LUGLIO
2007: L’ESTATE DEL LIBANO E PALESTINA
L’estate
rappresenta, normalmente, allegria, divertimento e riposo dal lavoro
e dagli studi.
Non
per tutti, però. Per alcuni, infatti, significa invece
tensione, paura, guerra, morte. E’ successo in Afghanistan, in
Palestina, in Libano. L’arrivo del caldo facilita le riprese dei
conflitti in sospeso. In Libano, oggi, la guerra è finita, ma
il clima è teso. La situazione medio orientale è più
che mai complicata, confusa, non chiara. Le intenzioni di Washington
sono evidenti: per il benessere occidentale, occorre ridisegnare il
Medio Oriente. Gli ostacoli sono rappresentati da Hezbollah e da
Hamas. Per questo, tutto quello che succede in quell’area, ha un
preciso significato e, spesso dietro episodi apparentemente chiari,
si nascondono diverse verità.
Gli
Usa per eliminare le milizie sciita filo-iraniane, si servono
dell’esercito israeliano che ha, ovviamente, tutto l’interesse a
collaborare.
A
metà di maggio si è tornato a sparare in Libano, al
Nord, vicino al campo profughi palestinese di Nahr al Bared, tra
miliziani di Fatah al Islam e l’esercito libanese. Le sofferenze
dei palestinesi del campo non incontrano la solidarietà degli
abitanti di Tripoli, per non essere riusciti ad impedire, a questo
gruppo, di entrare nel campo. Nessuno vuole parlare, spiegare chi
sono i componenti di Fatah al Islam. Si preferisce dare la
responsabilità ai palestinesi. La sicurezza dei campi è
affidata alle sue varie organizzazioni politiche. Esistono due
comitati, uno detto della “sicurezza” e l’altro chiamato
“popolare”. Ogni partito politico del campo ha un suo membro in
questi comitati, ma non ci sono regole fisse, per lo più,
sono accordi fra le parti e, chi ha più forza, ha più
membri nel comitato.
Nel
campo di Nahr al Bared, dove il partito politico Al Fatah, insieme a
quello del Fronte Popolare, godono di larghi consensi, uomini armati
ne controllano ogni ingresso e nonostante questa attenta
sorveglianza, il gruppo di Fatah al Islam è riuscito ad
armarsi e reclutare circa duecento uomini. È naturale dunque
chiedersi come e perché è potuto accadere tutto questo.
Marwan
Abdulal, che è nato e che ha vissuto li tutta la sua
adolescenza, in una intervista rilasciata a Peacereporter, racconta
che il gruppo di Fatah al Islam è arrivato a Nahr al Bared
alla fine dell’anno scorso. Prima si erano insediati nella valle
della Bekaa, poi in alcuni campi di Beirut ed infine a Baddawi.
“Arrivati
infine in questo campo, avevano subito affittato delle case pagando
affitti alti, anche il doppio del loro valore - prosegue Marwan –
dicevano di essere con Fatah al Intifada ma, dopo pochi giorni, ci
siamo resi conto, osservando il loro modo di vivere, che non erano
palestinesi. Abbiamo cominciato a chiedere, ma le nostre domande, non
ebbero risposte”. Mohammed, un altro palestinese di questo campo,
rifugiatosi poi nel campo di Chatila a Beirut, racconta che quando,
sono iniziate a circolare voci relative a questo nuovo gruppo
salafita sunnita, sono iniziati i primi scontri all’interno del
campo, per poi arrivare a quello che sta succedendo oggi. Questi
uomini sostengono di non appartenere ad Al-Qaeda, sono per la
maggior parte dei sauditi, libanesi, siriani e sostengono di essere
dei resistenti e di voler combattere contro gli Stati Uniti e
Israele. Si sta combattendo ormai da due mesi e forse l’operazione
militare a Nahr el-Bared, sta svolgendo al termine. L’esercito
libanese, infatti, è progressivamente avanzato verso le
postazioni di Fatah al-Islam, all’interno del campo profughi. Il
bilancio delle vittime conta circa 245 miliziani, 115 soldati
libanesi e 40 civili uccisi negli scontri, costringendo alla fuga la
quasi totalità dei 40.000 profughi palestinesi, qui residenti.
