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Medio Oriente » Le origini del Sionismo  

Nascita del sionismo e sue conseguenze
di Miriam Marino

Il Sionismo nasce lontano dalle masse operaie, nei circoli intellettuali dell’Europa ed è interessato a risolvere la questione dell’antisemitismo in occidente. Dopo la rivoluzione francese gli ebrei europei cominciavano a prendere la strada dell’assimilazione, ma questa tendenza verrà interrotta da alcune circostanze: l’invenzione della cosiddetta scienza delle razze che tendeva a classificare gerarchicamente i popoli per creare una giustificazione al predominio dei bianchi e al colonialismo. Il termine antisemitismo viene coniato nel 1873. La fine del secolo vede un ritorno del nazionalismo in Europa che comincia a guardare con ostilità gli stranieri. L’antisemitismo si riallaccia al tradizionale antigiudaismo cristiano, contemporaneamente si intensificano i dei pogrom nella Russia zarista a partire dal 1881. E’ in questo periodo che comincia a circolare un libello “I protocolli degli anziani di Sion” completamente inventato che descrive gli ebrei come una potenza oscura che vuole dominare il mondo. Seguiranno una serie di leggi antiebraiche in Russia che riguarderanno restrizioni di libertà di circolazione, espulsione degli ebrei da Mosca, arruolamento forzato dei minori nell’esercito ecc. Ma è il caso Dreyfus esploso in Francia nel 1890 e che crea un’ondata di antisemitismo, che farà nascere negli ebrei europei la convinzione che il progetto di emancipazione tramite l’assimilazione nelle democrazie liberali è impossibile e quindi a dare un grande impulso al movimento sionista. E’ in quel periodo che Theodor Herzl scrive “Lo stato degli ebrei”.     Vi sostiene che gli ebrei, essendo un popolo, hanno bisogno di uno stato. Herzl è convinto che l’antisemitismo sia un fatto eterno, al di là della storia e che il problema si risolverà solo quando gli ebrei avranno un loro stato. Leon Pinsker , medico e attivista sionista propose gli Stati Uniti o l’Argentina, ma i contatti diplomatici per realizzare questi progetti non ebbero successo. Nel 1897 ci fu il primo congresso sionista a Basilea e in quella sede i sionisti decisero di creare il loro stato in Palestina. L’idea centrale del sionismo è quella dello stato-nazione e quindi non diversa dai nazionalismi dell’epoca, la sua filosofia è simile a quella colonialista del periodo storico in cui si costituisce, filosofia che non tiene conto delle popolazioni indigene e perciò uno dei suoi primi slogan fu “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. L’ondata di antisemitismo portò ad una grande immigrazione degli ebrei dell’est Europa verso Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, pochissimi tra di essi scelsero di andare in Palestina. C’era stata una prima alya nel 1881, ma questi primi coloni sopravvissero solo grazie all’aiuto finanziario del barone ebreo-tedesco Edmond de Rotshild. Fino al 1903 i sionisti riuscirono a convincere ben poche persone a trasferirsi in Palestina, in quella data, in seguito ad una nuova ondata di pogrom ci fu una nuova e più sostenuta immigrazione, furono questi immigrati ad elaborare un progetto politico coerente e a costituire l’Yshuv.

Il movimento sionista non era l’unico a cercare una soluzione al problema dell’antisemitismo, ci pensava anche il Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania, ma in modo completamente opposto. Il movimento era internazionalista e pensava ad un’autonomia della minoranza ebraica all’interno del movimento operaio. Il Bund fu fiero oppositore del sionismo e riteneva che l’emancipazione e la dignità del popolo ebraico sarebbero state ottenute con il socialismo e l’internazionalismo, perciò era contrario alla fondazione di uno stato ebraico. Il Bund era nato in clandestinità nella Russia zarista e fu attivo nella rivoluzione d’ottobre, riteneva che attraverso l’emancipazione delle classi oppresse si sarebbe risolto il problema dell’antisemitismo. Con l’avvento di Stalin e le persecuzioni contro gli oppositori, dopo il 21 il Bund fu sciolto in Russia, ma sopravvisse in Polonia dove era molto consolidato. Al contrario dei sionisti che ritenevano la lingua e la cultura yiddish arcaica e arretrata, essi volevano coltivarla e furono molto attivi in campo culturale. Nella rivolta del ghetto di Varsavia i bundisti si organizzarono per portare aiuto e assistenza mentre i sionisti propagandavano la patria in Palestina. Nel 3’ presero parte alla rivoluzione spagnola. In Polonia nel 1903 era stato fondato il “Poale Sion”, operai di Sion, Ber Borochov ne fu il teorico più importante. Per Borochov la nazione è concepita come una società operaia fondata sul collettivismo e la vita comunitaria, ma i lavoratori arabi ne sono esclusi, essi devono liberarsi dall’oscurantismo ottomano per i fatti loro, al di fuori della società ebraica. Questo era un grave punto di disaccordo con il Bund che perseguiva l’emancipazione di tutti gli oppressi e il socialismo internazionalista. I bundisti non criticavano solo l’idea di uno stato nazionale ebraico ma rimproveravano all’organizzazione sionista mondiale le relazioni diplomatiche che intesseva con i governi inglese, francese e americano per ottenere che una parte della popolazione ebraica europea potesse riuscire a trasferirsi in Palestina o negli Stati Uniti. Questo movimento, sconfitto dalla storia, è stata una grande occasione mancata.
 

