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Medio Oriente » NEWROZ 2013: l'urlo del popolo curdo  

L'espulsione di Antonio Olivieri dell'ass. "Verso il Kurdistan"

LA REDAZIONE DI ALKEMIA IN KURDISTAN AL FIANCO

DEGLI OSSERVATORI INTERNAZIONALI

NEWROZ 2013: L’URLO DEL POPOLO KURDO

Testimonianza di Mirca Garuti

(1° parte)

 

“Mi hanno ritirato il passaporto e portato in uno stanzone, lì c’erano altri stranieri. Nessuna spiegazione, ovviamente. Solo la comunicazione che sarei stato rimpatriato, e per tutta la notte una bottiglietta d’acqua”.

Queste sono le prime parole di Antonio Olivieri, presidente dell’associazione "Verso il Kurdistan", intervistato al suo rientro in Italia dopo l’espulsione dalla Turchia perché “indesiderato per motivi politici”. Così è iniziato il viaggio della delegazione italiana per monitorare la situazione dei diritti umani e partecipare ai festeggiamenti del Newroz 2013 in Turchia. Domenica 17 marzo scorso all’aeroporto Ataturk d’Istanbul, Antonio Olivieri è stato subito isolato dal resto del gruppo, sequestrato i documenti, perquisito e trattenuto, per poi essere espulso.  “Siamo un gruppo, una delegazione dell’associazione che ogni anno partecipa al Newroz, il capodanno Kurdo (che si festeggia il 21 marzo). Dovevamo raggiungere Van, Yuksekova, Hakkari, Sirnak e Diyarbakir. Portavamo aiuti alle famiglie e borse di studio per le ragazze”, continua così Antonio nella sua intervista.  Antonio non è purtroppo l’unico italiano che segue pacificamente e con determinazione la questione curda, soggetto al respingimento dalla Turchia, basta citare per esempio: Aldo Canestrari, l’avvocato Arturo Salerni, Carlotta Grisi e Francesco Marilungo. Antonio pone l’accento infine che questi atti d’intimidazione da parte del governo di Ankara “non cambieranno la nostra attività. Noi proseguiremo negli aiuti. Noi vogliamo solo portare avanti i nostri progetti.”

Il viaggio della delegazione italiana inizia quindi senza la presenza del responsabile dell’Associazione “Verso il Kurdistan” ma, senza alcuna esitazione, anzi, con una più forte determinazione.

Il Newroz 2013 celebrato in Turchia ha, nonostante tutto, qualcosa di diverso rispetto a quelli degli anni passati. L'atmosfera che si respira è dolce, come una sottile brezza che accarezza la pelle. E’ la speranza, chiusa dentro ogni cuore del popolo curdo, che lentamente si fa strada tra mille ricordi e disillusioni. Chissà se oggi si potrà riuscire finalmente ad arrivare ad una vera pace?  A non dover mai più andare a portare omaggio ai familiari di vittime di massacri, come quello avvenuto un anno e mezzo fa a Roboski?

Il leader storico del PKK, Abdullah Ocalan ha teso una mano, ora tocca al governo turco dimostrare la serietà e volontà di mettere in pratica i nuovi progetti di pace, fino ad oggi rimasti sempre solo sulla carta. Questa è l'ultima possibilità di poter arrivare alla conclusione di un conflitto che dura ormai da troppo tempo. L'alternativa è quella di un'altra nuova guerra e, questa volta sarà una grande guerra popolare.

Il 21 marzo, il gruppo “La delegazione di Van” dell'associazione Verso il Kurdistan è riuscita a raggiungere Diyarbakir per partecipare al grande Newroz, considerato da tutti il grande evento storico. Per questo abbiamo cambiato il nostro programma anche perché i sindaci di Hakkari e Sirnak che dovevamo incontrare proprio quello stesso giorno erano diretti entrambi a Diyarbakir.

Il 20 marzo, nelle prime ore del pomeriggio, abbiamo quindi lasciato Yuksekova per raggiungere Mardin (circa 500 Km), tappa intermedia, per arrivare a Diyarbakir, il giorno successivo. Durante il tragitto abbiamo incontrato nove posti di blocco, sei dei quali negli ultimi 60 chilometri, dove siamo stati sempre fermati per il controllo dei passaporti e verifica del nostro programma. La polizia sapeva già dove stavamo andando.