Questo è il conflitto più grave dalla fine della guerra
civile ad oggi.
IL RUOLO DEI CASCHI BLU
In
Libano, la mancanza di sicurezza ed instabilità non solo si
trova al nord, ma purtroppo anche al sud. Alla fine di giugno,
infatti, le truppe Onu, vicino a Khiam, subirono un attentato, nel
quale persero la vita sei soldati spagnoli e tre colombiani. I
sospetti caddero immediatamente sul partito di Dio, ma, l’emittente
di Hezbollah, condannò, in modo categorico, l’accaduto.
La
missione Onu non può partecipare, in un modo attivo, al
disarmo dei gruppi armati, è quindi, oggetto di minacce, a
causa della crescente instabilità delle potenze del paese.
Negli ultimi anni, i gruppi legati al Al-Qaida si sono amplificati in
modo molto pericoloso. Si insediano all’interno dei vari campi
profughi palestinesi, approfittando dell’accordo del 1969, che
garantisce il diritto dei palestinesi di autodifendersi, senza
minimamente preoccuparsi della sicurezza degli stessi rifugiati.
L’ultimo attentato, che ha causato solo danni materiali, è
avvenuto verso la metà di luglio, nei pressi di Tiro. La
situazione, quindi, su tutto il territorio libanese, è
altamente pericolosa, pronta a scoppiare, quando “qualcuno”
deciderà l’atto finale. La replica di Prodi, avvenuta
durante la conferenza stampa con il primo ministro israeliano Olmert,
spiega, infatti, molte cose: l’Italia, se l’Onu lo dovesse
chiedere, è pronta a cambiare le regole di ingaggio nella
missione Unifil in Libano. La nostra missione di pace può
quindi mutare aspetto e trasformarsi in missione di guerra. Gli
interessi quindi sono molteplici e strettamente legati anche a quelli
della Palestina. La ferita dei profughi palestinesi è ancora
aperta e senza la sua risoluzione, il conflitto arabo-israeliano
rimarrà sempre irrisolto. Oggi i profughi sono quasi cinque
milioni, si tratta, quindi, di una tragedia umana, una questione
umanitaria e un problema politico. Si chiede l’applicazione della
risoluzione Onu 194 che è stata adottata 59 anni fa e che
promise ai rifugiati di poter far ritorno alle loro case. Il “diritto
al ritorno” è sempre servito ai governi israeliani come il
pretesto per poter rifiutare tutte le iniziative di pace. Il ritorno,
infatti, di 5 milioni di rifugiati significherebbe la fine di Israele
come stato a maggioranza ebraica e la creazione di uno stato
bi-nazionale. Le azioni del governo israeliano continuano ad essere
giustificate in nome di quello che il popolo ebraico ha subito con
la Shoa e che, per questo motivo, “ha quindi il diritto di vivere
in pace e in sicurezza con i popoli vicini” (affermazioni di Prodi
rilasciate il nove di luglio in visita ufficiale nella sede del
governo israeliano)
Ma
non solo Israele ha questo diritto….
MORIRE A GAZA
Intanto
si continua a sparare e a morire anche a Gaza.
Alla
fine di maggio nove civili palestinesi, fra cui donne e bambini, sono
rimasti feriti in un raid aereo israeliano contro un’obiettivo di
Hamas, a nord della striscia di Gaza. Il presidente palestinese Abu
Mazen, dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza,
ha costituito un nuovo esecutivo di emergenza, subito accettato con
favore dal governo israeliano che si è dichiarato disponibile
a riaprire i colloqui di pace.
La
prima conseguenza nell’aver escluso i membri di Hamas da questo
esecutivo, sarà la fine dell’embargo da parte di Israele,
Stati Uniti e Unione Europea, ma solo per l’Anp (autorità
nazionale palestinese). Nessun fondo verrà erogato invece
verso Gaza, sotto controllo di Hamas. In quest’ultimo anno di
attacchi israeliani, di embargo e guerra civile, gli abitanti di Gaza
hanno toccato il livello più basso di povertà.
Il
30% della popolazione di Gaza si trova senza corrente elettrica,
compreso gli ospedali. La mancanza di carburante preoccupa anche di
più delle carenze alimentari, perché significa il
blocco delle ambulanze per la distribuzione di medicinali.
