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Medio Oriente » La cattura e l'uccisione di M.Gheddafi  
 LA CATTURA E L'UCCISIONE DI MUAMMAR GHEDDAFI
di Cinzia Nachira

La cattura e l'uccisione di Muammar Gheddafi hanno sollevato uno strano ed inquietante coro di scandalo nella sinistra italiana.
   È bene fare luce su alcune note cruciali del coro per evitare equivoci e perché la discussione non si concentri sulle parole, anziché sulla sostanza degli eventi. È evidente che se Muammar Gheddafi fosse stato processato sarebbe stato meglio per tutti. Le immagini della cattura e del linciaggio di Muammar Gheddafi sono tremende e le zone d'ombra sulle sue ultime ore di vita sono molte e inquietanti. Lo sono, visto che vi è stato l'intervento determinante della NATO (grazie ai suoi «corpi d'élite») per individuarlo e consentire ai ribelli la sua cattura.
   È necessario, però, cercare di capire come è possibile che la sinistra italiana si sia dimostrata ancora una volta per un verso priva di memoria storica e per un altro verso cinica, pur mascherando il suo cinismo con riflessioni umanitarie. Forse è il caso di ricordare che quando Benito Mussolini fu giustiziato, uno degli argomenti principali dei giustizieri fu che in caso contrario sarebbe stato probabile che, invece di essere processato per i crimini commessi, Mussolini venisse riciclato in un modo o nell'altro nel nuovo sistema politico-istituzionale italiano. Questo per riflettere sulla percezione che in Italia, soprattutto negli ambienti politico-culturali della sinistra, si è avuto di ciò che sta avvenendo nel mondo arabo.
   Le reazioni scomposte di molta parte della sinistra italiana hanno dimostrato in modo evidente quanto poco fosse conosciuta la storia dei popoli dell'Africa del Nord e del Medioriente. Tranne rari e lodevoli casi, le analisi partono dal nostro punto di vista e non dal loro. Possono esserci dittatori di serie A e dittatori di serie B? Evidentemente no, se ci si pone dalla parte dei popoli che quelle dittature subiscono. Assolutamente sì, se invece si cercano facili e rassicuranti scorciatoie per evitare di ammettere che la Primavera araba ha sorpreso la sinistra europea per il buon motivo che il Maghreb e il Mashrek sono stati lo specchio delle nostre sconfitte politiche e culturali.

