggere in un momento di grandissima crisi”.

Antonio Catricalà dell’Antitrust sostiene che il decreto Ronchi è “un buon provvedimento perché dà luogo ad una liberalizzazione da tanto tempo da noi auspicata. L’acqua rimane un bene pubblico, ma, il servizio viene, finalmente, liberalizzato grazie al meccanismo delle gare, non significa che, necessariamente, si avrà una privatizzazione, ma si apre ai privati la possibilità di entrare nell’esercizio di questo servizio pubblico essenziale. La proprietà pubblica degli impianti, rimane tale, laddove è pubblica. Rimane da chiarire chi sarà l’autorità che dovrà verificare e stabilire gli standard di qualità minimi essenziali e che vigilerà sulle tariffe”.


Il decreto Ronchi, con la richiesta della fiducia sulla conversione del D.L. 135/09, in assenza dei requisiti d’urgenza e necessità, non ha tenuto minimamente conto della sovranità delle regioni e dei comuni, ignorando la proposta di legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dei servizi idrici, sottoscritta da oltre 406.000 cittadini.


Questa scelta è stata, dunque, fatta solo per impedire un’approfondita e democratica discussione parlamentare.

Alcune regioni, come per esempio il Piemonte, la Liguria, le Marche e la Puglia, hanno annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale, per la mancanza dei requisiti d’urgenza per l’emanazione dei decreti-legge e per la violazione della suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni. Sono state avviate, anche, petizioni, rivolte a Province e Comuni, per la richiesta di introdurre nei loro Statuti il principio dell’acqua come bene comune e diritto umano inalienabile e del servizio idrico come interesse generale, senza rilevanza economica, da gestire attraverso soggetti di diritto pubblico. Questa integrazione potrebbe essere considerata un “paletto” giuridico oltre che politico nel processo di privatizzazione.

L’acqua è pubblica in quanto bene demaniale inalienabile, ma, la battaglia in atto è unicamente per chiedere che la gestione del servizio idrico sia pubblica. Chi controlla e gestisce è, a tutti gli effetti, il “padrone” dell’acqua e, se esso è privato o un ente pubblico, determina diverse conseguenze non indifferenti.
Una prima motivazione, infatti, è stata quella di sostenere che lo Stato non è più in grado di far fronte agli investimenti necessari per la manutenzione delle reti e migliorare la qualità dell’acqua.  Secondo i dati forniti dal Conviri, i soggetti privati non hanno nessun interesse a mettere in atto investimenti per migliorare le reti, in quanto, non pagano nulla per l’acqua che si disperde. I gestori dell’acqua hanno la più alta rendita in borsa, superiore anche a quella delle compagnie petrolifere: il 35% contro circa il 29% annuo.
La domanda della merce (acqua) è fissa e, il profitto è garantito, addirittura, dalla legge.

Le tariffe nel decennio 1997-2006 sono aumentate del 71,4 %, a fronte di una percentuale d’inflazione pari al 25%. Gli investimenti, nel decennio 1990-2000, antecedente all’ingresso ai privati, sono stati circa 2 miliardi di euro l’anno, in quello successivo, 2000-2010, sono scesi a 700 milioni di euro annui. Occorre anche tenere ben presente che il cittadino paga già sulla fattura del servizio acqua, un sette per cento per i profitti dei gestori del servizio (remunerazione del capitale investito). Per quanto riguarda, infine, i consumi, si prevede, nei prossimi anni, un aumento pari circa del 18 per cento, nonostante una politica che, invece, dovrebbe essere rivolta al risparmio idrico, causa una conclamata crisi generale delle risorse.  L’interesse di un gestore privato, infatti, è quello di vendere il più possibile il proprio prodotto, non certo quello di risparmiare!
Il quadro generale nel mondo della situazione idrica non è di certo incoraggiante.


L’acqua sulla terra, rispetto a trenta anni fa, è diminuita del 40 per cento. Una persona su quattro non ha accesso all’acqua potabile. Una persona su tre non ha a disposizione impianti fognari. Cinque milioni di persone, ogni anno, muoiono per malattie legate alla mancanza di acqua pulita.  Gli scienziati avvertono che, quando nel 2020, ci saranno circa 8 miliardi di persone, circa 3 miliardi non avranno accesso all’acqua potabile. Un quarto della produzione alimentare mondiale, entro il 2050, potrebbe perdersi a causa della scarsità d’acqua. Tutto questo perché? Le cause sono riscontrabili sia per l’aumento demografico e sia per gli effetti dell’inquinamento. Per trovare più cibo, si è cominciato, infatti,  a forzare il normale ciclo agricolo con l’uso di pesticidi ed a raddoppiare le zone irrigate. Il tutto unito al cambiamento climatico. Negli ultimi 30anni la siccità è costata all’Europa oltre 100 miliardi di euro. In Italia consumiamo 293 litri d’acqua il giorno per abitante, più di Belgio, Germania e Spagna, ma, meno di Norvegia e Svizzera.

