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Medio Oriente » Viaggio tra i profughi palestinesi - 2° parte  
Leggi la 1° parte

VIAGGIO TRA I PROFUGHI PALESTINESI
CHATILA 2012

di Mirca Garuti
(2° parte)


Con il sorriso dei bambini nel cuore e la tristezza negli occhi lascio, con molto dispiacere, il campo di Chatila. Chatila è un campo speciale. Le condizioni di vita qui sono molto difficili, qui ci sono le donne che ci aspettano, che sperano in una giustizia, che ricordano mariti, figli, fratelli, che vivono per ritornare a casa, e noi? Cosa possiamo offrire? Quale speranza? Possiamo solo rompere quel muro di silenzio che avvolge ormai un mondo sordo ed indifferente troppo occupato solo di se stesso, raccontando la verità.
Lasciamo Chatila per incontrare il direttore del quotidiano libanese As Safir, Talal Salman ed il direttore aggiunto di “Le Monde Diplomatique”, Alain Gresh.

L’appuntamento con Talal Salman è sempre stato il punto fermo di ogni nostro viaggio. Salman è importante per noi, come noi lo siamo per lui. Le sue parole ci trasmettono l’energia e la forza necessaria per poter continuare la lotta per i diritti del popolo palestinese. Ogni anno, attraverso il suo resoconto, possiamo sia conoscere la situazione attuale del Libano e sia avere una visione globale della realtà della regione medio orientale. Si scusa, e questo purtroppo succede spesso negli ultimi anni, per non avere buone notizie. Salman ricorda i trenta anni della strage di Sabra e Chatila attraverso il lavoro minuzioso svolto dalla professoressa Bayn Nuwayhed raccolto nella pubblicazione di “Sabra e Chatila: settembre 1982”.
Salman continua la sua esposizione parlando della preoccupante situazione in Libano.
 “L’occidente – dice - ha chiamato le rivolte nei paesi del medio oriente “Primavere arabe”. Un termine non troppo preciso, ci sono stati troppi e grandi errori. La rivoluzione nello Yemen e in Siria non è compiuta.” E’ preoccupato per le nuove forze politiche che stanno avanzando, come i Fratelli Musulmani ed i salafiti e dichiara che “ è chiaro che c’è una relazione tra l’islam politico e l’amministrazione americana”. Il Libano sta vivendo un anno d’insicurezza, il clima politico è ritornato sul conflitto degli anni passati perché l’estremismo islamico ha provocato l’estremismo cristiano. Salman non tralascia di parlarci della visita del Papa Benedetto XVI e del dispiacere che, i palestinesi e quella parte di libanesi che lottano al loro fianco hanno provato per l’assoluta mancanza, nei suoi discorsi e messaggi, di un qualsiasi riferimento verso la tragedia del popolo palestinese ed il massacro di Sabra e Chatila. Continua parlandoci delle elezioni del prossimo anno, temendo che si possa aprire una campagna elettorale razzista nei confronti dei “nostri fratelli palestinesi”. Conclude parlando del momento molto tragico che sta vivendo la Siria: “Nessuno sa come finirà. La Siria era il punto forte per la stabilità della regione. Il destino della Siria si ripercuoterà su di noi. Qualcun altro deciderà per noi. Tutti i paesi che vivono sul mediterraneo sono soggetti a dei cambiamenti, ma il non sapere quale sarà il nostro futuro, ci blocca, ci spaventa”. La paura per le sorti della Palestina è maggiore rispetto a quella degli anni passati per la divisione del popolo palestinese e per la situazione del mondo arabo. I palestinesi sono sempre più soli a combattere la loro lotta.
Infine, ci ringrazia ancora una volta per la nostra continua presenza, definendoci come “la sveglia del mattino”.


