martedì 23 luglio 2019   
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Medio Oriente » Il Diritto al Ritorno Gaza 2014 2 parte  

(Leggi la 1° parte)

UNA TESTIMONIANZA DIRETTA  DA GAZA
di Mirca Garuti
(2° parte)



La delegazione italiana, durante i sei giorni di permanenza all’interno della Striscia di Gaza, ha visitato alcuni degli otto campi profughi esistenti su questo piccolo pezzo di terra, ha incontrato varie realtà politiche, associazioni non governative, cooperanti, ha visto i pescatori, il mare dolce e tranquillo, ma, a volte, anche crudele, i contadini ed il confine con la forza occupante: Israele.

Incontriamo subito al nostro arrivo in albergo, la Rete delle Organizzazioni non governative e più precisamente, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights.
Il Presidente della Rete non governativa palestinese che raggruppa più di 60 organizzazioni presenti a Gaza, si congratula con noi, per la nostra caparbietà nel voler arrivare a Gaza. Si rivolge specialmente a quelli che se n’erano già andati, ma tornati indietro, alla notizia dell’autorizzazione concessa. “L’obiettivo principale della vostra missione è il riconoscimento del Diritto al ritorno per tutti i palestinesi – continua il Presidente – Diritto sancito dalla Risoluzione Onu n. 194. La vostra visita è in contemporanea con quella in Medio Oriente del Segretario di Stato americano, John Kerry che vuole però esattamente il contrario. Il secondo obiettivo è rompere quest’assedio, visto come una punizione collettiva contro Gaza. Noi insieme vogliamo portare tutti gli obiettivi necessari per ottenere un mondo migliore, diverso, dove c’è giustizia sociale, libertà, democrazia e dignità dell’uomo, per tutti.”

 


Il Direttore Generale di Al Mezan Center, Issam Younis, apre l'incontro: “La parte positiva di questo maledetto assedio è che, quando ci si trova chiusi dentro, tutto il mondo gira intorno a te. Voi, con la vostra solidarietà verso Gaza, sarete i nostri emissari all’estero per riportare quello che vedrete. Avete vissuto per qualche giorno quello che un palestinese prova tutti i giorni, ma, dovete anche considerare che voi avete un passaporto europeo, mentre un palestinese, senza passaporto, non ha gli stessi vostri benefici. Il trattamento a lui riservato è quindi molto più duro. Gaza, prima e dopo il trattato di Oslo, prima e dopo la separazione unilaterale, è un territorio palestinese occupato. L’occupante è Israele. Secondo le leggi internazionali, Israele ha la responsabilità di garantire una vita normale all’occupato. Noi abbiamo due governi, uno a Gaza e l’altro a Ramallah, ma nessuno dei due ha la sovranità sul suo territorio. La comunità internazionale ha una responsabilità diretta su quello che succede a Gaza.” Issam ribatte con forza che la questione di Gaza è una questione politica e che la responsabilità è da attribuire solo all’occupazione israeliana.

Il Direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani, Hamadi Shaqqura prosegue il discorso: “Come organizzazioni che si occupano di diritto, abbiamo studiato alcuni effetti dell’occupazione. L’anno 2013 lo consideriamo il peggiore. Per capire il progredire o il regredire della situazione palestinese non basta contare il numero dei morti, ma occorre verificare quello che si è ottenuto in tutti i suoi aspetti. La questione nazionale palestinese qui a Gaza, ha fatto un passo indietro. Invece di riaffermare i nostri principi, le nostre rivendicazioni per l’indipendenza, libertà e democrazia, siamo costretti a doverci accontentare di chiedere acqua pulita, cibo ed il passaggio dai valichi. Il ruolo europeo è molto importante per la causa palestinese perché dovrebbe dare una giusta e corretta spiegazione di quello che succede in Palestina. Anche voi, come emissari, siete importanti! Importanti, per trasmettere i messaggi che riceverete da qui. L’Europa ufficiale, quella della politica ha avuto invece una posizione molto negativa nella questione palestinese.”

Maurizio Musolino ringrazia per l’accoglienza che la delegazione ha ricevuto e sottolinea che noi rappresentiamo un’altra parte dell’Italia, non quella governativa che stringe le mani a Netanyahu. Afferma la necessità di non dimenticarsi mai di ricordare che l’origine di questa situazione risiede nell’occupazione sionista israeliana delle terre palestinesi. Conclude, rivolgendosi a tutte le organizzazioni presenti, con una richiesta di speranza: un’unità nazionale palestinese più forte. “Perché – afferma Maurizio - questa non solo, può aiutare il suo popolo, ma aiuta anche noi o quelli come noi che portano solidarietà e lavorano in favore del popolo palestinese. Il 2014 sarà l’anno internazionale della Palestina. Abbiamo voluto essere proprio noi ad iniziare quest’anno, ci assumiamo però, anche l’impegno di continuare sempre più a dimostrare la nostra solidarietà e amicizia a tutto il popolo palestinese.”
Il Presidente conferma che la nostra speranza è anche la loro stessa speranza, e che, quando incontreremo le altre forze politiche palestinesi e, soprattutto, Ism’il Haniyeh, leader di Hamas, dobbiamo assolutamente ribadire con forza questo concetto ed auspicio.


