domenica 16 dicembre 2018   
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Medio Oriente » Giornata internazionale delle donne  


 

NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
RICORDIAMO LE DONNE PALESTINESI PRIGIONIERE NELLE CARCERI ISRAELIANE

 

Mentre il mondo festeggia la Giornata Internazionale delle Donne, noi celebriamo la Palestina e le sue figlie. Festeggiamo la madre, la figlia, la sorella, la zia. Festeggiamo l'insegnante, la studentessa, l'operaia, la contadina, l'infermiera, la dottoressa, l'architetta, l'ingegnere. Festeggiamo l'organizzatrice, la dimostrante, l'attivista, colei che lancia le pietre, la combattente per la libertà. Festeggiamo la sorella nella lotta, la compagna che resiste. Festeggiamo la prigioniera, la donna ferita, l'esiliata, la martire. Festeggiamo la donna che possiede la terra, che la lavora, che la ama e la protegge. Festeggiamo Lina, Samar, Patima, Mona,  Asma, Nawal, Manal, Ena’am, Intisat, Ala’a, Hadeel, Salwa, Ayat ed Eman.

 E in questo giorno, ogni giorno ricordiamo le prigioniere palestinesi che hanno sacrificato la loro libertà affinché le generazioni future possano avere la libertà, e ne possano godere. In questo giorno e ogni giorno, ricordiamo quelle donne che hanno sacrificato la loro libertà per la libertà della Palestina. Dal 1967 più di 800.000 palestinesi, comprese 15.000 donne, sono stati arrestati e  imprigionati dalle autorità israeliane. Durante la Prima Intifada, almeno 3.000 donne sono state fermate e durante l'Intifada Al-Aqsa più di 900 sono state rinchiuse nelle prigioni israeliane. Ogni giorno ci sono irruzioni e si operano fermi. Alcune volte le donne fermate vengono rilasciate dopo pochi giorni, altre dopo poche settimane, oppure restano in detenzione a tempo indeterminato.
13 sono le donne palestinesi tra i 4.750 palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane; la più anziana è Lina Jarbouni che viveva nei territori occupati nel 1948, ed è stata arrestata 11 anni fa. Le sue compagne di prigionia sono Mona Qa'adan, Nawal Al-Sa'adi, Asma Al-Batran, Manal Zawahreh, Ena'am Al-Hasanat, Intisat Al-Sayed, Ala'a Abu-Zaytoun, Ala'a Al-Jua'aba, Hadeel Abu-Turki, Salwa Hassan, Ayat Mahfouth e Eman Bani Odeh.

Le autorità israeliane commettono moltissime violazioni contro le donne detenute nelle loro carceri. Le più gravi di queste sono: il modo brutale con cui vengono arrestate davanti alle loro famiglie e ai figli in tenera età; i metodi fisici e psicologici usati durante gli interrogatori; la proibizione di vedere i loro figli; le carenze sanitarie ed assistenziali per le donne incinte; le costrizioni fisiche durante il parto; le punizioni, come l’isolamento e uso della costrizione fisica; la detenzione in luoghi inadatti; le perquisizioni usate dalla polizia carceraria a mo’ di provocazione; gli insulti, le aggressioni e l’uso dei gas lacrimogeni. Inoltre, sono maltrattate quando sono portate in tribunale o quando devono incontrare i familiari e perfino durante i trasferimenti da una sezione a un'altra del carcere. Talvolta vengono loro negate le visite dei familiari. Durante i periodi di isolamento le prigionieri politiche sono spesso messe insieme alle criminali, senza rispetto per le necessità dei figli che vivono con loro in carcere.
 

 Incinta, fa lo sciopero della fame- PatimaZakka ha 42 anni. Al momento dell’arresto era incinta. E' stata rilasciata in cambio di un video di Gilad Shalit durante la sua detenzione. Fatima era stata accusata di aver cospirato per fare un attentato suicida contro un autobus pieno di militari  israeliani. L'accusa aveva chiesto una condanna a 12 anni di prigione per la ladre di otto figli. "Non sapevo di essere incinta prima dell'arresto", dice Fatima. "L’ha scoperto un'infermiera quando ero detenuta. I miei otto figli sono rimasti a casa senza di me. Nessuno mi ha mai insegnato a far saltarein aria delle persone. E' vero che loro [gli israeliani] avevano ucciso mio fratello e molti miei parenti, ma questo succede a molta gente in Palestina." Fatima dice di essere stata sottoposta a diverse tecniche durante gli interrogatori. 
"Mi hanno torturato mentre ero incinta", dice. Mi hanno tenuto in una cella gelida, spostandomi di continuo da una cella a un'altra. Volevano che avessi un aborto spontaneo: i maltrattamenti mi hanno provocato perdite di sangue." Questo ha spinto Patima a iniziarelo sciopero della fame. Ha resistito 21 giorni. "Non mi hanno lasciato scelta," spiega. "Allah sia lodato. Non ho avuto un aborto spontaneo. Mio figlio è nato in carcere. Si chiama Youssef."