Alain Gresh, cittadino francese, ma di famiglia copta (la madre d’origini ebraiche russe ed il padre egiziano) si trasferisce con la famiglia a Parigi nel 1962. In Francia ha partecipato alle lotte del ’68 e nel ’72 diventa membro permanente dell’Unione Studenti Comunisti francesi. Il suo interesse si concentra verso la questione palestinese e prepara la sua tesi di laurea sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Lascia gradualmente il partito comunista, la prima fase a causa dell’invasione russa dell’Afghanistan nel ’79, poi nel ’83 e, in modo definitivo nel ’86. Attualmente è il direttore aggiunto di “Le Monde Diplomatique”.
Alain Gresh parlerà, in quest’occasione, d’Israele per capire chi è e quale è la sua posizione nelle questioni internazionali. Gresh rifiuta le etichette che normalmente tendono ad identificare una posizione politica di fronte a varie problematiche, come per esempio se è pro o contro Palestina o Israele. Gresh specifica che lui è per la legalità internazionale. Il massacro di Sabra e Chatila è uno dei tanti massacri compiuti dalle forze sioniste, come Cana, Piombo Fuso e le varie invasioni del Libano, ma l'estrema violenza di quel massacro ha scatenato, subito dopo, grandi manifestazioni all'interno dello stesso stato d'Israele e un dibattito molto forte, ma poi sia l'opinione pubblica israeliana e sia quell’occidentale hanno dimenticato in fretta quanto accaduto. L'intento di Gresh in questa discussione è quello di dimostrare il motivo per il quale gli stati occidentali, via via negli anni, hanno sempre assolto lo stato d'Israele. La sua prima affermazione è che Israele è uno stato democratico. A questo punto si avvertono chiaramente vari mormorii di disapprovazione nella sala ma Gresh continua affermando che, la reazione da parte d'Israele nel lasciare fare le manifestazioni di protesta e di accettare l'inchiesta sulla strage, è una dimostrazione di quella democrazia sostenuta, sempre in ogni occasione, da Israele stesso.
La Francia, per esempio, ha condotto in Algeria una guerra durata sette anni, ma è una democrazia con delle regole, delle legislazioni e con dei dibattiti al suo interno. Il suo stato democratico però non può cancellare i crimini commessi durante quella guerra. E' così questo vale anche per lo Stato d'Israele.
Gresh continua il suo discorso sottolineando un periodo storico molto importante. Dopo la seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, c'è stato un cambiamento da parte della legislazione internazionale che ha influito sui paesi occidentali e le loro relazioni rispetto ad Israele e alla questione palestinese. In questo periodo si fecero leggi di guerra, come quelle del 1949 e 1977 che non entravano nel merito se una guerra era giusta oppure no, ma stabilivano criteri con i quali si dovevano fare le guerre, rispettando la popolazione civile. Le parti in conflitto dovevano quindi differenziare gli obiettivi civili da quelli militari ed i civili dai combattenti. Negli anni 2000 è stata istituita la Corte Penale internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità, ma la sua creazione ha subito delle limitazioni perchè Stati come la Russia, Cina e USA non hanno aderito. L'altro cambiamento che si può definire “epocale” è quello dovuto all'attentato del 11 settembre 2001 alle torri gemelle del World Trade Center di New York. Da questa data è iniziata la guerra al terrorismo. Questa nuova guerra non poteva più sottostare alle vecchie leggi di guerra, a quelle limitazioni imposte, perché se si fosse continuato a dover distinguere gli obiettivi civili da quelli militari, si sarebbe persa la guerra al terrorismo. A questo punto non esistevano più limiti!
Prima del 2001, la guerra al terrorismo era difesa dal Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che la definiva la guerra del ventesimo secolo che doveva avere regole speciali d’ingaggio. Dopo il 2001, il governo Bush teorizza questo cambiamento. Gresh illustra poi il nuovo pensiero di alcuni pensatori liberali appartenenti al neoconservatorismo americano, per i quali le leggi belliche e le regole della moralità umana devono adattarsi a questa nuova realtà (guerra al terrorismo senza regole) e si chiedono se il futuro della società civilizzata non sia troppo condizionata da troppa libertà civile. Queste argomentazioni tendono quindi a giustificare il comportamento aggressivo d’Israele e di altri paesi. In questi atteggiamenti c’è un’involuzione dell’essere umano, è stato fatto un passo indietro rispetto alle leggi di guerra degli anni ’40, è il ritorno alla visione coloniale del mondo. Gresh descrive com’è stato possibile questo brutale regressivo comportamento da parte della politica e del potere. Alla fine del 19esimo secolo, il governo inglese ha ideato un proiettile chiamato “Dum Dum” molto invasivo al contatto di un corpo. In una convenzione internazionale “i bianchi” decidono di limitare nelle guerre l’uso di questo proiettile ritenuto troppo barbaro, ad eccezione di due casi particolari: le bestie ed i movimenti coloniali. E’ importante dunque osservare questo cambiamento di valori perché rappresenta una nuova prospettiva accettata dagli stati in particolare da quelli occidentali: il proprio nemico non è più considerato un essere umano. In questa logica ci si può assolvere per qualsiasi azione s’intraprenda, anche illegittima. I valori cambiano secondo i vari punti di vista e di chi sei. Si sta diffondendo nel mondo occidentale la visione che si sta combattendo una guerra contro dei terroristi estremisti islamici che non condividono i nostri valori, quindi il nostro modo di operare è completamente giustificato.  E’ un ritorno all’idea del colonialismo.  Israele sta facendo pressione agli altri stati europei affinché si capisca questa necessità di cambiamento per poter giustificare al mondo occidentale la sua guerra. Gresh cita a questo punto il Rapporto Goldstone. Si tratta di un buon rapporto, anche se gli USA hanno sempre messo il veto. L’intenzione d’Israele era quella di fare pressione su Goldstone stesso, fino ad arrivare al punto di fargli ammettere di aver svolto il lavoro in modo superficiale e non bene. Secondo Gresh, se queste nuove interpretazioni venissero accettate e diffuse dalla comunità internazionale, sarebbe una catastrofe.  Conclude dicendo che occorre dimostrare che non servono leggi forti per arrivare alla soluzione dei problemi, ma bisogna ritornare alle leggi internazionali di guerra, al rispetto dell’essere umano e alla convivenza pacifica. Risponde alle due domande del pubblico che riguardano la responsabilità del governo libanese, quell’internazionale ed individuale diretta ed indiretta, in merito sia al massacro di Sabra e Chatila e sia alle altre guerre israeliane in territorio libanese e palestinese.

