lunedì 17 dicembre 2018   
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Medio Oriente » Tutti a casa!  

Tutti a casa!
Cinzia Nachira

La morte sul campo dei sei parà italiani riapre, non in modo inaspettato, il «problema afgano».
Il velo si è squarciato, ormai da mesi (ben prima delle elezioni – truccate – di agosto), su un’avventura colonialistica che non ha sbocchi per almeno due buone ragioni.
In primo luogo, perché è chiaro, ormai anche ai più oltranzisti sostenitori della «guerra di necessità» che nessuno degli scopi dell’invasione di quel Paese è stato raggiunto.
Inoltre, anche coloro che dormivano sonni tranquilli sulla presenza militare in Afghanistan grazie all’ «impegno» confermato dalla nuova amministrazione statunitense, ora fanno i conti con le titubanze di Barak Hussein Obama. Infatti, l’invio delle nuove truppe non è certo. Sicuramente non per motivi umanitari. Obama è tutto tranne che un ingenuo e sa bene che far lievitare il numero dei soldati NATO in quel Paese significa, nei fatti, esporli ad un «corpo a corpo» con i Talebani. Con i quali, invece, anche l’Europa tenderebbe a voler intavolare delle trattative, o almeno con alcuni di loro.
Ancora una volta, al di là delle illusioni e delle false speranze, si ripete il classico schema colonialistico.
Il tentativo è quello di dividere il fronte talebano integrandone una parte nella gestione del Paese.
Che ora, dopo l’ennesimo attacco alle truppe NATO, da un lato le forze occupanti dichiarino che i bombardamenti indiscriminati, che hanno in questi terribili otto anni provocato migliaia di vittime civili, non sono più possibili perché «alienano il consenso della popolazione afgana verso i contingenti NATO» e dall’altro i vertici militari chiedano di inviare ancora soldati (la richiesta è di altri 40-60.000 soldati) è la dimostrazione che, ancora una volta, i Paesi che occupano l’Afghanistan hanno capito poco o nulla, non solo di quel Paese, ma anche dell’impatto che hanno le occupazioni militari sulle popolazioni che le subiscono: dall’Algeria sotto i francesi fino ai nostri giorni.
Ma sono soprattutto due elementi che ora portano a pensare che il «pantano afgano» possa diventare anche peggiore di quello iracheno.
Il dato di fondo è che in questi anni, nonostante tutto (e senza che ciò ci rincuori…), la popolazione afgana ha, visti i risultati dell’occupazione militare, aumentato e rinnovato il consenso verso i Talebani, che, come diceva una vecchia massima, si muovono «come i pesci nel fiume».
Questo, d’altronde, è il motivo per cui la guerra «dall’alto» (i bombardamenti indiscriminati) è in netta contraddizione con la pretesa del controllo del territorio da parte degli occupanti, anche se affiancati da una parte di forze militari afgane.
Inoltre, quello che veniva spacciato come fosse un «ultimo atto» dell’occupazione, le elezioni, ora vengono definite «troppo finte» anche dal massimo sponsor gli USA di Obama, che per altro candidamente svela al mondo che in Afghanistan e per l’Afghanistan non esiste alcuna strategia.
Sembrerebbe una brutta battuta di spirito, se non fosse tragica la situazione.
Verrebbe da chiedere, come è possibile, senza una strategia, che lo stesso Obama nel famoso discorso al Cairo il 4 giugno scorso si sia invece destreggiato, tra mille capriole retoriche, nel sostenere quella in Afghanistan una «guerra giusta e necessaria» conseguenza dell’11 settembre 2001. L’impressione, alla fine, è che il presidente giochi a carte truccate.
Accelerare il ritiro dall’Iraq perché la guerra era ormai troppo chiaramente persa ed ora che, forse, ha capito che in Afghanistan gli occupanti NATO rischiano di fare una fine peggiore di inglesi e sovietici messi insieme adombrare, in realtà, un «cambio» di strategia che somiglia molto a quella messa in atto in Iraq. Anche perché se l’Afghanistan ha un rilievo geo-strategico, a lungo termine, a breve nulla ha realmente da offrire ai Paesi occupanti se non uno stillicidio di «eroi».
Visto, per altro, che anche il tentativo di «scaricare» il problema talebano sul Pakistan del dopo Musharraf è di fatto fallito.