   Nelle ore convulse che hanno seguito l'uccisione di Gheddafi e la diffusione dei video amatoriali del suo assassinio, si sono sovrapposte moltissime versioni della traduzione in italiano di ciò che Gheddafi gridava contro i ribelli. Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere le immagini sottotitolate dalle varie emittenti e poi riportate dai giornali. Una di queste versioni era quella secondo cui Gheddafi avrebbe detto ad uno dei ribelli: "Perché mi fai questo? Che ti ho fatto?". Se fosse vera (il condizionale è d'obbligo) sarebbe per un verso molto sconcertante, ma per altri versi anche quella più congeniale ad un dittatore che dopo quarantadue anni di potere assoluto sul suo popolo considerava ancora indiscutibile il suo potere. Quale despota oppressore ha mai ammesso che chi era oppresso potesse pensare che l'oppressione non fosse a fin di bene invece che il detonatore dell'odio contro la sua persona? Nessuno.
   Gheddafi non ha fatto eccezione. Ma, quanto al mondo arabo, vi erano dittature riconosciute come tali dalla sinistra italiana ed altre no. Nella seconda categoria sono state inserite la Libia e la Siria. Ma se la caduta di Ben Ali e di Hosni Mubarak è stata esaltata e si sono definiti questi eventi come l'esito di un processo rivoluzionario, quanto alla Libia e alla Siria si è parlato di manipolazioni esterne. Questo perché a loro giudizio sia Muammar Gheddafi che Bashar el-Assad non potevano non essere diversi da Mubarak e da Ben Ali. Per poter dimostrare questa tesi si sono portati ad esempio molti episodi. Nel caso libico si è sostenuto che la rivolta armata anti-gheddafiana provava che la Libia non faceva parte del processo complessivo delle rivolte arabe, ma che i ribelli erano al soldo dell'Occidente per dar vita ad un colpo di Stato cruento. Strana affermazione questa, visto che viene da una sinistra che giustamente negli anni passati si è schierata a favore di molte lotte armate di liberazione: dal Nicaragua alla Palestina. Sostenere la legittimità della lotta armata significa forse non riconoscere il valore delle masse che, smettendo di avere paura, scendono in piazza? Evidentemente no. Significa invece cercare di capire come e perché ci siano rivolte armate e rivolte pacifiche. E significa soprattutto non dimenticare che anche in Tunisia e in Egitto il costo umano della rivolta è stato altissimo e che se non c'è stata la guerra civile lo si deve al fatto che gli eserciti di quei paesi hanno scelto di non difendere i dittatori.
   Chi ha seguito la vicenda egiziana ha capito fino in fondo la logica della rivolta. Il tentativo di assalto da parte di una folla di sostenitori di Mubarak (mentre l'esercito rimaneva passivo) contro Piazza Tahrir occupata da decine di migliaia di persone accampate da giorni, disarmate e senza possibilità di difendersi è stato il momento in cui la deriva della guerra civile era dietro l'angolo. Soprattutto c'era la consapevolezza dell'equivoco in cui erano caduti gli egiziani, in particolare a causa di quelle forze politiche che, pur essendo all'opposizione, speravano di accordarsi con Mubarak: l'equivoco di pensare che l'esercito fosse parte integrante, se non il motore, della rivolta.
   In realtà, e questo era chiarissimo, il ruolo «super partes» dell'esercito derivava dalla spaccatura verticale dell'apparato del regime che aveva compreso una cosa molto semplice: per potersi salvare dall'ondata imprevista e possente delle proteste doveva abbandonare al suo destino il presidente Mubarak e tutti coloro che erano compromessi con gli aspetti peggiori del regime. Ma tra il 28 e il 30 gennaio niente e nessuno poteva essere certo che questo atteggiamento non cambiasse. Tutto era appeso ad un filo fragilissimo. Ciò che ha evitato una strage di proporzioni superiori è stata la capacità degli occupanti di Piazza Tahrir di difendersi malgrado tutto dall'attacco, non certo la sua «bontà».
   Il fatto che da questo episodio sia scaturito uno scontro non armato ma comunque molto forte - i morti furono decine e migliaia i feriti - e ne sia derivata la caduta di Mubarak, ha portato la sinistra italiana a considerare autentica la rivolta egiziana. C'è da chiedersi quale sarebbe stata la reazione se invece gli eventi avessero preso un'altra strada, più dolorosa se non tragica. Se si fosse aperto uno scenario diverso, non sarebbe stato possibile mettere in dubbio l'autenticità delle proteste del popolo egiziano e la sua volontà di sbarazzarsi della dittatura. Lo slogan che da Tunisi si era esteso all'intera regione: "Il
popolo vuole la caduta del regime" non avrebbe perso di significato e di efficacia.
   Sicuramente il caso libico è stato diverso dagli altri soprattutto perché l'Occidente ha deciso di intervenire direttamente, nell'unico modo che conosce: militarmente. Nei casi degli altri paesi arabi (sia in Nord Africa che in Medioriente) l'Occidente era riuscito, in primis gli Stati Uniti, a fare pressione perché i dittatori fossero abbandonati. Non è un caso se, sempre in Egitto - uno dei paesi più importanti per gli interessi statunitensi in Medio Oriente - Barak Obama ripetesse come una cantilena che era necessaria la «transizione nell'ordine», dove evidentemente l'ordine era il mantenimento e la salvaguardia degli interessi degli USA.
          

