lunedì 6 luglio 2020   
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Medio Oriente » Ayn Al-Zaytun  

AYN AL-ZAYTN

 

Non so che cosa mi spinse a voler conoscere la realtà palestinese. Avevo avuto l’onore di parlare con tanti palestinese e tutti, alla mia innocente e ingenua domanda “qual è la soluzione di questo disumano e pluridecennale conflitto?” mi rispondevano allo stesso modo “se Israele riconoscesse la Nakba e si assumesse la responsabilità delle azioni disumane che ha perpetrato negli anni ’40 tutto si risolverebbe, e sai perché? Perché a quel punto il vaso di pandora di Israele si aprirebbe, perderebbe di credibilità e comincerebbe il declino del suo periodo d’oro”. Nakba, ero troppo curiosa di sapere che cosa significasse e perché fosse così importante per il popolo palestinese e anche per quello israeliano; così decisi di andare a visitare uno dei villaggi che subì la pulizia etnica; dei tanti massacri perpetrati durante la nakba, dopo quello di Deir Yassin il più conosciuto è quello di Ayn al-Zaytun. Non sapevo niente a riguardo, non sapevo che cosa mi aspettasse e decisi di vedere un film franco-egiziano tratto da “Ba bel Shams” di Elias Khoury, l’unico romanzo epico che abbiamo finora sulla catastrofe palestinese. Il film rappresenta fedelmente la bellezza del villaggio adagiato sul fondo di un canyon che tagliava in due le alte montagne della Galilea, sulla strada tra Mayrun e Safad, un villaggio abbellito dall’acqua fresca di un ruscello circondato da sorgenti terminali minerali. Sullo schermo Ayn al-Zaytun era un paradiso terrestre, non potevo mai immaginarmi cosa fosse accaduto a questo microcosmo di armonia. Cercai su Internet nella speranza di trovare qualcuno che potesse aiutarmi a mettermi in contatto con i sopravvissuti a questa tragedia e fui fortunata. Scrissi a Giorgio, un palestinese cristiano responsabile dell’associazione “Nakba Survivors”, che oltre a diffondere le testimonianze dei sopravvissuti organizza viaggi guidati per i turisti interessati alle non poche testimonianze oculari. Giorgio, gentilissimo e disponibilissimo, mi accompagnò fino al villaggio di Ayn al Zaytun a casa di un certo Khaled, un medico che viveva col padre ormai molto anziano ma con una memoria giovane e lucida . In macchina notai le strade, le case, le persone, mi sembrava di essere tornata ai tempi del dopo guerra del secolo scorso. Il sangue mi raggelò nelle vene, non potevo credere ai miei occhi. In macchina Giorgio mi ammonì “Lucia, il nonno sarà diffidente all’inizio; non è semplice riaprire una ferita così grande a una persona anziana, ma se riesci a convincerlo delle tue buone intenzioni e si fida sarà un palestinese a tutti gli effetti; “che cosa intendi con “palestinese a tutti gli effetti?”; lui mi fissò con i suoi occhi azzurri ghiaccio e fece mezzo sorriso dicendo: “intendo buono e generoso, un pezzo di pane”.

Giorgio continuò Ayn al-Zaytun era importante per gli ebrei sionsiti. La sua posizione strategica, a poco più di un chilometro e mezzo a occidente di Safad, lo rendeva un obbiettivo ideale per l’occupazione; inoltre verso la fine del mandato britannico in Terra Santa i rapporti tra i coloni ebrei e gli abitanti del villaggio erano difficili, così fu approvata l’operazione Ramazza e a maggio del 1948 gli ebrei sionisti ebbero l’occasione non solo di epurare il villaggio ma anche di sistemare i “vecchi conti”, cioè l’ostilità che si è andata a creare tra gli abitanti del villaggio e i coloni. Purtroppo i soldati ebrei sionisti hanno incontrato ben poca resistenza perché i volontari siriani di stanza avevano abbandonato in fretta e furia il villaggio quando all’alba era iniziato il bombardamento: al fuoco pesante dei mortai seguì il lancio sistematico di granate”.  Non ebbi tempo per chiedergli altre informazioni perché eravamo arrivati a destinazione. Scesi dalla macchina e fissai un gruppo di bambini che saltavano sorridenti in una pozzanghera di fango, vestivano stracci ed erano scalzi ma si divertivano con così poco. Uno di loro mi notò e urlò agli altri “shufu ma ahlaha” “guardate quanto è bella”. La casa di Khaled era molto semplice e umile, salimmo le scale e fummo accolti a braccia aperte dal medico palestinese. Ci fece accomodare in salotto e ci portò il thé.

