domenica 16 dicembre 2018   
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Medio Oriente » Valzer con Bashir 2  
VALZER CON BASHIR: UN VIAGGIO NELLA MEMORIA
di Mirca Garuti

Valzer con Bashir, film-documentario d’animazione dell’autore israeliano Ari Folman. E’ una co-produzione internazionale che coinvolge Israele, Germania e Francia. Questo progetto è stato realizzato, data la sua particolarità, usando disegni di fantasia.

Folman ha sempre dichiarato che il suo non è un film politico, ma personale, svolge un lavoro di ricerca su se stesso, ricostruendo il passato attraverso una sorta di “seduta psicanalista disegnata”. “Oggi - dichiara infatti lo stesso regista - sono in grado di guardarmi e riconoscermi”.  
Il film è quindi un documentario autobiografico, estremamente sensibile e coinvolgente. E’ una condanna a tutte le guerre. La sua intenzione è chiarire infatti che in quella guerra, in tutte le guerre, non c’è affatto gloria.
Sul massacro di Sabra e Chatila, Folman ha dichiarato: “ E’ la cosa peggiore che un uomo possa fare ad un altro uomo. Quello che è certo è che la milizia cristiana falangista è stata pienamente responsabile del massacro. I soldati israeliani non c’entrano. Per quanto riguarda il governo israeliano, solo chi ne faceva parte sa fino a che punto arrivi la sua responsabilità. Solo loro sanno se sono stati informati o meno in anticipo della violenta vendetta che si stava preparando”.
Folman è consapevole del fatto che Israele appoggia pienamente il film anche perché “Chiarisce in modo inequivocabile che gli esecutori materiali del massacro dei campi profughi di Sabra e Chatila nel 1982 furono i miliziani cristiani libanesi, i maroniti”. Anche se, come si vede nel film, l’esercito israeliano sotto il comando di Ariel Sharon, fu testimone inerte della strage.
“Nel mio paese – continua Folman – sono passato da ribelle ad amico dell’establishment. Essere stato un soldato mi rende uno di loro. La mia terra si è sempre mostrata tollerante verso intellettuali ed artisti e, nel mio caso, ha sostenuto il film, visto che racconto come i soldati israeliani non parteciparono al massacro, non premettero il grilletto , anche se la leadership sapeva ciò che stava accadendo. Parlo della storia che ho visto e vissuto in prima persona; qualcuno dice che sono di parte e mi ha criticato ma sarebbe stato presuntuoso, da parte mia, raccontare l’altro punto di vista. Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse. Io ho compiuto il mio dovere.”
Sottolinea ancora che “Israele ha sempre sostenuto i suoi artisti, dando loro la massima libertà d’espressione. L’establishment divide le persone in due categorie: sei dei nostri o non sei dei nostri, e se sei stato un soldato, come me, allora rientri nella categoria dei nostri”.

  


Le dichiarazioni di Folman mi hanno suscitato sentimenti tra delusione, rabbia e sconforto. Aspettavo da tempo questo film, finalmente un regista israeliano che parla del massacro di Sabra e Chatila! Anche l’idea del documentario nel quale disegni ed animazione propongono una storia vissuta con personaggi incredibilmente veri, è di grande effetto. Ma purtroppo, non si può parlare di questo film come del film su Sabra e Chatila.
Questo è un’altra cosa!
E’ la storia di un soldato, giovane, incosciente, impreparato, che si trova immerso in una guerra che non conosce, che non capisce, ma che ubbidisce solo agli ordini supremi. E’ una denuncia (totalmente condivisibile) contro la guerra come strumento per risolvere le varie controversie del mondo. Crede nella “non violenza”.  
La conseguenza di tutto questo caos è una amnesia totale, un enorme buco nero nella sua memoria. Al termine dell’analisi ritrova se stesso e si assolve, come assolve il governo d’Israele.
Il film va visto in quest’ottica, non è un film di denuncia, in fondo Folman rimane un soldato israeliano, che ama, crede e rispetta il suo paese. Non sente quindi la necessità di un’autocritica che riguardi le responsabilità israeliane relative all’invasione in Libano e al massacro di Sabra e Chatila. Non parla del popolo palestinese, della sua sofferenza, della sua condizione di popolo “occupato” da ben 60anni. La storia con la S maiuscola, qui non esiste, in caso contrario, non avrebbe di certo avuto l’appoggio d’Israele.