Quello delle “guerre per l’acqua” è un tema che interessa tutti, ma, si ha l’impressione che si percepisca come una situazione ormai immodificabile, senza interrogarsi sulle cause che hanno portato il nostro pianeta a questo collasso idrico.
Come mai la Cina, che detiene il 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si ritrova ad avere una grave penuria d’acqua potabile e irrigua? Il governo di Pechino, prediligendo la crescita industriale, non si è preoccupato di proteggere le risorse ambientali, con il risultato che un terzo dei corsi d’acqua risulta inquinato e nelle città il 50 per cento d’acqua non è potabile.
La preoccupazione dei consumatori per la qualità dell’acqua ha dunque scatenato l’uso indiscriminato dell’acqua in bottiglia, con grande soddisfazione di tutte le grandi multinazionali di distribuzione. L’Italia detiene il terzo posto mondiale per il consumo di acque minerali, ma non per un servizio idrico adeguato, dove solo il 70% delle acque sono depurate e l’85% delle case sono collegate alle fogne. Servono soldi: circa 60miliardi di euro in 30anni. Il governo ha quindi preferito varare una legge che va verso una privatizzazione quasi totale.
Per questo motivo, è iniziata una forte e continua mobilitazione che si sta allargando su tutto il territorio. In Veneto, Friuli ed Emilia Romagna sono partite le campagne in difesa “dell’acqua del sindaco”, in Lombardia, l’acqua pubblica si serve anche con le bollicine ed in Toscana, è stato lanciato lo slogan “L’acqua in brocca”.



La manifestazione del 20 marzo a Roma


Lo striscione “Ripubblicizzare l’acqua, difendere i beni comuni” del Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha aperto, a Roma, la manifestazione di sabato 20 marzo. Padre Alex Zanotelli, padre comboniano che da anni lotta per la tutela dell’oro blu, sosteneva quello striscione. Quasi duecentomila persone sono scese in piazza per dire “No” alla privatizzazione dell’acqua. Colori, suoni e slogan hanno caratterizzato la lunga marcia attraverso le vie di Roma dove, la questione dell’acqua ha portato in piazza migliaia di persone con un messaggio chiaro: “L’acqua è diventata un ottimo affare in un periodo in cui non esistono più investimenti sicuri”.

Alla manifestazione sono presenti solo alcuni rappresentanti dell’intero mondo politico: Sinistra ecologica e libertà, Sinistra Critica, Verdi, Prc, sindacati di base e Cgil. 
La vera forza di questo lungo serpentone è data solo dalle persone, semplici cittadini che cercano di difendere il territorio e da esponenti della società civile. Tanti sono gli slogan che i manifestanti si portano addosso, attraverso gocce d’acqua parlante: “Liberami dalle multinazionali” – “Sono un portatore d’acqua” – “L’acqua è vita non è merce” – “Chi controlla l’acqua controlla la vita” .
Si celebra, così, la giornata mondiale (lunedì 22 marzo) dell’oro blu ed apre la campagna nazionale referendaria con l’obiettivo di raccogliere 600mila firme entro l’estate per presentare i tre referendum abrogativi della legge Ronchi.
Tre SI' per la ripubblicizzazione dell'acqua, tre SI' per dire basta ai profitti su un bene essenziale.


Il primo quesito propone di eliminare l'art. 23bis della legge n°133, approvato dal governo Berlusconi il 6 agosto 2008, che inserisce il servizio idrico nei servizi pubblici di "rilevanza economica"; Il secondo, propone l'abrogazione dell'articolo 150 del "decreto ambientale" 152 che definiva come modalità di gestione del servizio idrico la sola forma societaria della “S.p.A.” ed Il terzo propone di eliminare dalla norma tariffaria “l'adeguata remunerazione del capitale investito", che garantisce per legge il profitto ai privati attraverso la bolletta degli utenti.

 

Foto della manifestazione   

  

Il caso di Acqualatina


I privati in Italia, già da una decina d’anni, hanno cominciato ad investire i propri soldi nel business idrico. E’ un dato di fatto constatare che quando entrano le corporations, gli investimenti diminuiscono e le tariffe, invece, aumentano.
Il caso più significativo e conosciuto è quello di Acqualatina, società per azioni che dal 2002 gestisce gli acquedotti della provincia di Latina. La parte privata, controllata dalla società francese multinazionale Veolia, possiede il 49 per cento delle azioni. In teoria, quindi, rappresenta la minoranza, in realtà, invece, le decisioni strategiche e la gestione sono decise a Parigi. Nel 2006 Acqualatina, con le sue risorse economiche, non è più in grado di sostenere tutti gli investimenti di opere importanti, per migliorare la qualità dell’acqua, previsti dal contratto. La scelta di accettare, un prestito con il sistema “project financing”, uno dei più rischiosi, con la Depfa bank, è dei manager della Veolia. E’ un sistema che basa la copertura del rischio ricorrendo all’acquisto di contratti derivati, in altre parole, è il cuore di quella che è stata chiamata la “finanza tossica”.
La banca irlandese coinvolta in questa operazione, insieme con altri tre istituti di credito, è stata rinviata, nei giorni scorsi, a giudizio per truffa ai danni del Comune di Milano. La Depfa da Acqualatina, come garanzia del prestito, ha preteso di esercitare il diritto di “step in”, ossia, la possibilità, in caso di eventi rilevanti non graditi dai banchieri, di sostituire i soci nell’assemblea.