                                             

Lasciamo Mardin la mattina del 21 marzo per raggiungere finalmente Diyarbakir.

Già dalle prime ore del giorno si poteva presagire l'immensa folla che si stava spingendo verso il luogo prestabilito: lunghe file d’auto, pulmini, carretti e a piedi, tanti uomini, donne, bambini, anziani. Il tutto succedeva tra i suoni concitati dei clakson delle auto che sembrava volessero chiamare a raccolta tutte le persone, tra lo sventolio delle bandiere dai colori giallo, rosso, verde e gli slogan urlati che ripetevano in continuazione le parole “Apo, Apo e Libertà, Democrazia”. 

Com'era diversa l'atmosfera l'anno scorso! Allora si respirava solo tensione, paura e rabbia. La polizia era in tenuta anti sommossa ed aveva negato l'autorizzazione per la celebrazione del Newroz.  (vedi newroz 2012) I lacrimogeni ed i getti d'acqua non erano però riusciti a bloccare il milione di persone che alla fine aveva partecipato al Newroz. Se l'impatto di tutta quella folla dell'anno scorso è stato sorprendente, entusiasmante e molto caloroso, si può tranquillamente immaginare come sia stato quest'anno, con la presenza di oltre due milioni di persone. Un'emozione straordinaria. Un fiume immenso di donne, bambini, uomini, tutti accorsi per assistere alla lettura della lettera di Ocalan indirizzata a loro, al popolo del Newroz. Suoni, musica, colori, balli ma, soprattutto, libertà di poter esprimere la propria gioia per una vera speranza di pace.

Non avevo mai visto una tale folla! E' importante schierarsi al fianco di questo popolo dimenticato dal resto del mondo. Si capisce di essere dalla parte giusta, dalla parte di chi chiede giustizia e, nello stesso tempo, cresce, però la rabbia per l'indifferenza che domina non solo tra le persone comuni ma, sopratutto da parte di tutti i governi europei e non, compresa la nostra bella Italia. 

 
 

Dopo aver attraversato prati, terreni incolti, pietraie, siamo arrivati ai margini della grande area, già completamente occupata da una marea di persone. Non ci siamo fermati. Senza considerare un probabile pericolo, dato l’enormità della massa di persone che avevamo davanti a noi, ci siamo letteralmente tuffati tra la gente per poter raggiungere il palco centrale, per portare la nostra solidarietà al popolo kurdo. La visione dal palco è stata, infatti, sorprendente, spettacolare, da brividi. L'emozione che si è impadronita di noi tutti è stata enorme.  La popolazione curda si è dimostrata con la nostra delegazione attenta, premurosa e felice per la nostra presenza.

Gli interventi politici tenuti dai vari esponenti del partito BDP, dai sindaci di tante città e responsabili d’organizzazioni della società civile curda sono stati numerosi. Erano presenti, oltre a noi, anche tante altre delegazioni straniere, tutte accolte con grande entusiasmo e calore.

Il momento più importante ed atteso è stato naturalmente quello relativo alla lettura della lettera di Ocalan* accolta da un’enorme ovazione da parte di tutti i presenti, nel momento in cui un deputato ha iniziato con i saluti di Abdullah Ocalan al suo popolo: “Saluto il Newroz di libertà degli oppressi - Saluto il popolo del Medio Oriente e dell’Asia Centrale che celebra questo giorno di risveglio, rinascita e rigenerazione del Newroz con straordinaria partecipazione e unità… - Saluto tutti i popoli che celebrano il Newroz, questo giorno luminoso che marca il punto di svolta di una nuova era, con grande entusiasmo e tolleranza democratica… - Saluto tutti coloro che percorrono il lungo percorso per i diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza… - Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia, dove sono nate l’agricoltura e le prime civilizzazioni, ai piedi dei Monti Tauros e Zagros fino alle rive dei fiumi Eufrate e Tigri. Saluto il popolo curdo…”

Le parti più significative sulle quali si è aperto un dibattito sia tra il popolo curdo e sia tra tutte quelle forze politiche ed organizzazioni che si occupano della questione curda, sono state naturalmente quelle relative a:

- “ E’ tempo che le armi tacciano e che le idee parlino”

- “ E’ il momento che la politica vada oltre le armi”

- “ E’ tempo che le nostre forze armate si ritirino oltre il confine”

- “ Questo è un nuovo inizio, non è una fine”

