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Medio Oriente  
Rubrica curata da: Mirca Garuti
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Boicotta i prodotti Israeliani

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I COMBATTENTI PER LA PACE


 

Ex soldati israeliani ed ex prigionieri palestinesi, dal 2005, si sono uniti per creare l’organizzazione “combattenti per la pace” con l’obiettivo di porre fine all’occupazione militare israeliana riportando la legalità e la giustizia nei Territori Occupati, attraverso gli strumenti della “non violenza”. Non è facile credere nella “non violenza, quando, da una parte, c’è il dominio territoriale di uno stato, mentre dall’altra, ci sono persone costrette a vivere accerchiate in zone controllate da ogni parte, all’interno di un muro. A volte, però, i miracoli, sotto la veste della “conoscenza”, si avverano.
 

La maggior parte dei soldati israeliani, fino all’età dei 18 anni, data in cui inizia il servizio militare, non conosce la realtà palestinese. Gli insegnamenti scolastici non prevedono certamente uno studio inerente alla “Nakba” catastrofe palestinese, ma sono indirizzati invece solo verso la Shoah, inculcando così solo sentimenti di odio e di paura.
Capita, quindi, che quando il proprio cammino è attraversato da chi rappresenta il proprio nemico, si prenda coscienza della realtà in cui si vive e, a volte, può, quindi, scattare il dubbio verso il proprio coinvolgimento nella politica del proprio governo. L’alternativa al servizio militare obbligatorio (tre anni per i ragazzi, due per le ragazze) in Israele è la prigione. Esistono comunque alcuni espedienti più semplici, come per esempio, la possibilità di andare a studiare all’estero almeno fino ai 24 anni, così si è reclutati solo per un anno, oppure di presentare un certificato medico falso in cui si attesti un’instabilità mentale. Occorre quindi maturare una motivazione forte per arrivare ad un’opposizione al servizio militare, tenendo anche conto delle conseguenze psicologiche, oltre a quelle sancite dall’esercito, per l’ostilità espressa dalla maggior parte della società israeliana e dei propri coetanei. Lo stesso discorso sulla conoscenza dell’altro può essere valido anche per l’ex combattente palestinese. Dopo un percorso di violenza subita ed effettuata si può arrivare, a pensare di percorrere una strada non violenta per arrivare alla soluzione di un conflitto che dura da 64 anni. I

 

Combattenti per la Pace, dunque, promuovono azioni ed iniziative che mirano al dialogo, alla conoscenza e alla comprensione reciproca. Credono nella necessità di cessare l’occupazione e di ogni forma di violenza, nell’educazione all’ascolto e nel rispetto, attraverso letture pubbliche e racconti di veterani di entrambi gli schieramenti, nella creazione di progetti per l’educazione alla non violenza, nella richiesta della nascita di uno Stato palestinese affianco a quello israeliano, con capitale Gerusalemme Est.

“I palestinesi sono vittime di un popolo di vittime, ma il messaggio che voglio dare al mio popolo è che dobbiamo essere forti abbastanza per non essere più vittime di nessuno.”  Queste sono le parole di Bassam Aramin, uno dei fondatori palestinesi dell’organizzazione “Combattenti per la pace”.

 


Avner Wishnitzer, l’attuale coordinatore della sezione israeliana, commenta: “Se milito in Combatants for Peace non è solo per altruismo o generosità: lo faccio per la mia società. Combatants for peace non è un gioco a somma zero”. Gli fa eco Aramin: “Non schieratevi con un popolo o con l’altro. Non prendete parte per gli israeliani o per i palestinesi. Prendete parte per l’umanità. E   per la Palestina libera”.

