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Medio Oriente » ROBOSKI: Un Villaggio da onorare  

ROBOSKI: UN VILLAGGIO DA ONORARE
di Mirca Garuti


Sono trascorse  settanta settimane  da quel tragico evento del 28 dicembre 2011 sulle montagne di Roboski.

Una carovana di uomini, ragazzi, adolescenti con i loro asini erano partiti per una spedizione verso il confine con l’Irak. A nessuno di loro piaceva intraprendere questi viaggi  nella notte, al freddo, con la paura di non ritornare, ma la lotta per il pane o per realizzare un sogno, li spingeva ad incamminarsi su quei stretti sentieri fangosi. La vita in questi villaggi del Kurdistan settentrionale è molto dura.  Manca il lavoro, non c’è uno sviluppo a livello industriale, dell’agricoltura ed allevamento, le famiglie sono numerose e, da ormai tre generazioni, l’unica fonte di reddito è il commercio transfrontaliero o più comunemente chiamato il “contrabbando”.
E così è successo anche quel giorno. Sono partiti dai villaggi di Ortasu e Gulyazi ( in curdo, Roboski e Bujeh) 38 persone e 38 asini. Sono ritornati in tre: sono state uccise in un attacco aereo dell'esercito turco alle ore 21:30-22:30, 35 persone,  17 delle quali minorenni.
Il giorno dopo la strage, l'Associazione per i Diritti Umani (IHD) e l'Organizzazione per i diritti umani e la solidarietà per i popoli oppressi (Mazlum-Der) hanno costituito una prima Commissione per consultare le loro sedi locali per verificare i fatti accaduti con l'obiettivo di preparare una relazione,  da inviare alle istituzioni,  per chiedere l'avvio di un'indagine efficace al fine di trovare i  responsabili dell'accaduto. Queste organizzazioni ed associazioni insieme a rappresentanti di alcuni partiti ed a singoli cittadini hanno formato la piattaforma “Giustizia per Roboski” che ha pubblicato la storia di alcune delle 34 vittime del bombardamento turco. La trentacinquesima vittima è rimasta senza identità, c’è solo una gamba ed un braccio, troppo poco per capire a chi appartengono.
Tutti erano civili, nessuno era militante del PKK o apparteneva ad altri gruppi della guerriglia e, tutti stavano rientrando da una delle tante azioni di contrabbando dall’Iraq al territorio turco, carichi di zucchero, thè e carburante. Le attività di contrabbando in queste zone sono considerate “normali” e sono tacitamente accettate anche dalle stesse forze di polizia turche. Ma quel giorno, qualcosa non ha funzionato, oppure qualcuno ha pensato bene di porre fine a queste azioni. (vedi terza parte di Newroz 2012”)

Ad un anno e mezzo di distanza, i kurdi non vogliono, giustamente, dimenticare e chiedono ancora giustizia. La chiedono incontrandosi, manifestando con veglie settimanali nelle città, nei villaggi, dove i negozi restano chiusi e gli studenti bloccano le lezioni. La Commissione Parlamentare investigativa sui Diritti Umani a gennaio 2012 aveva istituito una Sottocommissione parlamentare per indagare su quanto accaduto e che doveva, entro metà dicembre 2012, pubblicare il suo rapporto. Il 28 marzo scorso, infine, il Parlamento ha approvato il “Rapporto su Uludere” presentato dalla   Sottocommissione.  Un controverso rapporto che conclude che la tragedia è avvenuta a causa della mancanza di coordinamento tra funzionari militari e d’intelligence civile, che in seguito ha condotto al bombardamento. L’esercito ha giustificato l’attacco affermando che le informazioni ricevute mostravano che il gruppo di persone era costituito in realtà da guerriglieri del PKK.

