sabato 23 settembre 2017   
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Medio Oriente » Una testimonianza diretta da Gaza 5° parte  

(Leggi la 4° parte)

UNA TESTIMONIANZA DIRETTA DA GAZA
di Mirca Garuti
(5° parte)



Cosa significa essere un profugo palestinese? Quali sono i suoi diritti? Come si fa ad essere profugo nella propria terra? Perché non si parla mai del Diritto al Ritorno per i palestinesi?

  

  

Questi sono stati gli argomenti che abbiamo affrontato nella sede dell’Organizzazione non governativa palestinese PNGO, domenica 5 gennaio, dopo il primo incontro con l’Unione dei disabili (v. 4° parte). Lasciamo l'albergo e ci incamminiamo a piedi attraverso il quartiere. Solo in questo modo si ha la possibilità di osservare da vicino la vita di tutti i giorni dei gazawi. Se non consideriamo gli attivisti delle varie associazioni internazionali qui residenti, siamo gli unici occidentali in giro per le strade di Gaza. Non passiamo inosservati e la loro gioia è palpabile.  Alcuni venditori ambulanti ci salutano e chiedono una foto, mettendosi in posa con due dita delle mani alzate in segno di vittoria, come tanti bambini e ragazzini che incontriamo e che ci seguono.  Uno spazio sul mare, racchiuso tra stabili vuoti  e mucchi d'immondizia, è stato trasformato in un campo di calcio. Il gioco del calcio è sempre stato un gioco di strada, semplice, poco costoso e un modo per stare insieme e questi ragazzi lo dimostrano. C'è chi gioca e chi guarda soltanto, ma tutti si divertono. 
Il tempo purtroppo è poco e non ci permette di fermarci a lungo con tutti loro, anche solo per dire che non sono soli.


Ci troviamo in questa sede per la seconda volta, ma, in quest’occasione incontriamo alcuni rappresentanti dei Comitati Popolari dei Profughi. Un appuntamento previsto nella programmazione iniziale del nostro viaggio che, data la nostra forzata permanenza, ci consente di metterlo in pratica.
La situazione che stanno vivendo in questo momento i palestinesi è più difficile del solito perché l’UNRWA continua a diminuire i suoi servizi rivolti ai rifugiati palestinesi sia a Gaza e sia in Cisgiordania e, questo, naturalmente, si riflette pesantemente sulla parte più debole e povera del popolo. Considerando che il 70% degli abitanti di Gaza sono profughi, si può ben capire che la loro sopravvivenza dipende unicamente da quanto l’UNRWA è disposta a concedere.


Sono presenti i delegati dell’Ufficio esecutivo dei campi di Khan Younis, Nusseirat e Burij della Striscia di Gaza. Rinnovano la loro gioia per la nostra presenza e, specialmente, per il nostro interesse verso una delle questioni più importanti del conflitto arabo-israeliano: i profughi.
Il problema “Profughi”, infatti, continua dal 1948 ad oggi. Più di due terzi di tutta la popolazione palestinese è profugo in vari paesi: Cisgiordania, Gaza, Siria, Libano, Giordania.
“Abbiamo vissuto più di una Nakba del 1948 – dice uno dei rappresentanti dei campi – siamo usciti dalla nostra patria, come siamo nati. Prima, abbiamo vissuto in tende, poi le abbiamo trasformate in case di lamiera. Abbiamo realizzato un miracolo storico. Abbiamo costruito una società diversa, puntando tutto sull’istruzione per una vita dignitosa. L’analfabetismo non raggiunge più del’1% e, rispetto al numero di abitanti degli altri stati arabi, la percentuale dei laureati è la più alta. Fino a 40 anni fa non si parlava del popolo palestinese, eravamo solo una comunità che faceva la fila davanti le sedi delle Nazioni Unite  per avere un pezzo di pane. Ora siamo un popolo e uno Stato riconosciuto dall’ONU. Tutto questo è avvenuto solo grazie alla nostra resistenza, ai sacrifici e alla lotta in tutti questi anni. Ci sono tre fattori  essenziali, imprescindibili che riguardano i profughi: il campo, l’UNRWA e le decisioni della comunità internazionale. Questi costituiscono la testimonianza del crimine commesso contro il popolo palestinese. In questo momento, il livello della contestazione verso l’UNRWA è molto alto.  E’ in atto, infatti,  un progetto che ha come obiettivo la diminuzione dei fondi destinati al popolo palestinese,  nell’attesa di liquidare la questione “profughi”palestinesi”. I paesi donatori che sostengono l’UNRWA sono paesi ricchi. Il costo delle guerre alla Libia, o Iraq o Afghanistan potrebbe coprire tutte le esigenze del popolo palestinese. Si preferisce, quindi,  spendere soldi per fare le guerre, piuttosto che destinarli alle necessità dei palestinesi. Non si tratta più di una crisi economica dell’UNRWA,  ma bensì, di una questione politica”.