 

Conferenza al sindacato dei giornalisti

 




 

Il Presidente della stampa rivolge al Comitato i suoi saluti e ringraziamenti. Dopo aver ricordato il massacro di Sabra e Chatila che non potrà mai essere dimenticato, lancia un appello, in nome della stampa libanese, a tutti palestinesi affinché trovino un’unità. L’unità del popolo palestinese è molto importante per combattere la grave fase di difficoltà in cui si trovano oggi tutti i palestinesi.

 

 

 

 

 

Terminata la presentazione, prende la parola Stefania Limiti del “Comitato Per non Dimenticare Sabra e Chatila”. Per prima cosa Stefania accoglie subito l’appello lanciato dal Presidente della stampa.  Fa presente che, il momento del ricordo del massacro rappresenta uno dei rari momenti d’unità dei palestinesi, mentre l’unità del popolo palestinese dovrebbe essere la forza che li sostiene. Non è solo importante per loro stessi, ma è anche necessaria a chi esprime solidarietà a questo popolo. Stefania spiega i motivi per i quali il Comitato, ogni anno, torna in Libano nei campi profughi. Il Comitato non vuole che il massacro sia dimenticato perché rappresenta il simbolo della sofferenza e non può nemmeno accettare che le persone che hanno voluto ed eseguito questo crimine non siano ancora state giudicate. Persone che ancora oggi usano gli stessi mezzi e che ritengono il popolo palestinese qualcosa da cacciare ai margini del mondo, in nome di un’ideologia sionista. Il Comitato non può e non vuole accettare questa forma di razzismo che è contro la civile convivenza, legalità, giustizia internazionale e democrazia.
Stefania, infine, in nome del Comitato chiede alle forze politiche che considerano amici i palestinesi, un impegno maggiore perché insieme all’inalienabile diritto al ritorno dei profughi palestinesi, reclamino per loro il diritto ad avere condizioni migliori di vita all’interno della società libanese.
La Conferenza al sindacato dei giornalisti termina con i ringraziamenti di Talal Salman che si dice dispiaciuto nell’affermare che i politici libanesi sono più impegnati in altre questioni, come per esempio la divergenza fra le varie confessioni religiose, l’arricchirsi o l’aumentarsi il proprio stipendio, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. L’assenza di questi politici alla commemorazione della strage di Sabra e Chatila ha però il beneficio di rendere il clima più “pulito”.



  

 

 

Testimonianza di Ellen Siegel, infermiera ebrea americana, testimone del massacro.

 

 

 

 

 

 Saluto, ancora una volta, i familiari delle vittime di Sabra e Chatila, specialmente Kemal Maruf.  E’ un uomo molto dolce, sempre presente ai nostri incontri con la foto di suo figlio Jamal, scomparso nei giorni del massacro di Sabra e Chatila. Kemal l’ha visto, per l’ultima volta, su un carro dei falangisti, ma poi ha perso le tracce del figlio e non ha mai saputo la sua fine. Da quel giorno, Kemal a Chatila è conosciuto con il nome di Abu Jamal. Lo vorrei abbracciare, rincuorare, ma la sua semplicità e riservatezza, mi bloccano. Riesco solo a sorridere e ad accarezzare il viso di suo figlio Jamal. Scappo via, giù per le scale per raggiungere il gruppo e, il nostro viaggio, continua.