Con l’avvento di Hitler e la persecuzione antiebraica  ci fu la terza immigrazione. I rifugiati scappati dalla Germania e dall’Austria portarono con se il meglio della cultura europea e fornirono i mezzi finanziari e le competenze intellettuali e tecnologiche per trasformare l’Yshuv  da un insediamento coloniale prevalentemente agricolo in una società industrializzata. Il movimento sionista si presenta come un movimento laico perché vuole liberare l’ebreo dai vincoli della religione e renderlo soggetto attivo della propria storia, questo implica una scelta di modernità a volte accompagnata da idee socialiste per quanto riguarda gli immigrati provenienti dalla Russia zarista, ma i sionisti non poteva distaccarsi né dalla religione né dalla tradizione, essi sapevano che l’identità ebraica che volevano salvaguardare non poteva prescindere dalla sua componente religiosa, d’altra parte il richiamo alla bibbia e al ritorno alla terra promessa altrimenti non avrebbero avuto senso. Il nazionalismo sionista si fondava sull’etnia, la cultura e la storia e come ogni nazionalismo aveva il suo mito. Secondo questo mito i duemila anni di diaspora sono solo una lunga parentesi al cui interno si susseguono persecuzioni e pogrom dalla caduta del secondo tempio ad Hitler, ma il ritorno alla terra promessa impone la formazione di un nuovo tipo di ebreo, forte, guerriero che dovrà progressivamente liberarsi dalle scorie del passato. Ciò implica la cancellazione della cultura della diaspora, sia di quella araba sia di quella europea, l’ebreo nuovo israeliano si vergogna dei suoi fratelli della diaspora visti come elementi passivi e vittime della storia. l’yddish viene eliminato a favore dell’ebraico. Sebbene il sionismo voglia farsi carico dell’eredità della Shoah e usi questa tragedia strumentalmente per arginare le critiche al suo operato, il disprezzo per le vittime della Shoah e per i sopravvissuti è profondo. Marek Edelman sopravvissuto appartenente al Bund ed eroe del ghetto di Varsavia parla con molta amarezza di questo nel corso di un’intervista ad Haaretz nel 1993. Il sionismo ha trovato la sua legittimità morale nella necessità di sopravvivere degli ebrei d’Europa, ma era anche sostenuto da una forte ideologia che faceva riferimento al nazionalismo. Sebbene la terza alya portò con se  un potenziale veramente rivoluzionario, questa componente è stata progressivamente marginalizzata. Il movimento laburista che fu predominante per molti anni, non ha mai avuto come obiettivo quello di un cambiamento sociale, ma era interessato solo a costruire una nazione unita in cui ci fossero pochi conflitti e dove ogni interesse personale e sociale era subordinato alla nazione per la quale tutti dovevano cooperare. La superiorità morale che l’Histadrut conferiva agli operai non li riscattava dalla loro vita dura. In un certo senso la storia del partito laburista è quella di un continuo slittamento a destra con l’eliminazione progressiva delle componenti più radicali che volevano una società egualitaria. I kibbutz con la loro organizzazione socialista se da una parte erano una realtà che poco incideva sulle scelte politiche sioniste, erano portati come un fiore all’occhiello e propagandati sia ad uso  degli ebrei della diaspora sia del resto del mondo che fino agli anni 70’, quando la questione palestinese divenne più chiara, era tutto schierato dalla parte di Israele e lo era soprattutto la sinistra ammirata dalla realtà dei kibbutz, ammirazione che si accompagnava al disprezzo per le popolazioni della regione considerate arretrate e incapaci. Questo appoggio incondizionato fu particolarmente chiaro nel corso della guerra dei 6 giorni e continua tuttora. Il fatto che i sionisti di sinistra (I laburisti) e quelli di destra (la corrente fascista di Jabotinsky) abbiano potuto cooperare per la costruzione dello stato ebraico sebbene con aspri scontri interni si spiega con la comune determinazione a raggiungere lo stesso obiettivo. Dopo il 1920 l’Inghilterra autorizza l’Yshuv ad eleggere una sorta di parlamento con un proprio esecutivo il Vaad Leumi (consiglio nazionale), il centro direttivo sionista è ancora all’estero, dalla metà degli anni 30 passa all’Yshuv. Il mandato britannico prevede la creazione di un’Agenzia ebraica come referente per l’autorità mandataria, sarà una specie di governo parallelo che provvederà  ad accelerare le immigrazioni. All’inizio dell’estate del 41’ fu fondato il Palmac, la forza armata, (migliaia di ebrei dell’Yshuv si erano arruolati nell’esercito britannico acquisendo notevole esperienza militare). Il governo inglese fornì ai sionisti un incondizionato appoggio politico ed economico, anche il Palmac fu costituito con il loro aiuto. Gli inglesi che avevano promesso agli arabi l’indipendenza barcamenandosi tra due promesse, di fatto sostenevano solo l’Yshuv. D’altra parte è del 1917 la lettera di Balfour  a Roshild in cui viene promesso un focolare ebraico in Palestina, in un momento in cui la regione apparteneva ancora all’impero ottomano. Una convergenza di interessi giocava il suo ruolo nel sodalizio britannico-sionista. L’Inghilterra  aveva interesse a mantenere sotto controllo la zona del canale di Suez, la via per le Indie, inoltre in quel periodo storico mentre l’impero ottomano si disgregava nascevano nel mondo arabo movimenti  di indipendenza anticolonialisti e nazionalisti. L’Europa aveva bisogno di una “sorveglianza” nella zona e i sionisti si proponevano di esercitarla, attraverso la costituzione di uno “stato amico”.
Fin dai primi anni del sionismo ci sono diverse voci contrarie alla costituzione di uno stato ebraico, tra gli stessi aderenti al movimento. Alcuni intellettuali come  Asher Ginsberg chiamato Uno del popolo, e il gruppo che faceva capo a Martin Buber ritenevano, il primo che non bisognava fondare uno stato né essere una maggioranza, ma solo un centro spirituale  di cultura ebraica laica e moderna, i secondi proponevano uno stato binazionale. Per quanto riguarda invece la piccola comunità ebraica che era sempre vissuta in Palestina essi erano fermamente contrari.