Che l'intervento in Libia, anche prima della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del marzo scorso, fosse dettato principalmente dalla volontà di difendere i propri interessi era chiaro a tutti. Ma nel caso della Libia non esisteva un apparato statale o militare che si potesse conservare pur eliminando il dittatore. Per altri versi, inoltre, se l'Occidente avesse lasciato a Gheddafi la possibilità di schiacciare la rivolta nel sangue, si sarebbe trovato nell'impossibilità di gestire un processo di cambiamento radicale. Per questo motivo, inizialmente Francia e Gran Bretagna e poi la NATO hanno approfittato della richiesta di aiuto da parte del Cnt (Consiglio nazionale transitorio) e dei rivoltosi. E questo è stato uno degli elementi principali per screditare da sinistra l'opposizione libica, assumendo questa richiesta come la «prova» che in Libia la rivolta era eterodiretta dall'Occidente. Questo è stato l'alibi anche per nascondere ciò che realmente Gheddafi era da molti decenni. In modo sorprendente una buona parte della sinistra italiana ha rispolverato il Gheddafi del pan-arabismo e del pan-africanismo degli anni '70 e del Libro Verde (bizzarramente ribattezzato come una interpretazione originale di un tentativo di uscita dal sottosviluppo) per sostenere che chi sosteneva che la rivolta libica era parte della Primavera araba si era venduto alla NATO o in procinto di vendersi.
   Tutto questo però significava non soltanto voler ignorare ciò che il regime aveva significato per il popolo libico, ma soprattutto dimenticare, o meglio occultare, i discorsi insolenti di Gheddafi e di suo figlio Saif al-Islam: per loro il popolo libico era una massa di topi, ovvero cani drogati e pagati da al-Qaeda. Infine la sinistra italiana che giustamente si era mobilitata da favore del popolo palestinese durante l'aggressione israeliana tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, non è stata colpita dal fatto che Gheddafi, in un'intervista trasmessa da una rete satellitare francese, per giustificare gli assedi di Misrata e Bengasi aveva sostenuto di "averlo dovuto fare così come Israele aveva dovuto bombardare Gaza per sradicare Hamas".

   In definitiva, se anche solo per puro esercizio intellettuale si rileggessero e si riascoltassero i discorsi che Gheddafi ha pronunciato dal 17 febbraio 2011 fino alla lettera che ha cercato di far pervenire a Silvio Berlusconi il 5 agosto scorso, una cosa sarebbe chiara: il dittatore libico ha cercato in tutti modi di ricordare all'Occidente e ai suoi governanti, da Barak Obama al governo italiano, i servizi resi durante gli anni in cui si era nuovamente allineato. Non è certamente un caso che due argomenti prevalessero in modo ossessivo: in caso di attacco alla Libia di Gheddafi nessuno più avrebbe controllato i flussi di migranti e avrebbe vinto l'opposizione anche perché pagata e infiltrata da Al-Qaeda.
   Al di là di ogni possibile giudizio sul Cnt, queste dichiarazioni avrebbero dovuto quantomeno indurre a domandarsi a quali miti era legata la sinistra italiana. Spesso l'attaccamento a questi miti è sfociato in un aperto, pericoloso eurocentrismo.
   Inoltre, nessuna delle accuse contro i libici in rivolta era fondata su analisi serie e non a caso non una di queste accuse ha poi trovato una qualche conferma sul terreno.
   Ovviamente, sottolineare questi aspetti non significa nel modo più assoluto voler credere che improvvisamente il diavolo sia diventato un angelo, nel senso che non è possibile in nessun caso adombrare un ruolo «progressivo» dell'Occidente e tanto meno della NATO. Anzi, proprio l'annuncio della fine degli attacchi NATO subito dopo la cattura e l'uccisione di Gheddafi dimostra che per l'ennesima volta il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato utilizzato solo per una copertura «legale» di un intervento militare altrimenti difficile da gestire.
   Ma in questa sede ciò che più interessa capire è perché proprio negli ambiti politici e culturali di rilievo è mancato un approccio approfondito e complessivo su ciò che accadeva nel mondo arabo. È prevalso invece un senso comune sparso a piene mani proprio da coloro che attaccavano Gheddafi in armi in nome della «loro democrazia». Giustamente Danilo Zolo in un articolo pubblicato dal Manifesto il 14 ottobre scorso ha scritto:
    /*Un minimo realismo ci suggerisce che è notevole il rischio che prevalgano gli interessi di  quella che Luciano Gallino ha chiamato la «nuova classe capitalistica transnazionale». Dall'alto delle torri di cristallo delle più ricche metropoli del mondo questa «nuova classe» cercherà di dominare i processi dell'economia globale, quella occidentale inclusa. In sostanza, «democrazia» finirà per essere definita la somma degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche d'affari, gli investitori istituzionali, le compagnie di assicurazione e così via. Attendersi che in questo contesto la democrazia possa rapidamente fiorire nei paesi arabi come una istituzione politica aperta ai giovani, agli operai, ai disoccupati, ai poveri, ai migranti rischia di essere generosa retorica./