La rete delle Organizzazioni non governative risponde alle nostre domande.


- Cambiamento politico in Egitto “Dopo il 30 giugno, la chiusura del valico ha colpito direttamente il popolo di Gaza. Ma, tornando alle origini del problema, la prima responsabilità è d’Israele, il paese occupante, non dell’Egitto. Dal momento che nel 2005 Israele si è ritirato da Gaza, ora se ne dovrebbe lavare le mani, revocando l’embargo sia di terra e sia di mare ed aprire tutti i valichi. Per capire il rapporto tra l’Egitto e Gaza bisogna risalire alle radici della questione. Prima del 1967 Gaza era sotto l’amministrazione egiziana e la Cisgiordania faceva parte del regno hascemita e non c’è mai stato un collegamento diretto tra la Striscia e la Cisgiordania. Dopo il 1967 ci siamo uniti grazie all’occupazione. E così è continuato fino agli accordi di Oslo, nel 1994. Oslo ha messo le basi per separare, di fatto, la Cisgiordania dalla Striscia di Gaza. Il trattato di Oslo non dice che sono territori occupati, ma dice che la Cisgiordania e Gaza sono un’unità geografica regionale unita. Le forze d’occupazione hanno invece gradualmente cominciato a separare queste due entità. Una fase molto importante è stata quella del ritiro unilaterale israeliano da Gaza nel 2005. Un passo strategico per Israele che lascia un terzo di popolazione palestinese (1.800.000) al loro destino, separato dagli altri palestinesi. Un modo per impedire di costruire uno Stato Palestinese unito, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme. Quando Israele aveva deciso di lasciare Gaza, di svuotare le colonie, era stato previsto un dispiegamento dell’esercito israeliano attorno alle città, in modo da poter così controllare tutti gli ingressi di Gaza. Israele ha così ottenuto il pieno controllo su questo piccolo pezzo di territorio, dal cielo, dal mare e dalla terra, chiudendo Gaza all’interno di una prigione virtuale, senza sbarre, ma pur sempre una prigione violenta e repressiva. Israele aveva anche raggiunto un altro obiettivo: spingere Gaza verso l’Egitto ed incrementare la colonizzazione.
 I coloni in Cisgiordania alla firma degli accordi d’Oslo erano 100.000, oggi, dopo 20 anni, sono 600.000. A Gaza poi nel 2006 hanno vinto le forze di Hamas. Il fine d’Israele è quello di mantenere questa situazione, avere in pratica due pezzi di terra ed il controllo su entrambe. L’unità nazionale palestinese non è più solo una questione interna, ma ha assunto caratteristiche internazionali: Stati Uniti d’America ed Israele non vogliono questa unità.”


- Che fare?  “Sono tre le cose importanti da fare: 1) organizzare altre delegazioni come questa, anche in Italia; 2) continuare ed aumentare le varie forme di boicottaggio ( BDS), anche a livello europeo, facendo pressione su quei paesi che non hanno ancora firmato delibere europee contro il commercio di prodotti provenienti da insediamenti nei territori occupati; 3) tutto quello che si può fare a livello politico.
Gaza sta soffrendo dal 2007 uno degli assedi peggiori: la luce arriva solo per poche ore al giorno, manca il carburante e c’è un forte aumento nella povertà e disoccupazione. Ma la vera tragedia è quella dell’occupazione coloniale e razzista. Il punto più importante, per noi fondamentale, da spiegare sulla questione palestinese, è quello relativo ai Diritti inalienabili del popolo palestinese, sanciti dalla Carta Costituzionale degli Stati Uniti. Una cosa da evitare è considerare Gaza come una questione separata dalla Palestina, Gaza non deve diventare “il problema palestinese, ma è solo una parte di esso. Le cose essenziali della questione palestinese sono il diritto all’autodeterminazione, la libertà del popolo palestinese e il diritto al ritorno e questo, è il nostro messaggio per la vostra gente.”

- Cosa trasmettere? “Il nostro ruolo di organizzazioni non governative ci spinge a rappresentare la realtà in modo molto obiettivo. I nostri siti sono ricchi d’informazione che riguardano non solo Gaza, ma anche tutta la Palestina, a disposizione di tutti, con un archivio aggiornato agli ultimi avvenimenti.”

- Un messaggio – Un partecipante della rete desidera trasmetterci un messaggio: “Faccio parte di un centro che si occupa dei diritti dei lavoratori. A Gaza la disoccupazione va oltre il 52% e di questa percentuale il 60% riguarda i giovani. La sofferenza dei lavoratori è uguale in ogni paese, ma qui a Gaza si soffre di più, a causa di tutte le aggressioni israeliane subite con la distruzione di molte fabbriche. Si è perso il lavoro, la disoccupazione è diventata ‘cronica’. Gli operai di Gaza non hanno bisogno di un buono pasto, ma di una soluzione politica. Chiediamo, quindi, ai sindacati europei di poter lavorare insieme per trovare la soluzione migliore. Il primo passo potrebbe essere il boicottaggio del sindacato israeliano, perché appoggia e sostiene il governo israeliano.  Il sindacato israeliano si è, inoltre, appropriato dei soldi dei lavoratori palestinesi: le tasse che pagano per la sanità, pensione ecc.. rimangono nelle casse del sindacato.”

