martedì 18 dicembre 2018   
  Cerca  
 
wwwalkemia.gif
  Login  
Medio Oriente » Luglio 2007 l'estate di Libano e Palestina  

LUGLIO 2007: L’ESTATE DEL LIBANO E PALESTINA

di Mirca Garuti

 
 


 

L’estate rappresenta, normalmente, allegria, divertimento e riposo dal lavoro e dagli studi.

 

Non per tutti, però. Per alcuni, infatti, significa invece tensione, paura, guerra, morte. E’ successo in Afghanistan, in Palestina, in Libano. L’arrivo del caldo facilita le riprese dei conflitti in sospeso. In Libano, oggi, la guerra è finita, ma il clima è teso. La situazione medio orientale è più che mai complicata, confusa, non chiara. Le intenzioni di Washington sono evidenti: per il benessere occidentale, occorre ridisegnare il Medio Oriente. Gli ostacoli sono rappresentati da Hezbollah e da Hamas. Per questo, tutto quello che succede in quell’area, ha un preciso significato e, spesso dietro episodi apparentemente chiari, si nascondono diverse verità.

 

Gli Usa per eliminare le milizie sciita filo-iraniane, si servono dell’esercito israeliano che ha, ovviamente, tutto l’interesse a collaborare.

 

A metà di maggio si è tornato a sparare in Libano, al Nord, vicino al campo profughi palestinese di Nahr al Bared, tra miliziani di Fatah al Islam e l’esercito libanese. Le sofferenze dei palestinesi del campo non incontrano la solidarietà degli abitanti di Tripoli, per non essere riusciti ad impedire, a questo gruppo, di entrare nel campo. Nessuno vuole parlare, spiegare chi sono i componenti di Fatah al Islam. Si preferisce dare la responsabilità ai palestinesi. La sicurezza dei campi è affidata alle sue varie organizzazioni politiche. Esistono due comitati, uno detto della “sicurezza” e l’altro chiamato “popolare”. Ogni partito politico del campo ha un suo membro in questi comitati, ma non ci sono regole fisse, per lo più, sono accordi fra le parti e, chi ha più forza, ha più membri nel comitato.

 

Nel campo di Nahr al Bared, dove il partito politico Al Fatah, insieme a quello del Fronte Popolare, godono di larghi consensi, uomini armati ne controllano ogni ingresso e nonostante questa attenta sorveglianza, il gruppo di Fatah al Islam è riuscito ad armarsi e reclutare circa duecento uomini. È naturale dunque chiedersi come e perché è potuto accadere tutto questo.

 

Marwan Abdulal, che è nato e che ha vissuto li tutta la sua adolescenza, in una intervista rilasciata a Peacereporter, racconta che il gruppo di Fatah al Islam è arrivato a Nahr al Bared alla fine dell’anno scorso. Prima si erano insediati nella valle della Bekaa, poi in alcuni campi di Beirut ed infine a Baddawi.

 

“Arrivati infine in questo campo, avevano subito affittato delle case pagando affitti alti, anche il doppio del loro valore - prosegue Marwan – dicevano di essere con Fatah al Intifada ma, dopo pochi giorni, ci siamo resi conto, osservando il loro modo di vivere, che non erano palestinesi. Abbiamo cominciato a chiedere, ma le nostre domande, non ebbero risposte”. Mohammed, un altro palestinese di questo campo, rifugiatosi poi nel campo di Chatila a Beirut, racconta che quando, sono iniziate a circolare voci relative a questo nuovo gruppo salafita sunnita, sono iniziati i primi scontri all’interno del campo, per poi arrivare a quello che sta succedendo oggi. Questi uomini sostengono di non appartenere ad Al-Qaeda, sono per la maggior parte dei sauditi, libanesi, siriani e sostengono di essere dei resistenti e di voler combattere contro gli Stati Uniti e Israele. Si sta combattendo ormai da due mesi e forse l’operazione militare a Nahr el-Bared, sta svolgendo al termine. L’esercito libanese, infatti, è progressivamente avanzato verso le postazioni di Fatah al-Islam, all’interno del campo profughi. Il bilancio delle vittime conta circa 245 miliziani, 115 soldati libanesi e 40 civili uccisi negli scontri, costringendo alla fuga la quasi totalità dei 40.000 profughi palestinesi, qui residenti. Questo è il conflitto più grave dalla fine della guerra civile ad oggi.

