lunedì 6 luglio 2020   
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Medio Oriente » EL RAMLE  

EL RAMLE


Quando entrammo in casa loro in Texas, Sharif dormiva.


Io e la mia collega ci stupimmo. L’appuntamento per l’intervista era fissato per le quattro e noi, quella volta eravamo stati stranamente puntuali. Il nipote Hamed  era quasi imbarazzato, un po’ dispiaciuto, ci disse che, in realtà, il nonno non dormiva  perché colpito da un’improvvisa sonnolenza. “Mio nonno è cosi,  crede di essere pronto a raccontare la sua storia, il suo dolore, la sua nostalgia. Poi però nel mentre pensa a cosa dovrà dire, a che dettagli tralasciare, comincia a non sentirsi bene. Stamattina non ha mangiato nulla a colazione. Si rende conto di non potercela fare, che si emozionerà, che una ferita che ogni giorno prova a curare, rincomincerà a sanguinare. Allora usa il sonno per non ricordare. Solo una volta è riuscito a raccontarmi la sua storia, mentre lo faceva , le sue lacrime gli rigavano il viso quasi senza se ne accorgesse."


Aveva 18 anni. Sostenuto da poco l’esame d Stato, ora,  passava le torride giornate di quei primi di luglio 1948, affacciato alla finestra, a sperare che uscisse di casa la ragazza più bella del vicinato, Lamia. El Ramle era una città gemellata con Al Lydd, lontane dalla Capitale Gerusalemme 45 kilometri.
Si avvertiva una strana aria di paura, quasi terrore tra le vie di Al Ramle, come se qualcosa di imminente stesse per colpire la città. Già nel febbraio 1948, un terrorista sionista aveva posizionato una bomba in uno dei suq della città uccidendo sette civili e ferendone altri 45. Da allora, Al Ramle, aveva paura di altri attacchi, era in apprensione. La città gemellata Al Lydd e tante altre città, dal maggio 1948, erano già state occupate e questo sembrava destino inevitabile anche per Al Ramle.
Il 12 Luglio 1948, nonno Sharif affacciato alla finestra li vide passare. Carri armati e centinaia di soldati riempivano le vie della città. Sparavano in aria e ordinavano a tutti di lasciare le proprie case. Poco dopo le strade di Al Ramle erano piene di bambini che piangevano, donne impaurite e uomini che per quel che potevano, provavano a recitare la parte di uomo che gli spettava. Soldati sionisti corazzati di divise, fucili e pistole, piccoli, forse alcuni neanche maggiorenni si guardavano sorridendo quasi stessero per cominciare una partita alla Playstation. Non erano persone quelle davanti a loro. Non uomini, non donne, non bambini. Era gente da eliminare, gente in più, occupante un terreno che non apparteneva loro, usurpatori di una terra che Dio aveva assegnato ai figli di Israele, persone non meritevoli di vivere, persone che anche nel modo più brutale, dovevano sparire da quel pezzo di terra.

Così era stato insegnato loro, così avevano assimilato, così era e così doveva essere. Uomini e donne era posizionati in fila, mani in alto e gambe divaricate. Da dietro, passavano i piccoli soldati che, casualmente, sparavano sulla testa di chiunque volessero. Nonno Sharif, il padre e i suoi due fratellini più piccoli erano accanto a lui. La mamma, nella fila delle donne, teneva con la mano tremolante la piccola Amina.


Il soldato avanzava a passi lenti e decisi. Puntava il fucile sulla schiena di tutti ma sparava a pochi. Eccolo avanzare verso Sharif. Il fucile percorreva lentamente la sua spina dorsale e la fronte di Sharif si imperlava di sudore. La sua mente ripercorreva velocemente attimi sfuocati. La scuola, Lamia, sua mamma che vedeva di fronte a sé toccata e guardata dai soldati, lei, le altre donne e giovani ragazze.
Quel momento sembrò essere infinito, poi il fucile lasciò la sua schiena, un sospiro di sollievo, quasi una lacrima di felicità, ma ecco il fucile toccare il collo possente e virile di Sharif. Deglutì e il soldato rise soddisfatto, poi uno sparo deciso al ragazzo che accanto a Sharif tremava da tempo. Quell’amico del cuore con cui aveva condiviso i momenti più belli della sua infanzia. Il suo corpo privo di vita cadde davanti a Sharif. Il sangue sporcò le scarpe di Sharif, sporcò la sua mente, la sua anima fino ad allora priva di odio o rancore.
I maltrattamenti  si dilungarono sino a sera e dopo che il comandante dei soldati ebbe parlato col sindaco della città, Al Ramle, andò in festa. Si era arrivati ad un accordo. I suoi abitanti potevano restare. Solo due tramonti e il 14 Luglio 1948, la sorpresa non tardò ad arrivare.