- “ E’ l’inizio di una nuova lotta in favore di tutte le minoranze etniche”

- “ I turchi e i curdi hanno inaugurato insieme il Parlamento nel 1920”

- “ Abbiamo costruito insieme il passato e adesso abbiamo bisogno di mantenerlo insieme”

 

* testo completo della lettera di Ocalan

 Foto Newroz di Diyarbakir

Le musiche del Newroz

La lettera di Ocalan ha in pratica concluso il Newroz di Amed (Diyarbakir). I balli, la musica, la speranza continuano ad animare gli animi della popolazione curda, ma chissà, mi chiedo, mentre mi avvio all’uscita della grande spianata, se davvero ci sarà una svolta positiva per questo martoriato popolo?
                                                                                                      

Il passato certamente non ci offre molte illusioni in merito, se pensiamo ai tanti tentativi di dialogo, in particolare, “all’apertura curda del 2009” e alle “trattative di Oslo del 2011”, oppure agli otto tentativi di “cessate il fuoco” da parte del PKK dal 1993 ad oggi, tutti falliti.

Le trattative di oggi sono iniziate ad ottobre scorso, quando la questione curda è ritornata ad essere al centro di un nuovo dialogo tra lo stato turco e Abdullah Ocalan, con l’obiettivo di mettere fine al conflitto tra il PKK e l’esercito turco. Trent’anni di guerra hanno, infatti, provocato oltre 40mila vittime e, nel solo 2012, anno oggetto di violenti scontri, i morti militanti nel PKK sono stati 1500 e tra i soldati turchi, 601. Il 17 novembre Ocalan annuncia l’avvio dei colloqui con il MIT (servizi segreti turchi) e, contemporaneamente, attraverso suo fratello Mehmet, dopo il loro incontro sull’isola di Imrali, trasmette un appello ai prigionieri (un centinaio) in sciopero della fame invitandoli a cessare questa forma di protesta. Ocalan dichiara che “I prigionieri in sciopero della fame si sono addossati sulle loro spalle le responsabilità di coloro che sono fuori, i quali dovrebbero evitare comunque di appesantire i prigionieri con le loro proprie responsabilità e doveri. Oltre alla mia disapprovazione dell’atto dello sciopero della fame, penso che questo dovrebbe essere intrapreso dalle persone all’esterno delle carceri se necessario, non dalle persone all’interno. Questo atto estremamente significativo deve avere termine senza esitazione poiché ha raggiunto il suo scopo primario. Intendo salutare specialmente tutti coloro che sono in sciopero della fame, in particolare quelli del primo e secondo gruppo”.

I colloqui di pace sono diventati ufficiali, quando il 3 gennaio 2013, il governo ha permesso ad una delegazione di due deputati del partito BDP d’incontrare Ocalan che da 18 mesi poteva vedere solo i suoi familiari. Il 9 gennaio a Parigi sono uccise tre attiviste curde: Sakine Cansiz (una fondatrice del Pkk insieme al leader Ocalan nel 1978), Fidan Dogan e Leyla Soylemez. Le ipotesi che si fanno sui mandanti sono tante, possono essere stati tutti, da una faida interna al movimento curdo, allo Stato turco, oppure i servizi segreti iraniani, siriani fino ad arrivare ai “Lupi grigi” (gruppo estremista nazionalista turco). La coincidenza temporale però con la ripresa dei negoziati curdo-turchi fa pensare unicamente ad un tentativo di sabotaggio, ma per fortuna i colloqui di pace non sono cessati. Il 25 gennaio il Parlamento turco ha approvato una legge che permette ai curdi di difendersi in tribunale usando la propria lingua. Il secondo incontro con Ocalan da parte della delegazione dei parlamentari curdi Sirri Sureyya Onder, Pelvin Budan e Altan Tan, avvenuto il 23 febbraio scorso, è stato molto importante perché ha portato una maggiore chiarezza sul piano di risoluzione del conflitto. Occasione che ha permesso ad Ocalan di inoltrare tre lettere identiche al partito BDP, ai militanti del PKK stanziati sui monti nel nord Iraq e alla parte europea del KCK ( Unione delle comunità del Kurdistan) nelle quali presenta la sua Road-map per il processo di pace.