Continua il discorso  un altro rappresentante dei campi, che, dopo i consueti saluti, riprende l’argomento legato all’UNRWA
L’Agenzia delle Nazioni Unite di Soccorso e Lavoro per i rifugiati palestinesi è stata creata l’8 dicembre 1949 con la Risoluzione n. 302, diventando operativa il 1 maggio 1950. (vedi Il lungo filo della memoria 1 parte).
“Sarebbe stato meglio – prosegue l’altro delegato dei tre campi – per noi essere sotto la giurisdizione dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, perché il loro compito è quello di garantire il ritorno dei profughi nel paese d’origine, come è successo per gli afghani o i kosovari. Noi siamo fermi e decisi di portare avanti sia la Risoluzione ONU n. 194 sul Diritto al Ritorno e sia  tutte le altre molteplici disposizioni, mai messe in pratica. Noi siamo uomini di pace, crediamo nella soluzione dei Due Stati, ma secondo i nostri principi. Secondo la “194” lo stato occupante ha l’obbligo di far ritornare tutti i profughi insieme ad un risarcimento per tutti i danni subiti”.
L’ultimo dei rappresentanti dei campi ringrazia il governo italiano  per il suo sostegno,  il 30 novembre 2012,  in merito alla richiesta d’ammissione all’Onu come  Stato Osservatore. “Anche per l’ultima aggressione subita – continua – abbiamo ricevuto tanta solidarietà dal popolo italiano. Siamo sotto occupazione da 65 anni e riteniamo di essere rimasti gli unici profughi che ancora sono fuori dalla loro terra e senza nessun diritto. La responsabilità è, ad oggi, internazionale, in quanto il mondo intero non ha fatto niente per cambiare tutto questo. La determinazione a portare avanti la nostra lotta e specialmente il tema del Diritto al Ritorno è supportata anche dal sostegno e dalla solidarietà di altri popoli nel mondo che si sono schierati al nostro fianco. La nostra causa è politica, non si tratta di problemi di povertà o di economia, ma di questioni legate solo alla politica. Negli ultimi anni, i servizi offerti dell'UNRWA, invece di aumentare per l’incremento che ha avuto la popolazione, sono in realtà diminuiti. E’ a causa della politica se, sia nel 2011 e sia nel 2012, l’Onu non ha riconosciuto lo Stato della Palestina. Ci sono altri paesi che hanno problemi, che soffrono, come la Siria o l’Iraq, ma la situazione della Palestina è diversa, perché qui esiste l’occupazione e l’espulsione dei suoi cittadini”.