- Come fa un palestinese senza passaporto ad uscire da Rafah o da Erez?  - “Non può, rimane chiuso nel grande carcere. Noi possiamo vedere i nostri amici o colleghi della Cisgiordania a Roma, o in qualsiasi altra parte, ci sono permessi individuali temporanei, ma la cosa importante è la separazione collettiva resa possibile dall’occupazione che non permette, per esempio, uno scambio tra un cittadino di Ramallah e uno di Gaza. La richiesta dei passaggi, per studio o commercio, sono negati, quasi sempre, per motivi di sicurezza. Una Corte Suprema israeliana ha certificato che la divisione è riconosciuta e quindi il transito non è possibile. Il Quartetto presieduto da Tony Blair ha fatto una gran conquista: ha reso possibile l’esportazione di fiori da Gaza verso l’Olanda (Gaza è uno dei maggiori esportatori di fiori per l’Europa). Ma tutta l’Europa non è stata capace di ottenere un permesso per vendere da Gaza o dalla Cisgiordania nemmeno un chilo di pomodori. Questa è la vera separazione voluta dall’occupazione israeliana”

La rete non governativa, infine, fa un’ultima considerazione sul governo israeliano.
“L’occupazione israeliana – dicono - considera i palestinesi solo dei numeri. Quando muoiono dei palestinesi, succede e basta, mentre quando muore anche un solo israeliano, i mass media mondiali raccontano tutta la storia della sua vita. Dobbiamo rafforzare la speranza che è dentro di noi per creare un futuro migliore.”


L’incontro della delegazione italiana con la Rete delle Organizzazioni non governative palestinesi termina con il ricordo di Vittorio Arrigoni  da parte del suo amico e compagno di Gaza, Shaheen Khalil.  Vittorio ha sempre cercato di rappresentare sia la sofferenza dei palestinesi nei Territori Occupati e sia tutto quello che riuscivano ad inventarsi attraverso la musica e la cultura, con la sua continua solidarietà. Solidarietà nei confronti dei pescatori di Gaza e dei contadini che lottano sul confine con Israele per continuare la loro vita.

Restiamo umani…

             Audio Incontro 

 

 


Dopo il primo incontro con le varie organizzazioni non governative palestinesi, inizia la nostra  visita a Gaza. Ancora non sappiamo che questo non sarà il nostro ultimo giorno di permanenza. In tutta onestà questa forzaturanon mi è dispiaciuta per niente, perchè mi ha permesso di poter rimanere a Gaza più giorni, avendo così la possibilità di vedere e conoscere maggiormente la situazione in cui vive il popolo palestinese in questa piccola terra. Erano quattro anni che aspettavo questo momento!
Il mattino seguente al nostro arrivo siamo andati al porto. Ho visto la casa dove viveva Vittorio, ho percorso la stessa strada, ho visto lo stesso mare. Ho conosciuto i suoi amici, ma lui non c’è più e la situazione a Gaza è peggiorata.

  


Andiamo al monumento che ricorda le vittime della Freedom Flotilla (31 maggio 2010):
nove navi con 10.000 tonnellate di aiuti umanitari, attaccate dalle forze armate israeliane in acque internazionali, con lo scopo di raggiungere Gaza e di rompere il suo assedio. 9 morti ed una cinquantina di feriti.

Siamo al porto di Gaza, chiamato il “Porto dei pescatori”. Il nostro accompagnatore ricorda con noi il primo viaggio della Flotilla, organizzato dal Free Gaza Movement nell’agosto del 2008. Questo movimento è formato da una coalizione di varie organizzazioni filo-palestinesi, attivisti per i diritti umani, giornalisti, operatori umanitari, provenienti da diverse nazioni, con un unico scopo: rompere l’assedio di Gaza. Fanno parte di questo movimento anche Noam Chomsky, Desmond Tutu, Jeff Halper, Hedy Epstein e l’ISM (International Solidarity Movement). Il 23 agosto 2008, 44 persone di 17 nazioni diverse salparono da Cipro dirette a Gaza su due imbarcazioni, la Free Gaza e la Liberty. Faceva parte di questa missione un unico italiano: Vittorio Arrigoni.
Le imbarcazioni, seguite da navi militari israeliane, non furono fermate e raggiunsero così la destinazione prefissata.

