lunedì 6 luglio 2020   
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Medio Oriente » Il lungo filo della memoria - 2parte  

(leggi la 1° parte)

IL LUNGO FILO DELLA MEMORIA
I PROFUGHI PALESTINESI in LIBANO

di Mirca Garuti
(seconda parte)


“La situazione in Libano, rispetto l’anno scorso, è peggiorata, ma noi continuiamo a sperare ed a lavorare per un futuro migliore. Ci sforziamo, tutti i giorni, di combattere contro il sistema confessionale razzista che vive in Libano e, cerchiamo di costruire un paese diverso. La tragedia palestinese continua, nei Territori Occupati i martiri cadono tutti i giorni, la repressione nei vari paesi arabi contro i palestinesi persiste e, per questo, il nostro benvenuto nei vostri confronti è sempre più grande. Voi portate speranza, là dove la lotta continua, sia per i vostri popoli e sia per i nostri diritti. Continueremo la lotta anche grazie la solidarietà che dimostrate con la vostra presenza ed il vostro sostegno a questa causa”.

Queste sono le parole espresse dal direttore-editore del quotidiano libanese “Assafir”, maestro Talal Salman, durante il nostro incontro a Beirut il 17 settembre scorso. Salman è sempre molto disponibile nei nostri confronti e, l’appuntamento annuale con lui rappresenta il punto di forza di tutto il viaggio. Chiediamo subito a Salman di parlarci della questione siriana e libanese.
Salman illustra la situazione. All’inizio, si era formato un movimento di protesta pacifico, con soluzioni semplici e con poche richieste, ma il regime era molto forte ed aveva reagito in un modo molto aggressivo. In poco tempo, si è sviluppata una grande opposizione, inizialmente solo per le strade di Damasco, ma poi si è diffusa in tutte le città della Siria. Il regime è stato colto di sorpresa. Non ha saputo contenere la protesta in un modo più diplomatico. Le forze esterne alla Siria, contrarie al regime, hanno trovato l’occasione giusta per intervenire direttamente. Tra la Siria ed altri paesi arabi esistevano forti contrasti. Il governo americano, poi, non aveva mai perdonato la netta posizione siriana nel 2003 nei confronti dell’occupazione dell’Iraq. Il governo siriano aveva, inoltre, preso pesanti misure economiche che poi si erano abbattute sulle classi più povere del paese. Questa situazione aveva quindi costretto molti contadini ad abbandonare la terra per trovare un nuovo lavoro nelle città, creando così una “cintura”, intorno al centro abitato, di miseria, sofferenza e di rabbia. Tutti pertanto protestavano. A quelli che, con buoni motivi, si opponevano al regime, si univano anche quelli che con interessi diversi volevano contrastarlo. La conseguenza di tutto ciò era stata una forte crescita della parte più dura dell’opposizione. In quel momento, la Siria aveva contro di sé: i Fratelli Musulmani, il Qatar, lo sceicco Al Qaradawi, la Turchia ed il popolo degli arrabbiati. Il governo per fermare l’enorme protesta aveva utilizzato all’inizio le forze di polizia, ma poi era passato all’uso dell’esercito. E, a questo punto, Salman afferma: “L’esercito, si sa, in ogni parte del mondo non tratta, mena”. Sono aumentati così gli scontri ed il numero delle vittime. Il governo, allora, a causa dell’immensità della protesta, aveva cercato di avviare un dialogo politico con tutte le parti dell’opposizione, anche se, come regime forte non poteva accettare tutti i risultati della trattativa, perché sarebbe apparso come una debolezza.

  

Il fronte anti-siriano si allargava così sempre di più: Arabia Saudita, i paesi del Golfo, Qatar, Turchia ed alcuni paesi occidentali. La Lega araba non era più il punto di riferimento di molti paesi arabi e non poteva più essere d’aiuto alla questione siriana, da quando il Qatar, con i soldi e l’oro nero, era riuscito ad imporsi decidendone anche la politica. La Lega araba aveva iniziato anche a provocare, ad istigare altri paesi ad andare contro la Siria e, per questo, la Siria aveva rifiutato i suoi emissari e non aveva ubbidito ai suoi ordini. La Lega Araba aveva quindi preso la decisione di sospendere l’adesione della Siria all’interno della stessa organizzazione (novembre 2011). Questo provvedimento era solo un chiaro segnale alla comunità internazionale, in particolare al Consiglio di sicurezza dell’ONU, a prendere in mano la questione siriana. Da quel momento sono iniziate ad arrivare armi a tutta l’opposizione. Il Qatar ed altri paesi occidentali hanno accolto i vari leader iniziando a finanziarli sia economicamente e sia militarmente. La Turchia, sempre amica della Siria, ha cambiato posizione, diventando sua nemica. Ha fatto entrare in Siria le sue armi dirette all’opposizione. Non si tratta più di una guerra interna, ma di una guerra mondiale all’interno della Siria.
Con l’aumento delle armi e di forze esterne, la reazione del regime è diventata più forte, non solo per difendere il governo ma anche il paese stesso dall’invasione di forze esterne. “ Un punto importante da osservare con molta attenzione – continua Salman – è Israele. Israele, ogni volta che l’opposizione siriana non riesce ad avanzare, bombarda siti militari siriani. Sembra quasi che con questa sua provocazione, voglia incoraggiare l’opposizione ad andare avanti”.


