lunedì 11 dicembre 2017   
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Medio Oriente » Una testimonianza diretta da Gaza  

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UNA TESTIMONIANZA DIRETTA  DA GAZA
di Mirca Garuti


 

Un gruppo di donne e uomini, pochi giorni fa, è entrato nella Striscia di Gaza. Si tratta della delegazione italiana “Per non dimenticare… il diritto al ritorno”. L’obiettivo era quello di denunciare il trattamento razzista ed intollerabile del governo israeliano nei confronti del popolo palestinese, a cui vieta il diritto di ritornare nelle loro terre d’origine. La Striscia di Gaza, un pezzo della Palestina occupata, si trova, da molti anni, sotto assedio, costretta alla fame, all’oscurità e privata dell’autodeterminazione reale e della libertà.  L’occupazione israeliana ha creato una terribile diaspora del popolo di Palestina. Oggi ci sono palestinesi che vivono, profughi, in Libano, Giordania, Siria, Iraq , in Occidente, ma anche nella loro stessa terra di Palestina. La  nostra missione a Gaza mirava a rompere quest’assedio, a portare all’attenzione del mondo questa situazione e consegnare all’ospedale Al Awda un contributo economico e medicine, il tutto raccolto nei mesi antecedenti al viaggio, attraverso varie iniziative sul territorio italiano. La delegazione doveva inizialmente partire il 13 agosto scorso, ma la situazione in Egitto, in seguito al colpo di stato che ha deposto il Presidente Morsi,  era talmente critica da costringere a sospendere e rinviare la data di partenza. La decisione, molto difficile e sofferta, era stata dettata dalla difficoltà di spostamento al Cairo, causa i ripetuti scontri tra l’esercito egiziano ed i sostenitori dei Fratelli Musulmani, dalla pericolosità delle strade egiziane, in particolar modo quella che attraversa il Sinai e la città di Al Arish e dalla chiusura ufficiale del valico di Rafah. Troppe incognite ci dividevano dai nostri amici palestinesi, non potevamo rischiare di perdere tutto! Era meglio aspettare un momento più propizio ed avere più certezze di poter arrivare a Gaza. E così è stato. Tutto congelato fino ad un'altra data: la fine di dicembre. Questo periodo non è stato scelto a caso e né per festeggiare il capodanno, ma perché, tra fine anno ed inizio di gennaio, cadeva l’anniversario dell’incursione israeliana sulla Striscia di Gaza, conosciuta con il nome di “Piombo Fuso”, (dic. 2008 – gennaio 2009) ed il nostro primo tentativo di raggiungere Gaza, un anno dopo,  con una grande delegazione internazionale, la “Gaza Freedom March” (dic.2009/gennaio 2010).
La delegazione Per non dimenticare… il Diritto al ritorno” è parte del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila”, sono unite dal lavoro svolto negli ultimi anni nei campi profughi in Libano con la finalità di denunciare la situazione in cui vivono i palestinesi, causa l’occupazione israeliana. Questa è solo una prima tappa, l’obiettivo del Comitato è continuare questa denuncia in Giordania, Cisgiordania e Siria per promuovere il diritto dei rifugiati palestinesi di poter ritornare nelle loro terre.