“..la polizia portuale cipriota, contrariamente a quanto fece in seguito con le altre missioni, collaborò attivamente per tutelare gli internazionali e le loro barche. I tentativi di sabotaggio non si limitavano agli scafi e al motore, ma anche al sistema GPS, che venne messo fuori uso quasi subito dopo la partenza… Il viaggio fu lungo, durò alcuni giorni. Poi, finalmente, arrivò quel pomeriggio del 23 agosto… All’orizzonte comparve il profilo della città e Vittorio provò una gioia immensa, una gioia che faticava a descrivere. Era felice e incredulo. Rideva, cantava. Più si avvicinava alle sponde del porto, più la felicità cresceva. Ad accoglierli c’erano decine e decine di imbarcazioni e migliaia di persone schierate lungo la banchina del porto. Ottenne la cittadinanza onoraria di Gaza e un passaporto palestinese che sapeva non contare nulla, ma che mostrava orgoglioso. “   [Dal libro “Il viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta Arrigoni – pag.115-118-119]

Ora più che mai posso capire la gioia che ha provato Vittorio, quando ha messo piede sulla spiaggia di Gaza! La stessa che ho provato io il 2 di gennaio scorso.


Questa prima missione è stata molto importante perché è riuscita ad infrangere un assedio che durava dal 1967. Dopo questo successo, gli attivisti del Free Gaza Movement riuscirono ad arrivare a Gaza con imbarcazioni cariche di aiuti ed attivisti altre quattro volte sempre durante l’anno 2008. Ma poi cade su Gaza l’operazione “Piombo Fuso” (27 dic. 2008 – 18 genn. 2009). Questo non fermò i nuovi tentativi di raggiungere Gaza (tre), anche se furono tutti bloccati violentemente dalla marina militare israeliana, attaccando i pacifisti in acque internazionali.

 

Guardo il mare, calmo e tranquillo, c’è il sole, osservo un gruppo di pescatori che cercano di mettere sulla spiaggia una barca utilizzando delle travi, al posto dei normali carrelli, bagnandole con acqua per evitare un surriscaldamento e conseguente incendio. Il nostro accompagnatore ci parla della situazione dei pescatori: i pescatori rappresentano per Gaza un fattore molto importante. Su una superficie totale di 360 kmq vivono 1.800.000 persone, di cui il 73% sono profughi. Mentre prima i pescatori erano circa 6000, ora ne sono rimasti 3000. E’ una professione molto difficile e la loro sofferenza è grande, non è dovuta solo alle complessità legate al mare, ma soprattutto, all’occupazione israeliana e alle sue dirette conseguenze. Secondo gli accordi d’Oslo, le miglia nautiche a disposizione dei pescatori dovevano essere 20, ma poi l’occupazione le ha portate a 12. Durante l’Intifada del 2000, sono state ulteriormente ridotte a 10, 8, 6 miglia, fino ad arrivare, dopo l’aggressione del 2008/2009 a sole 3 miglia. Dopo la guerra del 2012 e la tregua con il cessate il fuoco, erano aumentate a 6, ma poi sono ritornate a 3 miglia. Per un pescatore, 3 miglia non sono sufficienti ad una normale sopravvivenza. Nonostante questo, le aggressioni israeliane continuano.

 

Infatti, quattro giorni dopo, il 7 gennaio, abbiamo assistito in diretta dal nostro albergo ad una sparatoria da parte di una motovedetta israeliana nei confronti di una piccola barca la “Hasaka” del pescatore Majed Baker. Era in mare con i suoi tre figli ed un nipote e stavano pescando a tre miglia dalla costa di Soudauya, a nord della Striscia. Una motovedetta si è avvicinata ed ha iniziato a sparare, “giocando” con bottiglia di plastica. Per fortuna nessun ferito, solo danni alla barca.
L’anno scorso sono state registrate tantissime aggressioni nei confronti dei pescatori, non solo sparatorie, ma anche attraverso l’uso di lancia razzi ed il sequestro di barche. La pesca non è solo un lavoro, ma è diventata una resistenza. Nel 2012, secondo un rapporto delle Nazioni Unite più del 37% del popolo di Gaza soffriva di malnutrizione e nel 2013, la situazione è peggiorata. I pescatori vogliono solo poter svolgere il loro lavoro e portare a casa alle loro famiglie il cibo necessario per vivere. Quando si parla di 3000 pescatori, in realtà si deve parlare di 3000 famiglie. Parlare di diritti, significa anche avere il diritto di libertà di pescare in sicurezza.
Il nostro accompagnatore allora ci chiede: “Come agire per far arrivare la voce dei pescatori palestinesi a tutte le altre associazioni di pescatori del mondo, per aiutarli, almeno nei diritti? La risposta la dà lui stesso:"il vero aiuto per tutta la Palestina è cercare di rompere quest’assedio!”

 

L’ultima notizia che il nostro accompagnatore ci dice, riguarda il nuovo progetto, chiamato “Arca Gaza” in sostegno ai palestinesi. Trasporterà prodotti palestinesi, già acquistati, verso l’Europa per dimostrare che Gaza ha la capacità di esportare, se ne avesse la libertà.
Negli anni settanta Gaza esportava agrumi guadagnando milioni di dollari, ma in questi ultimi anni, l’occupazione israeliana ha distrutto tutti i campi dove erano coltivati pompelmi, arance, mandarini. Ora sono acquistati dall’Egitto o da Israele. Questo ha comportato, naturalmente, un peggioramento nell’economia del paese e delle persone, portando la disoccupazione a livelli molto alti (oltre il 50%).