"La comunità internazionale - prosegue Salman – aveva quindi iniziato a parlare di Siria per cercare una soluzione e, così è stata pianificata “Ginevra 1”(giugno 2012)". A questo vertice non sono stati invitati né il governo siriano e né le forze d’opposizione, ma erano presenti Stati che potevano decidere in nome dell’opposizione.  Il nuovo Gruppo d’Azione sulla Siria era composto, oltre ai cinque paesi membri del Consiglio di Sicurezza (Russia, Usa, Cina, Francia e Gran Bretagna) da ministri d’Iraq, Qatar, Kuwait, Turchia, i Segretari generali dell’Onu, la Lega Araba e l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE. Il documento approvato si   espresse a favore di un processo politico per  una transizione di potere, che non durasse più di un anno, che fosse gradito al popolo siriano e che potesse includere membri del governo, dell’opposizione e d’altri gruppi.
“ Ma la violenza delle battaglie è continuata, anzi è aumentata d’intensità – afferma - anche con l’arrivo dei jihadisti da tutto il mondo, prendendo il controllo di alcune zone e tagliando così le vie di comunicazione tra una parte e l’altra della Siria”. Negli ultimi mesi c’è stato anche un cambiamento, da parte del Qatar, che resta ancora incomprensibile.Il Qatar si è messo da parte in favore dell’Arabia Saudita. Cosa significa tutto questo, si domanda Salman? Sono arrivati i salafiti, di male in peggio- si risponde!  L’Arabia Saudita ha fatto un coordinamento di comando per la rivoluzione siriana con la Turchia con postazioni in Giordania. Nel frattempo, c’è stata anche un’altra trasformazione e, questa volta in Egitto. Non è un caso. L’esercito è avanzato, ha deposto il presidente Mohammed Morsi del partito dei Fratelli Musulmani, prendendo quindi una posizione diversa avvicinandosi all’esercito siriano, con il quale c’è storicamente una buona intesa. Entrambi gli eserciti combattono i Fratelli Musulmani, l’uno in Siria e l’altro in Egitto. Tra i paesi che appoggiano la Siria, la posizione della Russia rispetto alla Cina è più chiara e determinante. In Siria, la Russia ha, infatti, interessi diretti di carattere economico, una base militare a Tartus e un gran vecchio sogno: avere una base militare sul Mediterraneo. L’Arabia Saudita ed i paesi del Golfo hanno portato oro in Russia nel tentativo di fargli cambiare idea sulla Siria. Sono solo riusciti ad ammorbidire un po’ la sua posizione.
Talal Salman non crede in un probabile intervento militare armato alla Siria da parte del governo americano. Non tutti, infatti, sono rimasti in silenzio. Ci sono state manifestazioni, petizioni, appelli da parte di molti popoli di paesi europei, americani e del mondo, che si sono dichiarati contrari a questa nuova guerra. Questo vuole essere anche un segnale diretto ad Israele, che non può decidere di mettere in atto una guerra da solo contro un altro paese. “Se l’opinione pubblica di tanti paesi dichiara di non volere un’altra guerra per portare una democrazia in un altro paese - afferma Salman - questo ci dà più sicurezza. Se invece sarà guerra, non sarà solo la Siria ad essere coinvolta, nessuno potrà garantire che l’Iran o il Libano non risponderà all’attacco, senza contare la reazione della Russia. L’Occidente non vuole questo.”
Salman, infine, fa un paragone tra Assad e Saddam. C’è molta differenza tra loro. Saddam ha fatto una guerra contro l’Iran per otto anni, senza giustificazione, ha invaso il Kuwait, occupandolo, e questo, non è accettabile dalla maggioranza del popolo arabo. Saddam è uscito dai suoi confini per combattere in altri paesi. Assad può anche essere un dittatore, ma lo è dentro il suo paese, può avere tutto il suo popolo contro, ma rimane sempre dentro ai suoi confini.
“Se ci sarà una guerra contro la Siria – conclude Talal Salman – io, da libanese, palestinese, giordano, irakeno, sentirei questo attacco indirizzato anche a me, quindi,avrei il diritto di rispondere. Le prime vittime di un attacco esterno saranno quelle appartenenti all’opposizione, perché saranno considerate come collaborazioniste delle forze esterne”.

