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Medio Oriente » Appendice: Madri per la Pace  

 

(Torna alla 3° parte - VERSO IL KURDISTAN: INCONTRI E TESTIMONIANZE)

Da “INCONTRI CON UNA REALTA’ IGNORATA: IL POPOLO KURDO di Mirca Garuti
(pubblicato su www.alkemia.com  il 30/06/2012 )



L’ultimo incontro è con le “Madri per la Pace”, associazione di donne curde che organizzano conferenze stampa, sit-in, manifestazioni per diffondere il loro ideale: mettere fine a questa guerra. Un fazzoletto bianco posto sulla testa rappresenta il simbolo del loro lutto per un morto avuto in famiglia a causa del conflitto in essere. Nel 1996 nasceva l’associazione “Madri di Piazza Galatasaray” le parenti dei "kayiplar" (desaparecidos): ogni sabato mattina si raccoglievano in questa piazza ad Istanbul per chiedere chiarezza sulla sorte delle migliaia di detenuti politici e di militari uccisi negli scontri. Dopo l’arresto di Ocalan nel 1999, decidono d’impegnarsi in prima persona. Nasce così nel 1999, da un gruppo di donne curde e turche che avevano perso i loro figli d’ambo le parti in guerra, l’associazione legalmente costituita in Turchia, chiamata “Iniziativa delle Madri della Pace”, erede dell’esperienza di Piazza Galatasaray.  Un movimento in linea, inserito anche nell’ambito della proposta di pace avanzata e praticata, unilateralmente dal movimento kurdo negli ultimi due anni. Le "Madri della Pace" hanno una sede centrale ad Istanbul e sedi locali nelle città turche di Adana e Izmir e nelle città kurde di Diyarbakir e Van e stampano una rivista con una notevole attività pubblicistica. La base del loro movimento è il rifiuto della violenza e della rassegnazione, impegnandosi quotidianamente per la pace, la democrazia e i diritti umani. In ogni città le “madri” hanno acquisito un vasto protagonismo anche con forme autonome d’organizzazione in seno al partito democratico filokurdo DEHAP ed il loro punto di riferimento è l’associazione per i diritti umani IHD. 
Parliamo con due donne, la prima Raife Ozbey ci riferisce che sua figlia si trova in montagna tra i guerriglieri, ha 35 anni ed è laureata. Per nove anni ha lavorato in una fabbrica di tabacco ed è stata in carcere due anni. Quando è arrivata la sentenza della sua condanna a molti anni, ha scelto la montagna. La sua famiglia viveva a Mus, avevano casa e giardini ma l’esercito turco bruciò tutto e per questo furono costretti a scappare a Silvan. I tormenti non erano finiti: i figli erano umiliati a scuola, spesso l’esercito faceva incursioni e portavano in caserma o i figli o il marito e sparavano contro la casa. Altro trasferimento quindi a Adana, dove sono rimasti per due anni, ma anche qui la situazione non cambiava. Un’altra figlia che frequentava un corso da infermiera, subì un’aggressione con il tentativo d’impedirle di continuare gli studi e fu medicata con 25 punti di sutura in testa.  Altro trasferimento a Antalya dove rimasero per 4 anni, ma sempre nella stessa situazione d’oppressione. Il marito ed il figlio spesso erano arrestati e, per questo motivo si stabilirono infine a Diyarbakir. In questa guerra Raife ha perso 7 familiari.