IL RUOLO DEI CASCHI BLU

In Libano, la mancanza di sicurezza ed instabilità non solo si trova al nord, ma purtroppo anche al sud. Alla fine di giugno, infatti, le truppe Onu, vicino a Khiam, subirono un attentato, nel quale persero la vita sei soldati spagnoli e tre colombiani. I sospetti caddero immediatamente sul partito di Dio, ma, l’emittente di Hezbollah, condannò, in modo categorico, l’accaduto.

 

La missione Onu non può partecipare, in un modo attivo, al disarmo dei gruppi armati, è quindi, oggetto di minacce, a causa della crescente instabilità delle potenze del paese. Negli ultimi anni, i gruppi legati al Al-Qaida si sono amplificati in modo molto pericoloso. Si insediano all’interno dei vari campi profughi palestinesi, approfittando dell’accordo del 1969, che garantisce il diritto dei palestinesi di autodifendersi, senza minimamente preoccuparsi della sicurezza degli stessi rifugiati. L’ultimo attentato, che ha causato solo danni materiali, è avvenuto verso la metà di luglio, nei pressi di Tiro. La situazione, quindi, su tutto il territorio libanese, è altamente pericolosa, pronta a scoppiare, quando “qualcuno” deciderà l’atto finale. La replica di Prodi, avvenuta durante la conferenza stampa con il primo ministro israeliano Olmert, spiega, infatti, molte cose: l’Italia, se l’Onu lo dovesse chiedere, è pronta a cambiare le regole di ingaggio nella missione Unifil in Libano. La nostra missione di pace può quindi mutare aspetto e trasformarsi in missione di guerra. Gli interessi quindi sono molteplici e strettamente legati anche a quelli della Palestina. La ferita dei profughi palestinesi è ancora aperta e senza la sua risoluzione, il conflitto arabo-israeliano rimarrà sempre irrisolto. Oggi i profughi sono quasi cinque milioni, si tratta, quindi, di una tragedia umana, una questione umanitaria e un problema politico. Si chiede l’applicazione della risoluzione Onu 194 che è stata adottata 59 anni fa e che promise ai rifugiati di poter far ritorno alle loro case. Il “diritto al ritorno” è sempre servito ai governi israeliani come il pretesto per poter rifiutare tutte le iniziative di pace. Il ritorno, infatti, di 5 milioni di rifugiati significherebbe la fine di Israele come stato a maggioranza ebraica e la creazione di uno stato bi-nazionale. Le azioni del governo israeliano continuano ad essere giustificate in nome di quello che il popolo ebraico ha subito con la Shoa e che, per questo motivo, “ha quindi il diritto di vivere in pace e in sicurezza con i popoli vicini” (affermazioni di Prodi rilasciate il nove di luglio in visita ufficiale nella sede del governo israeliano)

 

Ma non solo Israele ha questo diritto….

 
MORIRE A GAZA

Intanto si continua a sparare e a morire anche a Gaza.

 

Alla fine di maggio nove civili palestinesi, fra cui donne e bambini, sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano contro un’obiettivo di Hamas, a nord della striscia di Gaza. Il presidente palestinese Abu Mazen, dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, ha costituito un nuovo esecutivo di emergenza, subito accettato con favore dal governo israeliano che si è dichiarato disponibile a riaprire i colloqui di pace.

 

La prima conseguenza nell’aver escluso i membri di Hamas da questo esecutivo, sarà la fine dell’embargo da parte di Israele, Stati Uniti e Unione Europea, ma solo per l’Anp (autorità nazionale palestinese). Nessun fondo verrà erogato invece verso Gaza, sotto controllo di Hamas. In quest’ultimo anno di attacchi israeliani, di embargo e guerra civile, gli abitanti di Gaza hanno toccato il livello più basso di povertà.

 

Il 30% della popolazione di Gaza si trova senza corrente elettrica, compreso gli ospedali. La mancanza di carburante preoccupa anche di più delle carenze alimentari, perché significa il blocco delle ambulanze per la distribuzione di medicinali.