Più
restrizioni verso Gaza significano più doni verso Fath. Oltre
aver sbloccato i finanziamenti, il governo israeliano ora annuncia
anche la liberazione di 250 prigionieri palestinesi in scadenza di
pena, ma nessuno legato ad Hamas. Questo però non cambia nulla
e non migliora di certo l’immagine dell’occupazione. I detenuti
palestinesi nelle carceri israeliane sono undicimila, di cui
trecentosettantasei bambini e centocinque donne. Ogni giorno vengono
arrestate mediamente circa cento persone. Questi 250 detenuti sono
solo quindi una goccia nel mare, una beffa, quindi, dell’oppressore!
PRIGIONIERI NELLA PROPRIA TERRA
La
dominazione israeliana è sempre presente. Al valico di Rafah,
il punto di passaggio tra Gaza e l’Egitto, centinaia di
palestinesi, da tre settimane, aspettano di tornare a casa. Gli
israeliani gli negano il passaggio.
Dormono
quindi all’aperto, trascorrono il tempo nell’area di confine,
senza nessun tipo di servizi. La maggior parte di loro non ha più
cibo, ne acqua, ne soldi. Una donna di 31 anni, madre di cinque
figli, è morta per mancanza di cure. Negano anche il passaggio
dei cadaveri per la sepoltura a Gaza. Il tutto giustificato
dall’autodifesa.
La
popolazione a Gaza deve essere annientata perché deve cacciare
Hamas. Lo stato ebraico ha cancellato dal computer il codice doganale
che identifica le merci in entrata a Gaza, dando disposizione di non
rimetterlo in funzione fino a nuovo ordine. In sole due settimane di
blocco i Palestinesi di Gaza hanno perso un milione e mezzo di
dollari. Israele sarebbe obbligata per legge a proteggere i civili,
invece, scrive il Jerusalem
Post “
ha adottato una politica di punizione collettiva, in violazione delle
norme internazionali che esplicitamente vietano di punire le persone
per fatti che non hanno commesso”.
UNO STRANO DIALOGO
La
collaborazione del governo israeliano con Fath è molto
sospetta. Olmert, infatti fino a qualche mese fa, non aveva mai
concesso nulla al presidente palestinese, contribuendo così
anche alla sua impopolarità, ora invece dichiara di volerlo
aiutare in ogni modo. La verità è che il governo di
Hamas è stato democraticamente eletto, ma questo non è
piaciuto agli israeliani che hanno tentato il tutto per farlo
cadere. Non avendo però raggiunto l’obiettivo, hanno
cambiato strategia, ordinando di mettere alla fame i palestinesi di
Gaza e di batterli con i cannoni. Condoliza Rice ha dichiarato : “
Hamas ha fatto la sua scelta. Ha voluto soffocare il dibattito
democratico, ora è dovere della comunità internazionale
sostenere quei palestinesi che vogliono costruire una vita migliore e
un futuro di pace”. La voce solitaria invece di Jimmy Carter recita
che “ il rifiuto di Bush di accettare la vittoria elettorale di
Hamas nel 2006 – una vittoria leale e democratica – è
stato criminale. E condanna il popolo palestinese a conflitti sempre
più gravi”.
Israele
ha dato il suo benestare al trasferimento di mille fucili M-16 dalla
Giordania alle forze dell’Anp in Cisgiordania. L’obiettivo è
certamente quello di voler rafforzare i servizi di sicurezza del
presidente Abbas, per impedire che Hamas possa prendere il controllo
anche della Cisgiordania.
Le
Brigate del martire Abu Ali Mustafa, ala militante del Fronte
Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno smentito la
notizia in merito alla loro probabile consegna delle armi all’Anp,
in base ad un accordo con Israele. Confermano il rifiuto categorico a
consegnare le armi sino a che esisterà l’occupazione sulla
loro terra. Il comunicato sottolinea anche il loro rifiuto
all’”amnistia” israeliana, considerandola un tentativo
disperato per dividere la resistenza e il popolo palestinese.
Si
continua a combattere, si continua a morire, si continuano ad
infrangere i diritti internazionali della vita, tutto in nome della
“democrazia”, e della “libertà”.