La delegazione italiana è arrivata al Cairo il 26 dicembre alle ore 18,40. Il nostro passaggio per Gaza era previsto per il 28 dicembre. Sapevamo tutti che ci sarebbero state molte difficoltà, visto gli ultimi avvenimenti che stavano accadendo in Egitto.   Il 24 dicembre, infatti,  un’autobomba aveva distrutto la stazione di polizia di Mansoura (nord del Cairo), uccidendo 14 persone e ferendone più di 100. Qualche giorno dopo, il Primo Ministro, Hazem Beblawi dichiara i Fratelli Musulmani “un gruppo terroristico”. Il 25 dicembre, una bomba ritrovata davanti all’ingresso dell’Università Al Azhar aveva causato vari feriti. Altri ordigni sono stati poi trovati vicino alla Piazza Rabaa Al Adaweya. Questa era la situazione che ci aspettava al Cairo e, naturalmente, eravamo in ansia per l’esito della nostra missione. Nessuno di noi pensava ai disordini egiziani, la nostra preoccupazione era rivolta solo a Gaza. Incoscienza? No, solo una grande determinazione di arrivare. Non so perché, ma non ho mai avuto paura, non ho mai avvertito di essere in pericolo.
Al nostro arrivo, ci siamo subito messi in contatto con l’Ambasciata italiana. Tutto era pronto, mancavano solo i visti dei servizi di sicurezza egiziani. Da quel momento è iniziata la nostra lunga attesa durata fino al 31 dicembre.
La situazione a Gaza non era certo migliore! Il 24 dicembre un beduino israeliano era morto dopo essere stato colpito da un cecchino palestinese, mentre lavorava vicino alla linea di confine con Gaza. L’aviazione israeliana aveva reagito con una serie di raid nei quali erano morti un uomo ed una bambina di quattro anni e nove persone erano rimaste ferite.  Israele, inoltre, aveva interrotto la fornitura di carburante e la Striscia era di nuovo al buio. E’ stato chiuso il valico di Kerem Shalom, da dove passavano quasi tutti i beni di necessità destinati a Gaza. Resterà chiuso fino a nuovo ordine da parte del ministro della difesa israeliano.
Sabato 28 dicembre – La nostra ambasciata ci comunica che i servizi di sicurezza egiziani non possono rilasciare i visti per motivi di sicurezza: non hanno il pieno controllo sulla cittadina di Al Arish.  Proseguono gli scontri in tutto l’Egitto. Ieri ci sono stati tre morti: un manifestante colpito da un proiettile nella città di Damietta, sul Delta del Nilo, la seconda vittima a Minya, roccaforte islamista al sud del Cairo e la terza, in un corteo al Cairo. All’Università di al-Azhar gli edifici  delle facoltà di agraria ed economia sono stati dati alle fiamme, provocando così forti scontri tra la polizia che lanciava lacrimogeni contro gli studenti. Il campus si trova nella zona di Nassr City, dove si trova anche il nostro hotel, a pochi metri dal viale occupato dalla Fratellanza in seguito al colpo di stato del 3 luglio scorso. Inoltre, sono stati arrestati almeno 265 manifestanti dei Fratelli Musulmani. Gli arrestati rischiano dai cinque anni all’ergastolo, a causa la nuova legislazione promulgata dal governo. Sul Canale di Suez, nella cittadina di Ismailiya ci sono state sparatorie tra manifestanti e polizia.
Domenica 29 dicembre – Niente di nuovo, sempre in attesa. Facciamo un comunicato da inviare in Italia per spiegare la situazione in cui ci troviamo. La cosa strana è che girando all’interno della città del Cairo non si avverte minimamente la gravità di questo momento, tutto procede come al solito, a parte la quantità di polizia che si può notare in alcune zone. Siamo consapevoli di quello che la maggioranza delle persone in Italia pensano di noi: “ma cosa andate a fare in un posto che si sa che è pericoloso? Se volete fare del bene, lo si può fare anche in Italia!” E’ vero; c’è bisogno ovunque, in Italia e nel mondo, ma la questione palestinese è una faccenda molto particolare che continua da oltre 60 anni. Ne siamo coinvolti tutti. La responsabilità è dell’Occidente che a causa  dell’olocausto sta consentendo la distruzione di un popolo. Non è possibile nemmeno criticare, né tanto meno accusare lo Stato d’Israele senza essere accusati subito di antisemitismo. Noi non vogliamo essere tra quelli che restano in silenzio; noi vogliamo solo denunciare la realtà dei fatti; noi vogliamo essere la voce di chi non ha voce nella storia.
Lunedì 30 dicembrePresidio all’ambasciata italiana -  Decidiamo insieme di recarci all’ambasciata per avere delle risposte chiare: un No o un Sì. Un addetto dell’Ambasciata ci dice che il problema è legato alla sicurezza. Da quando si è insediato il nuovo governo, è cambiata la politica nei confronti dei Fratelli Musulmani, di conseguenza, sono cambiati anche i rapporti con il popolo palestinese di Gaza, in quanto è governato da Hamas. I servizi segreti egiziani (Mukhabarht) vuole chiudere con Hamas. Il Sinai del sud, meta turistica, non è pericoloso, è in sicurezza, anzi è molto pubblicizzato, mentre quello del Nord è totalmente fuori controllo.  E noi dobbiamo andare verso quella parte! Non è rischioso andare a prendere il sole, ma lo diventa, quando si vuole andare a portare solidarietà ad un popolo che si trova schiacciato tra due nazioni, in una prigione a cielo aperto, senza possibilità di muoversi. L’addetto dell’ambasciata ci fa presente che nei giorni poco prima di Natale, sono stati arrestati circa 400 Fratelli Musulmani e 80 di questi condannati a 2 anni di carcere.