Ora ci troviamo al quartier generale di Hezbollah e, per la prima volta, sono presenti anche tutti i partiti politici palestinesi e libanesi.

 

Un rappresentante del partito di Hezbollah ci dà il benvenuto: “Benvenuti insieme a Hezbollah e alla resistenza. Hezbollah che ha scelto di resistere, di proteggere questo paese, di respingere quello che ha fatto il nemico sionista, di dare un significato sacro a questa resistenza e di come resistere contro le ingiustizie.”

 

 

 

 ll Presidente del Consiglio esecutivo, Sheick Nabil Kaouk prende la parola subito dopo. Ricorda i 30 anni del massacro di Sabra e Chatila, lo definisce il più grande e grave massacro avvenuto con la piena responsabilità americana che ha poi permesso agli israeliani e ad una parte di libanesi di metterlo in atto. Nessuno ha ancora pagato. Lo scandalo maggiore è vedere, ancora oggi, quei criminali che, senza nessuna vergogna, sono liberi e tranquilli. “Non ci sarà giustizia finché la Palestina rimane occupata, non ci sarà giustizia finché continua l’esilio del popolo palestinese”, conclude Nabil.
  

 

 

  Maurizio Musolino, membro del Comitato, ringrazia il partito Hezbollah per l’ospitalità e, non perde l’occasione di rivolgersi ai vari partiti presenti per fare un appello. Un appello per i vivi, per le donne e gli uomini che vivono nei campi. Chiede ai partiti di lavorare di più per dare diritti concreti e immediati a quei palestinesi che vivono in Libano, anche se la responsabilità della loro situazione si chiama “sionismo” ed occupazione israeliana delle terre arabe palestinesi. Una responsabilità però che è anche internazionale ed europea. Musolino ricorda inoltre che in Italia, trenta anni fa, c’era un Presidente della Repubblica diverso da quello attuale, che veniva dalla resistenza italiana e che condannò apertamente il massacro di Sabra e Chatila, era Sandro Pertini.
Il 31 dicembre 1983 Pertini rilasciò questa dichiarazione:
“Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società.”
Musolino ripete, ancora una volta, le parole del Sindaco di Ghobeiry. Parole di preoccupazione e di denuncia per lo stato indegno ed in vivibile in cui si trovano i campi profughi, che richiedono una risposta immediata da parte delle autorità libanesi.
Il giornalista de “Il Manifesto”, Michele Giorgio chiede a Nabil Kaouk se si aspetta una provocazione da parte d’Israele in Libano per avere così il pretesto per attaccare l’Iran e cosa farà Hezbollah nel caso in cui Israele dovesse attaccare l’Iran.
Nabil risponde che Hezbollah non ha paura delle minacce d’Israele e che la loro resistenza continua ed è forte. Un attacco verso l’Iran è una possibilità ancora molto lontana perché se questo avvenisse ne sarebbe coinvolta tutta le regione medio orientale e, Israele non avrebbe la forza per sostenere tutto questo.

 

Mentre scrivo del viaggio nei campi profughi in Libano, a Gaza, riprendono le incursioni selvagge da parte d’Israele. Occorre ricordare che Gaza dal 2006, anno in cui Hamas vinse le elezioni per il Consiglio legislativo palestinese, è sottoposta ad un assedio brutale ed a ripetuti e frequenti attacchi militari da parte del governo israeliano. Gaza è una prigione a cielo aperto, sottoposta ad embargo, non entra o esce niente e nessuno senza l’autorizzazione israeliana, i pescatori sono spesso oggetto d’incursione anche all’interno del limite illegale imposto da Israele, spesso è loro sequestrata la barca, impedendogli così di pescare e, di conseguenza, di provvedere alla propria famiglia. Ai Gazawi gli viene sottratta l’acqua e la luce. Israele, invece, riesce sempre a trovare un pretesto credibile per intensificare la guerra contro i palestinesi, com’è successo per esempio a dicembre 2008 con l’Operazione “Piombo Fuso”. E oggi è capitato ancora! Ma quando finirà tutto questo? Finirà forse quando tutti i palestinesi con la forza o non saranno buttati, come una scomoda e pesante zavorra, fuori dalla loro terra per sempre? Israele continua a dir, fino alla nausea, che fa tutto questo perché è costretta, costretta per ragioni di sicurezza, per difendere i suoi cittadini dai terroristi palestinesi che desiderano solo cancellarla dalle cartine geografiche del mondo.