Non c’è sua moglie in casa?” chiesi. Khaled mi guardò e i suoi occhi divennero lucidi, io capii che quella domanda non dovevo farla “mi dispiace, non volevo..” “no no stia tranquilla, non poteva saperlo. L’ho persa due anni fa insieme ai miei due bambini. I soldati irruppero nel villaggio in cerca di terroristi, o almeno così dissero i media, ma fecero una strage di bambini e di donne innocenti. Hanno una strana concezione di terrorismo questi israeliani. Mia moglie era andata a prendere i miei due bambini dall’asilo e non la rividi mai più”. Non sapevo cosa dire, stetti in silenzio, un silenzio pesante che fu interrotto dall’arrivo del padre. Ci salutò col saluto di pace arabo-islamico e quando mi alzai per presentarmi mi disse che sapeva già chi fossi. Prese una tazza di thè e mi guardò negli occhi. Era un uomo molto anziano ma il suo sguardo era forte, sembrava che i suoi occhi verdi appartenessero a un giovane e non al uomo davanti a me. “E quindi tu vorresti sapere quello che è successo a me e al mio popolo nel ’48?”. Io annuii “mi farebbe davvero piacere sentire la sua storia”. “Secondo me non le farà tanto piacere”. Rimasi in silenzio, e dopo lunghi attimi cominciò “vedi figliola..” mi chiamò figliola e capii che si fidava.