Alle ore 17, ci viene comunicato che c’è l’autorizzazione da parte del Ministero degli esteri, ma non c’è la data d’ingresso, che potrebbe esserci tra un giorno, ma come tra due, tre, quindici, non si sa. L’unica cosa certa è che al momento, il valico è chiuso, perché ci sono operazioni militari importanti. Non ci possono dare una copia del documento, perché è considerato una carta interna. Quando ci sarà la data, invece, saranno obbligati a consegnarcelo. Questo documento era pronto già da giovedì scorso, non l’avevano inviato in quanto era incompleto, ma ora per le pressioni della nostra ambasciata sono stati costretti a mostrarlo.

 

 

 

 

 

Martedì 31 dicembre  –  Ci troviamo in una situazione molto delicata, la consapevolezza  della nostra impotenza di fronte a quanto sta succedendo è molto alta e dolorosa. Ci guardiamo, passeggiamo su e giù nella hall dell’albergo, dentro e fuori, non sapendo cosa fare, cosa sperare ancora. Non è possibile che succeda di nuovo, a distanza di quattro anni! 350 km ci dividono dai palestinesi, ma sembrano invece lontanissimi, irraggiungibili. Alcuni di noi stanno pensando di rientrare in Italia, non ha senso rimanere ancora al Cairo. Ci parlano della nostra sicurezza, ma anche restare al Cairo non è certo sicuro, ci sono continue manifestazioni, scontri, arresti, morti, non possiamo andare dove vogliamo, quindi, che fare?  Ho deciso di restare perché non voglio perdere anche la più piccola possibilità di poter passare, non me lo perdonerei mai, sono arrivata fin qua e voglio sperare fino all’ultimo minuto possibile.

 
Decidiamo comunque, per sicurezza, di portare tutto il materiale raccolto in Italia, medicine, strumenti tecnici, indumenti, materiali scolastici, candele e pile a dinamo, all’Ospedale della Mezza Luna Rossa Palestinese del Cairo.

 

 

 