Nelle casse di Acqualatina sono entrati 114milioni di euro per opere d’investimento. Dal 2007 ad oggi, però, lnon sono mai stati raggiunti nemmeno gli obiettivi minimi di spesa per migliorare l’infrastruttura idrica. Il risultato ottenuto, infatti, dalla gestione privata è stato quello di una diminuzione degli investimenti, pari a 10,3 milioni di euro. Negli anni novanta fu introdotto un parametro “Mall” che doveva servire per far diminuire la tariffa, per i contribuenti, in caso di un aumento di reclami e d’interruzione della fornitura dell’acqua.
Questo parametro fu sospeso per Acqualatina il 14 luglio 2006, nel momento in cui fu approvata una revisione straordinaria della tariffa e, poco prima, che fu firmato il prestito con la Depfa bank. La diminuzione degli investimenti, quindi, per questa sospensione, non ha potuto essere la causa di un’eventuale penale per Acqualatina, vanificando così, la legge sulla gestione dei sistemi idrici integrati.

L’accesso all’acqua di qualità 24ore su 24, come sostiene sul “New York Times” Michael Deane, il rappresentante delle corporation private, ha un costo. Se gli investimenti e la qualità possono aspettare, a chi non paga, vengono chiusi i rubinetti. Dove l’acqua è gestita dai privati, nessuna revisione delle tariffe non è mai a favore degli utenti. Dopo il contratto con la Depfa, infatti, la progressione degli aumenti, non si è mai fermata: dal 4,95% del 2007, al 5,31% del 2008 e al 6,70% del 2009.


Le Acque nel mondo


La Banca mondiale sostiene la privatizzazione delle acque e la tariffazione a costo pieno.
In Bolivia, per esempio, nel 1999 la Banca si è rifiutata di prestare garanzia per un prestito di 25milioni di dollari per il rifinanziamento dei servizi idrici di Cochabamba, terza città del paese. La condizione per ottenere il prestito era quella che il governo doveva vendere il sistema pubblico delle acque al settore privato e che tutti i costi gravassero sui consumatori. Nelle trattative di vendita era considerata una sola offerta e, così, il sistema idrico passò nelle mani di un sussidiario della Bechtel Corporation. Bechtel annunciò subito il raddoppiamento delle tariffe dell’acqua. Per molti boliviani, quindi, l’acqua era diventata più costosa del cibo. La Banca mondiale impose anche un regime di monopolio per i concessionari privati dell’acqua, offrì il suo appoggio per una tariffazione a pieno costo e legò il prezzo dell’acqua al dollaro. Tutte le acque, incluse anche quelle da fonti comunali, erano così soggette a permessi d’utilizzo, obbligando i contadini a dover comprare dei permessi per avere cisterne per immagazzinare l’acqua piovana sui loro stessi terreni.
I boliviani non hanno, però, accettato tutto questo. Si sono uniti, hanno marciato in centinaia su Cochabamba per protestare contro le decisioni del governo e, il 10 aprile 2000, il governo ha espulso la Bechtel Corporation ed ha revocato la legislazione sulla privatizzazione delle acque.

Nel mondo ci sono circa cinquanta conflitti tra Stati per l’accesso, l’utilizzo e la proprietà delle risorse idriche. Spesso, la motivazione legata alla penuria d’acqua è una mezza verità, infatti, l’acqua è diventata un obiettivo strategico per indebolire il proprio avversario, garantendosi la supremazia regionale. La Turchia, per esempio, con risorse idriche superiori a quelle italiane, combatte da anni con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate. I suoi obiettivi sono quelli di ribadire la sua supremazia e controllare militarmente i territori dell’Anatolia sudorientale, roccaforte, da sempre, dei curdi.
Il caso turco, quindi, come quell’israeliano, dimostra come le”guerre per l’acqua” sono una conseguenza non la causa di tensioni internazionali ed un pericolo legato alle logiche dell’idropolitica.

Un esempio molto chiaro d’idropolitica si vede, ormai da anni, in Palestina, dove le risorse idriche sono al limite della sopravvivenza umana.
In occasione della giornata mondiale dell’acqua, anche a Gaza si sono mobilitati per protestare per il furto, da parte del governo israeliano, delle risorse idriche.