 

 

 



                    Audio Porto

Nei giorni successivi torneremo al porto molto spesso, ma ancora non lo sappiamo.
La giornata di venerdì 3 gennaio è stata intensa, con tanti incontri perché si pensava fosse l’ultimo giorno, ma così non è stato.


Subito dopo la visita al porto, siamo andati all’Ospedale Popolare Al-Awda (Il ritorno) per consegnare quanto raccolto in tutta Italia nei mesi precedenti in varie occasioni.
L’Unione dei Comitati di lavoro sulla salute (UHWC) è un’organizzazione no-profit che lavora nel campo medico nella West Bank e nella Striscia di Gaza. E’ stata fondata nel 1985 da un team di medici e paramedici volontari che hanno iniziato a prestare il loro lavoro nelle cliniche sparse nei campi profughi, seguendo lo slogan “il servizio sanitario è un diritto per chiunque ne abbia bisogno”. La filosofia dell’UHWC è finalizzata a fornire i servizi soprattutto ai gruppi marginalizzati della società (donne, bambini ed anziani). L’unione ha fondato 5 centri medici nella Striscia di Gaza a Beit Hanun, Jabalya, Nusseirat, Burij e Rafah che sono dotati anche di laboratori, raggi x, ultrasuoni e gastroscopia per offrire una medicina di base e servizi terapeutici.
L’ospedale di Al-Awda a Jabalya è stato aperto ufficialmente nell’aprile 1997 con il 75% dei contributi provenienti da donazioni e fornisce tutti i normali servizi ospedalieri.

 

 

  


La nostra visita inizia dal pronto soccorso. Il nostro accompagnatore ci spiega che in questo ospedale negli ultimi anni di guerra israeliana contro Gaza sono passati migliaia di feriti con più di 50 interventi importanti al giorno. Ci troviamo al confine con Beit Hanun, quindi con Israele e così la maggior parte dei feriti di guerra sono qui ricoverati. Al-Awda è uno dei primi ospedali a nord di Gaza. Nell’ultima guerra, è stato fondmentale perchè gli altri ospedali erano in restauro. Durante i conflitti, i feriti sono curati gratuitamente. Ci troviamo nella zona più densamente popolata e più povera della regione del nord, abitata da 350.000 persone. Anche le persone più indigenti, circa il 30 – 40%, ricevono cure gratis. In quest’ospedale c’è un centro d’ostetricia che serve anche Gaza City ed è dotato di apparecchiature molto avanzate a disposizione di tutta Gaza. E’ stata istituita una Commissione sanitaria che ha il compito di studiare ogni caso per poter offrire al paziente ogni sua necessità ed esigenza. Da una statistica del 2012, risulta che, in questo ospedale sono stati ricevuti, in un anno, 112.000 pazienti ed eseguiti 3.500 interventi chirurgici di alta qualità. Ogni mese ci sono 300 parti. Le maggiori patologie di cui l’ospedale si occupa sono rivolte agli interventi chirurgici. Le malattie riscontrate più frequentemente riguardano l’apparato digerente, la pressione alta, il cuore, mentre nei bambini, l’anemia e le malformazioni dalla nascita, causate dall’uso di fosforo bianco durante le varie guerre. Da ricordare che anche quest’ospedale è stato oggetto di bombardamenti. Una conseguenza delle guerre sono i tanti disturbi psicologici riscontrati nei bambini. Per questo problema sono stati creati 4 centri socio-culturali come sostegno ai bambini ed altri cinque per le prime cure. La visita continua, vediamo il laboratorio d’analisi per le urgenze ed una sala operatoria. In questo centro si eseguono circa 350 interventi chirurgici il mese, dai più semplici a quelli complicati. La terapia intensiva, quando non è utilizzata, rimane chiusa per motivi di costo (300$/giorno). Ci mostrano alcune apparecchiature tra le più moderne insieme a monitor di sorveglianza. Nonostante il divieto di usare oppiacei, sono utilizzati vari farmaci antidolorifici sia dopo interventi chirurgici e sia per il parto. Terminiamo la visita all’ospedale, congratulandoci con il personale che ci ha accompagnato per questa struttura piccola ma moderna e ben strutturata.

  


Ci troviamo nel campo di Jabalya. Consegniamo al referente dell’ospedale il contributo economico, raccolto in Italia, tramite sottoscrizioni, cene, iniziative e spettacoli, pari a 10.000 euro. Un contributo che rappresenta il forte legame d’amicizia che si è creato tra l’ospedale Al-Alwda e l’Italia, grazie all’impegno ed al lavoro, iniziato 5 anni fa, dal Forum Palestina. Infatti, nelle prime settimane di marzo 2009, una delegazione del Forum Palestina, di cui faceva parte anche Gustavo Pasquali, uno degli organizzatori di questo viaggio, è riuscita a rompere l’embargo ed entrare a Gaza.