 La road-map si sviluppa su tre diverse fasi. La prima “la filosofia della pace” mette in primo piano lo sviluppo di una nuova costituzione che possa dare una definizione di “cittadinanza libera da ogni tipo di riferimento etnico”, fondata su una “completa democrazia” e sui “principi della giurisprudenza internazionale”. La seconda “il piano d’azione” prevede il ritiro delle forze del PKK al di là del confine turco dal 21 marzo fino alla fine del mese di luglio. Il “ritiro” afferma però Ocalan deve essere reciproco ed approvato dal parlamento. Erdogan ha affermato che il processo di pace “inizierà de facto quando i membri del PKK si ritireranno in un altro paese”. L’ultima parte “eventuali problemi e conclusioni” dovrebbe mettere fine al processo di pace.

Le speranze sono tante, ma come anche la paura di restare soli senza più l’aiuto e la protezione del PKK.

Chi lotterà per le 10mila persone, amministratori locali, giornalisti, politici curdi che sono ancora in carcere?

                                                                                                                   

      

 

Perché quindi oggi la situazione dovrebbe essere più favorevole? Sulla carta ci sono alcuni nuovi elementi che fanno la differenza: la situazione in Siria, il sistema di presidenzialismo alla turca a cui aspira Erdogan e la scelta di coinvolgere apertamente Ocalan come interlocutore.

L’apertura di Erdogan non è solo dovuta a motivi di sicurezza nazionale, ma anche e soprattutto al cambiamento avvenuto nel contesto regionale. La guerra civile in Siria ha, infatti, creato molti timori e preoccupazioni al governo turco: la riapertura della questione curda con il ritorno dei sentimenti nazionalisti, i profughi, l’aumento delle divisioni etniche e la frenata dell’economia in forte sviluppo in Anatolia.

Il peso politico dei curdi all’interno del conflitto in Siria è diventato importante se si guarda a quello che sta succedendo al confine sudorientale con la Turchia. La Turchia, infatti, teme che possa accadere in Siria quello che è successo nel Nord Iraq, ossia la formazione di un’area d’autonomia politica, il che significa per Ankara la possibilità di avere due entità curde autonome sui suoi confini. La politica del primo ministro turco Erdogan verso le popolazioni in fuga da guerre è normalmente sempre stata quella del rispetto e della collaborazione attraverso aiuti umanitari. Quando però si tratta di curdi, il modo di agire cambia.  La possibilità dei curdi siriani di poter considerare il loro territorio in forma autonoma, se pur all’interno della Siria, non ha di certo rallegrato Erdogan. Questa probabilità lo ha, infatti, spinto a mettere in pratica alcune selezioni riguardanti gli aiuti sia ai profughi in fuga dalla Siria e sia a quelli già presenti sul territorio turco.

Quando l’esercito di Assad, a causa dell’intensificazione dei combattimenti nella regione, si era ritirato dal Kurdistan siriano, delegandone la sicurezza alle milizie curde, i curdi avevano intravisto l’occasione di potersi servire della guerra siriana per creare uno Stato autonomo nel nord del paese. Il Supremo Consiglio curdo, appoggiato dal governo del Kurdistan iracheno, è formato da vari partiti curdo-siriano, tra i quali emerge il Pyd (Partito dell’Unione Democratica), fondato nel 2003 che rappresenta l’ala sinistra del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). I suoi militanti con il Consiglio nazionale curdo hanno composto le “Unità di difesa popolari” (Ypg) che a fine luglio avevano preso il controllo delle città curde al nord della Siria non permettendo a nessuno, né ai ribelli e né all’esercito di Assad, di infiltrarsi. La tranquillità però è durata poco. Verso fine ottobre sono iniziati gli scontri. Il Centro Informazioni e Relazioni del Partito dell’Unione Democratica (Pyd) il 21 novembre 2012 rilascia una dichiarazione diretta all’opinione pubblica internazionale in merito all’incursione con carri armati della città di Sare-kanye da parte del regime turco insieme a gruppi salafiti: “Sin dall’inizio della Gloriosa Rivoluzione Siriana, il regime turco ha interferito negli affari interni influenzandone il corso. Quando il popolo è insorto contro la tirannia, il suo scopo era quello di condurre una rivoluzione pacifica in nome della democrazia… Il regime siriano insieme al regime turco ha armato dei gruppi per destabilizzare la rivoluzione e renderla il più possibile violenta..  Poiché il popolo curdo è stato capace di difendersi dagli assalti del regime è riuscito a prendere il controllo della regione e quasi tutte le città curde sono amministrate dal popolo che ha trasformato le istituzioni siriane esistenti in consigli cittadini, contrariamente agli obiettivi del regime turco… Il regime fascista ha iniziato a mettere in atto il suo progetto da Efrin e Aleppo, ma ha fallito, dall’8 di questo mese ha spinto verso la regione di Sarekaniye una moltitudine di salafiti e Jidaisti che aveva rifornito di armi e mobilitato da diversi luoghi della Turchia. Organizzazioni popolari, inclusi consigli e comitati, hanno tentato a lungo di negoziare con gli invasori e con i fratelli arabi, ma queste forze hanno rifiutato ogni tipo di accordo e hanno cominciato uccidendo il capo dell’amministrazione locale ed uno dei suoi compagni a tradimento. E’ questo episodio che ha comportato la necessità di un intervento del YPG per bloccare gli aggressori… Tuttavia l’intervento di sette carri armati e di veicoli corazzati provenienti dal confine turco ha scioccato tutti e hanno cominciato a bombardare i villaggi e le zone curde a caso per terrorizzare la popolazione e disperderla… Noi, in qualità di Partito dell’Unione Democratica, condanniamo questa interferenza sfacciata e sanguinosa/cruenta negli affari del popolo siriano in generale e del popolo curdo in particolare, sia da parte dei gruppi salafiti che da parte del regime turco e chiediamo alla nostra gente di rimanere sulle loro terre, sulla loro patria e di difendere i luoghi sacri.”