 La responsabile dell’Ospedale, Mai Aref dopo i consueti ringraziamenti uniti al dispiacere per noi di non poter entrare a Gaza, ci illustra il lavoro svolto dalla Mezza Luna Rossa Palestinese. Questo ospedale offre i suoi servizi a tutte le comunità palestinesi presenti sul territorio egiziano e, dal momento che si trova vicino a Gaza ed a Rafah, la maggior parte delle persone viene qui. “Durante la guerra  “Piombo Fuso” – continua la responsabile – sono stati curati molti casi difficili. I medicinali che voi avete portato, vi assicuro, vi prometto che farò in modo di farli arrivare, almeno per la maggior parte, a Gaza. Se mi date il permesso, però vorrei anche dare alcuni di questi medicinali alle persone che ne hanno bisogno in questa struttura.”
La responsabile illustra alla delegazione i servizi offerti dall’ospedale. L’ospedale si sviluppa su sei piani: al primo ci sono tutte le specializzazioni, ci sono tre camere operatorie, una terapia intensiva, una chirurgia specializzata. A questo proposito, aggiunge che qui sono stati curati moltissimi feriti dovuti alle guerre d’occupazione israeliana. Nell’ultimo conflitto, quello del 2008/2009, sono state usate bombe che tagliavano solo le mani e le bruciature arrivavano sino al 3° grado sotto la pelle. Per questo c’è il reparto di chirurgia plastica. L’ospedale, inoltre, è dotato di una divisione pediatrica per la cura di bambini malati di cancro, problemi alla vista ed orecchi; di geriatria ed odontoiatria.   La Mezza Luna Rossa, a differenza degli altri ospedali, si occupa anche del lavoro medico e sociale, infatti, un piano della struttura è dedicato alla cultura, all’artigianato palestinese, contribuendo così allo sviluppo di una piccola economia locale. Inoltre, è stato dato uno spazio per un teatro che ospita 350 persone, una biblioteca ed una sala computer. Al 5° piano si trova la “Casa di ospitalità” sia per i familiari dei degenti e sia per i malati stessi che devono terminare le loro terapie di cura.
Dopo questa illustrazione, visitiamo l’Ospedale della Mezza Luna Rossa Palestinese,  molto funzionale e moderno, fondato dal fratello di Arafat, morto qualche mese fa. Non è facile trovare una struttura simile in Egitto.
Bassam, il nostro interprete, rende omaggio alla sorella di Arafat (85 anni),  ricoverata qui da qualche giorno, sottoposta ad una terapia a causa di una caduta a Gaza, dove vive. Ha parlato molto bene dell’Italia, è un’artista ed ha studiato per due anni e mezzo design italiano.
Riprendiamo l’informazione sull’ospedale. La responsabile afferma che durante e dopo Piombo Fuso sono state curate in Egitto 500 persone. L’esercito egiziano raccoglieva i feriti, distribuendoli poi nei vari ospedali, qui sono state curate140 persone. In tutto l’ospedale ci sono 149 posti letto e le camere al massimo ne hanno due. Una parte dell’ospedale è stata rinnovata ad agosto scorso. Le persone che lavorano all’interno dell’ospedale sono 430 e devono essere tutti palestinesi.
 Il popolo egiziano, secondo la responsabile, sta attraversando un momento di confusione, non ha ancora capito la differenza tra prima e dopo. Secondo il suo punto di vista, gli aiuti ricevuti devono andare a tutto il  popolo palestinese, senza alcuna distinzione di appartenenza politica e religiosa.  Il costo delle prestazioni si diversifica in base alla residenza del soggetto che usufruisce del servizio,  al tipo di associazione a cui appartiene,  alla sua attività lavorativa ed infine al tipo di accordi che ci possono essere tra le parti.

Audio Ospedale Cairo 1


Audio Ospedale Cairo 2



Ancora non posso credere a quanto accaduto! A ripensarci, sento l’emozione crescere dentro di me, una gioia indescrivibile che ci obbliga tutti a saltare, ad abbracciarci, sotto lo sguardo incredulo delle persone accanto a noi, inconsapevoli del motivo di tanta improvvisa gioia.

Eravamo tutti tranquilli, seduti in un'imbarcazione sul Nilo, in attesa di iniziare un piccolo giro di navigazione, ascoltavamo la musica, alcuni di noi si erano messi a ballare, quando tutti i nostri sguardi si erano rivolti  verso una sola persona: Gustavo. Era al telefono. Per noi significava essere in contatto con l’Ambasciata. Quando abbiamo sentito dire – a che ora? – Ci siamo guardati l’un con l’altro per verificare se avevamo sentito tutti quella semplice domanda – Alla risposta affermativa di Gustavo, la nostra felicità era incontenibile. Era da poco passata la mezzanotte, precisamente era l’una e un quarto del 1 gennaio 2014. Per chi era all’oscuro di tutto, sembravamo tanti topi impazziti che abbandonavano la nave sulla quale avevano trovato poco prima un rifugio. Sì, è vero, eravamo impazziti per l’incredulità del momento, per la gioia di poter arrivare a Gaza. Come prima cosa abbiamo tentato di raggiungere quei compagni che erano già andati all’aeroporto, pronti a ritornare in Italia. Alcuni di loro sono infatti tornati indietro.