Partorire con mani e piedi legati. Samar Isbeh è stata arrestata quando aveva 22 anni, in seguito a una protesta studentesca. E' stata condannata a due anni e mezzo di carcere. Ora ha 28 anni e vive a Gaza, mentre la sua famiglia e quella di suo marito vivono in Cisgiordania. "Sono stata arrestata tre mesi dopo il mio matrimonio. Ero a capo di un Consiglio studentesco dell'Università islamica. Abbiamo organizzato una protesta contro l'occupazione. Sono stata arrestata a casa di mio marito a Tulkarm. Due giorni dopo, anche  mio marito è stato arrestato e condannato a 9 mesi di prigione, sebbene non avessero nulla di cui accusarlo," dice Samar.

Ora è stata deportata nella striscia di Gaza e le è stato negato l'accesso a Tulkarm e quindi non può vedere né il marito né i figli. "Ero alle prime settimane di gravidanza quando sono stata arrestata. Ho subito ogni tipo di tortura. Mi hanno tenuto per 66 giorni in una cella sotterranea. mi hanno costretta a stare in equilbrio  su un seggiolino, mi hanno tenuto in una cella gelida," dice Samar. Quando è iniziato il travaglio mi hanno legato le mani e i piedi: mi hanno fatto il taglio cesareo, non perché fosse necessario, ma semplicemente per odio. Mi hanno lasciato il bambino, ma hanno trattato anche lui come un prigioniero."

La storia di Samar riflette un'attitudine ed un odio che hanno radici profonde, non soltanto nei confronti del popolo palestinese, ma anche delle donne. Durante la prigionia è stata umiliata, maltrattata, esposta a situazioni che mettevano a rischio la sua vita e quella del bambino non ancora nato.  E’ stata legata come un animale in una stalla. La storia di Samar, tuttavia, non è l'unica, ma riflette la storia di continui abusi perpetrati nei confronti delle donne palestinesi. Tra il 2000 e il 2005, almeno 60 donne palestinesi hanno partorito ai  checkpoint israeliani per essere stato loro negato il trasporto in un ospedale vicino, e 36 bambini sono morti in conseguenza di questo.

Nel marzo 2012 nove donne palestinesi hanno presentato proteste formali contro la Shin Bet (i Servizi Segreti israeliani), per i maltrattamenti subiti durante i lunghi interrogatori. L’esperienza di Samar riflette i maltrattamenti che sistematicamente sono usati contro le donne palestinesi da parte delle forze di occupazione.

 Una protesta frequentemente sollevata da molte prigioniere politiche palestinesi, riguarda la pratica abituale di denudarle e sottoporle ad umilianti ispezioni intime e corporali. Le donne che rifiutano di sottoporsi a questi abusi, spesso sono inviate in isolamento.

Frequenti sono gli insulti degradanti ed a sfondo sessuale, da parte del personale carcerario, e le minacce di stupro (rivolte anche a membri della famiglia). Questi fatti, che caratterizzano l'esperienza carceraria delle donne palestinesi, dovrebbero essere considerati e trattati, come atti di sistematica violenza razzista e di discriminazione legata al sesso, operati dallo Stato. Uno Stato, che permette che le donne prigioniere, vengano abitualmente denudate e sottoposte ad ispezione corporale, come forma di punizione, viola gli obblighi che gli competono, ai sensi della normativa internazionale che tutela diritti umani e della Convenzione contro la tortura e ogni altro  trattamento crudele, inumano e degradante.

Fonti: http://avoicefrompalestine.wordpress.com/; http://www.middleeastmonitor.com/; http://samidoun.ca/; http://rt.com/news/; http://www.addameer.org/


Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese - AAMOD

08/03/2013

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