 Il Co-Presidente del Partito dell’Unione Democratica (PYD), Saleh Muslim ha firmato un documento datato 1 novembre 2012 nel quale spiega la visione dei curdi in merito alla situazione in Siria. La rivoluzione siriana è iniziata nel 2011, ma non per il popolo curdo. Per i curdi siriani, la rivoluzione è iniziata il 12 marzo 2004. Militanti arabi del partito Baath armati e con foto di Saddam Hussein, sfruttando l’occasione di una partita di calcio che si svolgeva a Qamishlo, città a nord-est della Siria, al confine con la Turchia vicino alla città turca di Nusaybin, hanno attaccato la popolazione civile curda d’ogni città del Kurdistan sudoccidentale provocando centinaia di feriti, migliaia d’arresti ed oltre 100 morti tra la popolazione curda. Questo ha unito la popolazione del Kurdistan Occidentale contro il repressivo regime baathista. I Newroz del 2008 e 2010 sono stati duramente repressi con migliaia di nazionalisti curdi arrestati e torturati. Nel marzo 2011 erano detenuti nelle carceri e nelle prigioni sotterranee dell’intelligence siriana 1.500 sostenitori della causa curda. Quando è iniziata la rivoluzione siriana per la libertà, per la democrazia e la dignità, i curdi sono stati i primi partecipanti a questa lotta insieme al popolo siriano. Muslim afferma che i curdi e le organizzazioni democratiche arabe avevano concordato che “La rivoluzione siriana dovesse rimanere pacifica e che ci saremmo impadroniti dei nostri diritti tramite mezzi democratici, con la preservazione dell’autodifesa pubblica fino a giungere ad una completa disobbedienza civile. Dobbiamo evitare la rivoluzione armata in qualsiasi circostanza.” Il PYD ha aderito alla “Corporazione Nazionale di Coordinamento per le Forze di Cambiamento Democratico” e messo in atto nel 2007 il progetto “Autonomia Democratica”. I partner arabi del popolo curdo però non sono stati capaci di organizzare la popolazione e di controllare la situazione, permettendo così al regime ed ai vari interventi esterni di deviare il percorso pacifico della rivoluzione portandola ad armarsi.