 

 

 

In occasione della giornata mondiale dell’acqua, manifestazione a Gaza
"Punire Israele per il furto delle risorse idriche".

Gaza, lunedì 22 marzo 2010, centinaia di persone si sono radunate davanti alla sede Onu di Gaza per chiedere l’imposizione di sanzioni contro Israele per il furto delle risorse idriche palestinesi che opera da lungo tempo.
I manifestanti hanno intonato slogan contro l’occupazione, contro il proseguimento del controllo del governo israeliano sulle acque palestinesi e contro la sottrazione – ultradecennale - di acqua.
In molti hanno sfilato con bottiglie e contenitori vuoti proprio in segno di protesta contro il furto da parte di Israele.
Promossa dall’Unione dei Comitati per il lavoro agricolo della Striscia di Gaza, la dimostrazione è coincisa con la Giornata Mondiale dell’acqua. 
Ziyyad, un responsabile dei Comitati per il lavoro agricolo, ha dichiarato: “ Per decenni, l’occupazione israeliana ha derubato l’acqua dei palestinesi. Oggi celebriamo, a modo nostro, la Giornata Mondiale dell’Acqua, esprimendo le difficoltà a cui siamo costretti a causa delle restrizi
oni e delle misure imposte da Israele”.
Ziyy
ad ha sottolineato che la Palestina è uno tra i paesi che soffre maggiormente per la scarsità idrica, mentre il blocco israeliano ostacola qualunque possibilità di rifornimento e di sviluppo impedendo l’ingresso nella Striscia di Gaza di attrezzature necessarie per una dovuta manutenzione.
Insieme ad altri aspetti, la questione idrica resta tra quegli tralasciati, nei colloqui tra l’Autorità nazionale palestinese di Ramallah e il governo israeliano di Benjamin Nethanyahu.
Majdi Yaghi, membro del consiglio direttivo dell’Unione ha affermato: “Sin dal 1948. Il governo d’occupazione segue la politica del furto dell’acqua, privandone i cittadini palestinesi”.
Nel suo intervento, Yaghi ha chiesto che la gestione delle risorse avvenga su base congiunta, mentre nei Territori Palestinesi Occupati, la realtà è un’altra: è l’esclusiva gestione dell’occupazione israeliana per mezzo dell’imposizione di ordini militari.
Egli ha sottolineato, come le risorse idriche palestinesi - condivise con uno o più paesi confinanti – rappresentino anzitutto una questione politica e relativa alla sicurezza: Israele prosegue nel furto sistematico di acqua palestinese e, dall’interno, costituisce una minaccia per la società palestinese e per quelle arabe.
Proseguendo, il dott. Yaghi ha puntualizzato che l’occupazione israeliana vieta ai palestinesi l’accesso alla quantità di acqua stabilita negli Accordi di Oslo del 1993 e pari ad 80 milioni di metri cubi.
Non solo Israele ruba l’acqua palestinese ai palestinesi, ma, si spinge ancora oltre e, attraverso le azioni della società israeliana “ Mekorot”, pretende di venderla loro. Dunque, oltre il danno, la beffa.
Nel 2009, infatti, l’occupazione avrebbe venduto 47,4 milioni di mc in Cisgiordania (mentre le abitazioni in cui vive l’88,4% delle famiglie palestinesi dispongono di un acquedotto) con una distribuzione pari all’88, 4% in Cisgiordania contro il 95,8% nella Striscia di Gaza.
Concludendo, Yaghy ha ricordato che i dati di salinità nell’acqua sono pari a 74% in Cisgiordania e 63,8 nella Striscia di Gaza.
(dal sito Infopal)


 

GREENPEACE: LA COLOMBIA INCREMENTA LA DEFORESTAZIONE



Dal foro di Copenaghen, dura denuncia alla politica di Uribe di incremento della deforestazione di vaste aree della Colombia, che contribuisce negativamente al progetto globale per il raggiungimento dell'obiettivo "deforestazione zero".
Gustavo Ampugnani, coordinatore per l'America Latina di Greenpeace, ha dichiarato che questa politica favorisce gli investimenti di società straniere (principalmente statunitensi), che nei loro paesi dovranno ridurre il loro impatto ambientale, cercando di truccare il meccanismo di riduzione di emissioni da deforestazione e degrado (REDD) attraverso la delocalizzazione delle attività più impattanti verso i paesi in via di sviluppo.
Ampugnani ha inoltre criticato duramente la posizione del governo colombiano, che tenta di giustificarsi sostenendo che tale politica sia strategica contro il narcotraffico e la guerriglia.
La subalternità dello stato (leggi protettorato) colombiano verso gli Stati Uniti e le imprese multinazionali incrementa il saccheggio delle risorse del popolo colombiano, con un pesante impatto sulle comunità locali, sulle popolazioni indigene e sulla biodiversità, ed è funzionale alle esigenze di un sistema in forte crisi che impone le sue dinamiche criminali. Con la scusa di combattere il narcotraffico, il presidente Uribe Vélez va avanti imperterrito nell'opera di svendere alle multinazionali le risorse del paese, ed agli USA la sovranità territoriale con l'implementazione di basi militari yankee, ottenendo in cambio vantaggi personali come l'impunità per i suoi crimini. Ma il prezzo di tutto ciò viene pagato dal popolo colombiano, che vive in condizioni di assoluta miseria, e dal fragile ecosistema andino-amazzonico, gravemente pregiudicato dai mega-progetti del capitale finanziario transnazionale, dalle coltivazioni estensive della palma africana di paramilitare gestione e dalla sciagurata politica di fumigazioni al glifosato nella "lotta al narcotraffico", pretesto magistrale dell'interventismo imperialista nel Paese e nella regione tutta.
24/12/09