Dopo questa prima presentazione del problema legato ai profughi, Maurizio Musolino, uno dei coordinatori del Comitato, ringrazia l’Associazione PNGO per aver organizzato quest’incontro che per noi tutti è il centro della nostra missione. Il tema del Diritto al Ritorno è un tema a cui il Comitato sta lavorando da 15 anni, attraverso la sua presenza in Libano nei campi profughi palestinesi. Insieme ai profughi si è deciso, infatti,  di allargare l’orizzonte, cercando di internazionalizzare il progetto. Su questo tema c’è già molta solidarietà, come sosteneva uno dei rappresentanti dei campi, ma c’è anche ancora molta resistenza da parte di molti stati occidentali. “Siamo stati, alcuni anni fa, in Giordania – continua Maurizio – ed oggi siamo qui a Gaza, ma vogliamo, però, andare oltre. Ci sono tanti fili che uniscono queste storie, senza dover considerare quello principale, che è la questione palestinese e quello solo politico, all’origine di tutti i problemi: l’occupazione sionista israeliana delle terre palestinesi. Un filo importante è soprattutto quello legato alle condizioni di vita a cui i profughi palestinesi sono costretti a vivere nei vari paesi arabi. Noi accusiamo ogni anno la mancanza di diritti dei palestinesi in Libano, così come abbiamo denunciato il fatto che molti palestinesi vivevano in Giordania ancora in baracche d’amianto. Un altro esempio di connessioni è stato la nostra partecipazione, l’anno scorso a settembre in Libano, ad una manifestazione di protesta davanti alla sede dell’UNRWA insieme ai profughi palestinesi. Anche in Libano, infatti,  si tagliano i fondi, i servizi sono ridotti e ci sono delle discriminazioni tra  palestinesi e siriani che fuggono dalla Siria. Sarebbe importante riuscire a costruire una “campagna” che metta in discussione il valore dell’UNRWA. Negli ultimi anni è  stata gestita da un italiano e, anche se non è stato tra i peggiori, ha contribuito ugualmente, all’interno di quel contesto, alla situazione di oggi. Per tutte queste ragioni, insieme al nostro compagno libanese Kassem Aina, vorremmo trasformare il Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila in  un Comitato internazionale, per mettere insieme vari paesi del mondo nel mantenere vivo il tema del Diritto al Ritorno. Questione centrale che rappresenta una quotidiana violazione delle basi del diritto internazionale, ad iniziare dalla IV Convenzione di Ginevra e proseguendo a tutte le varie Risoluzioni, mai recepite. Vorremmo, inoltre, anche aiutare a rafforzare questo rapporto che si è creato tra i campi”.
Per ultima cosa, Maurizio denuncia due elementi di vergogna. Il primo,  quello di abitare in una parte del mondo che continua ad innalzare barriere verso chi scappa da tragedie. Si riferisce a quanto è successo nel Mediterraneo alcuni mesi fa dove sono morti vari palestinesi in fuga. Il secondo, invece, è dovuto al comportamento del governo italiano che, anche se ha votato a favore del riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu, qualche mese dopo ha firmato accordi commerciali con Netanyahu. Non è concepibile un tale comportamento che si può solo definire, ambiguo e succube del potere israeliano. Per questo motivo il Comitato e le altre associazioni che lavorano al fianco del popolo palestinese sono tutti impegnati nella campagna BDS contro il governo israeliano, per dissociarsi dalle scelte del governo italiano.

  


Organizzazione dei campi a Gaza

A Gaza i campi profughi sono otto: Shati, Jabaliya, Nuseirat, Bureij, Maghazi, Deir-al-Balah, Khan Younis, Rafah.
La prima idea di creare i Comitati Popolari dei campi risale al 1995.  Nelle trattative fino a quel momento svolte, la questione del Diritto al Ritorno era sempre stata marginale e questo ha obbligato i responsabili dei campi ad organizzare congressi per parlare, discutere sul loro futuro, contribuendo così alla nascita dei Comitati. I Comitati sono rappresentati  da tutte le associazioni facenti parte l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), compreso anche la Jihad islamica ed Hamas. Nel 1996 si è tenuto il primo Congresso dei Comitati dentro il Palazzo Legislativo palestinese, dove erano presenti tutte le organizzazioni. Il lavoro dei Comitati è solo politico, ma comprende anche gli altri settori della società palestinese, come ad esempio, la cultura.  Sono commemorati tutti i momenti importanti che riguardano la questione palestinese. In maggio, infatti, si organizzano per tutto il mese, eventi per parlare della Nakba e della creazione dello Stato d’Israele. I Comitati lavorano anche con l’UNRWA, attraverso incontri quasi giornalieri, e con altri stati europei, come la Francia. E’ stato, infatti,  realizzato un gemellaggio tra gli otto campi di Gaza con altre otto città francesi, dove sono stati ospitati molti bambini palestinesi per alleggerirli un po’ dallo stress della guerra che hanno subito.
Ogni due anni è programmato un congresso con l’elezione di nuovi rappresentanti. Da quando, però, Hamas ha preso il potere a Gaza, i rappresentanti di Hamas si sono ritirati da questi Comitati.
Uno dei rappresentanti, rispondendo alla domanda sui campi, vuole sottolineare che: “Noi vogliamo dire che teniamo molto alla nostra democrazia, al nostro diritto di esercitare la democrazia nel voto e, lo stiamo facendo in tutti i congressi nei campi. Noi siamo tutti volontari, nessuno ci paga.”