Tremila uomini vennero presi e detenuti in un campo senza che nessuno più seppe che fine fecero. Tra loro vi era il padre di Sharif, ingegnere di alto rango e grande uomo di famiglia. Mio nonno cadde nella disperazione. Poi, nello stesso giorno la sentenza : “Al Ramle doveva essere assolutamente liberata”. Si assistette ad una situazione di delirio totale, uomini che correvano per le strade come se vi potessero trovare una soluzione, donne piangenti e bambini che assistevano ignari. La mamma di Sharif raccoglieva le cose piangendo : “Cosa ci faranno, dove andremo, che ne sarà di noi? Cosa ne hanno fatto di tuo padre?” . Mio nonno frastornato e incredulo, la aiutava a raccogliere coperte e qualche vestito qua e là.  I fratellini giocavano con le macchinine che tanto amavano e Amina baciava la madre che sentiva cosi triste. “E’ ancora vivo e ci raggiungerà, papà è forte”  Continuava a ripeterle Sharif.


“Uscite, Uscite!!” ordinava il comandante per le strade. “Camminate per Al Qulab, Salbit, Bayt Nabila e Kufr Ein e se ce la farete,  arriverete a Ramallah” gridava ancora ridendo.
17.000 Palestinesi che consideravano e vedevano in Al Ramle la loro casa e la loro patria, il posto che dava loro tepore furono costretti ad incamminarsi per un futuro incerto, cattivo, crudele. Quel 14 Luglio, la pioggia scendeva dal cielo e bagnava il volto delle donne confondendosi col le loro lacrime, bagnava le coperte che con fatica si portavano appresso, bagnava i giocattoli che i bambini avevano in mano, i soldi e l’oro che gli uomini avevano provveduto nella corsa a recuperare dalle loro case, ora abbandonate alla grinfie dei soldati che entravano e rubavano ciò che di valore, nella fretta era stato dimenticato e poi le demolivano coi carri armati.


Solo a 400 dei 17.000 abitanti, fu permesso di restare.


Nonno Sharif e i fratellini camminavano con alle spalle ciò che avevano recuperato quasi arresi alla loro incredulità. Mano nella mano a quella del nonno, c’era la piccola Amina, tre anni, piagnucolante e affamata. Non ancora fuori dalle mura della città, i soldati importunavano la folla esasperata. Amina fu strappata dalle mani di nonno Sharif e un soldato la spinse a sé, la schiaffeggiò e ridendo disse a Sharif che solo cosi stanno zitti i bambini. Il nonno tratteneva la rabbia quasi minacciato da quel fucile troppo ben in vista. Ma quando il soldato si stava per allontanare con la piccola, Sharif si cimentò a salvare la sorellina. Partì un colpo. La mamma del nonno si voltò. Sharif ansimava di dolore tenendosi la gamba sanguinante, con l’altra mano teneva intanto stretta a se la piccola Amina, terrorizzata. La mamma strappò un lembo del suo vestito che esasperata usò per fermare l’emorragia.

Dagli occhi serrati Sharif riuscì a notare la figura di una donna troppo spesso ammirata e osservata di nascosto. Lamia spossata portava sulle sue spalle delle coperte e di tanto in tanto, si fermava riposandosi.  Era il momento di mio nonno. Mi disse che avrebbe dato il mondo per alzarsi ad aiutarla, per abbracciarla consolarla e dirle che tutto sarebbe andato bene. Ora Lamia si girò attratta da quella folla esasperata. Si avvicinò a Sharif. I loro sguardi si incontrarono. Quelli verdi oliva di Lamia e quelli neri, profondi e forti ora come rinati di mio nonno. Fu in quel momento che arrivò lui. Il soldato afferrò Lamia dai capelli e la trascinò per terra ridendo. Lei si dimenò picchiandolo con le mani. Altri soldati avanzarono verso Lamia. Sempre più agitata, gridava con tutto il fiato che aveva in gola. Arrabbiato il soldato che l’aveva spinta a sé le diede una bastonata in testa. La sua anima ancora vogliosa di vivere lasciò quel corpo esile che ero giaceva in terra. Gridò la madre, i suoi fratelli, le sue amiche. Solo una persona non gridò di dolore. Sharif tiene ancora dentro di sé quello sfogo represso cinquant’anni fa.


Passarono giorni di disperazione, gli abitanti di Al Ramle dormivano in accampamenti improvvisati. Spossati dalla fame, dalla sete, dal dolore di aver abbandonato la loro casa, di non essere nulla al momento. Solo fuggitivi.  Era una donna forte la mamma di Sharif. Non piangeva mai davanti ai figli in quelle notti senza speranza. Solo a volte Sharif sentiva i suoi singhiozzi da sotto le coperte. Si avvicinava a lei, la accarezzava e le sussurrava : “Tornerà. Tornerà papà, torneremo a casa nostra, riavremo tutto”, “Piango per te” gli rispose una volta la madre. “La amavi, ho letto le lettere che gli volevi dare, la guardavi dalla finestra. Dovevi fargliele avere. Non rimandare mai niente nella vita figlio mio, io ora mi pento di non aver detto quella mattina a tuo padre prima di uscire quanto lo amassi, glielo dirò la sera, mi ero detta”.


Camminarono per settimane e settimane, poi arrivarono a Ramallah. Poi altri attacchi, altre migrazioni. Ora eccoci qui.

Senza diritto di ritorno, senza la possibilità che nonno riveda la sua casa, la sua scuola, la sua patria. Non viviamo in Palestina.  Ma la Palestina vive dentro di noi.

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