    Ma anche queste parole, che fanno da controcanto al facile ottimismo, non negano che ciò che è avvenuto nel Maghreb e nel Mashrek dal gennaio scorso ad oggi sia una svolta da cui sarà impossibile tornare indietro. In Tunisia e in Egitto la strada del cambiamento dopo la caduta dei dittatori è già percorsa da mesi e tuttavia le strutture dei vecchi regimi sono ancora in piedi. Ciò che è profondamente cambiato, però, è il popolo egiziano e quello tunisino. Ed è con questo cambiamento che tutti noi dobbiamo fare i conti. Questo cambiamento viene tuttavia negato dalla sinistra italiana al popolo libico. Per cui la fine cruenta di Gheddafi viene assunta come il momento in cui la Primavera araba è morta. Ancora una volta si chiudono gli occhi su ciò che avviene nel contesto generale: la Siria, lo Yemen continuano la loro lotta contro despoti sanguinari; la Tunisia conta i voti delle prime elezioni libere dopo ventitre anni di dittatura, con un esito elettorale carico di incognite; l'Egitto prosegue il suo cammino irto di difficoltà e di pericoli. Perché identificare la fine di Gheddafi con la fine di tutto questo?

  

   È tuttavia difficile poter credere che la fine del dittatore libico porti a un'inversione della rivolta araba. Non è certamente un caso se dopo la morte di Gheddafi in Siria decine di migliaia di persone affrontavano a mani nude la repressione sanguinosa del regime di Bashar el-Assad e ritmavano lo slogan: "Bashar ora tocca a te". È bene chiarire che non si auspica la morte per linciaggio di Bashar el-Assad. Ma è necessario constatare che genere di eco ha avuto la fine di Gheddafi in Siria, in cui la repressione, secondo le stime più credibili, ha già mietuto 3.000 vittime, delle quali 200 bambini. Inoltre, non è da trascurare che sulla reazione dei siriani alla morte di Gheddafi ha probabilmente influito anche il fatto che a partire dalla caduta di Tripoli, nell'agosto scorso, Gheddafi ha avuto come unica cassa di risonanza la radio e la TV siriane, dalle quali ha potuto lanciare i suoi ultimi proclami.
   Certo, non si dimentica facilmente il monito che scaturisce dalle parole di Zolo, ma ciò non significa poter accettare il ragionamento secondo il quale, caduto un mito al quale la sinistra italiana si era appesa, tutto sia ormai finito. Il fatto che le rivolte negli altri paesi stiano continuando, a dispetto delle aspettative deluse della sinistra italiana, invece, è la prova della ininfluenza di quest'ultima rispetto a questi popoli, che per fortuna non la ascoltano, impegnati come sono in uno dei momenti più difficili della loro storia. Se noi italiani, dal nostro comodo punto di osservazione, invece di giudicarli saccentemente riuscissimo ad avere quel tanto di capacità empatica necessaria, potremmo condividere questo cambiamento radicale del volto del Mediterraneo. Invece, ci stiamo negando questa possibilità.
   Nell'immensa manifestazione del 15 ottobre per le strade di Roma, tra le tante bandiere di altri popoli c'erano anche quelle della nuova Libia e della Siria che inneggiavano alle due rivolte. Ci dovremmo chiedere che tipo di rapporto intendiamo stabilire con quelle persone che in piazza a Roma, e non a Bengasi o a Damasco, hanno tentato di mettere in assonanza eventi diversi. È doveroso anche osservare, a questo proposito, che sulle pagine dei giornali che fanno riferimento alla sinistra (anche in quelli in formato elettronico) nel gran numero di articoli dedicati alla morte di Gheddafi non vi è stata nessuna voce dei diretti interessati, i libici. In alcuni casi vi è un silenzio molto significativo ma preoccupante sulla morte stessa di Gheddafi, come se non fosse mai avvenuta.