 
 

La strage di api mette a rischio anche il parmigiano-reggiano

Reggio Emilia, 28 marzo 2009

 

Interessante incontro con Celli, tecnici ed esperti promosso dalla Provincia. L'assessore Roberta Rivi: nel Reggiano perso oltre il 50% del miele e il 40% di alveari

 


 

Questa mattina all’Hotel Posta l’Assessorato all’Agricoltura della Provincia di Reggio Emilia ha chiamato a raccolta i maggiori esperti di apicoltura per una giornata di studio intitolata “Alla ricerca dell’arnia perduta”. Numerosi studiosi, tecnici e professionisti hanno dibattuto sulle questioni che ruotano attorno al complesso universo delle api. Partendo da differenti punti di vista, i relatori hanno fornito analisi e riflessioni sulle prospettive future del settore a Reggio, indagando lo stato di salute di questi impollinatori e rintracciando possibili interventi da attuare.

 

I lavori sono stati aperti da Roberta Rivi, assessore provinciale all’Agricoltura, che ha spiegato come “l’obiettivo della Provincia di Reggio, con l’organizzazione di questa giornata, sia quello di dare un contributo per fare chiarezza ed aumentare le conoscenze degli operatori del settore apistico e più in generale dell’opinione pubblica”.

 

I dati del 2007 relativi alla moria delle api in Emilia Romagna sono preoccupanti e la situazione si è aggravata nel 2008, con una perdita per il territorio di Reggio di oltre il 50% di miele e del 40% di alveari, a causa molto probabilmente della virulenza della varroa. “Una situazione - ha precisato l'assessore Rivi - che rischia di compromettere la conservazione dell’habitat naturale e l’economia del territorio vista l’importanza fondamentale di questi insetti, che assicurano l’85% dell’impollinazione delle piante ortofrutticole e foraggere garantendo la produzione del Parmigiano-Reggiano”.

 

“Credo che anche di fronte a fenomeni planetari le istituzioni debbano fare la loro parte e intervenire prontamente – ha concluso Roberta Rivi – a tal fine questo convegno si inserisce in un’azione complessiva di valorizzazione dell’apicoltura che vede la Provincia di Reggio Emilia impegnata nel recentissimo Tavolo Provinciale di Coordinamento del Settore Apistico".

 

Roberto Reggiani, presidente dell’Associazione apicoltori di Reggio Emilia e Parma, ha quindi svolto un’ analisi dello stato e prospettive dell'apicoltura reggiana, evidenziando la crisi di sopravvivenza del settore e richiedendo aiuti urgenti. Ha citato anche un possibile rimedio dalle origini antiche per le virosi, segnalato su Internet. Pare, ma è una indicazione da verificare, che la cura delle malattie delle api venga dalla natura: l’urina delle vacche, che sul territorio abbondano, sembra infatti la cura più efficace per rendere sani gli alveari.

 

Giorgio Celli, etologo e docente all'Istituto di Entomologia “G.Grandi” dell’Università di Bologna, ha compiuto un interessante percorso di analisi su “La mente dell’ape. Considerazioni tra etologia e filosofia”, titolo del suo ultimo libro. Attraverso il contributo di ricerche storiche e illustrando sperimenti scientifici da lui stesso realizzati, Celli ha sostenuto la tesi secondo la quale anche la mente di un insetto di minuscole dimensioni, come l’ape, sarebbe in grado di avere un vero e proprio pensiero, di compiere quelli che noi definiamo ragionamenti. Lo studioso non ha mancato di citare inoltre importanti scoperte sul mondo di questi laboriosi insetti primo tra tutti il contributo di Karl Ritter von Frisch, vincitore del Premio Nobel in Fisiologia e Medicina nel 1973 insieme a Konrad Lorenz. L’etologo ha poi sottolineato l’importanza delle api per l’equilibrio ambientale e la produzione agricola sottolineando il ruolo fondamentale della loro azione impollinatrice sia dal punto di vista della quantità sia della qualità della produzione.