Audio Conferenza Talal Salman    

Video Conferenza Talal Salman     

 

L’incontro con i familiari delle vittime del massacro di Sabra e Chatila, presso la sede del Sindacato dei Giornalisti, è sempre molto intenso e ricco d’emozione. Rivediamo volti conosciuti che ci sorridono, come per ringraziarci per essere di nuovo qui, accanto a loro, per ricordare e per raccontare. Guardo tra le donne sedute, tra le mani hanno vecchie fotografie con i volti dei loro familiari uccisi, mi guardano diritto negli occhi come per ripetermi che sono ancora lì a chiedere giustizia. Mi avvicino, cerco le donne che conosco, e, per fortuna ci sono tutte. Ci abbracciamo, parliamo tra noi con gli occhi e con i gesti delle mani, le parole non servono, in questi momenti, anche se, vorrei sapere un milione di cose da loro, ma purtroppo la lingua ci separa.

  

E’ bello rivedere Saura, manca la figlia, e non riesco a sapere il perché. Abbraccio Kemal Maruf e sua moglie. Gli consegno la fotografia che ho scattato l’anno scorso che li ritrae con la foto del figlio scomparso nei giorni del massacro. Lo stanno ancora cercando. Non so, purtroppo, tutti nomi delle altre donne, anche se ci conosciamo. Ci salutiamo con abbracci, carezze, strette di mano, baci. E’ una festa, triste, ma nello stesso tempo, anche gioiosa. Gli occhi diventano lucidi, l’emozione è grande, come l’impotenza che assale tutti noi. In questi momenti, si vorrebbe gridare al mondo intero: “Guardate queste donne e uomini, mogli, madri, sorelle, mariti, padri, figli che chiedono solo giustizia per i loro morti e per se stessi. Sono costretti a vivere in un paese lontano, hanno perso tutto, non possono tornare nelle loro case, nella loro terra, strappata via dalla violenza di uomini potenti”. I nostri abbracci sono interrotti dalle note dell’inno nazionale libanese.

  

Subito dopo, prende la parola il Presidente della stampa. “Siamo nella Casa del giornalismo libanese, la Casa di tutti gli arabi, specialmente del popolo palestinese” – con queste parole inizia la conferenza stampa. Saluta e ringrazia il “Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila” che si è assunto la responsabilità di continuare a ricordare il massacro nelle menti e nelle coscienze di tutti gli arabi e del mondo intero. Questo è stato uno dei più gravi massacri della storia contro l’umanità.
E’ ricordata anche la figura del fondatore del Comitato, il giornalista italiano Stefano Chiarini. Per il Comitato, parla Maurizio Musolino. Maurizio si rivolge, dopo i saluti e ringraziamenti, al glorioso popolo libanese, che ha resistito all’invasione israeliana del 2006, sofferto guerre e le conseguenze di guerre altrui, con un appello: “Ascoltare, sentire e dare delle risposte a questi uomini, donne, parenti delle vittime di Sabra e Chatila. Noi – continua Maurizio - li conosciamo da tantissimi anni e, mai, da queste persone, è venuta una parola di vendetta. Loro chiedono giustizia, una giustizia che non è mai arrivata da nessuno”. Ricorda anche le parole di un Presidente italiano, Sandro Pertini che, dopo il massacro, denunciò che il responsabile di quella strage poteva ancora girare libero e ricevuto da capi di stato di altri paesi. Giustizia, significa anche dare delle risposte a chi vive, oggi, nei campi in Libano. Dare diritti, il diritto di vivere con dignità: lavorare, studiare, potersi curare ed avere proprietà. Musolino sottolinea che oggi c’è un’altra questione molto importante e delicata. Questi diritti devono essere dati anche a tutti quei palestinesi che stanno fuggendo dal dramma siriano. “Lo chiediamo al popolo libanese – prosegue Maurizio – anche se, questo non è un problema solo libanese, ma di tutta la comunità internazionale”.
Maurizio afferma che spesso i popoli sono migliori dei loro governi. Lo conferma il fatto che, in quest’ultimo periodo, mentre i venti di guerra soffiano sul mondo, la maggioranza del popolo italiano è contrario a qualsiasi guerra, aggressione in questa regione. Dire di essere contro la guerra, significa lavorare per la pace. Non ci potrà mai essere pace finché non cesseranno tutte le occupazioni. L’occupazione in Iraq, per esempio, ma soprattutto quella che lo Stato sionista continua a perpetrare sulle terre arabe: le fattorie di Sheb’a, il Golan e la Palestina.
Maurizio termina, affermando che il cuore del lavoro del Comitato è persistere sulla legittimità del diritto al ritorno. I palestinesi che sono stati ospitati generosamente dal popolo libanese in questi decenni, vogliono e devono poter ritornare nella loro terra, in Palestina.

