lunedì 17 dicembre 2018   
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Medio Oriente » Israele storia d'occupazione  

ISRAELE: STORIA D'OCCUPAZIONE
Paola Canarutto*

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L’occupazione fa parte integrante della società israeliana. Anche storicamente. Senza occupazione, Israele passa dal ’48 al ’67: 19 anni; come potere occupante, dal ’67 al 2008, e cioè 41: più del doppio. E le strategie usate nei Territori Occupati non nascono ex novo: sono quelle già adoperate nella legge militare, imposta ai palestinesi di Israele dal ’48 al ’66. Quella legge con cui era stato attuato l’esproprio delle terre; diversa dalla legge – civile – valida per gli ebrei. Ora, i palestinesi di Israele hanno accesso solo al 3% circa delle terre dello Stato.

Con l’occupazione, comunque, è ancora peggio: nel '48, ai palestinesi rimasti in Israele, fu comunque concessa la cittadinanza, e quindi il voto per il Parlamento, da cui esce il governo. Ai palestinesi dei Territori Occupati, il diritto di voto per lo Stato che li governa non fu e non è concesso. Votano per un Parlamento senza effettivi poteri; quando alle elezioni vinse Hamas, nel 2006, Israele decise di boicottarli, trattenendosi la loro IVA e i loro introiti doganali. Così chiusero scuole e ospedali: i dipendenti non erano pagati.

Nei Territori Occupati, Israele usa una congerie di leggi: civile per i coloni, militare per i palestinesi – che devono obbedire a 1.500 ordinanze dell’esercito. Fra queste, una permette di comminare dieci anni di carcere per una riunione politica, e una altrettanti anni di galera per aver diffuso un articolo o un volantino. Questo, ne ‘l’unica democrazia del Medio Oriente’.

Ma non basta: perché Israele può usare, e usa, la legge giordana in Cisgiordania, quella egiziana a Gaza, oppure leggi dell’ex Mandato britannico, o ancora dell’impero ottomano. A seconda di cosa trova, sul momento, più utile ai propri scopi.

Israele non ha confini che riconosce, con i Territori Occupati. Nelle sue mappe, la Linea Verde – la linea armistiziale del ’48 - non è segnata. Sono appena tornata dalla Cisgiordania, dove ero con un gruppo di medici. Uno di noi aveva una cartina del Ministero israeliano del Turismo. Era una cartina del ’98; senza il Muro, che non c’era ancora. Ma non vi appariva alcuna differenza fra il territorio israeliano, entro i confini del ’48, e l’area C di Oslo: segnate entrambe con il medesimo beige. (L’area C di Oslo è quella sotto intero controllo israeliano: quella B è a controllo ‘condiviso’, quella A – che corrisponde alle città cisgiordane – a controllo palestinese). Le aree A erano segnate in giallo, quelle B in marrone. Queste sono le aree in cui Israele è disponibile a concedere una certa autonomia (che so: decidere in quali giorni passa il camion della raccolta delle immondizie) ai palestinesi; il resto, lo considera annesso, e non da ieri.

Il Muro non è sulla Linea Verde; annette ad Israele quasi il 10% della Cisgiordania, ed il suo percorso non è casuale. Ha lo scopo di annettere le colonie, situate sopra le falde idriche. Israele si appropria di buona parte dell’acqua cisgiordana; i palestinesi hanno il divieto di scavare pozzi, e l’acqua del sottosuolo è loro rivenduta – a un prezzo superiore a quello praticato agli israeliani. Nei fatti, questo significa che, in alcune zone della Cisgiordania, l’acqua arriva una volta ogni tre settimane, o ancora più di rado.

Il Muro, vero nuovo confine, funziona in un senso solo: impedisce ai palestinesi di entrare in territorio israeliano, come pure a Gerusalemme, che Israele considera integralmente sua. Non impedisce assolutamente agli israeliani di entrare in Cisgiordania. Le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane, soprattutto di notte.

L’occupazione permea tutto Israele. Per rendersene conto, basta qualche conto. Gli israeliani sono oggi circa 7.200.000. Un quinto – circa 1.450.000 - sono palestinesi. Restano un po’ più di 5.700.000 abitanti, classificati come ebrei. (Questo non significa che lo siano realmente, ma solo che lo Stato li qualifica in questo modo; vale in particolar modo per i russi, che sono in realtà cristiani ortodossi). Ora, i coloni sono circa 500.000: quindi 1 su 11, degli abitanti ebrei, è un colono. Vuol dire che quasi ogni famiglia ha (almeno) un colono; anche le famiglie ‘normali’, non estremiste. In particolare, i coloni che abitano negli insediamenti intorno a Gerusalemme neanche sono riconosciuti e si riconoscono come tali: l’annessione di Gerusalemme è asserita – nel modo più tranquillo – praticamente da tutti.