 

Celli si è poi espresso riguardo alla moria delle api riconoscendo nell’utilizzo dei neonicotinoidi la principale causa del fenomeno e ricordando come il ruolo dannoso di queste sostanze sia stato accertato scientificamente. Basti ricordare che nei mesi scorsi il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso delle tre holding leader della produzione di queste sostanze a sostegno del decreto precedentemente emesso dal Ministero della Salute che sospende l’uso dei concianti neurotossici.

 

La grande responsabilità del fenomeno va quindi, a suo avviso, attribuita alle multinazionali che producono questi pesticidi industriali a discapito della salute dell’intero ecosistema ambientale.

 

Antonio Lavazza, dirigente dell’Istituto Zooprofilattico di Brescia ha presentato un dettagliato studio su “Le virosi in apicoltura” con particolare riguardo per la Varroa destructor che da quando ha fatto la sua comparsa negli alveari italiani ha determinato un incremento delle patologie tradizionali. Sono stati in conclusione riferiti i risultati delle indagini virologiche eseguite su campioni prelevati in corso di gravi e repentini episodi di mortalità in soggetti adulti, verificatisi durante il periodo primaverile in concomitanza con le semine di mais.

 

Giuseppe Diegoli della Direzione generale Sanità della Regione Emilia-Romagna ha esposto gli “Indirizzi del Piano sanitario regionale" che sviluppa sostanzialmente tre linee di intervento sull’utilizzo degli agrofarmaci, la lotta alla varroa e alla peste delle api, mentre Pasquale Mazio del Consorzio fitosanitario di Reggio Emilia ha illustrato le misure attuate in difesa delle colture che puntano alla massima razionalità con l’utilizzo dei diversi sistemi di lotta per garantire il minor impatto ambientale, la salvaguardia dell'agroecosistema e degli insetti utili tra cui le api.


 

MODENA 2009: UNA PROVINCIA DA SALVARE !

 

AMBIENTE MINACCIATO - SALUTE A RISCHIO

 

Comunicato congiunto

 

Il Coordinamento dei Comitati ed Associazioni ambientali della provincia di Modena, al termine di due giornate di convegno:

 

DENUNCIA

 

il grave stato di degrado ambientale del territorio modenese causato da scelte politiche sbagliate. Il raddoppio dell’inceneritore, il progetto di stoccaggio gas di Rivara, l’ampliamento delle aree di cava, il tracciato della Cispadana, l’autodromo di Marzaglia sono solo i più recenti esempi di una amministrazione che, sedicente attenta alle conquiste scientifiche e sociali, alla valorizzazione del territorio e delle tipicità, alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, in poco più di un decennio ha retrocesso Modena a far parte, a pieno titolo, della “retroguardia” italiana.

 

La qualità dell’aria è tra le peggiori dell'alta Italia (oltre 110 sforamenti ogni anno dei limiti di legge per le PM 10, il 3 marzo abbiamo già superato il limite previsto per il 2009), falde acquifere e sottosuolo irreversibilmente intaccati, fiumi cementificati, dissesto idrogeologico, scarichi industriali fuori controllo, asfalto che “mangia” il suolo verde deturpando un paesaggio già compromesso.

 

Aria, acqua, suolo, biodiversità sono beni essenziali alla vita e, come tali, vanno protetti e difesi da ogni forma d’inquinamento. I medici, invitando alla cautela, avvertono che le patologie respiratorie sono in aumento soprattutto per le fasce più deboli: bambini ed anziani. Ogni anno nella nostra provincia si registrano più di 4.500 nuovi casi di cancro, con un'incidenza da primato mondiale (dati 2006). Quanto pesano le nocività ambientali sulla nostra salute? Chi risponde di queste scelte sbagliate?

 

CHIEDE

 

Quale idea di futuro sostiene le scelte degli amministratori?

 

Quale domani stiamo costruendo per i nostri figli?

 

Quale eredità ambientale intendiamo lasciare alle future generazioni?

 

Lo sviluppo sostenibile, tanto sbandierato, nel Modenese somiglia sempre più ad una maschera dietro la quale si nascondono politiche ambientali dissennate. Lo sfruttamento delle risorse naturali, che sono patrimonio comune, è solo un affare lucroso di pochi a danno dei molti. La politica abdica al proprio ruolo e, gli amministratori pubblici, anziché porre al centro delle esigenze collettive uno sviluppo armonioso e una qualità della vita ottimale, con scelte invasive e senza ritorno fa il gioco di gruppi privati di interesse.

 

Stiamo entrando in una fase economica dura e difficile per tutto il mondo; una fase che si aggiunge ai grossi cambiamenti ambientali e climatici in corso da molti decenni nella distrazione generale e colpevole dei politici. Negli USA (veri responsabili della recessione mondiale), il presidente Obama rompe con il passato e promuove una serie di provvedimenti che ridisegnano il rapporto tra uomo e ambiente. A Modena, le amministrazioni “di sinistra” perseverano lungo la china del peggioramento della condizione umana dei cittadini. Facendo un bilancio del convegno ci viene spontaneo intitolarlo: Ambiente degradato – salute peggiorata.