 

   


Siamo partiti alle 06,30 dal nostro albergo pronti per raggiungere Gaza. E’ una mattina grigia e nebbiosa. Facciamo pochi chilometri e siamo già fermi. Siamo immersi in un terribile ingorgo di auto, pulmini, camion, che suonano all’impazzata. Non riusciamo a muoverci. Mi metto a contare gli incidenti: sono arrivata a dieci. Il tempo passa e noi siamo ancora lì, fermi, guadagniamo pochi metri e di nuovo fermi. Impieghiamo quasi 2 ore e mezzo per fare circa 40 chilometri. Questa volta la fortuna non ci vede!
Sono le 11 e dieci ed arriviamo al Ponte che attraversa il Canale di Suez. Chiediamo di passare, ma la risposta è negativa, dobbiamo attraversarlo usando la chiatta. Ci spostiamo verso questo passaggio obbligatorio ed anche qui troviamo una fila lunghissima di auto, camioncini super carichi di merce, carretti e camion in attesa di transitare al di là del canale. Il tempo scorre inesorabile: noi dobbiamo essere al valico entro le 14, dopo sarà chiuso.
Sono le 12 e trenta, torniamo al ponte, disperati. Bassam e Gustavo iniziano la trattativa con i militari che presiedono l’ingresso. L’attesa è lunga ed estenuante. Alla fine però acconsentono di farci passare il ponte, scortati lungo il percorso. Dopo aver controllato minuziosamente tutte le valigie, alle 14,37 iniziamo finalmente ad attraversare il Ponte sul Canale di Suez.
Lo spettacolo è dentro solo ai miei occhi, in quanto non potevamo scattare nessuna fotografia. Un passaggio incantevole, una meraviglia della capacità dell’uomo. Un canale artificiale lungo 193 km. nel quale transitano numerose navi di trasporto merci e petroliere che lentamente scivolano sull’acqua. Intorno campi coltivati e deserto.  Non c’è nessuno, solo noi e militari. L’atmosfera è magica e per pochi secondi mi perdo nelle mie fantasie da bambina.
Ore 15,28 - Posto di blocco – La sicurezza non ci fa proseguire, vuole che torniamo indietro. Lo stillicidio continua. Arriva anche il responsabile della sicurezza per tutto il nord del Sinai. Niente da fare, c’è il coprifuoco. Dobbiamo tornare indietro, attraversare il canale con una chiatta, verso una  città, un albergo dove fermarsi per la notte e ripartire il giorno dopo, perché il nostro passaggio deve essere coordinato con la sicurezza. Non possiamo sostare a Ismailiya, non ci sono alberghi.


Riprendiamo il viaggio. Ripercorriamo ancora una volta la stessa strada. Arriviamo allo stesso posto di blocco, ma questa volta, sono pronti a scortarci. Due pick-up ed una decina di uomini in borghese ed armati di kalasnikov pronti a partire. Sono le nove del 2 gennaio. Forse, questa volta ci riusciamo davvero! Incontriamo, attraversando il Sinai, vari posti di blocco. Ogni volta cambiamo la scorta e, questo comporta naturalmente una perdita di tempo. In uno di questi blocchi, un funzionario chiede a Bassam perché andiamo a portare aiuti a “quelli”, dopo aver chiesto lo scopo del nostro viaggio. Prontamente Bassam gli risponde che lui è palestinese, ma anche italiano, e portiamo solidarietà al popolo palestinese che vive in pessime condizione sotto occupazione.
Verso le 11,18 arriviamo alle porte di Al Arish, il punto più pericoloso. Controlli. Quello che noi stiamo vivendo rappresenta solo una piccolissima parte di quello che i palestinesi subiscono ogni giorno: controlli, domande, ore di sosta, senza avere la possibilità di farsi aiutare da qualcuno, loro non possono chiamare un funzionario, per farsi aiutare, devono solo pazientemente aspettare la volontà di chi li comanda. Siamo in direzione di Rafah. La città di Al Arish è completamente blindata, una città in guerra, case vuote, la strada è continuamente interrotta da cumuli di sabbia e blocchi di cemento che obbligano il nostro pulman a percorrere lentamente le gincane artificiali.  Sui tetti delle case cecchini, protetti da sacchi di sabbia, pronti a sparare al minimo cenno di pericolo. C’è odore di guerra nell’aria.
Di nuovo fermi verso l’uscita di Al Arish. Ci obbligano a chiudere tutte le tende del pulman, sale anche un beduino che diventa il nostro lasciapassare. Come d’incanto ogni successivo check point si apre al nostro passare, sino all’arrivo a Rafah. Arriviamo alle 14,26. Controllo passaporti e pagamento pedaggio per uscire dall’Egitto.