La seconda donna, Adalet Yasayul è un ospite dell’associazione, è stata in carcere molti anni fa ed ha subito torture per 45 giorni. Ora suo figlio e sua figlia si trovano in montagna. La sua famiglia è stata esiliata prima ad Istanbul e poi a Mersin. Si trova ora qui a Diyarbakir, scappata con il marito dal villaggio in cui viveva per i soprusi da parte dei “guardiani”, ma anche perché si deve sottoporre ad una terapia fisica riabilitativa e psicologica per i postumi lasciati dalle torture subite. Le torture, infatti, le hanno causato lo strappo dei muscoli delle spalle e delle ginocchia e le hanno lasciato traumi psichici per l’atroce esperienza vissuta. Continua il racconto la figlia. Dopo il colpo di stato del ‘80, la famiglia di Adalet è stata minacciata e ha dovuto lasciare la sua casa. “Nel 1992 e 1993 – racconta la figlia – i poliziotti hanno assaltato la nostra casa, i miei fratelli erano piccoli, 4/5 anni, hanno arrestato mia madre e l’hanno torturata per 45 giorni continuativi.  All’inizio è stata sottoposta ad una tortura psicologia facendole credere di aver ucciso un suo bambino, ma poi sono passati alle torture fisiche: è stata ripetutamente e selvaggiamente picchiata ed infine stuprata con un bastone. Era una maschera di sangue. Si è salvata per le cure delle sue compagne di cella”.
In quel periodo la famiglia era dispersa. Alla sua liberazione si trasferirono ad Istanbul dove, oltre ad affrontare i traumi della violenza subita, dovevano anche far fronte alla miseria e alienazione della vita in una grande città, alla quale non erano abituati essendo solo dei contadini. Sono rimasti ad Istanbul 10 anni. Anche qui le arrestarono due figli perché curdi. Non sentendosi sicuri sono tornati al loro villaggio, ma la loro casa non c’era più, era distrutta. Erano rimasti soli e per questo soffrivano molto. La figlia lavora qui con le “Madri della Pace” e, per questo, Adalet ed il marito si trovano a Diyarbakir.

Per dovere di cronaca, il 9 marzo scorso le Madri della Pace, provenienti dalle province d’Istanbul, Diyarbakır, Smirne, Batman, Siirt e Yüksekova / Hakkari, si sono recate nel villaggio di Roboski, dove il 28 dicembre 2011, l’aviazione Turca ha ucciso 34 innocenti. La prima tappa della delegazione è stata dedicata ad una visita presso le tombe delle 34 vittime, su cui hanno deposto simbolicamente dei garofani. La portavoce della delegazione d’Izmir ,  Behiye Yalcin, ha duramente criticato la recente visita della moglie del Primo Ministro al villaggio. Yalcin a tal proposito ha fatto la seguente dichiarazione: “La Signora Emine Erdogan, in occasione della visita alle madri delle 34 vittime, avrebbe dovuto fornire l’elenco dei colpevoli di tale massacro. Oggi ci troviamo nel villaggio dove lo Stato ha ucciso 34 innocenti tramite l’uso d’armi chimiche. Noi, condanniamo questa strage e crediamo che tutte le madri curde dovrebbero unire le forze allo scopo di porre fine a questo spargimento di sangue. Non ci daremo pace finché non cesseranno queste esecuzioni”. La portavoce delle Madri della Pace di Diyarbakır, Havva Kiran, ha dato sfogo alla sua frustrazione in merito al silenzio omertoso adottato dall’opinione pubblica internazionale sui fatti accaduti a Roboski: "Chiediamo la democrazia per il mondo intero, non solo per i curdi. Tuttavia, a tali richieste, lo Stato ha risposto con il massacro dei nostri figli. Mi chiedo come avrebbe reagito il Primo Ministro se i corpi dei suoi figli fossero stati ridotti a brandelli dalle armi chimiche, senza la possibilità di distinguere le parti dei corpi dei figli da quelle degli asini. Non abbiamo cresciuto i nostri figli per vederli uccisi. Se le autorità intendono collocare i loro militari e le stazioni di polizia nei nostri villaggi,  dovrebbero almeno contribuire ad un processo di pace ma se questo non avverrà, dovranno lasciare il nostro territorio ". La Signora Kiran ha sottolineato che è arrivato il momento di dire basta: "Se non sarà garantita una soluzione pacifica entro la primavera, il fuoco annienterà tutto”.

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