 

PROPONIAMO

 

ai cittadini, alle associazioni, al mondo della scienza, ai politici, ai sindacati alle forze produttive e sane della società, di aprire un confronto pubblico sul governo del territorio. Contestiamo chi vede con fastidio e interpreta i nostri sforzi come indebite ingerenze, fondate sul “no a priori”. Crediamo di averlo dimostrato anche con questo convegno, argomentando in modo preciso le nostre critiche e proponendo soluzioni a nostro parere migliori per rispettare l’ambiente e tutelare la salute. Quello che ci interessa è essere protagonisti di scelte condivise. Pensiamo che assumere delle responsabilità, partecipare e non subire scelte sbagliate sia un valore. Intendiamo farlo assieme, sostenendo le forze politiche che condividono le nostre preoccupazioni. L’ambiente è un bene comune! La nostra salute non è in vendita!

 

Comitato Modena salute e ambiente - Comitato Ambiente è salute di Nonantola - Comitato Baggiovara - Comitato No Cave di Piumazzo - Coordinamento Beni comuni e partecipazione di Carpi - Comitato Tutela del Territorio di Savignano - Comitato Intercomunale Ambiente e Salute della Bassa Modenese - Ass. Amici di Beppe Grillo - Legambiente Modena - Italia Nostra - WWF Modena - Comitato Ambiente e Salute di Rivara - Comitato Tutela e salute di Massa Finalese


Il declino del bioetanolo
Alessandro Ursic


Scoppiata la bolla, le aziende produttrici sono sull'orlo del fallimento. Ma all'orizzonte ci sono già nuovi compratori

Quando il prezzo del petrolio non sembrava poter far altro che salire e gli effetti delle emissioni nocive sul clima erano sempre più dibattuti sui media, il bioetanolo sembrava il carburante del futuro. Gli Stati Uniti ci puntavano forte, con cospicui sussidi per le aziende nazionali del settore, inseguendo il miraggio dell'indipendenza energetica. Era così solo sei mesi fa. Ma oggi che la crisi economica mette le radici, quei tempi sembrano improvvisamente appartenere a un'epoca lontana. E' scoppiata la bolla, e in America i produttori di bioetanolo sono sull'orlo del fallimento.

Il settore è vittima di una tempesta perfetta. Da una parte, il costo del greggio è sceso dai 147 dollari al barile dello scorso luglio ai 37 di oggi. Dall'altra, i prezzi del grano sono anche scesi, ma solo della metà. Tale differenza comprime i margini che i produttori di bioetanolo americani hanno per realizzare un profitto: tanto più che, prima per l'alto prezzo del carburante e poi per la gravità della recessione, come risultato gli americani ora guidano e quindi consumano meno. Gli investimenti per la costruzione di nuove centrali, pianificati quando tutti scommettevano su una continua ascesa dei prezzi, sono invece al palo a causa della stretta creditizia. Sulle nuove frontiere per un etanolo più "pulito", come quello ricavato dalla cellulosa o dalla biomassa, gli esperti ormai scherzano definendole "sempre a cinque anni dalla commercializzazione".

La crisi del bioetanolo non è solo di identità, è un vero e proprio crollo finanziario e industriale. La VeraSun, seconda azienda statunitense nel settore, si è impegnata in contratti di fornitura di grano sottoscritti quando i prezzi erano alle stelle: nel giro di pochi mesi ha dovuto ricorrere all'amministrazione controllata. Altre società hanno visto le loro azioni perdere il 95 percento del valore. La Renewable Fuels Assocation ha calcolato che 24 centrali su 180 nel Paese hanno chiuso i battenti negli ultimi novanta giorni. E la scorsa settimana la Archer Daniels Midland, leader del settore negli Usa, ha dichiarato che la capacità produttiva nazionale di bioetanolo è scesa del 21 percento.

Le leggi introdotte negli ultimi anni dal Congresso, però, incoraggiano l'uso del bioetanolo americano, fissando delle quote del carburante "verde" da mescolare alla normale benzina (e sussidi per contrastare l'importazione del bioetanolo brasiliano, estratto dalla canna da zucchero e molto più economico): al momento la miscela è fissata al 10 percento, una quota che i grandi costruttori di automobili non vorrebbero veder alzata - per loro la conversione dei motori rappresenta un costo - ma che l'attuale Congresso a maggioranza democratica, mentre negli Usa tira un forte vento di protezionismo, potrebbe benissimo ritoccare nei prossimi anni. Inoltre, già le leggi attuali impongono un raddoppio dell'uso di bioetanolo da grano entro il 2015, per poi raggiungere nel 2022 un consumo di biocarburante (prodotto anche con le ipotetiche nuove tecniche) quadruplo rispetto a quello di oggi.