“Era il 2 maggio del 1948, mi svegliai insieme a mia moglie prima dell’alba per fare la preghiera del mattino. Guardai le mie due bambine dormire come degli angioletti, erano gemelle, adorabili e bellissime come la loro madre. Mio figlio Khaled invece era un po’ più grande e dormiva in camera sua. All’alba, improvvisamente, sentimmo dei rumori assordanti, stavano bombardando il nostro villaggio. Avevamo sentito che i coloni ebrei stavano facendo stragi nei villaggi intorno a noi e sembrava fosse giunto anche il nostro momento. Le mie bambine urlavano e piangevano, le vedevo ma non le sentivo perché lo scoppio delle bombe non lo permetteva. Di corsa andai a svegliare Khaled, era già in piedi e mi guardò con degli occhi che non dimenticherò mai, gli davo sicurezza, non aveva paura perché io ero suo padre ed ero con loro. Questo mi diede forza ma mi spaventò, non mi sarei mai perdonato se fosse successo loro qualcosa, contavano su di me. Ci nascondemmo in una stanza sotterranea e rimanemmo fino a mezzogiorno, quando entrarono i soldati ebrei sionisti per perquisire ogni casa del villaggio. Trovarono anche noi e ci fecero uscire con i fucili puntati sulla schiena. Mia moglie piangeva con le due bambine, Khaled invece era fermo e deciso, un piccolo uomo. Fummo tutti ammassati al centro del villaggio, donne vecchi e bambini. C’era gente che urlava disperata per la scena che avevamo davanti. Gli agenti dei servizi segreti selezionavano alcuni uomini e li fucilavano; chi protestava o si ribellava veniva ucciso anch’esso. Un uomo di nome Youssef si arrese quando venne chiamato, e per questo pensava che sarebbe stato con umanità. Invece fu schiaffeggiato e per punizione gli ordinarono di scegliere a caso trentasette ragazzi giovanissimi. Quei ragazzi furono tutti fucilati figliola, e sai dove? Davanti alla moschea. Davanti ai nostri occhi si stava formando una collinetta fatta di giovani legati e fucilati. La scena era terribile, c’era sangue dappertutto. Avevo paura che prendessero anche mio figlio Khaled, e questa mia paura si concretizzò quando uno dei soldati puntò la sua pistola contro la testa di mio figlio e gli ordinò di recarsi verso la moschea. Khaled non volle alzarsi e il soldato fece un sorriso; io non riuscivo a muovermi, avevo legate sia le braccia che le gambe così urlai di prendere me non lui, di uccidere me ma non mio figlio. Il soldato continuava a ridere, mi guardava con odio ma il suo fucile era ancora puntato contro Khaled. All’improvviso venne una ufficiale che si guardò intorno e riferendosi alla collinetta di morti ha cominciato ad urlare in ebraico, le sue parole non le dimenticherò mai: “Siete fuori di testa! Centinaia di persone a terra, legate! Andate a ucciderli! Andate a far scempio di centinaia di persone! Solo un pazzo uccide gente legata in questo modo e solo un pazzo spreca con loro così tante munizioni!”. Il soldato davanti a Khaled andò dall’ufficiale e le disse che tutte quelle persone erano già morte e non c’era bisogno neanche di slegarli. L’ufficiale quando si rese conto di quello che aveva davanti fece un sospiro e disse: “bene, problema risolto”. Il soldato allora si girò all’improvviso verso di noi e sparò una ventina di colpi; questi rimbombarono nella mia testa, tutti urlavano. Io urlavo i nomi dei miei figli, continuai ad urlare anche quando sentii le macchine degli ufficiali andarsene sorridendo tra una battuta e un’altra. Avevo paura di girarmi per vedere la mia famiglia, io ero vivo e la puzza del sangue e della carne umana mi stava facendo perdere la coscienza. Quando mi girai l’unico desiderio era quello di non averlo mai fatto. Mia moglie, le mie due bambine e Khaled erano abbracciati, morti. Ho cominciato ad urlare insieme ai sopravvissuti “Allahu akbar!”. Urlavo e piangevo, non mi sono mai sentito così debole e fallito, avevo fallito. Non ero stato all’altezza di quello che Khaled si aspettava, avevo deluso la mia famiglia e avrei voluto morire. Poco dopo tra le lacrime e le mie preghiere e le urla degli altri mi sembrò di aver sentito la voce di khaled. Mi asciugai gli occhi e guardai di nuovo la scena orripilante e incontrai lo sguardo di Khaled, era spento e sofferente, e con un filo di voce mi disse che dovevamo seppellire mamma e le sue sorelline. Non credevo ai miei occhi, credevo fosse morto, lo abbracciai forte e lui urlò dal dolore. Era ferito al braccio ma aveva resistito, mi vergognai di fronte a mio figlio che ferito pensava a seppellire la sua famiglia, mi vergognai di fronte alla forza di un ragazzino così giovane e innocente; e ancora oggi figliola mi vergogno e per me è una tortura vivere con questo peso alle spalle, non essere riuscito a salvarli..”. non riuscì ad andare avanti perché scoppiò in lacrime e se ne andò parlando in arabo.


Guardai Khaled, non sapevo cosa dire, è stato a lui a rompere quel silenzio così significante: “soffre, mio papà soffre ogni volta che mi guarda e si vergogna per essere stato così debole in quel momento, ma non è colpa sua e glielo ripeto invano. Decine di migliaia di palestinesi hanno subito il nostro stesso destino e quasi un milione vennero espulsi dalle loro case, dalla loro terra; la Nakba ci ha distrutti psicologicamente e vedere che Israele non la riconosce ci fa ancora più male, perché il mondo non riconosce quello che abbiamo sofferto e tutto quello che abbiamo perso, nessuno si immagina la grande ferita del popolo palestinese che si vede ogni giorno cancellare una parte della propria terra dalla cartina geografica e dalla memoria collettiva. È vero che nel mondo siamo un’élite, siamo riusciti a diventare medici, ingegneri, politici, accademici e professori ma la ferita che ci portiamo dentro è più grande di qualunque capitale o posizione sociale. E non perderemo mai la speranza. Se Dio vuole, un giorno torneremo in terra santa, nella nostra patria. Filastin
Uscii da quella casa, e poi dal villaggio, e poi dalla Palestina e continuavo a chiedermi solo questo:

“Perché? Perché delle vittime fanno vittima un altro popolo e da oppressi divengono oppressori? Perché?”

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