Siamo arrivati! Siamo a Gaza, finalmente! Sono le ore 16 del giorno 2 gennaio 2014.
La gioia è immensa, non solo la nostra, ma anche per gli amici palestinesi che ci stanno aspettando.
La nostra è una vittoria. L’accoglienza è meravigliosa, l’emozione ci prende alla gola… proprio non ci speravamo più. Invece, siamo a Gaza, dopo 39 ore di viaggio.
Bassam è emozionantissimo, durante la conferenza stampa, si deve fermare, non riesce a trattenere lacrime di gioia, ma poi si riprende e continua a tradurre.  “Il vostro arrivo apre una porta verso la libertà – queste sono le parole con le quali siamo accolti  – oggi si riafferma il diritto al ritorno, i profughi di Gaza vi stanno aspettando. “  Prende la parola il Presidente della rete non governativa dei palestinesi: “La vostra presenza ci dà il coraggio di sopportare meglio i soprusi dell’occupazione israeliana e la speranza di non essere più soli. La vostra presenza ci dà due lezioni: la prima,  che c’è una coscienza molto forte fra la solidarietà internazionale verso la Palestina per rompere l’embargo, per lottare contro l’occupazione, per la nostra indipendenza e libertà. La seconda, che la vostra presenza ci aiuta ad affermare i punti fondamentali della questione nazionale palestinese, il nostro diritto al ritorno e tutti gli altri diritti. Siamo contenti perché domani si alzerà la vostra voce contro il regime di apartheid che sta facendo Israele contro il nostro popolo. La questione di Gaza non è una questione umanitaria, ma una questione politica.”

Audio arrivo a gaza

Audio conferenza stampa

 

  

 

 L’obiettivo, dunque, della delegazione italiana  è stato raggiunto. Ora siamo tornati, ognuno nelle proprie città, arricchiti da una esperienza meravigliosa, grazie alla forza e alla dignità di un popolo che non ha perso ancora la speranza di ottenere giustizia. Il viaggio non è stato né semplice e né facile, ma positivo ed è questo che alla fine conta. Fisicamente sono 8 giorni che sono tornata, ma mentalmente sono ancora là, non riesco e non voglio dimenticare. La notte, nei miei sogni, mi vede ancora sulla spiaggia di Gaza che guardo verso l’orizzonte, stringo gli occhi dentro l’obiettivo della macchina fotografica per vedere meglio le motovedette israeliane che “giocano” con le piccole barche dei pescatori. Sparano senza motivo, infrangendo gli accordi, in acque dove i palestinesi possono pescare per far capire chi comanda. Sento ancora nelle orecchie il rumore degli spari di una mattina, mentre mi trovavo sulla terrazza del nostro albergo di fronte al mare. Sono scesa in spiaggia insieme ad altri per verificare quanto stava accadendo. Una piccola imbarcazione di 2/3 persone era stata presa di mira da una motovedetta israeliana in acque palestinesi. Volevano semplicemente giocare al tirassegno mirando ad una bottiglia di plastica sullo scafo. Il risultato: tanti fori  nella chiglia di legno della barca. Per fortuna nessun ferito, solo una delle tante barche da dover riparare.


  

Gli occhi dei bambini sono impressi nella mia mente. Bambini che, come piccoli elfi o folletti, improvvisamente escano dai loro nascondigli, dalle loro case, per venirti incontro, sorridendo, contenti di parlarti, di stringere una mano, di farsi fotografare con te o tra di loro. Sono, almeno per me, come gli elfi della luce, del crepuscolo e dell’oscurità. Quelli della luce sono benevoli, utili, dotati di grande sapienza, pronti per il grande viaggio della vita, quelli del crepuscolo cavalcano gli ultimi raggi di sole e portano con sé il sentimento della nostalgia di chi è lontano da casa, ed infine quelli della notte che aiutano coloro che si sono smarriti a ritrovare la strada, donando la capacità di sognare agli uomini.