  


Situazione dei campi dopo l’alluvione del 14 dicembre 2013

Tra il 10 ed il 13 dicembre scorso il maltempo ha giocato in maniera molto decisa e forte in Medio Oriente. Una forte tempesta di neve si è abbattuta su Gerusalemme, mentre le quote più basse sono state  flagellate da piogge torrenziali. A Gaza intere zone si sono allagate, chiuse molte vie di comunicazione, circa 40.000 persone sono state costrette a lasciare la propria abitazione, numerosi i feriti e quattro morti. La Striscia è diventata un lago. In alcune zone l’acqua ha raggiunto 2-3 metri di altezza, invadendo tutto e tutti. E tutto ciò al buio, perché a Gaza non c’è elettricità. Senza elettricità non si possono usare le pompe d’aspirazione e così le acque piovane si mescolano con quelle di scarico. Durante le nostre visite ai campi, abbiamo potuto vedere quello che l’alluvione ha lasciato dietro di sé: fango, strade da ricostruire, abitazioni danneggiate.
Uno dei rappresentanti dei campi ci racconta che, durante tutto il maltempo, erano in contatto diretto con l’UNRWA, organo responsabile dei campi e con il Presidente Mahmud Abbas. Le perdite subite ammontano ad un totale di 65 milioni di dollari e l’UNRWA ne ha versato solo un milione. Malgrado il tempo sono riusciti ugualmente a raggiungere quasi tutti quelli che erano in difficoltà, offrendo un primo aiuto, procurando cibo e coperte per il freddo. Inoltre, molti palestinesi benestanti che risiedono all’estero, hanno garantito alle famiglie bisognose almeno 50 dollari, necessari per coprire il tetto delle case danneggiate. E' stato chiesto all’UNRWA di occuparsi di chiedere a tutti i cittadini di andare a registrare le perdite subite dal maltempo. “Abbiamo chiesto – continua il rappresentante – ai lavoratori di donare un giorno di lavoro a quelli che erano stati colpiti dall’alluvione, ma, nel frattempo c’è stata la tragedia del campo profughi palestinese Yormuk in Siria, ed è stato donato a loro. Nel prossimo mese, invece, daremo questa giornata di lavoro ai campi di Gaza”. 
Un altro esponente dei campi ribadisce il fatto che quando sono usciti dalla Palestina, l’Onu ha costruito questi campi su una superficie ben definita. Questo spazio è rimasto lo stesso negli anni, non è mutato, nonostante l’aumento demografico della popolazione. Nel caso in cui qualcuno, anche tramite una donazione, abbia la possibilità di ricostruire la sua casa danneggiata o bombardata dagli israeliani, fuori dai confini del campo, oppure, può uscire dal campo per un miglioramento nella  propria condizione di vita, rimane sempre un  profugo, ma l’UNRWA non è più obbligata a considerarlo tale e cessano quindi gli aiuti. Questa è la politica dell’Onu. Se un palestinese è fuori dal perimetro deciso dall’Onu, non fa più parte della sua giurisdizione, diventa inesistente, perché non è stato previsto cosa fare nel caso in cui qualcuno esca dal recinto. E’ ribadito il concetto che i Comitati popolari palestinesi rivendicano per tutto il popolo palestinese la Risoluzione 194 insieme al dovuto risarcimento per le perdite subite.

Dopo questo primo giro di domande, l’incontro continua con la visione di un video di una manifestazione di due anni prima e una breve visita al campo di Shati in piena oscurità.

         Audio  sede PNGO  

 

  


Riprendiamo l’incontro con i rappresentanti dei campi nel nostro albergo. Le prime domande riguardano la gestione dei bambini orfani o abbandonati, l’organizzazione dell’istruzione, l’integrazione dei profughi con gli abitanti di Gaza e la programmazione di un eventuale piano di vaccinazione.

- Il numero di bambini orfani di entrambi i genitori o anche di uno solo sono, purtroppo, in aumento vista la situazione in cui si vive a Gaza. In caso di perdita di un genitore perché è caduto martire durante un combattimento o un’incursione, è stato previsto un fondo particolare di sostegno. La società civile, inoltre, attraverso organizzazioni non governative, interviene a secondo dei casi che si presentano. Per i bambini che perdono entrambi i genitori, nel rispetto delle tradizioni della società araba, rimangono nella loro casa con l’obbligo, da parte di un parente prossimo, di occuparsi della loro vita e di crescerli nel migliore dei modi.