  

   In questa prospettiva non possiamo chiudere gli occhi sul futuro incerto che si è aperto in Libia all'indomani della scomparsa del dittatore e sul fatto che ora, probabilmente, si potrà avere un quadro ben più chiaro di ciò che è avvenuto. L'incertezza del futuro della Libia è determinata in gran parte dal ruolo della NATO e dagli interessi occidentali che in quel paese sono enormi. Nessuno può credere ad un ruolo «positivo» della NATO ed è per questo ancora più grave che dall'inizio dell'intervento in Libia non vi sia stata la capacità di dar vita ad una minima opposizione a quell'intervento. Ma questa incapacità è largamente dovuta a tutte le contraddizioni che abbiamo fin qui illustrato e che hanno portato fatalmente ad allontanare la sinistra italiana dagli eventi libici.
   È evidente che ora gli esponenti del Cnt si trovano con più problemi interni da affrontare di quanti probabilmente immaginavano di avere. Questi problemi, peraltro, sono già emersi nei mesi scorsi con delle rese dei conti tutt'altro che rassicuranti. Uno dei problemi più gravi sarà senz'altro quello di giustificare agli occhi dello stesso popolo libico non tanto la morte di Gheddafi, quanto ciò che sta emergendo dall'ingresso nella città di Sirte delle agenzie internazionali, come Human Right Watch e il rientro di coloro che erano fuggiti durante i combattimenti. Sembra chiaro che in quella città la popolazione sia stata presa in ostaggio non solo dalle milizie gheddafiane, ma anche dal Cnt e dalla NATO, pagando un tributo umano altissimo. Nei giorni successivi alla fine del dittatore e alla «liberazione» di Sirte, Mohammed, un vecchio conducente di taxi, intervistato da una agenzia di stampa francese, dichiarava:
    « Sono desolato di vedere la mia città ridotta in queste condizioni. I thowar (rivoluzionari) avrebbero potuto prenderla distruggendola molto meno. Ma c'era una forte resistenza da parte degli uomini di Gheddafi e penso che i thowar volessero punire Sirte». Lo stesso intervistato ammetteva che in città c'era un consenso maggioritario verso il regime e che, da una parte e dall'altra, si praticavano le punizioni sommarie e collettive. E ammetteva anche che questa spaccatura attraversava la sua stessa famiglia e che lui era stato l'unico a rifiutare questa logica e per questo motivo aveva abbandonato la sua città. Non può, però, essere messo in dubbio che questo meccanismo purtroppo è tipico di ogni guerra civile, non una «caratteristica» libica.
  Ora, ovviamente, la posta in gioco è aumentata, è diventata enorme. In gioco c'è la necessità di non assecondare il meccanismo delle rappresaglie. Le incognite che si addensano sul futuro della Libia sono moltissime e tutte pericolose. In questo senso, la richiesta da parte del governo transitorio della prosecuzione della missione della NATO è molto preoccupante, perché è chiaro che le forze fedeli al vecchio regime non sono in grado di ricominciare a combattere.