Raccontare storie accadute ventisette anni fa, senza immagini d’archivio, attraverso un’intervista, sarebbe risultato troppo noioso. Da qui quindi l’idea di trasformarlo in un “cartoon”. E’ stato attuato, prima, in un real video in conformità ad una sceneggiatura di novanta pagine, poi, girato in un teatro di posa e montato come un film di novanta minuti. E’ stato infine modificato in uno storyboard e disegnato utilizzando duemilatrecento illustrazioni animate. La tecnica d’animazione usata per questo film è stata inventata dal direttore dell’animazione Yoni Goodman. E’ una combinazione d’animazione Flash, tradizionale e 3D. Folman, in un’intervista, evidenzia che questo film non è stato assolutamente realizzato in rotoscopio, ossia non è stato disegnato o dipinto sulla pellicola girata dal vivo. E’ stato, infatti, ridisegnato tutto da capo dall’Art Director David Polonsky e dai suoi tre assistenti.
L’idea di questo film si è sviluppata  esattamente sei anni fa.
Ari era un soldato di diciannove anni, nella guerra del Libano, e come tutti i coscritti, faceva parte dei riservisti. Aveva quindi l’obbligo, fino al raggiungimento dei 50 anni, di prestare il servizio militare, ogni anno, per due settimane. Chiese però, nel 2003, di anticipare la  fine di questo vincolo,  ai 40 anni. La penale consisteva nel doversi sottoporre ad analisi. La procedura prevedeva incontri nei quali Ari doveva rievocare il suo passato. Per la prima volta, dopo vent’anni, parlava delle sue esperienze belliche, scoprendo così di avere enormi buchi neri nella sua memoria, legati a quel periodo.
L’origine del film si trova, quindi, in queste sedute, nelle conversazioni tra Folman ed il terapista dell’esercito.                                     
La storia del film è semplice. Si basa sulla ricerca del regista stesso, protagonista del film, del suo passato di soldato israeliano, durante la guerra tra Israele e Libano nel 1982. Rivivere il passato, ricostruire la memoria perduta, durante i quattro anni di lavorazione del film, ha significato per Folman, un grosso sconvolgimento psicologico e, al tempo stesso,  una terapia per uscire dalla sua nebbia mentale, lo stress post-traumatico che colpisce molti militari. E’ consapevole, infatti, di aver rimosso una parte importante della sua gioventù, coinvolta nella guerra di quel periodo.


La scena iniziale di Valzer con Bashir,
è una muta di cani inferociti che attraversa la città, terrorizzando i passanti, fino a fermarsi sotto la finestra di un uomo che li guarda impaurito.  
E’ solo l’incubo ricorrente, da ormai due decenni, di un vecchio amico di Folman, che lo racconta, a notte fonda, in un bar. I cani sono ventisei come ventisei sono i cani che ha dovuto uccidere, all’inizio degli anni ottanta, durante la guerra in Libano. L’amico è sicuro del numero dei cani per un motivo molto semplice. Quando l’esercito israeliano occupava villaggi palestinesi in Libano, non essendo capace di uccidere esseri umani, aveva il compito di uccidere i cani che, con il loro abbaiare, segnalavano l’arrivo dei soldati. Si ricorda benissimo di quei cani, dei loro occhi, del loro lamento, ed erano appunto ventisei. I due uomini deducono che ci sia un legame con la missione dell’esercito israeliano a cui hanno partecipato.

 

Il giorno dopo il protagonista ricorda un momento particolare di quel periodo che aveva ben sepolto nella sua mente. Rivive quella scena varie volte senza però mai metterla completamente a fuoco. Rammenta i suoi compagni, ma non i fatti. Vede se stesso, nudo, nel mare, di notte, con altri militari, galleggiano nell’acqua, dalla spiaggia dei bengala, luci abbaglianti che scendono dal cielo, sono in Libano, davanti alla città di Beirut. Lentamente camminano verso la costa, si vestono e, sempre lentamente, si dirigono verso la città per le vie deserte.  Poi il vuoto assoluto.
                                                  

 

Per capire il passato decide, dietro consiglio di un amico psicologo, di andare a trovare i compagni di un tempo, intervistando le persone che, all’epoca, erano state protagoniste di quegli eventi. “La memoria – afferma lo psicologo – può essere creativa. Quando è necessario, si inventa un passato”.
L’episodio determinante, rimosso completamente, è il massacro di Sabra e Chatila, due campi profughi palestinesi, dove furono massacrate, dai falangisti cristiani, dalle duemila/tremila persone.
I ricordi legati al Libano sono frammentari. Rammenta solo un litigio con la fidanzata e le licenze dal Libano a Tel Aviv. “Quando tornai dal Libano, la prima volta dopo sei settimane, la vita procedeva normalmente. Mi tornò in mente che, quando ero bambino, c’era la guerra e tutto si era fermato. I bambini stavano a casa con le madri in attesa che passasse un aereo a sganciare  bombe sopra tutti quanti. Ora nessuno metteva in sospeso la propria vita a quanto pareva, e io facevo più o meno lo stesso”.

L’ultima frase vuole mettere in risalto tutta la banale normalità della guerra. La guerra ormai è diventata il modo più semplice per risolvere ogni questione. Questo “cartoon” è una chiara denuncia a tutte le guerre. Non si sofferma, però, sull’analisi storica, ritenuta dal registra, in questo caso, meno importante della descrizione degli effetti devastanti che questa tragedia riesce sempre a produrre. I soldati che rappresenta in questo contesto sono tutti giovani sperduti, terrorizzati,incoscienti, prigionieri della guerra “insensata e inutile” che, per paura, sparano di continuo senza nemmeno sapere dove e contro chi.