Ellen Siegel, infermiera ebrea americana, presente alla Conferenza, rilascia la sua preziosa testimonianza. Il Presidente della stampa libanese ha affermato che ci sono state due testimonianze in quel massacro. Quella sofferta, vissuta in prima persona da Ellen, spettatrice di quel terribile massacro e, quella compiaciuta, da parte del suo artefice, il Ministro della difesa israeliano, Ariel Sharon. Ellen, in quel periodo, lavorava come infermiera all’ospedale “Gaza Hospital”,  nel campo di Sabra gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese. Una struttura, oggi, occupata da molte famiglie palestinesi, libanesi e di altre nazionalità, rimaste senza casa. Un rifugio per i più poveri.

 

Link: Lettera di Ellen Siegel ai soldati dell’IDF che erano a Sabra e Chatila

Link:  Lettera aperta di Ellen Siegel ai palestinesi

 

Audio Conferenza Sindacato dei Giornalisti  


   


All’Ambasciata Palestinese in Libano,  nella sala dedicata ad Arafat, incontriamo tutte le organizzazioni di resistenza. Il loro rappresentante, segretario di Fatah in Libano, ci dà il benvenuto, prima di tutto per essere arrivati nel paese dei cedri nel mezzo di una situazione molto difficile e pericolosa, contravvenendo agli inviti di tanti paesi occidentali di non andare. Affronta subito la questione tanto amata che riguarda la Palestina. “Israele – prosegue – continua a mettere in atto attacchi, incursioni notturne, minacciando Gerusalemme. Alla fine d’agosto, per esempio, l’esercito israeliano nel campo profughi di Qalandiya, durante la caccia ad un uomo per arrestarlo, ha ucciso tre martiri e, ieri, 17 settembre, sono entrati in una casa a Jenin ed hanno liquidato a sangue freddo un uomo che era uscito da poco da una prigione”. Il segretario di Fatah riprende il suo discorso verso di noi, dicendoci con tutto il suo cuore, che noi del Comitato abbiamo un posto di riguardo all’interno del popolo palestinese. Sia i palestinesi che vivono in Libano e sia quelli che si trovano fuori ci conoscono e ci amano, proprio perché noi siamo sempre presenti in tutte le occasioni. Quest’affermazione naturalmente ci fa molto piacere, anche se, spesso proviamo un grande sentimento d’impotenza perché non riusciamo a cambiare le cose, non riusciamo neppure, a volte, ad arrivare al cuore della gente comune, a far suscitare in loro interesse, curiosità e dubbi. Si scusa per la confusione che oggi c’è all’interno dell’Ambasciata. Ma, è per una buona causa. Infatti, sono venuti a registrarsi gli studenti che vogliono andare all’università accedendo al Fondo economico di Abu Mazen. Fondo che permette ogni anno a 1000 studenti di poter proseguire gli studi all’università. Il segretario afferma che il lavoro del Comitato è fondamentale perché vuole far ricordare che i responsabili di quel massacro sono ancora liberi e che non sono mai stati portati davanti ad un tribunale internazionale. Il popolo palestinese spera ancora che questo possa avvenire e, non solo per Sabra e Chatila, ma anche per tutti gli altri massacri, come Qana, Gaza, Libano, perché devono essere condannati da un tribunale federale internazionale di giustizia. Termina, dicendo che “ Noi crediamo nella libertà, democrazia, uguaglianza e giustizia. Ci manca la giustizia, la giustizia per i palestinesi che vivono in Libano, ci mancano i diritti. Ci ricordiamo però anche di quello che succede nei Territori Occupati della Palestina, dove gli stessi dirigenti israeliani continuano lo sfruttamento nei confronti dei palestinesi. Noi siamo i portatori di un’altra faccia della Palestina”.