A differenza di altri colonialismi quello sionista non mirava solo a sfruttare le risorse del territorio colonizzato, ma ad ebraicizzarlo. Nella prima fase gli sforzi furono concentrati nell’acquisto della terra, il progetto era di comprare più terra possibile dai proprietari terrieri impiantarvi colonie e creare una continuità territoriale tra di esse, tutti gli ebrei della diaspora erano mobilitati per dare il loro contributo, in ogni casa c’era un bossolo del Keren kayemet le Israel, il Fondo nazionale ebraico che era stato fondato nel 1901 allo scopo di raccogliere denaro da investire nell’acquisto di terreni per le colonie che sarebbero diventati poi “proprietà inalienabile del popolo ebraico” cioè non potevano essere vendute agli arabi. Simultaneamente i lavoratori arabi furono sostituiti con  quelli ebrei. Una terza manovra fu il boicottaggio dei prodotti arabi, che spesso erano più economici. La rivolta del 36’ ricordò ai sionisti che nella terra senza popolo i palestinesi esistevano e che non avrebbero rinunciato a vivere liberi sulla loro terra. Ben Gurion finisce per accettare nel 37 il piano di spartizione della commissione Peel per la costituzione di uno stato ebraico in Galilea e altre zone costiere. Egli ritiene che questa sia una condizione provvisoria, nell’attesa di espandere il proprio territorio e intanto consolidare una legittimità. E’ la stessa ragione per cui accetta la spartizione dell’ONU nel 47. 