  

 



Le donne corrono veloci a Gaza. Molte sono interamente coperte da un lungo abito, normalmente nero e dal niqab, un velo nero che copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi, una piccola fessura sul mondo! Altre indossano solamente la hijab, un grande  foulard che copre i capelli ed il collo, lasciando scoperto solo il volto. Pochissime totalmente senza veli. E’ severamente proibito, tra un uomo ed una donna, avere atteggiamenti d’affetto, come per esempio l’abbracciarsi, in pubblico. Sono le imposizioni difficili da accettare. Per la strada cerco di cogliere lo sguardo delle donne che hanno il viso scoperto, sorrido, cerco di trasmettere la mia solidarietà, la mia amicizia e, devo dire, che ho sempre trovato una risposta positiva. Un cenno del capo, un sorriso, una mano sul cuore. Non posso sapere quali sono i sentimenti di queste donne se, nonostante queste imposizioni, siano serene perché credono veramente in questa religione. Faccio fatica a crederlo, perché sono gli uomini a fare le leggi e lo fanno sempre e solo per un interesse personale e di potere. Abbiamo incontrato una donna molto particolare, membro del Fronte Democratico dell’associazione Al-Najda.  Si è presentata vestita all’occidentale con il capo ed il viso scoperto, con il vento nei capelli.
Si occupa dei bambini del campo di Shati, che si trova nella zona più bassa della Striscia, vicinissimo al mare. Con un piccolo gruppo siamo andati con lei a presenziare un sit-in di donne in una piazza, dove ogni martedì s’incontrano per manifestare contro l’occupazione. Ci aspettavamo di vedere gruppi di donne con striscioni, bandiere, invece, niente di tutto questo. La loro lotta consiste nello stare semplicemente sedute su delle panchine in due o tre in silenzio. Abbiamo visitato il campo, uno dei più poveri. Questo campo ha però una particolarità: il mare. Hamas ha quindi deciso che questa zona deve cambiare, deve diventare una zona turistica con grandi alberghi. Gli abitanti di Shati devono andare via,  più all’interno, in altre zone, ancora non si sa né dove e né come. Infine, abbiamo visitato il suo centro, un luogo adibito a doposcuola per bambini ed adolescenti che si trova vicino al Comando Generale di Hamas e ad una moschea. Questo non le facilita il lavoro proprio per la sua scelta di laicità e libertà: viene considerata da Hamas come una prostituta e spesso le sputano addosso. Confessa che, a volte, vorrebbe chiudere con questo lavoro, che si sente frustrata e sconfortata, ma poi, riprende coraggio e continua la sua battaglia che consiste nel portare il più alto numero di bambini alla sua associazione, strappandoli così ad una educazione religiosa. Il suo aspetto orientale, tipo giapponese, l’aiuta un po’ a fuggire da tanti soprusi.

  


Gaza non è solo una parte della Palestina governata da Hamas, un'organizzazione integralista islamica, ma soprattutto un territorio sottoposto ad un embargo feroce da parte del governo d'Israele. E le conseguenze sono state subito tangibili. Oltre allo stato di degrado della città, all'azione delle motovedette israeliane, ho constatato il bombardamento inutile di campi inutilizzati per terrorizzare i cittadini di Gaza. Ho sentito sulla mia pelle l’acqua salata, inutilizzabile per usi domestici e non migliorabile, a causa dell'embargo che impedisce di dividere ed evacuare, in interi quartieri, le acque reflue che finiscono così per allagare case ed inquinare la poca acqua potabile rimasta. Ho visto i palloni sonda che sorvolano il territorio fotografando tutto e tutti. Ho provato a vivere in una città senza luce, senza energia, per quasi tutte le ore del giorno. Le strade sono buie, le case sono buie e senza energia, al freddo.
Per gli alberghi e per chi ha possibilità economiche, il problema è minore perché hanno un proprio generatore. Girando per le città, quando il sole scende e tutto diventa buio, spesso si vedono dei fuochi davanti a delle abitazioni con alcune persone sedute intorno a chiacchierare e a riscaldarsi bevendo thè caldo. Questa è la situazione in cui si trovano i palestinesi di questa terra.
Ma, soprattutto, ho provato cosa significa vivere in una prigione a cielo aperto, dove ad un'intera nazione non è consentito entrare ed uscire dal suo territorio. Noi siamo stati prigionieri nella Striscia per soli sei giorni, nulla rispetto a quello che da anni subiscono i palestinesi.

17 gennaio 2014

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