“S.O.S GAZA: MISSIONE COMPIUTA, MA E’ SOLO L’INIZIO"

 

 


                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

                Audio Ospedale Al-Awda

 

 

 

 

  

Andiamo verso il confine. Entriamo a Beit Hanoun, città martire, a nord-est della Striscia, a sei chilometri dalla città israeliana Sderot. E’ stata chiamata così dopo l’operazione “Nubi d’autunno” (novembre 2006) ad opera dell’esercito israeliano.
Il 29 febbraio 2008 inizia poi un’altra grande offensiva terrestre ed aerea su Gaza (Inverno caldo) che è ampiamente criticata dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite per “l’uso sproporzionato della forza”. Bilancio dell’offensiva: 112 vittime palestinesi, 3 israeliani di cui 2 soldati ed un civile, 150 feriti palestinesi e 7 israeliani.
Il 28 aprile un raid israeliano su Beit Hanoun colpisce una casa ad un piano: una mamma e quattro suoi figli tra i 6 anni e i 15 mesi sono le vittime, oltre ad un ragazzo di 17 anni ed un militante della Jihad islamica, bersaglio di tutta l’operazione che ha provocato inoltre anche una decina di feriti.
A giugno, Hamas dichiara una tregua con Israele impegnandosi a cessare il lancio di missili verso il territorio israeliano. Una tregua però interrotta da Israele con vari raid per compiere omicidi mirati di miliziani e da sporadici lanci di razzi da parte di milizie non legate ad Hamas. I confini della Striscia, nel frattempo, sono aperti solo di rado e la sofferenza della popolazione di Gaza aumenta. Tra novembre e dicembre 2008, corpi speciali israeliani compiono piccoli attacchi dentro la Striscia, provocando così la reazione di Hamas, che alla scadenza della tregua (18 dicembre), riprende il lancio di missili, ma con l’intenzione di poter concordare una nuova tregua che garantisca però la reale apertura dei valichi.  Israele non reagisce. Ma il 27 dicembre inizia l’operazione "Piombo Fuso".
 
          Audio  verso il confine

 

   

  



E’ sconcertante vedere quel lungo muro grigio di cemento che divide Gaza, a causa dell’occupazione del governo israeliano, dagli altri territori palestinesi.  Un muro, che rende tangibile questa separazione, un muro, che una società civile democratica, come l’Unione Europea e le Nazioni Unite, non dovrebbero permettere. Le barriere non proteggono un territorio, anzi, lo rendono più fragile, con l’obbligo di doverlo difendere. Ci troviamo di fronte al valico di Erez ed ad un insediamento israeliano, da dove, l’esercito, con l’aiuto di carri armati, spara contro Gaza. Ad est invece, c’è la città di Sderot.
Gli Accordi di Oslo stabiliscono una “buffer zone” o zona cuscinetto, al confine tra Gaza ed Israele, su terra palestinese per una distanza di 50 metri. Quella che prima era un’area agricola ricca d’ulivi, limoni, aranci, melograni, destinati anche all’esportazione, oggi, è diventata un campo di morte, con filo spinato, torrette d’avvistamento, palloni sonda e soldati sempre pronti a sparare. Dopo la seconda Intifada (2000), Israele decide di aumentare la distanza, portandola a 150 metri, tagliando tutti gli alberi alti oltre un metro e, dopo Piombo Fuso, la zona cuscinetto, in nome della sicurezza, è arrivata ad una profondità di oltre 300 metri. Le incursioni militari di terra, con carri armati e bulldozer hanno sradicato sempre più alberi, distrutto serre e mangiato altra terra. Non è più possibile, oggi, ricostruire un’area agricola. I soldati sparano a qualsiasi cosa si muove, chiunque si avvicini troppo al limite fissato, diventa un possibile bersaglio da centrare. Oggi l’area vietata arriva oltre un chilometro e, in alcuni tratti anche a due, con un danno enorme per i contadini e gli agricoltori palestinesi. Secondo l’organizzazione che riunisce i comitati agricoli, oltre il 30% della terra agricola di Gaza è rubata da Israele per motivi di sicurezza e, secondo i dati del WFP (World Food Program) e della FAO, l’industria agricola di Gaza con “Piombo Fuso” è stata distrutta dal 35% al 60%. In termini economici, con una perdita stimata intorno a 180 milioni di dollari. La sofferenza di oltre 20.000 palestinesi che non riescono più a coltivare le loro terre, ha spinto i comitati popolari palestinesi, già a settembre 2008, ad organizzare manifestazioni non violente lungo il confine. Queste iniziative sono cresciute, diffondendosi sempre più, organizzate sia dal comitato locale di Beit Hanoun e sia dalla più recente "Campagna popolare per la sicurezza nella zona cuscinetto". Queste manifestazioni, visto l’assedio di Gaza, a differenza della Cisgiordania, sono difese da pochi internazionali. L’Ong palestinese Al Mezan ha dichiarato che l’esercito israeliano attacca i contadini anche ben oltre un chilometro e mezzo dal confine, in zone che dovrebbero essere protette. Evidentemente, la sicurezza d’Israele è minacciata anche dalla coltivazione della terra!