Muslim, in un’intervista del giornalista Lorenzo Giroffi rilasciata il 9 dicembre 2012 a Bruxelles ad una conferenza al Parlamento Europeo e riportata nel sito “First Line Press”, ha dichiarato: “Sappiamo che non possiamo fidarci del regime e che la sua ritirata dai territori abitati e controllati dai curdi non è un segnale di collaborazione, ma solo frutto d’interessi, perché per Assad oggi sarebbe dispendioso aprire un fronte anche contro i curdi siriani. Inoltre il regime conosce bene la composizione delle nostre formazioni. Noi non ospitiamo estremisti islamici o mercenari dalla Turchia, anche per questo ci lascia perdere. Noi siamo una parte del popolo siriano, il quindici per cento di tutta la popolazione. Personalmente mi auguro che quando finalmente cadrà il regime potremo osservare comunque una Siria unita. Di federazioni o confederazioni ne parleremo quando tutti i partiti siriani saranno eletti democraticamente. Io vorrei che i curdi in Siria fossero culturalmente (con libertà di uso della propria lingua) ed amministrativamente autonomi, ma comunque parte del Paese. In tutto questo processo di democratizzazione però il PYD si tiene assolutamente lontano dall’esercito di liberazione e non sono un caso gli scontri con esso. Alcune loro milizie arrivano nel nostro territorio urlando di voler liberare il territorio dalle truppe del regime, ma le nostre zone sono già libere: ci siamo noi. L’esercito di liberazione vuole intromettersi, ma noi abbiamo già il controllo. In qualche modo ci siamo già sbarazzati del regime, senza l’intromissione di milizie di estremisti islamici, come invece è composto l’esercito dei ribelli. Noi siamo stati sempre contrari al tipo di lotta armata al regime proposta dall’esercito di liberazione ed anche alla chiamata dell’intervento internazionale. Siamo a favore della gestione diretta del territorio ed alla protezione del suo popolo. Siamo curdi siriani, quindi non abbiamo relazioni politiche, ma solo di amicizia, con gli altri partiti Kurdistan iraniano, iracheno e turco. Naturalmente le idee di Abdullah Öcalan  hanno ispirato anche il PYD, però poi il nostro programma e le nostre linee sono state modellate in altra maniera. La cosa imprescindibile per noi sono solo i diritti dei curdi”.

 

                                                                                            

 I termini esatti dei colloqui tra Ocalan e il governo turco rimangono tuttavia nascosti e non si sa quali possono essere le concessioni che Erdogan è disposto a concedere. Il partito AKP di Erdogan vuole raggiungere l’approvazione dell’emendamento alla costituzione che prevede un sistema presidenziale. Per questo ha bisogno anche dell’appoggio del partito curdo del BDP. Ocalan sembra favorevole a questo cambiamento della carta e, se il governo turco si dimostrasse disponibile a voler discutere sulla questione di una nuova definizione di cittadinanza che comprenda anche l’identità curda, sul riconoscimento del curdo come seconda lingua e l’istituzione di parlamenti regionali, allora forse la fine del conflitto potrebbe terminare veramente. La Turchia ha bisogno di risolvere la questione curda anche perché aspira, per le nuove situazioni politiche venutesi a creare con le Primavere Arabe, ad essere la nuova leadership regionale. Riconoscere quindi i diritti ai curdi significherebbe fare un passo avanti verso la pace nazionale e la democrazia ottenendo così anche una maggiore legittimazione a livello internazionale. Erdogan, inoltre, intende candidarsi alle prossime elezioni del 2014 per la Presidenza della Repubblica, le prime a suffragio diretto, presentandosi con la vittoria storica personale dell’accordo con il PKK.  Erdogan, oltre alla Presidenza, sente anche l’odore del prossimo Nobel per la pace. Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Presidente del Comitato Nobel, il norvegese Thorbjiorn Jagland, infatti, ha ventilato l’ipotesi che il Nobel per la pace 2013 potrebbe andare al Premier turco se riuscisse a trovare una soluzione politica al conflitto curdo. Erdogan, quindi, se le trattative in corso con Ocalan avranno un esito positivo, potrà essere un candidato valido al Nobel.

 

                                                                                                     

La strada da percorrere è però molto lunga e difficile, occorre essere molto cauti e prudenti. Per esempio, il primo aprile scorso è scaduto il termite dato alla “Commissione di conciliazione costituzionale”, formata da tre rappresentanti per ognuno dei quattro partiti presenti oggi in parlamento, per presentare una bozza relativa alla nuova legge. Il motivo è dato dalle grandi divergenze sulla forma istituzionale che si vuole dare alla nuova Turchia. Sostituire l’attuale costituzione formata dai militari dopo il colpo di stato del 1980 con una nuova più aperta e dinamica, non è certo facile. La difficoltà di mettere d’accordo le varie parti è su come cambiarla e non sulla necessità di doverlo fare. Scaduto il termine, le forze politiche devono trovare una via d’uscita. Erdogan, per uscire da questo blocco d’arresto, non esclude l’uso del referendum popolare sulla bozza preparata dal suo partito, l’AKP e, il 29 marzo ha dichiarato che “Dobbiamo pensare a piani alternativi. Cercheremo un accordo con il Partito Repubblicano del popolo o con il Partito di azione nazionalista. Se non troviamo un accordo, andremo al referendum”. I partiti d’opposizione sono naturalmente insorti a questa proposta ed hanno accusato Erdogan di volerli escludere dalla scrittura della nuova costituzione e di voler invece imporre la sua visione. Mentre le scadenze elettorali si avvicinano (amministrative marzo 2014, presidenziali giugno 2014, parlamentari 2015), le differenze che dividono le varie forze politiche, rimangono.  Su 125 articoli esaminati, solo 30 sono stati “licenziati” con il consenso di tutti, per gli altri 95 invece restano i contrasti.