Questa richiesta sembra dunque legata alle contraddizioni interne al Cnt che nessuno nega o nasconde. Inoltre, non è un dettaglio il fatto che questa richiesta dia la possibilità alla NATO e all'Occidente di presentarsi come un paladino in «soccorso della democrazia». Non è un caso se Anders Rasmussen, il segretario generale della NATO, si è precipitato a Tripoli con un triplice obiettivo: 1) confermare la fine delle operazioni alla mezzanotte del 31 ottobre; 2) confermare, comunque, la disponibilità della NATO per una nuova missione se lo chiedono le nuove autorità libiche. Questa disponibilità è stata annunciata con la seguente dichiarazione: «Se le nuove autorità lo richiedono, la NATO è pronta a fornire aiuti per la trasformazione del paese verso la democrazia»; 3) dichiarare che la NATO non ha alcuna intenzione di stabilire delle basi in Libia. Molto probabilmente quest'ultima dichiarazione è stata suggerita dalla volontà di non finire in un pantano simile a quello iracheno o a quello afghano. Inoltre, non è un caso se, tramite il suo segretario, la NATO non ha confermato la dichiarazione del primo ministro libico dimissionario, Mahmoud Jibril, circa il ritrovamento di un arsenale di armi nucleari in possesso della Libia. La scarsa verosimiglianza di questa affermazione emerge dal fatto che queste armi prima sarebbero state nucleari e poi chimiche. Quello che è certo è il riecheggiare di un vecchio argomento, quello delle armi di distruzione di massa, che poi non vengono mai trovate.
   Ma, sia la richiesta per la prosecuzione della missione della NATO fino a fine anno fatta dal primo ministro uscente del Cnt, sia l'annuncio del «ritrovamento» di un arsenale di armi non convenzionali che Gheddafi avrebbe accumulato fin dal 2004 - venendo meno agli impegni presi con i governi occidentali - sono un regalo tanto inaspettato quanto immeritato per quei paesi occidentali che invece hanno portato, soprattutto negli ultimi vent'anni, alla devastazione di tanti Stati e non solo in Medioriente. In altri termini, se il futuro della Libia sarà determinato dalle «vocazioni democratiche» della NATO si può essere certi che sarà un futuro tutto in salita. Insomma, tutto ha senso tranne che fidarsi della NATO o delle «buone intenzioni» di paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e, naturalmente, l'Italia.
   Ma in questo contesto tanto denso di incognite e pericoli, vi è un attore che non può essere ignorato e tantomeno cancellato dagli eventi: il popolo libico. Tornando all'inizio di queste riflessioni, è il caso di sottolineare che in Libia la rivolta è stata innescata dagli stessi motivi che hanno dato vita alle altre rivolte arabe: la volontà di liberarsi dalle dittature. Questa è stata la priorità. Il popolo libico ha dovuto confrontarsi con un regime che per difendersi ha preferito la guerra civile all'abbandono del potere. L'intervento armato occidentale che inizialmente ha impedito che la rivolta finisse schiacciata nel sangue, non era né «umanitario», né «democratico», ma puntava a non perdere il controllo del petrolio libico. In questa fase in cui sembra che il governo transitorio libico stia cadendo nella trappola di puntare sull'aiuto della NATO per costruire il futuro della Libia, vi è la negazione della tesi di chi riteneva che il «caso libico» fosse estraneo alle rivolte che stanno ridisegnando il volto del Mediterraneo. Si può star certi, al contrario, che un popolo che ha tanto sofferto in quarantadue anni di dittatura e che ha pagato un prezzo così alto per liberarsene, si impegnerà perché il suo avvenire non venga confiscato da chi fino al 17 febbraio 2011 ha sostenuto la dittatura che lo ha oppresso.
   In questo senso, dare oggi per scontato il futuro della Libia sarebbe un errore gravissimo. E sarebbe anche una notevole responsabilità etica, prima ancora che politica, di cui tutti noi porteremo il peso. E porteremo ancora una volta il peso di non aver saputo ascoltare l'altro e di non aver capito. E a pagare il prezzo più alto saranno di nuovo i giovani, le donne e gli uomini che si sono fidati nel nostro esempio.

14/11/2011

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