La Commissione Diritti Umani del Parlamento basco l’11 marzo scorso aveva discusso il “Massacro di Roboski” con Ferhat Encu. Ferhat ha perso nel massacro suo fratello ed altri undici parenti. Invitato a partecipare a questa discussione, Ferhat ha sottolineato,  come la bozza del rapporto sul massacro sembra riflettere l’atteggiamento del Governo dopo la strage: espone cioè la tesi di un triste incidente e della mancanza di comunicazione tra l’esercito e l’intelligence. Ferhat infine dichiara che “La realtà è diversa: fin dal primo giorno dopo il massacro, più abbiamo chiesto giustizia al Governo, più siamo stati soggetti a pressione ed abbiamo ricevuto insulti. I familiari delle vittime sono stati minacciati affinché rimanessero in silenzio quando hanno provato a parlare con i media”.
La Sottocommissione, inoltre,  non è riuscita a rispondere alle quattro domande effettuate dai familiari: quale dipartimento e quali autorità hanno osservato e valutato le immagini provenienti dal filmato dei droni Heron; chi e quale dipartimento ha stabilito il bersaglio; chi ha concluso che le persone in quel luogo fossero militanti del PKK; chi ha dato l’ordine di aprire il fuoco.
Tutti i partiti, da quello Popolare a quello Socialista, da Euskal Herria Bildu al Partito Basco Nazionalista ed al gruppo misto, hanno convenuto che il massacro è stato ancora un’altra grave violazione dei diritti umani in Turchia e perciò deve essere condannato.

Nella  conferenza stampa, tenuta di fronte al Parlamento turco durante l’incontro della Commissione Parlamentare per i Diritti Umani su Roboski, il Presidente dell’Organizzazione dei Diritti Umani e di Solidarietà per gli Oppressi (Mazlum-Der), Ahmet Faruk Unsal ha criticato il rapporto: “La Sottocommissione ha approvato il rapporto in accordo con il senso dello stato, non con la coscienza e la giustizia. La storia e l’umanità non dimenticheranno coloro che hanno detto sì a questo rapporto”.
Tanju Gündüzalp, parlando per conto dell’Iniziativa Giustizia per Roboski, ha detto che i colpevoli devono essere rivelati e puniti per garantire una pace reale nel paese. “Siamo consapevoli del fatto che la pace deve essere costruita non solo tra le parti coinvolte nel conflitto ma anche in ambito sociale. Tutti sono d’accordo che questo massacro, che ha causato la morte di 34 persone, è un duro colpo inflitto alla pace pubblica ed alla volontà di vivere insieme”.

La delegazione per la Regione dell’Anatolia Sud-Orientale ha visitato il 20 aprile scorso il villaggio di Roboski. In quell’occasione le famiglie delle vittime hanno affermato che non ci sarà pace finchè il Governo non si scuserà per il massacro di Roboski. Le famiglie hanno anche reagito contro la crescente politica dello stato in merito alle guardie di villaggio.
Mercan Encü, (madre di Vedat Encü, una delle vittime) ha criticato il Governo per aver armato le guardie di villaggio mentre invita il movimento kurdo al disarmo: “Chiediamo l’abolizione del sistema delle guardie di villaggio ed al suo posto la fornitura di opportunità d’impiego. Il Governo dovrebbe garantire un ambiente di pace invece che imporre il sistema delle guardie di villaggio, in modo che tutti possiamo condurre un’esistenza libera con la nostra lingua, identità e cultura kurda”.
Medine Ürek, (madre di Salih Ürek, un’altra vittima), ha sottolineato che le famiglie di Roboski chiedono la pace ed anche la giustizia e che continueranno a lottare in favore di quest’ultima.
Zeki Tosun, (padre di Mehmet Tosun, un’altra vittima) ha detto che le famiglie di Roboski sostengono il processo di pace con tutto il loro cuore ma ha criticato il rapporto pubblicato dalla SottoCommissione Parlamentare su Uludere. “I membri della Commissione avrebbero approvato quel rapporto se avessero perso i loro figli nel massacro?”, ha domandato, aggiungendo che le famiglie chiedono che all’interno della Commissione su Uludere siano coinvolti anche membri della Commissione di Esperti.

Fonte: ANF – Uiki Onlus
10/05/2013

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