Sopra di noi vediamo i palloni aerostatici, dotati di telecamere, che con le torri di controllo sono collegati al valico di Erez, per vedere, controllare i movimenti dei contadini. Se dovessero avanzare troppo vicino o all’interno della zona cuscinetto, i soldati israeliani hanno la libertà di sparare a vista. Tutto sotto controllo. Due anni fa, ci racconta il nostro accompagnatore, è stato ucciso un contadino sotto gli occhi della responsabile delle attività a Gaza dell’Ong bolognese GVC, Daniela Riva.
Una volta la settimana, ogni martedì, è organizzata una protesta a sostegno dei contadini e contro l’occupazione israeliana, che parte dalla facoltà dell’agricoltura fino ad arrivare vicino ai terreni coltivati. Uno degli attivisti che si univa sempre a queste proteste, anche per difendere gli stessi contadini, era Vittorio Arrigoni. Vittorio diceva che non si doveva piangere per un martire, ma bisognava tenere la testa alta. Cercheremo di fare così anche noi, per lui. Vittorio qui aveva realizzato un sogno: aveva costruito, con l’aiuto di un’azienda italiana, un pozzo per dissetare 15.000 persone del campo di Jabalya. Tutti gli altri pozzi erano stati distrutti da Israele.
Il nostro accompagnatore c’indica un albero: “dietro a quell’albero, sia a destra e sia a sinistra, per tutta la lunghezza della Striscia, come se non bastassero i palloni, le torri di controllo, i soldati, hanno scavato una trincea, profonda una decina di metri. Questa è la situazione in cui viviamo.”
Il 21 novembre 2012, è stato firmato un accordo tra il gruppo di resistenza palestinese di Gaza ed Israele, con il patrocinio egiziano, che prevedeva la possibilità, da parte dei palestinesi, di tornare a riprendersi la propria terra per coltivarla. Questo è durato solo tre giorni, al quarto, gli israeliani hanno ripreso a sparare, uccidendo e ferendo decine di palestinesi. L’ultima uccisione è avvenuta questa mattina: un ragazzo del campo di Jabalya, aveva 18 anni. E’ stato ferito mortalmente ieri, qui al confine. Israele continua a bombardare, a sparare a martoriare questo territorio, mentre loro invece cercano di mantenersi calmi.
 

 

 

             audio sul confine

 

 

 

 

  

Il campo profughi di Jabalya si trova a nord della Striscia, in prossimità del villaggio che ha lo stesso nome. E’ uno dei campi con la più alta densità di popolazione: 130.000 abitanti. Prima ne ospitava 190.000, ma molti si sono trasferiti in altri campi perché non c’era più posto.
E’ stato creato dopo la guerra del 1948 per raccogliere circa 35.000 profughi. All’inizio erano solo tende, ma in seguito l’UNRWA le ha sostituite con costruzioni in cemento dal tetto d’amianto. Nel 2001, i profughi erano circa 99.000 su una superficie di 1,4 chilometri quadrati. Le costruzioni sono tutte di piccole dimensioni, attaccate le une alle altre, con passaggi stretti, alcuni meno di un metro.
Il campo di Jabalya rappresenta un simbolo molto importante per i palestinesi: è da qui che parte la prima Intifada (La sollevazione). Il 7 dicembre 1987, un incidente – uno scontro tra un veicolo militare israeliano ed un auto ferma ad un distributore di benzina con a bordo lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabalya – è la miccia che fa esplodere la polveriera. Quattro palestinesi rimangono uccisi ed altri feriti. Nei giorni seguenti, ragazzi, adulti, bambini scendono nelle strade del campo a protestare. Durante i funerali, la situazione s’infiamma. Cominciano i primi scioperi e manifestazioni. L’esercito israeliano spara sulla folla ed uccide alcuni manifestanti. La rivolta si allarga. In una settimana l’insurrezione si estende in tutti i Territori Occupati. I manifestanti affrontano le forze israeliane con le pietre, da qui il nome “guerra delle pietre”, che viene usato per indicare questa sollevazione. Per reprimere le proteste, Israele, nel momento più cruciale dell’Intifada, aveva dislocato più di 175.000 soldati. E, come il solito, i palestinesi erano descritti come “terroristi” contro Israele e, la parola “Occupazione” non fu mai pronunciata.
Un altro piccolo esempio: Ouzi Dekel, obiettore di coscienza israeliano e militante dei movimenti di solidarietà con il popolo palestinese, nel suo libro ”Sui muri di Jabalya” – Ediz. EGA – scrive in una pagina riservata agli approfondimenti (pag. 53):..”Il giorno dopo il suo rientro dall’esilio, il 2 luglio 1994, Yasser Arafat, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, ha fatto visita ai profughi di Jabalya. Il discorso pronunciato dal balcone della scuola di Faluja, l’ha dedicato ai “bambini delle pietre”, che, con la miseria, il dolore e la sofferenza, hanno condotto la resistenza”.