                                                                        

 

Il Presidente del Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità curde (KCK), Murat Karayilan in una conferenza stampa ha affermato che il ritiro dei guerriglieri curdi oltre i confini turchi comincerà l’8 maggio e che sarà fermato in caso di attacchi o operazioni da parte dell’esercito turco. Karayilan ha inoltre sottolineato che saranno organizzate quattro conferenze che si terranno in Kurdistan settentrionale, in Turchia, in Europa e a Hewler nell’ambito del processo in corso per una soluzione pacifica della questione curda ed ha dichiarato che “Portare a compimento questo passo storico che permetterà una soluzione della questione curda, condurrà la pace in Turchia ed aprirà la strada per quella in Medio Oriente non è solo il nostro obiettivo finale, ma anche quello di chiunque sia dalla parte della pace, della fratellanza, della democrazia e della libertà”.  L’Associazione per i Diritti Umani (IHD) ha realizzato una commissione per monitorare il processo di ritiro del PKK iniziato l’8 maggio. Si vuole tenere sotto controllo il ritiro dai confini turchi, i probabili scontri armati, le attività dei gruppi di guardie di villaggio temporanee e permanenti, dei battaglioni, delle brigate e delle squadre per le operazioni speciali, le attività presso le postazioni militari di confine, le zone minate ed i villaggi evacuati negli anni ’90 nelle regioni orientali e sud orientali della Turchia. Il Presidente dell’IHD Ozturk Turkdogan ha affermato che la creazione di una commissione indipendente è stata una decisione dell’IHD per poter dare un contributo in questa fase: “In qualità d’istituzione con esperienza in attività sulle violazioni dei diritti umani nella regione curda e familiare con i comportamenti delle parti turche e curde, la nostra associazione ritiene utile monitorare nel modo più efficace possibile il processo di ritiro”.

 La nostra delegazione italiana, oltre al Newroz di Diyarbakir, ha partecipato anche al Newroz di Semdinli e Yuksekova il 19 e 20 marzo scorso. 

       

Semdinli è una sperduta cittadina di montagna, situata nella provincia di Akkari del sud-est della Turchia e, per la sua posizione strategica ai confini tra Iran e Iraq, è controllata da una notevole e visibile presenza militare. Qui, 29 anni fa è nata la resistenza curda. Dal 23 luglio 2012 all’11 agosto a Semdinli le forze di sicurezza turche hanno iniziato una grande offensiva, sostenuta da forze aeree, contro il PKK, uccidendo 115 combattenti. L’Agenzia di stampa curda (ANF) di Semdinli, il 18 aprile scorso ha riportato la notizia che nel distretto continuano le attività militari dell’esercito turco: sempre più soldati e veicoli militari sono dispiegati in loco. Due elicotteri di tipo Cobra, decollati da Yuksekova, avrebbero effettuato una ricognizione aerea nelle aeree presso il confine con il Kurdistan Federale, dopo di ché alcuni elicotteri di tipo Skorsky sono atterrati a Semdinli trasportando numerose unità di soldati alle basi militari di Gevriyazine e Xarane, ed inoltre è arrivato anche un convoglio di venti veicoli militari. L’esercito turco si sta forse preparando a ricevere il ritiro dei guerriglieri previsto per l’8 maggio?                                                     

La nostra delegazione il 19 marzo, dopo un breve viaggio da Yuksekova tra le alte montagne piene di neve, è arrivata in una vasta spianata dove erano già iniziati i festeggiamenti. Superati i posti di blocco della polizia siamo finalmente entrati nella festa dove siamo stati accolti con il consueto calore del popolo curdo. Lo striscione con il quale ci siamo presentati portava i nomi delle tre compagne curde assassinate a Parigi il 9 gennaio scorso: “Sakine, Fidan e Leyla, loro vivranno sempre nei nostri cuori”. L’avvocato Simonetta Crisci della delegazione italiana, invitata dall’organizzazione, è salita sul palco portando i saluti degli italiani venuti in Kurdistan per festeggiare il Newroz con il suo popolo, comunicando anche l’avvenuta espulsione del responsabile dell’associazione “Verso il Kurdistan”, Antonio Olivieri. La festa tra danze, canti ed interventi di rappresentanti del partito BDP si è poi conclusa nel primo pomeriggio.