Lo scenario italiano ( o della pornografia sciovinistica)

Due bambini italiani, Simone e Martin (due e sette anni), un giorno chiederanno forse perché il loro dolore e la loro innocenza non sono stati rispettati, anzi sono stati al contrario spunto per titoli a tutta pagina della grande stampa italiana.
I loro volti ben visibili in foto patinate, le loro espressioni smarrite, per essere al contempo vittime e depositari involontari di un picco di nazionalismo patriottardo che sfiora la pornografia a mezzo stampa e TV, usate per sopire i dubbi sui motivi per cui sono rimasti orfani di padre.
Certo il clima in questo Paese è fortemente cambiato e ciò non solo perché ormai le voci critiche a livello pubblico si sono ridotte al lumicino per il controllo della compagine governativa sulle leve della creazione del consenso.
L’uso orribile di quei bambini dà il senso dell’arretramento culturale di questo Paese.
Non è un dettaglio.
Fin dall’arrivo delle salme in Italia il copione da Paese coloniale si è susseguito in modo impressionante. Come altro interpretare la presenza a Ciampino dei quattro ufficiali afgani in alta uniforme, la reprimenda della ministra Gelmini verso chi non ha voluto nelle scuole subire il «minuto di silenzio» alle ore 11.00 del giorno dei funerali di Stato?
Tutto questo per nascondere, in buona sostanza, che anche il nostro Paese si scopre oggi senza strategia e senza motivi per stare lì.
Il valzer lo ha iniziato il «solito» Bossi che, con una faccia tosta tipica dei populisti di ogni risma, dopo l’attacco chiede il ritiro delle truppe, poi ci ripensa, infine ci riprova.
Il tutto in un contesto in cui lo stesso governo annaspa. Gli alti papaveri italiani provano a rimettere tutto in carreggiata, senza riuscirci.
Berlusconi si inventa una «transition strategy» che significa niente, il ministro degli esteri conferma la presenza in Afghanistan ma «non per sempre…», l’ «opposizione» parlamentare in parte chiede ciò che già c’è in campo e in parte (Di Pietro) si smarca urlando a gran voce la necessità del ritiro. Tutto questo, tra le altre cose, mentre la manifestazione in difesa della libertà di stampa prevista per il 19 settembre viene rinviata dalla FNSI per «onorare il lutto nazionale». Questa decisione stride, tra le altre cose, proprio con l’evento in atto. Il clima da nazione in guerra creato, appunto, dalla grande stampa avrebbe voluto un ampio moto d’indignazione, mentre ci si «stringe» in un lutto che certamente sarà utilizzato perché le poche voci nel deserto che ormai da anni cercano di spiegare che la risposta agli attacchi terroristici del 2001 non è quella di opprimere manu militari altri popoli vengano messe ancora una volta a tacere.
Il trionfo dell’ipocrisia è totale o quasi.