Come ultima cosa, fa le presentazioni di tutte le organizzazioni palestinesi presenti.

Subito dopo, prende la parola Maurizio Musolino del Comitato: “ Siamo tra amici e fratelli. Oggi sono contento. Contento perchè, tra le tante cose drammatiche, possiamo portare in Italia una notizia positiva: abbiamo incontrato tutte le componenti della resistenza, insieme. L’unità della resistenza è un fattore fondamentale, specialmente, quando il nemico sionista è così forte e crudele”. Maurizio accenna che nella conferenza precedente aveva nominato le parole del Presidente italiano, Sandro Pertini subito dopo la strage di Sabra e Chatila. Ha aggiunto altresì che questo presidente era stato protagonista della resistenza italiana e aveva insegnato al suo popolo il valore dell’unità nel combattere il fascismo ed il nazismo. La resistenza italiana era composta da molte voci, voci che, dopo la liberazione, si sono contrapposte anche in maniera forte, ma finché bisognava combattere il fascismo, erano unite come una mano sola. Su quasi tutti i giornali italiani, quando l’argomento è la Palestina, si parla di divisioni, non si denuncia mai la vergogna dell’occupazione israeliana. "Il Comitato – prosegue Maurizio – per questo motivo, ha sempre dichiarato di essere dalla parte di tutto il popolo palestinese. per noi non esistono i palestinesi della Cisgiordania, di Ramallah, di Gaza o di quelli che vivono in Europa, per noi esiste solo il popolo palestinese. Una questione per noi molto importante è il Diritto al ritorno, un tema che unisce e non divide il popolo palestinese. Abbiamo quindi deciso di organizzare delle delegazioni che portano il Diritto al ritorno e il diritto dei rifugiati in luoghi diversi rispetto al Libano. Alla fine dell’anno proveremo ad andare a Gaza, per affermare che il diritto al ritorno è anche un loro diritto, poi vorremo anche recarci in Cisgiordania, in Giordania e in Siria”.
Musolino chiude il suo intervento, parlando della questione siriana. Le opinioni su questa situazione possono essere diverse, ma siamo d’accordo nell’affermare che l’unica vittima è il popolo siriano. Per questo il Comitato è sempre stato contrario alla guerra come soluzione di pace. Maurizio, poi, non si dimentica di parlare di diritti, vecchi e nuovi. I diritti vecchi che, il Comitato non si stanca mai di chiedere per i rifugiati palestinesi e sono quelli che riguardano il lavorare, studiare, curarsi e la possibilità di avere una casa propria. I diritti nuovi, invece, si riferiscono al dover offrire un’accoglienza dignitosa ai palestinesi che arrivano dalla Siria. Il Comitato, quando ritornerà in Italia, porterà con sé le parole di pace e di giustizia dei rifugiati palestinesi.

Le organizzazioni di resistenza palestinese rispondono alle nostre domande. Dopo l’accordo di Oslo, firmato dall’OLP, è nata l’Autorità Nazionale Palestinese con il Consiglio legislativo. Prima c’era il Consiglio Nazionale dell’Olp. Ora ci sono due Consigli, quella legislativo che rappresenta i palestinesi dei Territori Occupati di Gaza e Cisgiordania, mentre quello nazionale che rappresenta i palestinesi di tutto il mondo. Il punto di riferimento dell’Autorità nazionale è l’Olp. Sulla rappresentanza del popolo palestinese, fra le varie organizzazioni, non ci sono forti divergenze, anche se esistono diversità d’opinione e vari punti di vista. Sono, inoltre, come il Comitato, tutti contrari ad un intervento armato in Siria.
Per quanto riguarda l’avvio del nuovo accordo di pace in corso tra il governo israeliano e quello palestinese, affermano che si tratta di un passaggio obbligatorio per chi fa politica, ma che non porterà a niente. “Siamo costretti ad esserci, è una battaglia come tante altre, ma non porterà a nessun risultato. Perché? Per il comportamento del governo d’estrema destra israeliano: continui nuovi insediamenti, arresti indiscriminati, cacciata dei palestinesi dalle loro terre, specialmente da Gerusalemme. Israele fa di tutto per non arrivare ad un buon accordo. I tempi sono limitati. Nove mesi, vedremo cosa succede.”
L’obiettivo di tutte queste organizzazioni è quello di arrivare all’unità con la resistenza per ottenere libertà e giustizia per tutto il popolo palestinese.

Audio Ambasciata Palestinese    

 10/11/2013

Leggi la 3° parte

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