 

Più restrizioni verso Gaza significano più doni verso Fath. Oltre aver sbloccato i finanziamenti, il governo israeliano ora annuncia anche la liberazione di 250 prigionieri palestinesi in scadenza di pena, ma nessuno legato ad Hamas. Questo però non cambia nulla e non migliora di certo l’immagine dell’occupazione. I detenuti palestinesi nelle carceri israeliane sono undicimila, di cui trecentosettantasei bambini e centocinque donne. Ogni giorno vengono arrestate mediamente circa cento persone. Questi 250 detenuti sono solo quindi una goccia nel mare, una beffa, quindi, dell’oppressore!

 
PRIGIONIERI NELLA PROPRIA TERRA

La dominazione israeliana è sempre presente. Al valico di Rafah, il punto di passaggio tra Gaza e l’Egitto, centinaia di palestinesi, da tre settimane, aspettano di tornare a casa. Gli israeliani gli negano il passaggio.

 

Dormono quindi all’aperto, trascorrono il tempo nell’area di confine, senza nessun tipo di servizi. La maggior parte di loro non ha più cibo, ne acqua, ne soldi. Una donna di 31 anni, madre di cinque figli, è morta per mancanza di cure. Negano anche il passaggio dei cadaveri per la sepoltura a Gaza. Il tutto giustificato dall’autodifesa.

 

La popolazione a Gaza deve essere annientata perché deve cacciare Hamas. Lo stato ebraico ha cancellato dal computer il codice doganale che identifica le merci in entrata a Gaza, dando disposizione di non rimetterlo in funzione fino a nuovo ordine. In sole due settimane di blocco i Palestinesi di Gaza hanno perso un milione e mezzo di dollari. Israele sarebbe obbligata per legge a proteggere i civili, invece, scrive il Jerusalem Post “ ha adottato una politica di punizione collettiva, in violazione delle norme internazionali che esplicitamente vietano di punire le persone per fatti che non hanno commesso”.

 
UNO STRANO DIALOGO

La collaborazione del governo israeliano con Fath è molto sospetta. Olmert, infatti fino a qualche mese fa, non aveva mai concesso nulla al presidente palestinese, contribuendo così anche alla sua impopolarità, ora invece dichiara di volerlo aiutare in ogni modo. La verità è che il governo di Hamas è stato democraticamente eletto, ma questo non è piaciuto agli israeliani che hanno tentato il tutto per farlo cadere. Non avendo però raggiunto l’obiettivo, hanno cambiato strategia, ordinando di mettere alla fame i palestinesi di Gaza e di batterli con i cannoni. Condoliza Rice ha dichiarato : “ Hamas ha fatto la sua scelta. Ha voluto soffocare il dibattito democratico, ora è dovere della comunità internazionale sostenere quei palestinesi che vogliono costruire una vita migliore e un futuro di pace”. La voce solitaria invece di Jimmy Carter recita che “ il rifiuto di Bush di accettare la vittoria elettorale di Hamas nel 2006 – una vittoria leale e democratica – è stato criminale. E condanna il popolo palestinese a conflitti sempre più gravi”.

 

Israele ha dato il suo benestare al trasferimento di mille fucili M-16 dalla Giordania alle forze dell’Anp in Cisgiordania. L’obiettivo è certamente quello di voler rafforzare i servizi di sicurezza del presidente Abbas, per impedire che Hamas possa prendere il controllo anche della Cisgiordania.

 

Le Brigate del martire Abu Ali Mustafa, ala militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno smentito la notizia in merito alla loro probabile consegna delle armi all’Anp, in base ad un accordo con Israele. Confermano il rifiuto categorico a consegnare le armi sino a che esisterà l’occupazione sulla loro terra. Il comunicato sottolinea anche il loro rifiuto all’”amnistia” israeliana, considerandola un tentativo disperato per dividere la resistenza e il popolo palestinese.

 

Si continua a combattere, si continua a morire, si continuano ad infrangere i diritti internazionali della vita, tutto in nome della “democrazia”, e della “libertà”.

DotNetNuke® is copyright 2002-2018 by DotNetNuke Corporation