La sinistra e la guerra: una riflessione necessaria e non rinviabile
La cosiddetta «sinistra radicale» rimasta sprovvista di rappresentanza  parlamentare annaspa in un silenzio che è il risultato dei propri errori, in prima istanza.
Dire questo non significa minimamente sottovalutare o sottacere altri fattori che oggi giocano un ruolo importante nel creare un clima sociale culturale militaristico e razzistico in questo Paese.
Ma è sempre troppo semplice puntare l’indice contro altri, senza mai, o raramente, indagare anche le proprie responsabilità.
Oggi è chiara la strumentalizzazione disumana e razzistica di un Bossi che chiede il ritiro, per «non far morire gli italiani», mentre nessuna importanza hanno le vittime dall’altro campo. Ma questo è normale: cosa ci si aspetta da un razzista?
Mentre è chiaro, o dovrebbe esserlo, che oggi come mai prima la sinistra dovrebbe interrogarsi come mai non si è in grado di ricostruire un qualsivoglia accenno di mobilitazione contro una guerra che, presto o tardi, pagheremo tutti e tutte sulla nostra pelle.
Al di là delle dichiarazioni di routine alla stampa, ovviamente largamente ignorate, in questo Paese non vi è alcunché che stia ad indicare che la galassia che ha promosso e composto il movimento contro la guerra sia in grado di creare un legame tra tre battaglie essenziali: la lotta per non pagare la crisi economica, la lotta contro il razzismo che diventa anche legge dello Stato e la lotta contro la guerra.
Eppure, non sarebbe complicato e dovremmo saperlo.
C’è un legame tra gli operai della INNSE, i precari di ogni settore, i cittadini e le cittadine migranti che rischiano l’espulsione ogni giorno a causa del reato di clandestinità e le vittime afgane? Si che esiste.
Non è una gran novità che la guerra sia uno dei modi che il capitalismo ha di far pagare ai più la crisi che esso stesso provoca, e di cui si nutre.
Si dirà che non è scontato che i lavoratori e lavoratrici oggi in lotta per i loro salari e la conservazione del loro posto di lavoro, i precari e le precarie, ecc. siano per dato acquisito conquistabili alla lotta contro la guerra. Vero, verissimo e sacrosanto.
Ma delle due l’una: rassegnarsi al dato di fatto che la guerra tra poveri impera sovrana, o cercare di spiegare che il legame esiste, si può esplicitare e può diventare il collante per la ricomposizione di un’opposizione sociale in questo Paese che abbia speranza di strappare qualche risultato, che non significa vincere, ma significa non soccombere alla disperazione di un mondo alla deriva.
Questo presupposto non è vero solo ora, lo è da molto tempo.
Il problema oggi della sinistra come del movimento contro la guerra, o qualche ne resta, è che vive le contraddizioni interne, come le «fratture» nella maggioranza governativa solo in chiave, si potrebbe dire, «interiore». Nel senso che oggi allo scambio di accuse su chi avesse ragione all’epoca in cui cadde il secondo governo Prodi non segue ciò che sarebbe necessario: un progetto politico e culturale di riflessione sul perché la guerra è il paletto invalicabile.
Eppure di elementi per riflettere sul passato recente per capire il presente e costruire un futuro ruolo più efficace ne esistono molti.
Si può iniziare «da lontano» con l’incomprensione pressoché totale di ciò che ha prodotto il prevalere dei movimenti politici islamici, che, al di là di essere ormai da molto tempo il vettore del disagio politico, sociale ed economico di interi popoli, rappresentano un pesante arretramento delle battaglie politiche nei Paesi interessati: dall’Iraq alla Palestina, passando per l’Iran e l’Afghanistan.
Questo è l’elemento prioritario che si accompagna al fatto che le grandi mobilitazioni contro il neoliberismo e la guerra che hanno caratterizzato la fine del XX secolo e i primi anni del XXI sono state date per acquisite.
Mentre gli attacchi si moltiplicavano a tutti i livelli, la compromissione di molti settori dava i suoi frutti. Ossia, bisognava ridurre l’opposizione alla guerra perché infine c’era qualcosa da perdere (finanziamenti, ruolo politico, ecc.).
Riflettere su tutto questo è essenziale per ridare slancio al movimento contro la guerra, non è inutile o accademico.
Ancora una volta, stiamo perdendo l’occasione di ascoltare ciò che gli altri popoli ci stanno, da anni, urlando in faccia: l’umiliazione di oggi si trasformerà domani in rabbia e nessuno o nessuna sarà risparmiato/a .
Per un’ironia della storia la sera dei funerali di Stato dei sei parà, una rete Mediaset ha trasmesso uno dei migliori film italiani,  Tutti a casa. Può essere stato un caso fortuito, ma fortunato, perché nel 1960 Comencini ha ben descritto cosa è un esercito in rotta, disorientato.
L’esclamazione del sottotenente Innocenzi (Alberto Sordi, nel film): « Signor colonnello, accade una cosa incredibile... I tedeschi si sono alleati con gli americani!  », ben può descrivere ciò che presto potrebbe avvenire in molti scenari di guerra sparsi per il mondo in cui noi italiani siamo coinvolti…l’amico di ieri può di venire il nemico di oggi o il nemico di ieri l’amico di oggi, più probabilmente. Ma sempre alle spalle e sulla pelle di chi la guerra la paga.


26 settembre 2009
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