Nel 39 c’è un cambio di rotta, L’Inghilterra adotta il “libro bianco” che limita l’immigrazione ebraica e vieta l’acquisto di terreni arabi. In quel periodo la rivolta palestinese era stata stroncata e scoppiava la seconda guerra mondiale. Migliaia di clandestini si riversarono in Palestina. L’opinione pubblica mondiale è profondamente colpita dai battelli dei disperati che fuggivano dalla morte respinti dagli inglesi. I dirigenti sionisti denunciarono a gran voce il blocco delle immigrazioni che equivaleva a una condanna a morte per quella gente, ma per i palestinesi che erano disposti ad accogliere dei rifugiati, ma non dei coloni questo è solo propaganda. La Palestina aveva offerto asilo a migliaia di persone in fuga dalla guerra, durante la seconda guerra mondiale, ma queste persone pretendevano di prendere il posto della popolazione locale. In effetti questa circostanza accelerò l’obiettivo della costituzione dello stato ebraico. L’inghilterra non poteva più barcamenarsi con il linguaggio doppio tenuto fino allora e doveva far fronte al problema di un forte movimento nazionalista arabo, inoltre stava smobilitando. I gruppi armati sionisti scatenarono una rivolta contro gli inglesi con attentati sanguinosi. Dopo la frattura con l’Inghilterra i sionisti si rivolsero agli Stati Uniti, la potenza emergente. Il sostegno americano ad Israele continua tuttora, esso si basa allora come adesso sul bisogno di controllare le grandi risorse energetiche del Medio Oriente.  Sotto il mandato britannico i sionisti avevano avuto, al contrario dei palestinesi, la possibilità di organizzarsi politicamente e militarmente, quando dopo la spartizione dell’Onu fu proclamato lo stato ebraico esso esisteva già di fatto, ma la risoluzione dell’ONU conferì ad esso una legittimazione storica. Poiché l’obiettivo dei sionisti era uno stato ebraico essi temevano di essere una minoranza e quindi presero provvedimenti per contrastare la crescita demografica dei palestinesi. Nella guerra del 48 cercarono di espandere il più possibile il territorio. Per far questo distrussero centinaia di villaggi e città massacrando e cacciando gli abitanti. Centinaia di migliaia di profughi si riversarono nei paesi arabi circostanti, gli altri si trovavano fuori dai confini dello stato ebraico dove ora gli ebrei erano una maggioranza schiacciante. La guerra del 48 che i palestinesi chiamano Nakba, catastrofe, fu una guerra di pulizia etnica con l’evacuazione e la distruzione di almeno 400 villaggi, intere città Jaffa, Lydda, Ramleh furono completamente svuotate. Secondo lo storico Benny Morris almeno 80 massacri furono perpetrati tra il 47 e la fine del 48. Dopo la guerra la risoluzione dell’Onu 194 impose il ritorno dei profughi palestinesi, ma fu ignorata da Israele come del resto le successive 74 risoluzioni. Anzi, Israele istituì il Dipartimento per le proprietà degli arabi assenti, che si occupò di trasferire beni, terre e abitazioni di quei palestinesi che si erano trovati fuori dalle loro case prima dell’uno settembre del 48 in mani ebraiche e parallelamente istituì la legge del ritorno secondo la quale qualsiasi ebreo proveniente da qualsiasi parte del mondo se voleva poteva avere subito la cittadinanza in Israele, cittadinanza che si negava ai palestinesi che erano rimasti in Israele. Nel 67’ dopo l’occupazione militare della Cisgiordania e Gaza altri 300mila profughi si aggiunsero a quelli del 48’. La strategia sionista di colonizzazione cambiò dopo il 67, fino ad allora i sionisti avevano fatto di tutto per mantenere lo stato ebraico separato dalla popolazione palestinese, in quella fase la colonizzazione si radicalizzò e insediamenti ebraici furono creati fra i villaggi e le città palestinesi in modo da non lasciare nessuna zona in cui la popolazione palestinese risultasse omogenea allo scopo di impedire il sorgere di uno stato palestinese. La strategia dell’acquisto della terra era stato sostituito dalla conquista in guerra e dopo il 67 dalla pura e semplice espropriazione. Mentre inizialmente l’Histadrut aveva eliminato la competizione del lavoro palestinese, dopo il 67 consentì l’introduzione di più di centomila palestinesi come forza lavoro a basso costo da utilizzare sul mercato del lavoro. Ma soprattutto con l’occupazione Israele riuscì ad avere il controllo su tutte le fonti idriche più importanti.
In seguito la situazione è andata sempre peggiorando, sia sotto i governi laburisti che del Likud gli insediamenti ebraici nei territori occupati sono andati progressivamente aumentando, fino a lasciare piccole enclaves, senza contiguità territoriale, il territorio palestinese è costellato da centinaia di check point, nessuno può spostarsi liberamente, mentre i coloni hanno costruito by pass road per collegare le colonie ad Israele, strade che i palestinesi non possono percorrere, creando una evidente situazione di apartheid, dal 2002 il cosiddetto muro di separazione ha peggiorato ulteriormente la situazione, inglobando terre fertili e fonti d’acqua e circondando intere città o dividendo villaggi con una ripercussione sulla vita degli abitanti, a tutti i livelli. Gli accordi di Oslo che avrebbero dovuto portare a uno stato palestinese sono stati in realtà una più scientifica pianificazione dell’occupazione e hanno portato a un ulteriore impoverimento e confinamento. Particolarmente odioso il tentativo di cancellare la memoria e la cultura palestinese, da parte di un popolo che tanta importanza aveva dato alla memoria. Israele si è impegnata a fondo nel boicottaggio e nell’aggressione della cultura e dell’istruzione palestinese, chiudendo scuole, bombardando università, arrestando studenti e docenti, impedendo manifestazioni culturali di alto livello, uccidendo intellettuali e scrittori, consapevole che un popolo che non ha memoria e non ha cultura non ha neppure futuro, ma i palestinesi hanno dato sempre una grande importanza alla cultura e all’istruzione facendone una bandiera di resistenza. Capitoli particolarmente tragici sono quelli che riguardano la ebraicizzazione di Gerusalemme con la cacciata delle famiglie e la demolizione di case a Gerusalemme est e la situazione di Gaza trasformata in un inferno in terra. Se l’intento dei sionisti è sempre quello che dagli anni 30 in poi aveva come obiettivo quello di impossessarsi di più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi, questi obiettivi vengono oggi perseguiti con i metodi più turpi e più crudeli.