Sul futuro dell'etanolo scommettono quindi ancora in tanti, e annusano la possibilità di fare affari già da ora. A iniziare dai pesci grossi del settore petrolifero: la scorsa settimana la Valero Energy, uno dei colossi statunitensi della raffinazione, ha comprato per 280 milioni di dollari le cinque centrali della VeraSun non ancora chiuse. L'accordo è stato annunciato con soddisfazione dai vertici della compagnia: secondo le loro stime, il valore reale delle strutture comprate sarebbe tre volte tanto di quanto pagato. E' per questo che il bioetanolo estratto dal grano, per quanto criticato da molti analisti per la sua scarsa efficienza energetica e per la sua eticità (a partire da un rapporto dell'Onu, che l'ha accusato di contribuire all'aumento dei prezzi dei cereali), per quanto ora stia pagando gli effetti della crisi, difficilmente sparirà. Se altre aziende petrolifere seguiranno la scommessa della Valero, tra qualche anno forse si discuterà di come il mercato del bioetanolo sarà uscito dalla sua prima crisi alla maniera di tutti i settori economici nuovi: con un selezione naturale delle aziende produttrici. E i vecchi nemici, come appunto le società del greggio, che preferiscono fagocitare il rivale invece di combatterci contro.

da Peacereporter

17/2/09


 

  Argentina, emergenza siccità

 

Per il settore agricolo da mesi in grave crisi misure eccezionali varate dal governo
Davanti alla siccità che ha colpito il Paese nuove misure economiche
per il settore agricolo.

Non si vedeva una situazione simile da almeno 70 anni. Intere e sterminate campagne secche, senza una goccia d'acqua. Un intero settore merceologico, quello agricolo, in balia degli eventi gestiti da madre natura. Un problema in più per la presidente, Cristina Fernandez, che con il settore non è mai andata d'amore e d'accordo. E allora via con una serie di misure straordinarie di cui potranno beneficiare produttori, agricoltori e in generale tutto il settore fortemente colpito dalla siccità. Dopo la proclamazione dello stato d'emergenza, infatti, l'amministrazione di Buenos Aires ha deciso: i produttori colpiti dall'ondata di siccità potranno pagare le tasse dovute allo Stato con ritardo di un anno. Alcuni maligni sostengono che la misura adottata dal governo sia più che altro un gesto distensivo fra la presidente e i rappresentanti del settore agricolo che nel corso dell'ultimo anno hanno avuto diversi scontri sfociati con le proteste contro l'aumento dei dazi doganali sulle esportazioni di grano.

In ogni caso gli impiegati nel settore storcono il naso. "Le misure prese sono ben lontane dal risolvere la situazione" racconta Eduardo Buzzi, leader della Federacion Agraria Argentina. Il responsabile commerciale della federazione, però, picchia ancora più duro: "Le dichiarazioni di Cristina Fernandez e le misure adottate in seguito alla grave crisi che ci sta colpendo contemplano solo il diritto di posticipare il pagamento delle tasse. E serve a poco una misura del genere quando il produttore ha perso tutto il raccolto". "Non avevo mai visto nulla di simile" racconta Juan Galletti, operatore di organizzazioni non governative di passaggio in Argentina. "Non piove, non c'è acqua. Senza acqua il seme non si sviluppa e il raccolto va a farsi benedire. Una situazione simile si può definire con una solo parola: catastrofe. E' davvero impressionante: tutti si lamentano, tutti avrebbero qualcosa da dire ai governanti. Credo, però, che a porre fine a questa situazione potrà essere solo mamma natura nel momento in cui deciderà di far piovere".

E come dare torto a Galletti quando si leggono le cifre che la siccità si porta dietro. Almeno 800mila capi di bestiame sarebbero morti di stenti. In alcune regioni il 90 percento dei raccolti di mais è andato perso in altri invece le cifre dicono che probabilmente si salverà solo il 35/40 percento delle coltivazioni. E le preoccupazioni aumentano quando si pensa alla coltivazione della soia, la principale coltivazione del paese, che potrebbe vedere perdite per 4 miliardi di dollari.Non meglio va nel vicino Uruguay. La siccità, anche nel piccolo paese affacciato sull'Atlantico, non ha dato tregua e ha causato un'impennata nei prezzi della carne. Nel sud del Paese, nella regione di San Josè, non si ricordavano una siccità di questo tipo da almeno 90 anni. "Forse nel 1920 abbiamo provato qualcosa di simile" racconta un agricoltore della zona. "Ma è dall'aprile del 2007 che non siamo in grado di produrre perchè non piove". E secondo gli esperti non pioverà ancora per un bel po' di tempo. Anche in questo caso il governo ha deciso di intraprendere misure urgenti per dare una mano al settore agricolo. Ma non è tutto così semplice come sembra. "Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo, a mio avviso arriva troppo tardi. Dovevano pensarci prima. La situazione così come è oggi va avanti ormai da quattro mesi".

27 gennaio 2009

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