Sono più di 60anni che il popolo palestinese vive sotto occupazione!
Vorrei solo ricordare alcune frasi o affermazioni di diversi esponenti del governo israeliano, rilasciate nel corso degli anni:
David Ben Gurion (Primo ministro d’Israele 1949-1954, 1955-1963) “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba” (maggio 1948 agli ufficiali dello Stato Maggiore).
Golda Meir (primo ministro d’Israele 1969-1974) “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono” (15 giugno 1969 dichiarazione al The Sunday Times) - “Come possiamo restituire i territori occupati? Non c’è nessuno a cui restituirli.”  (8 marzo 1969) -  “A tutti quelli che parlano in favore di riportare indietro i rifugiati arabi devo anche dirgli come pensa di prendersi questa responsabilità, se è interessato alla stato d’Israele. E’ bene che le cose vengano dette chiaramente e liberamente: noi non lasceremo che questo accada.” (ottobre 1961 in un discorso alla Knesset)
Benjamin Netanyahu (primo ministro d’Israele 1996-1999, dal 2009 ad oggi) “Israele avrebbe dovuto approfittare dell’attenzione del mondo sulla repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l’attenzione del mondo era focalizzata su quel paese, per portare a termine una massiccia espulsione degli arabi dei territori.”  (24/11/1989 discorso agli studenti della Bar llan University)
Ariel Sharon (Primo ministro d’Israele 2001-2006) “E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati.  Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre.” (15/11/1998 dichiarazione in una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet) – “Israele può avere il diritto di mettere altri sotto processo, ma certamente nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato d’Israele.” (25/03/2001 BBC news)


Riprendiamo il nostro viaggio, anche se in questo momento molto sofferto, la narrazione si fa difficile.
Ci troviamo al campo di Mar Elias dove incontriamo tutte le organizzazioni della resistenza palestinese (Fronte Democratico, Fatah, Hamas, Fronte Popolare ecc.)
Riceviamo i saluti ed i ringraziamenti per la nostra continua presenza. Se il mondo ha dimenticato la strage di Sabra e Chatila, il Comitato invece prosegue la sua lotta per ricordarla.  La speranza di una giustizia è alimentata fin a quando la questione palestinese sarà nel cuore di tante persone libere. Promettono, inoltre, di fare il possibile per unire tutte le loro forze per prepararsi ad affrontare il nemico comune, Israele, che continua la sua politica d’aggressione non solo contro i palestinesi, ma anche contro la terra e Gerusalemme. Il rappresentante di Hamas ci chiede di essere gli ambasciatori della causa palestinese nelle nostre rispettive città, di riportare quello che abbiamo visto: la sofferenza del popolo palestinese, la vera immagine e non quella deformata dalla forza politica sionista d’Israele. Rileva che non sono terroristi ma combattenti per la loro terra rubata, occupata, per i loro diritti.
I rappresentanti delle varie forze politiche rispondono alle nostre domande: situazione di campi, il rapporto con l’Egitto, il memorandum relativo a come risolvere i problemi dei palestinesi in Libano, il rinnovamento dell’OLP, il movimento BDS, il rapporto Israele-Libano, le elezioni palestinesi, il passaporto palestinese, …
Si parla spesso del diritto di avere il passaporto palestinese, ma per questo bisogna fare una distinzione tra quei palestinesi che vivono nei territori occupati e quelli che sono profughi nel mondo. Il passaporto è un documento che richiede la presenza di uno stato, quindi i palestinesi che vivono in Cisgiordania hanno tutto il diritto di chiederlo. I profughi invece, se chiedono il passaporto palestinese, diventano automaticamente cittadini stranieri del paese in cui vivono, con l’obbligo di sottostare alle sue leggi. Per questi, quindi, è meglio mantenere il “documento di viaggio” in quanto riconosce la condizione di “profugo” e quindi della protezione dell’UNRWA.

 

 

 

 


L’incontro con i partiti politici palestinesi in Libano termina con la loro affermazione che, in caso d’aggressione da parte d’Israele, si schiereranno, senza alcun timore o perplessità, con il popolo e l’esercito libanese. Sono inoltre, da sempre, contrari a qualsiasi intervento esterno e neutrali, ma in modo positivo, nelle questioni interne del Libano.

Continua…

19/11/2012                                                                                                                                                                 

 

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