 


   


Il percorso che segue Folman è un cammino sofferto che parla dell’abbrutimento degli uomini in divisa: ragazzini che sono stati catapultati in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Il soldato suo amico Frenkel,per esempio, improvvisa la danza “valzer con Bashir” sotto una pioggia di piombo, solo per dispetto al nemico, davanti all’enorme cartellone con la fotografia di Gemayel.
Quando l’esercito israeliano invase il Libano nel 1982, Bashir Gemayel, non collaborò con le truppe occupanti e, il 23 agosto 1982 fu eletto Presidente della Repubblica. Il 14 settembre cadde vittima di un attentato, insieme ad altre 21 persone, perdendo la vita in un’esplosione in un quartiere cristiano nelle parte orientale di Beirut.

 



Inizia quindi ad incontrare ed intervistare amici, commilitoni ed un giornalista televisivo.
Il racconto di ognuno diventa un flashback, un frammento nuovo da aggiungere al quadro da completare. Il susseguirsi delle testimonianze fanno emergere dalla memoria i suoi ricordi, che diventano più definiti, fino ad arrivare ai giorni cruciali del massacro, a cui assistette passivamente.
L’amico psicologo, alla fine del film, decreta che il soldato Folman non è responsabile della strage di Sabra e Chatila, i militari israeliani non erano al comando, la colpa fu interamente  dei falangisti cristiani. Folman però era lì, in uno dei cerchi concentrici che i soldati israeliani formarono intorno ai luoghi dello sterminio per sorvegliare (o coprire) la situazione. Non sanno cosa sta succedendo, ma quello era l’ordine che avevano ricevuto. Ma ecco che qualcuno si accorge di qualcosa:  sparano a donne e bambini. Portano via gruppi di civili che poi non tornano più. Non sono intervenuti per fermare la strage. Nessuno glielo ha ordinato.  La pietà non va alla guerra. Il film mostra il giornalista Ron Ben-Yishai, molto allarmato, che telefona al ministro della difesa, Ariel Sharon, per sapere se era a conoscenza di quello che stava succedendo nei campi palestinesi. Sharon stava dormendo e rispose unicamente, molto placidamente: grazie dell’informazione, buon anno e così chiuse la conversazione.  Folman, a questo punto, in modo molto soft, insinua il sospetto che Sharon sapesse ma che non fece nulla per fermare il massacro.
Le ultime immagini del film non sono più in animazione, ma sono di repertorio: ritraggono i cadaveri della strage in mezzo alle macerie dei campi profughi.
E’ un pugno allo stomaco per lo spettatore.


         
 

        

La linea che divide il reale dall’immaginario, nel cinema d’oggi, è estremamente sottile e, lo stesso processo, succede anche purtroppo alla Storia.
Gilad Atzmon, scrittore-musicista israeliano, ha vissuto questa guerra e così si racconta:
“Ero anch’io un soldato dell’IDF (Israel Defense Forces) in quel preciso momento e durante la stessa guerra. Seppure fossi lontano dall’essere un soldato di fanteria, alcune scene del film mi erano molto familiari. Mentre guardavo il film mi sono ritrovato a volte con le lacrime agli occhi. Questa guerra ha di certo cambiato la mia vita, quanto ha cambiato le vite di molte altre persone – degli israeliani, i palestinesi e dei libanesi. Questa guerra ha lanciato un viaggio personale che mi ha portato infine a partire da Israele, con la decisione di non tornarci più.
So di non essere l’unico israeliano ad aver reagito così. Tuttavia me ne sono andato da Israele con la chiara determinazione di non essere parte di questo conflitto. Volevo allontanarmi, iniziare una nuova vita pacifica, dimenticare, essere innocente, per la prima volta. Ovviamente non ci sono riuscito. Per una serie di ragioni che vanno ben oltre la mia volontà, sono adesso, di gran lunga, più coinvolto in questioni a che vedere con il discorso palestinese, di quanto lo sarei mai stato in Israele”.
Alla prima del film al London Film Festival, Atzmon rivolge una domanda al direttore artistico David Polonski: “Se gli israeliani trovano così difficile ricordare quello che gli è accaduto appena 26anni fa, come può essere che tutti gli israeliani ricordano esattamente quello che è successo in Europa tra il 1942 e il 1944?”
“Sorprendentemente, commenta sempre Atzmon, nonostante si trattasse di una assemblea ebraica e la mia fosse una domanda piuttosto provocatoria, nessuno nella stanza ha mostrato alcuna rabbia manifesta. Presumo che gli ebrei, una volta rimasti soli, si pongano domande che eviterebbero di affrontare nell’ambito di una discussione pubblica. Tuttavia Polonski non è stato in grado di darmi realmente una risposta. Questo è più che comprensibile.


(Folman)     (Atzmon)   


Lo spettatore che non conosce quanto è successo, apprende, da questo film, quello che Folman trasmette. Solo chi è interessato, chi è curioso, chi si è sentito stimolato, vorrà approfondire l’argomento, mentre la maggioranza crederà alla verità del film.


LA STORIA per “ Non dimenticare Sabra e Chatila”





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