Fin dall’inizio del conflitto la comunità internazionale è stata in modo compatto dalla parte di Israele, in particolare gli Stati Uniti che riforniscono Israele di armi e di denaro e che hanno sempre usato il veto all’ONU contro i diritti dei palestinesi, essi avevano sperato in un aiuto dall’Europa perché imponesse a Israele il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della convenzione di Ginevra, istituita dopo gli orrori del nazismo, ma la UE se da una parte finanzia progetti per la costruzione di strutture che possono venir distrutte dall’esercito israeliano in qualsiasi momento, dall’altra non ha mai fatto un gesto concreto in favore della giustizia e dei diritti umani dei palestinesi, al contrario ha partecipato a un embargo internazionale contro un popolo occupato dopo le elezioni che avevano visto la vittoria di Hamas, e non si sono levate voci di protesta contro l’infamia dell’assedio di Gaza. In compenso L’Europa ha stipulato con Israele accordi commerciali e militari. Gli accordi commerciali con Israele contenevano l’art. 2 il quale subordinava tali accordi al rispetto dei diritti umani. Israele non ha rispettato quei diritti ma gli accordi non sono decaduti, al contrario intensificati. In particolare l’Italia ha recentemente firmato tre memorandum di intesa per l’istituzione di altrettanti laboratori congiunti tra i maggiori centri e agenzie di ricerca italiani e le più prestigiose università israeliane nel quadro dell’accordo di collaborazione scientifico-tecnologica tra Italia e Israele la cui dotazione finanziaria, grazie a Frattini, è stata triplicata passando da un milione a 3 milioni di euro, mentre continuano le esercitazioni militari congiunte dell’aviazione israeliana e italiana sul nostro territorio nazionale. Secondo le emittenti israeliane, l’esercitazione terminata il 16 ottobre in Sardegna ha acquistato per Israele una significativa importanza alla luce della recente decisione della Turchia di annullare la partecipazione israeliana ad un’esercitazione aerea multinazionale nel proprio territorio in segno di protesta per l’operazione piombo fuso a Gaza.