- L’asilo nido e la scuola dell’infanzia sono private a pagamento. La scuola dell’obbligo va dalla prima elementare sino alla decima classe (15 anni).  I Comitati, quando gli studenti più bravi arrivano alla fine della scuola media, cercano, attraverso borse di studio, di fargli continuare gli studi. Terminata la scuola dell’obbligo, rimangono ancora tre anni per finire il liceo. Ci sono due tipi di scuola: quella governativa e quella dell’UNRWA e questa,  riguarda solo i profughi palestinesi, solo fino alla terza media. Fino ad oggi, la scuola governativa era totalmente gratuita, ora si paga una piccolissima cifra: 20 dollari all’anno. Dopo le scuole superiori, si passa all’università che sono per la maggior parte private, ma nonostante questo, l’afflusso è molto alto  e  questo crea molta disoccupazione tra i giovani laureati.  Solo a Gaza ci sono più di 20 indirizzi universitari.  Le ultime statistiche indicano che ci sono più di 20.000 persone che hanno  terminato una specializzazione.  Il risultato è che, mentre una parte fa un lavoro del tutto diverso da quello che ha studiato, un'altra è disoccupata ed un’altra ancora cerca di lasciare la Striscia per andare all’estero.
Per quanto riguarda l’istruzione, c’è un’altra importante osservazione da tenere ben presente. Gaza ha subito dal 1948 ad oggi tre programmi d’insegnamento diversi. Dal 1948 al 1967 Gaza era sotto l’amministrazione egiziana, quindi si seguivano i programmi scolastici stabiliti al Cairo. Dal 1967 al 1993, sotto l’occupazione diretta d’Israele, i programmi erano controllati dal governo israeliano, pertanto la questione palestinese era sparita dalla storia, si poteva parlare di tutto all’infuori della Palestina. Dal 1993 in poi, sono entrati i palestinesi con i loro programmi, riportando nei libri la storia della Palestina e delle sue città.


- Uno dei rappresentanti dei Comitati ha fatto la tesi di laurea proprio sull’argomento relativo alla terza domanda: l’integrazione dei profughi.
Gli otto campi profughi esistenti nella Striscia di Gaza sono stati creati nel 1948 dall’esercito egiziano confiscando la terra agli abitanti di quel territorio. Gaza era abitata per lo più da beduini, nomadi che, improvvisamente, sono stati invasi da quasi 200.000 profughi in fuga dalla violenza delle forze israeliane che stavano occupando le loro case, le loro città e villaggi. In quel momento, in un modo del tutto inconsapevole, i profughi avevano rovinato la vita degli abitanti di quella zona. E’ normale, quindi, che i rapporti tra di loro furono molto difficili e complicati. Dal '48 e fino al 1967, con la guerra dei sei giorni nella quale Israele occupa tutta la Palestina, i profughi vissero una situazione di sudditanza. Dal 1967 invece, sia i profughi e sia gli abitanti di Gaza sono diventati uguali, entrambi sotto il dominio del governo israeliano. In quegli anni nasce anche l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e tutti vogliono diventare dei fedayn. Il ruolo essenziale che ha avuto la resistenza della lotta armata è stato quello di unire il tessuto sociale contro l’unico vero nemico: l’occupazione israeliana. La differenza tra i cittadini di Gaza ed i profughi non esisteva più, erano insieme per lottare. Prima del ’67,  il cittadino aveva i soldi e la terra, il profugo, invece, era povero, ma dopo il ’67, il profugo aveva il fucile in mano, quindi,  si è trovato l’equilibrio tra la forza delle armi e quella economica. La società palestinese si è così rafforzata negli anni.  Un esempio di unificazione è dato dal semplice fatto che iniziano anche  i matrimoni tra i cittadini ed i profughi, mentre prima del ’67 erano severamente proibiti. Le differenze non sono sparite completamente, riemergono quando si tratta di elezioni parlamentari. L’unità si trova sulle questioni nazionali, mentre per quelle locali, ognuno vuole mantenere i propri diritti e spazi.