E non basta. Facciamo un esempio. Ci sono circa 130 docenti universitari di Sociologia, in Israele. Di questi, solo il 6%, all'incirca, ha preso posizione contro l’occupazione. La stragrande maggioranza non tiene corsi su questo argomento. Si preferisce far finta che Israele termini alla Linea Verde, che l’occupazione sia una sorta di incidente – irrilevante - di percorso. È come se i Territori Occupati fossero su un altro pianeta.

E, mentre si chiudono occhi e orecchie, quasi tutto Israele sostiene l'occupazione. Le università offrono corsi più brevi a chi fa parte dei servizi di sicurezza: se normalmente per una laurea in Scienze Politiche occorrono 3 anni, per chi fa parte di detti servizi basta un anno, un anno e mezzo. L’idea è costoro abbiano diritto a vantaggi aggiuntivi.

Quando in Israele nasce un maschio, il complimento che gli si fa comunemente è: “Ecco il nuovo capo di stato maggiore!”. Ai bambini, si insegna a fare i soldati fin dall’asilo. Sono i figli della cosiddetta ‘sinistra’ israeliana a fare i soldati ai posti di blocco. Persino il capo di Peace Now ha fatto il suo turno di riservista dell’esercito stando di guardia a un posto di blocco nella Valle del Giordano, fermando i palestinesi che cercavano di passare a una parte all'altra.

Il servizio militare è obbligatorio: per i maschi, per tre anni; per le ragazze, per due. Queste possono evitarlo, se sono ortodosse o se si sposano. Poi, almeno i maschi sono richiamati come riservisti una volta l’anno, talvolta fino ai 50 anni. Qualcosa, a casa, costoro racconteranno. Eppure, quasi tutti sostengono di non sapere.

Pure stando in Italia, ci sono due giornali israeliani che si possono tranquillamente leggere: ce n’è la versione inglese in internet. Così, noi si può sapere quel che accade da quelle parti. Ma gli israeliani – che hanno a disposizione le versioni in ebraico, ben più estese, dei medesimi quotidiani -, dicono di non avere idea di cosa succede, nei Territori Occupati.

A questa volontà di non sapere si sommano l’effetto della propaganda, e il terrore. Gli israeliani sono convinti di essere circondati da masse arabe nemiche. Indipendentemente dall’atteggiamento amichevole dei governi della Giordania e dell’Egitto, e dalla proposta di pace saudita.

Sul versante ideologico, avviene un fatto strano. L’Onu ha approvato la nascita di uno stato ebraico nel ’47: due anni dopo il termine della seconda guerra mondiale, e di tutto quel che ne aveva fatto parte – su cui preferirei non soffermarmi. Ma Israele ha fatto la pace con la Germania negli anni ’50, con Adenauer. Da allora, la Germania non è più  ­considerata un nemico. L’epiteto di ‘Hitler’ è stato adoperato invece, in Israele, per Nasser. E poi per Arafat. Dopo il ’67, i confini precedenti alla guerra (quelli della Linea verde, cioè), sono stati definiti, da israeliani, ‘i confini di Auschwitz’. Il nemico assoluto è diventato il mondo arabo; e, dello sterminio, si è fatto e si fa un uso perverso.

Se gli israeliani non protestano per l’occupazione, vuol dire che per loro va bene così. E badate che questo significa che si deve mettere in conto di avere, per tre anni, i figli a far la guardia a posti di blocco, con enormi mitra. Fino per lo meno agli anni ’80, occupazione ha significato poter usufruire di manodopera a bassissimo prezzo: un manovale di Gaza era pagato 1/10 di uno israeliano. Ora sono pochi i palestinesi ad avere il permesso di lavorare entro la Linea Verde: Israele non ha più bisogno di loro, perché, a sostituirli, ha importato schiavi cinesi, rumeni, tailandesi, e così via. Il vantaggio che si continua ad ottenere dalle colonie – solo per ebrei - è che in queste permane il welfare state (abolito, entro la Linea Verde, da Netanyahu): chi vi risiede gode di piena occupazione, di sussidi per l’acquisto e l’affitto di una casa; insegnanti ed assistenti sociali ricevono più punti per la carriera, e così via.

Dei palestinesi, Israele vuole la terra e l’acqua. È questo il motivo per cui si sono trasformati nel nemico, per lo meno finché non se ne vanno.

L’unica prospettiva, e l’unica risorsa, è il lavoro comune. Un palestinese di sinistra, con cui ho parlato recentemente, stima molto Michel Warschawski, della vera sinistra israeliana - ma non l’ha mai incontrato. È il trionfo delle politiche israeliane di separazione. Se impedisci a palestinesi ed israeliani di incontrarsi, gli ebrei di Israele penseranno che i palestinesi hanno due teste; e i palestinesi incontreranno israeliani solo come militari armati, ai posti di blocco. Occorre fare il contrario di quel che Israele vuole: combattere la paura nei confronti dell’altro, che germina quando non lo si conosce.

    Ebrei Contro l'Occupazione - 04 Dicembre 2008www.rete-eco.it


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