L’Italia ha rapporti privilegiati con Israele sia a livello commerciale sia a livello militare sia a livello accademico. I partiti della sinistra moderata non hanno mai fatto mancare ilo loro appoggio ad Israele, qualche anno fa “Sinistra per Israele” un’emanazione dell’attuale PD plaudiva all’uscita unilaterale di Sharon dalla striscia di Gaza e lo definiva “uomo di pace”, il salone del libro di Torino aveva invitato nel 2008 Israele come ospite d’onore, mentre alcuni scrittori ritenuti a torto pacifisti richiamano un folto pubblico. L’egemonia israeliana nella vita politica italiana è evidente, credo sia meno forte, ma non assente, nella cultura essendo un campo particolare più difficile da influenzare.
Il boicottaggio accademico verso Israele è giusto e auspicabile in quanto il mondo accademico israeliano non è estraneo all’occupazione, anzi spesso le università sono un laboratorio per la produzione di nuove armi e dispositivi di “sicurezza” usati ai danni dei palestinesi ed esportati in tutto il mondo. Inoltre il boicottaggio accademico è utile per scardinare la sicurezza di Israele e la sua convinzione di essere una democrazia accettata universalmente.
Le èlite più potenti del mondo hanno bisogno del conflitto in Medio Oriente per mantenere il proprio potere perciò non faranno nulla per cercare una soluzione, esse, gli Stati Uniti in primis, malgrado le speranze suscitate da Obama, hanno progetti nella regione che possono realizzarsi solo in assenza di pace democrazia e giustizia, perciò la risposta deve arrivare dalla società civile, quella israeliana e quella internazionale. In Israele ci sono gruppi di oppositori e di pacifisti che ripudiano l’occupazione e i palestinesi lottano da sempre per avere diritti civili, pace e giustizia dentro e fuori dalla linea verde, ma la sfida sarà quella di desionizzare la società ovvero lottare per l’eliminazione di tutte le leggi antidemocratiche, per la fine dell’occupazione per uguali diritti per tutti in tutta la Palestina storica senza più muri e check point, ma anche cambiare la mentalità e il sentire comune israeliano. Oggi Israele è una società fortemente militarizzata, il militarismo entra in ogni aspetto della vita quotidiana, “E’ nel latte delle nostre madri” dice Ruth Hiller di New Profile, l’esercito è il vero padrone e idolo della società, in questo quadro assume molta importanza il rifiuto crescente dei giovani israeliani di entrare nell’esercito. La proposta di uno stato binazionale era già stata avanzata dall’OLP ed è certamente più praticabile di uno stato palestinese indipendente accanto a quello israeliano, ormai vanificata. All’interno del dibattito per cercare una via verso la pace sono state proposte anche altre soluzioni come quella di una confederazione di stati, ma tutto ciò richiede forti cambiamenti e ancora un lungo cammino.

La narrazione che Israele ha fatto della sua storia secondo cui gli arabi se ne sono andati di propria volontà o convinti dagli altri stati arabi che promettevano loro di poter tornare dopo che Israele sarebbe stato “buttato a mare”, il rifiuto di riconoscere i massacri perpetrati, e la propria responsabilità nell’aver creato milioni di profughi, è stata corretta solo negli anni 90 dai nuovi storici, tuttavia questa narrazione ha fatto presa sia in Europa che negli USA e tuttora fa presa nonostante tutto probabilmente per un insieme di fattori concomitanti tra cui la manipolazione della realtà, interessi economici, il senso di colpa degli stati europei responsabili della tragedia della Shoah, e l’atteggiamento razzista, di cui l’ultima manifestazione è il cosiddetto scontro di civiltà, di chi pensa di essere più civile ed evoluto e nega credibilità a popolazioni che ritiene meno “Civili”.

Ebraismo e sionismo indicano due realtà non necessariamente collegate e confonderle è un grave errore. Prima della fondazione dello stato di Israele ciò era molto chiaro, in quanto solo una parte, e neppure la più consistente, del mondo ebraico si identificava nel sionismo. Dopo il 48 lo stato di Israele ha fatto di tutto per far apparire i due termini collegati e confusi, ma non tutti gli ebrei del mondo sono sionisti e neppure tutti gli ebrei israeliani. L’equiparazione dei due termini è un modo per vanificare ogni giusta critica all’operato dello stato israeliano che si fonda sull’ideologia sionista.

 

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