- Il responsabile dei campi laureato in farmacia, risponde all’ultima domanda.
Quando i campi sono stati creati nel 1948, è stata inserita anche un’unità sanitaria in ogni campo. Ogni bambino ha l’obbligo di ricevere tutte le vaccinazioni gratuitamente. In alcuni momenti particolari, l’organizzazione sanitaria può istituire una specifica campagna di vaccinazione. Tra le persone c’è una forte coscienza sanitaria dovuta anche ad un alto livello d’istruzione.

Le ultime domande:
- Ritornando ai danni dell’alluvione, chi finanza, oltre all’Onu, le altre infrastrutture?
- Ci sono campi profughi palestinesi in Libano, Siria, Giordania, ma che senso ha creare campi   profughi tra palestinesi e palestinesi?
- Ci sono organizzazioni femminili nei campi?
- L’assistenza dell’UNRWA può creare un atteggiamento passivo tra le nuove generazioni?

- L’alluvione del dicembre scorso ha colpito maggiormente la regione di Gaza. Alcune zone e  quartieri sono stati letteralmente sommersi, l’acqua è arrivata fino al secondo piano. Tutta la società si è mossa in aiuto a quelli colpiti da questa calamità. Gli aiuti ricevuti hanno però coperto solo le minime necessità, causa il continuo embargo ed assedio su Gaza. I primi soccorsi sono stati materassi, coperte, cibo e plastica per coprire il tetto delle case. Il governo ha stanziato piccolissime quantità di denaro solo per quelli più colpiti. Quello che ha aggravato la situazione è stato sia la mancanza di strumenti necessari per questo tipo di calamità e sia la mancanza di gasolio ed elettricità per il loro funzionamento. Tutto era fermo, solo acqua e freddo. Solo la grande solidarietà popolare della gente è riuscita a limitare un po’ i danni subiti. L’altro settore colpito è stato quello dell’economia di Gaza: le fabbriche, campi coltivati, allevamenti. Tutto ancora fermo. L’acqua piovana si è poi mescolata a quella potabile e a quella di scarico, creando così solo acqua inquinata. In tutto questo sono rimaste ferite tantissime persone, oltre quattro decessi.

- La questione palestinese è nata nel 1948 con la devastazione israeliana di tante città. I primi a fuggire hanno naturalmente cercato un rifugio nel posto più vicino, pensando poi di poter tornare presto a casa, ma così non è stato. Con il tempo questo rifugio è diventato un campo su terra palestinese, qui a Gaza come in Cisgiordania. I palestinesi che sono andati in Libano sono scappati, con la forza, dall’Alta Palestina o Galilea. I profughi palestinesi usciti nel 1948 sono rimasti dove erano fuggiti, nei campi in Giordania, Libano, Siria e Palestina. Nel 1967, con la seconda occupazione israeliana, i palestinesi non volevano più scappare e sono rimasti nei campi profughi creati, per esempio vicino a Nablus o a Khan Younis nella Striscia di Gaza, nella stessa regione, non volevano diventare profughi per la seconda volta. Nel 1967 Israele ha occupato il 78% del territorio palestinese, i palestinesi si sono rifugiati nel restante 22% in Cisgiordania e Gaza. Non c’era una sovranità palestinese su quei territori di Cisgiordania e Gaza, ma una sovranità mandataria alla Giordania e all’Egitto. Per questo il profugo palestinese è rimasto profugo in una parte del suo stesso paese, ma la sua casa natale rimane all’interno d’Israele, dov’era nel 1948.