Foto newroz di Semdinli

Lasciamo Semdinli per ritornare a Yuksekova dove il giorno dopo parteciperemo al Newroz. Quest’anno tutte le città del Kurdistan hanno anticipato le date dei festeggiamenti proprio per permettere a tutti di raggiungere il grande Newroz di Diyarbakir per poter ascoltare la lettura della lettera di Ocalan. La mattina del 20 marzo, lasciato l’albergo, cominciamo a percorrere le strade di Yuksekova insieme ad una moltitudine sempre più crescente di persone per raggiungere il luogo della festa.  La giornata è serena, l’aria è tiepida e l’atmosfera felice. Per l’occasione, le donne indossano i loro coloratissimi vestiti, sono truccate, hanno adornato i capelli con fasce con i colori della loro bandiera, rosso, giallo e verde o con foulard neri o colorati con treccine o fiocchi. Gli uomini, ragazzi, ragazze e bambini vestono quasi tutti la loro tradizionale divisa verde oliva con una larga fascia colorata in vita. Tutti salutano gioiosi con le mani alzate verso il cielo con le dita aperte a “V” in segno di Vittoria. La nostra delegazione, dopo aver superato i consueti controlli da parte della polizia, è accolta dagli applausi di tutte le persone presenti, è difficile sapere esattamente la quantità, ma certamente oscilla da 20.000 a 40.000 presenze. Attraversiamo a fatica tutta la folla nella piazza fino ad arrivare al palco dove l’avvocato Simonetta Crisci si rivolge al popolo curdo rinnovando il saluto della nostra delegazione e la speranza di una vittoria non troppo lontana. Tra canti, balli, applausi, slogan urlati trascorriamo una bella giornata con persone che ci sorridono e ci ringraziano per il semplice fatto di essere lì con loro. Tutti chiedono una foto o desiderano farsi fotografare con noi. Un’enorme gigantografia di Ocalan ricopre un’intera facciata di un palazzo, altri manifesti appesi ai muri oppure alle reti di protezioni, cartelli che chiedono la fine delle operazioni militari, bandiere curde, bandiere con l’immagine di Ocalan e tanti palloncini colorati, creano la calda atmosfera di tutta la festa. Oltre a tutto questo, ho un ricordo molto particolare di questa giornata che mi ha commosso.

Mi trovo a girare con la mia reflex nello spazio dietro al palco osservando le persone che sedute a terra ascoltano la musica, le canzoni, le voci trasmesse dagli altoparlanti. Vedo un uomo seduto a terra con la moglie che mi fa un cenno con la mano come se chiedesse di avvicinarmi. Lo raggiungo e inizia a parlarmi battendosi il petto con le mani. Non capisco e quindi sono costretta a chiedere aiuto a Lerzan, nostra guida e interprete.  Questo vecchio signore dal viso segnato dal tempo e dalla sofferenza mi ringrazia per essere qui con lui a festeggiare il Newroz: lui è per la libertà e la pace di tutti i popoli. Sua moglie racconta che ha perso un figlio, è martire, ma, purtroppo, non ha avuto il suo corpo, non è mai stato trovato. Non vogliono che altri possano subire quello che loro stessi hanno subito. Sperano nel nostro aiuto. Mi stringono la mano e mi salutano lasciandosi fotografare con le mani in alto in segno di vittoria. Mi allontano. I loro volti semplici e forti, nello stesso tempo dignitosi nella loro sofferenza, perché sono dalla parte giusta, mi accompagneranno per sempre.

Foto Newroz di Yuksekova

 Fonti: Centro informazioni e relazioni del partito dell’Unione Democratica -Osservatorio Balcani e Caucaso – First Line Press - Associazione Verso il Kurdistan –

10/05/2013

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