  


Jabalya è stata anche la zona più colpita dalla recente alluvione di metà dicembre scorso. La nostra guida ci fa vedere un “laghetto” dell’impianto di depurazione che avrebbe il compito di raccogliere le acque piovane. Queste, una volta depurate, sarebbero poi destinate ad acqua potabile. Purtroppo però questo processo è interrotto da tempo a causa dei bombardamenti, del depauperamento israeliano del terreno e dall’embargo che impedisce l’approvvigionarsi di gasolio necessario al funzionamento delle pompe d’aspirazione dell’impianto. Ora rimane solo acqua putrida inutilizzabile che, filtrando nelle falde acquifere, inquinano definitivamente la poca acqua potabile rimasta. A tutto questo, in queste ultime settimane, l’alluvione ha contribuito a riempire completamente questo serbatoio, esondando e sommergendo le case ed il quartiere adiacente fino a raggiungere 2/3 metri d’altezza.


 

Incontriamo una donna che vive nel campo.  Ascoltiamo il suo racconto: “La vita qui non è tanto bella, non ci sono case belle, le abitazioni cadono a pezzi, non ci sono soldi, non riusciamo a vivere. Non è vita, forse i cani vivono meglio di noi!”  Vive con una famiglia di 10 persone.

 

 

 

Questo campo, come del resto anche tutti gli altri campi palestinesi, si trova sotto la giurisdizione dell’UNRWA. E’ attraverso quest’Agenzia che passano gli aiuti umanitari destinati agli abitanti dei campi profughi. L’istruzione costituisce il programma più importante, insieme a sanità ed aiuti alimentari. Negli ultimi anni, però, anche l’UNRWA si trova in crisi ed ha ridotto i servizi, venendo meno alle sue responsabilità. Sono quindi diminuiti gli aiuti che riguardano i settori del lavoro e delle infrastrutture, come le fognature, l’elettricità e l’acqua. Alcune case sono ancora in cartongesso o di zinco. Nei campi c’è il problema degli spazi, le persone sono tante che sono costrette a vivere in pochissimi metri, uno di fianco all’altro, senza una propria privacy.  Una famiglia di dieci persone vive in due stanze, a volte, al massimo tre.

   

 

 

 

 

Le case non vedono il sole, sono umide e fredde

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  


Entriamo in una casa che porta ancora i segni della recente alluvione. Le piogge torrenziali del 14 dicembre scorso hanno causato allagamenti in molte parti della Striscia, specialmente al nord, costringendo più di 5.000 persone ad abbandonare le proprie case. Le parole non servono, le immagini sono più eloquenti per renderci conto della situazione drammatica in cui si trova la popolazione di Gaza.
 

 

 

                    audio campo Jabaya

 

 

 

Incontriamo una persona che fa parte del Comitato popolare di questo campo e che tiene anche i rapporti con l’UNRWA: “L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza dei rifugiati palestinesi continua a ricevere i contributi da parte degli Stati donatori internazionali, ma malgrado questo, diminuiscono sempre più i suoi servizi. Abbiamo avuto un incontro con i responsabili, abbiamo solo chiesto di adempiere ai loro doveri, ma hanno risposto che i bilanci dell’Agenzia non permettono di soddisfare tutte le necessità di Gaza. Le nostre sensazioni, invece, dicono che vogliono ritirarsi dalle loro responsabilità verso i rifugiati palestinesi. Gaza è assediata da tutte le parti, è un’isola in prigione! La situazione è questa: l’UNRWA non dà più nessun sostegno, né ai disoccupati, ai laureati, a chi lavora, a livello sanitario ed educativo; il tasso di disoccupazione sta salendo oltre il 70% e la percentuale di vita si è abbassata intorno ai 40-55 anni.”
Il compagno del Comitato popolare ha presentato una forte denuncia contro l’UNRWA per la mancanza di questi servizi che, sottolinea sono iniziati, quando un nuovo direttore responsabile ha preso il posto di John King, ultimo direttore. Infine, fa un appello alla comunità internazionale, alle associazioni, ai politici, ai partiti, ai sindacati affinché chiedano alle Nazioni Unite di continuare a dare i fondi necessari all’UNRWA, Agenzia creata solo per i rifugiati palestinesi, affinché questa possa proseguire i suoi obblighi.        

       audio campo Jabalya 2

 

 
Sono solo due giorni che mi trovo a Gaza, ma sono sufficienti per rendermi conto della differenza che c’è tra qui e l’Egitto a pochi chilometri di distanza. In Egitto abbiamo respirato aria di guerra, di tensione, di paura e di caos. A Gaza, nonostante la chiusura, le limitazioni dovute all’occupazione israeliana, al pericolo costante dei soldati israeliani che uccidono, l’atmosfera che si respira è dolce e, strano a dirsi, tranquilla. I bambini non chiedono soldi e non cercano di venderti nulla, al contrario di quanto succede in Egitto, perché chi viene qua, non lo fa per turismo, ma lo fa per loro, per essere al loro fianco e per raccontare poi al mondo la verità sulla loro situazione.
E’ un popolo forte, resistente e dignitoso.


27 gennaio 2014

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