*Si può parlare tranquillamente di “Pulizia etnica della Palestina”. Questo termine è spiegato molto bene nei siti web del Dipartimento di Stato americano e in quello delle Nazioni Unite: “Ogni azione condotta da un gruppo etnico, intesa a scacciare un altro gruppo etnico con lo scopo di trasformare una regione etnicamente mista in una pura, è Pulizia Etnica. Un’azione può diventare pulizia etnica, quali che siano i mezzi impiegati. Qualunque mezzo, dalla persuasione alle minacce, dalle espulsioni agli omicidi di massa, può giustificare l’attribuzione del termine a tali politiche. Di conseguenza, vittime di Pulizia etnica sono persone che sono fuggite per paura, allo stesso modo di persone che sono state espulse con la forza nel corso di operazioni”.
La prima guerra ebraico-palestinese si colloca subito dopo il “Piano di spartizione della Palestina” (dicembre 1947) con numerosi attacchi da parte delle varie forze sioniste (Haganà, Irgun, Stern) verso diversi villaggi palestinesi. La campagna terroristica della Haganà a Gerusalemme è senza interruzioni. La separazione tra una Gerusalemme Ovest tutta ebraica ed Est araba, è già in atto. Le stragi compiute dalle milizie sioniste prima del maggio 1948 non si contano! La più nota è quella del villaggio di Deir Yassin avvenuta il 9 aprile '48. A metà maggio si conclude la prima fase della guerra che ha visto come protagonisti, da una parte le forze armate sioniste e dall'altra i volontari palestinesi e l'Armata araba di Soccorso. In questo periodo, quando gli ultimi soldati britannici lasciano la Palestina, almeno metà della popolazione palestinese era già stata cacciata fuori dal paese e i sionisti avevano occupato oltre ai propri settori, anche ampi territori destinati allo Stato arabo. Si compie in questa fase l'operazione di trasformazione della Palestina in Stato Ebraico con la supervisione del governo britannico. A Tel Aviv, il 14 maggio David Ben Gurion proclama a nome del popolo ebraico e del movimento sionista la nascita dello Stato d'Israele.  Il 15 maggio '48 inizia la guerra israelo-araba (seconda guerra). Tra l'adozione del Piano di Spartizione e la conclusione della seconda guerra (luglio '49) circa 800.000 palestinesi furono indotti o costretti ad abbandonare le loro case. La Pulizia della Palestina continua, anche dopo l’inizio di questa seconda fase, nella regione costiera, in Galilea e nel Neghev. L’esodo dei palestinesi è causato dalle operazioni militari israeliane dal nome ”Operazione Pulizia e Operazione Ramazza” e spesso precedute da massacri, come per esempio, quelli di Lidda e Ramla del 14 luglio ’48, dove oltre  60.000 palestinesi furono espulsi dalle forze israeliane di Yitzhak Rabin che seguì gli ordini di Ben Gurion. Non si è mai stabilito con certezza quanti invece morirono durante queste operazioni di svuotamento. La loro espulsione fu chiamata la “marcia della morte”. Le due città, oltre ai loro abitanti, ospitavano i profughi delle campagne vicine e parte degli abitanti di Giaffa che dal gennaio ’48 avevano iniziato ad arrivare. Scuole, moschee e chiese erano piene di persona in fuga. “La marcia della morte” di 90.000-120.000 persone continua per tre giorni in direzione di Ramallah,  tra due ali di soldati israeliani pronti a derubarli di qualsiasi oggetto di valore in loro possesso. Moltissimi moriranno di fatica e di sete prima di arrivare. I sopravvissuti verranno rinchiusi in un quartiere di Lidda che verrà murato e dal quale potranno uscire solo dopo 18 anni, nel 1966. Lidda oggi si chiama Lod ed i suoi nuovi abitanti sono polacchi, rumeni, etiopi e iracheni. L’aeroporto di Lidda, costruito dagli ottomani durante la prima guerra mondiale, ha un nuovo nome: Ben Gurion.
Con la legge poi  “sulle Proprietà degli Assenti” (1950), lo Stato d'Israele di fatto inizia a confiscare le proprietà dei palestinesi espulsi.

(* da "Palestina - pulizia etnica e resistenza - Zambon editore)


L’argomento della condizione dei profughi scalda gli animi. E’ una situazione troppo delicata e sofferta per capirla fino in fondo. Molti di noi, forse, hanno idealizzato troppo la società palestinese e, la realtà delle cose a volte è difficile da accettare. Riusciamo a capire, ma non a condividere,  le difficili ed inumane condizioni di vita dei profughi palestinesi in altri stati arabi, come Libano e Siria, ma tutto si complica quando i campi si trovano dentro la stessa Palestina.
Le centinaia di migliaia di profughi cacciati dalle loro case dalla fine del 1947 fino ai primi mesi del 1949 sono spinti dalle truppe israeliane verso le zone che delimitano il territorio da loro conquistato. Gli abitanti della Galilea verso il Libano e la Siria, quelli della costa centrale verso est nelle zone montagnose e in Transgiordania e gli abitanti della parte meridionale della Palestina verso la Striscia di Gaza. L’afflusso è ininterrotto. Villaggi interi che si muovono. Una volta arrivati si accampano dove possono. I profughi che restano sul territorio palestinese, ma che hanno perso la propria casa e cacciati dalla loro terra, sono i così detti “Profughi interni”.
 Ci troviamo sulla Striscia di Gaza, popolata per la massima parte da rifugiati di decine di villaggi della parte meridionale della Palestina spopolati nel 1948. Una volta arrivati qui devono riprendersi la vita in mano, ricominciare da zero, non possiedono nulla, solo la voglia di andare avanti. Nasce da qui la differenza con la popolazione che qui viveva con la sua casa, la terra , il lavoro. Questo dislivello si mantiene almeno fino alla nascita della resistenza palestinese che ha permesso un piccolo cambiamento grazie alla nascita di una ritrovata coscienza nazionale. L’UNRWA insieme agli  stati arabi hanno giocato un ruolo ambiguo: hanno voluto mantenere i profughi in una situazione di disparità per poter continuare a rifornirli dei beni di prima necessità. Se per caso  il campo profugo venisse cancellato, anche l’organizzazione dell’UNRWA sparirebbe, in quanto è stata istituita dall’Onu, solo per i profughi palestinesi, specialmente per tre priorità: istruzione, sanità e lavoro. Se a quelli che ancora sperano di poter tornare nelle loro case, viene tolta la responsabilità internazionale e la possibilità del Diritto al ritorno, cosa gli rimane? 
E’, come sempre, una questione di diritti. Si rimane nei campi per avere il “titolo” di profugo e poter così reclamare il Diritto al Ritorno, ma se i diritti sono gli stessi di quelli che stanno fuori dal campo, qual è il senso? Chi parte svantaggiato, rimane svantaggiato! Da considerare anche il fatto che dal ’48 al ’75 era vietato ai palestinesi, specialmente ai profughi, di andare a lavorare in Israele.  Negli anni ’80, invece, con la possibilità di lavorare per gli occupanti, le condizioni economiche di alcuni palestinesi sono migliorate, tanto da permettere l'uscita dal campo. I rappresentanti dei campi toccano anche la questione psicologica dei profughi. Il dolore per lo sradicamento che hanno dovuto subire ed il sogno di poter tornare nei propri villaggi e città  o, almeno una volta, di riuscire a vedere il luogo dove vivevano i propri antenati, che non hanno mai perso, li porta a non voler costruire nuove case qui in quest'esilio forzato. Vogliono avere una casa nel loro luogo d’origine.

Riguardo all’istruzione, tra le scuole governative e quelle dell’UNRWA, non c’è alcuna differenza sia per quanto riguarda le classi e il programma scolastico. Da denunciare sono le mancanze di fondi che l’Unrwa, invece,  ultimamente non devolve più ai profughi. In tutto il mondo convivono  varie classi sociali e la Palestina non è diversa dagli altri stati. Il punto principale, da non dimenticare, è che l'Unrwa è un prodotto dell’Occidente. La situazione che l’Unrwa ha creato è molto pesante. Doveva assumere circa 700 insegnati, invece, ne sono stati assunti solo 70. Sono sparite le scuole con l’indirizzo professionale e le classi da 35-40 alunni sono salite a 60. L’Unrwa gestisce le scuole fino alla terza media, dopo sono solo scuole governative. Uno dei rappresentanti dei campi definisce questa situazione: un massacro dell’istruzione. Gli insegnati sono costretti a cambiare la propria materia d’insegnamento, a secondo delle classi che si formano, abbassando così la qualità dell’insegnamento.


In ogni campo c’è un’associazione femminile. A Gaza ci sono 10 centri per la donna, 8 nei campi e due nei quartieri. Oggi, rispetto agli ultimi 7-8 anni, l’Unrwa ha diminuito molto anche questo settore. Assume ogni tre mesi, in modo del tutto precario, 3-4 donne per mandare avanti l’associazione. Lo stipendio è di circa 300 $ al mese. In ogni comitato popolare ci deve essere almeno una donna, al massimo due. Se nel comitato è presente solo una donna, nelle varie commissioni, invece, ce ne possono essere anche una decina.  Esiste anche un asilo nido nel quale lavorano 23 donne, tutte laureate. Le donne, comunque, hanno ancora un ruolo nella società palestinese, molto limitato.


 

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 24/05/2014

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