 

Modena, 5 luglio 2010

I rappresentanti dei Combattenti per la Pace


Ashraf Khader (Palestinese)

 

 

 

 

 

 

 

 

Liri Mizrachi (Israeliana)

 

 

 

 

 

 

hanno rilasciato a Modena le loro testimonianze  


“APPELLO DEI SINDACATI PALESTINESI AL
SINDACATO INTERNAZIONALE DEI PORTUALI”

Bloccate il carico e lo scarico delle navi israeliane

Finché Israele non rispetti pienamente il diritto internazionale e metta fine al suo assedio illegale di Gaza

*Il movimento sindacale palestinese*, soggetto chiave del Comitato nazionale per il "boicottaggio, disinvestimento, sanzioni" fa appello ai sindacati dei lavoratori portuali in tutto il mondo perché blocchino il commercio marittimo israeliano in risposta al massacro operato da Israele di lavoratori e attivisti umanitari a bordo della Flotta per la libertà di Gaza, finché Israele non rispetti il diritto internazionale e metta fine al suo illegale blocco di Gaza.                                                

Ubriaco di potere e impunità, Israele ha ignorato i recenti appelli del Segretario generale delle Nazioni Unite e il quasi generale consenso dei Governi del mondo per la fine dell'assedio, scaricando l'onere sulla società civile internazionale di sostenere la responsabilità morale di obbligare Israele a rendere conto di fronte al diritto internazionale, per mettere fine alla sua impunità criminale. I lavoratori portuali nel mondo hanno storicamente contribuito alla lotta contro l'ingiustizia, e in modo particolare contro il regime di apartheid in Sud Africa, quando i portuali hanno rifiutato di caricare/scaricare i cargo da e per il Sud Africa come uno dei mezzi più efficaci di protesta contro il regime di apartheid.

Oggi, vi chiediamo di unirvi al *South African Transport and Allied Workers Union* (SATAWU), che ha deciso di non scaricare le navi israeliane a Durban nel febbraio 2009 per protestare contro la guerra di aggressione israeliana contro Gaza e al sindacato svedese dei portuali *Swedish Dockworkers Union* [2] che ha deciso di bloccare tutte le navi israeliane e cargo per e da Israele per protestare contro l'attacco israeliano alla flotta della libertà e la prosecuzione dell'assedio mortale israeliano della striscia occupata di Gaza //

Il perdurante blocco israeliano di essenziali alimenti, materiali per la salute, la scuola, la costruzione non è solo immorale, è una durissima forma di punizione collettiva, un crimine di guerra rigidamente proibito dall'art. 33 della 4 Convenzione di Ginevra, - che sta provocando povertà di massa, inquinamento dell'acqua, disastro ambientale, malattie croniche, devastazione economica e centinaia di morti. Questo triennale assedio medioevale contro 1,5 milioni di palestinesi a Gaza, è stato apertamente condannato da autorevoli esperti giuristi, incluso il relatore speciale delle Nazioni Unite Richard Falk, che lo descrive come, nella sostanza, un "lento genocidio".

Il deprecabile attacco di Israele a navi disarmate è insieme una violazione del diritto marittimo internazionale e della Convenzione sul diritto del mare delle Nazioni Unite, che stabilisce che "l'alto mare dovrebbe essere riservato a obiettivi di pace". Secondo l'articolo 3 della Convenzione di Roma "per la soppressione degli atti illegali contro la sicurezza della navigazione marittima" del 1988, risulta crimine internazionale per chiunque prendere o esercitare il controllo di una nave con la forza, ed è anche crimine ferire o uccidere persone durante queste azioni. Come hanno recentemente confermato eminenti esperti di diritto internazionale non c'è assolutamente alcuna giustificazione legale per l'atto di aggressione di Israele contro navi civili internazionali, cariche di aiuti umanitari e per lo sviluppo, per civili che soffrono sotto l'occupazione e un blocco palesemente illegale, che ha creato e sostenuto deliberatamente, con mani umane, una catastrofe umanitaria. La nostra risposta deve essere proporzionata a questa crisi.

Gaza oggi è diventato il banco di prova della nostra moralità universale e della nostra comune umanità. Durante la lotta contro l'apartheid in Sud Africa, il mondo è stato ispirato dalle azioni coraggiose e basate su saldi principi, di lavoratori del porto che rifiutarono di gestire cargo sud africani, contribuendo
significativamente a far crollare il regime di apartheid. Oggi chiediamo a voi, sindacati dei lavoratori dei porti del mondo, di fare lo stesso contro l'occupazione e l'apartheid israeliano. Questa è la più efficace forma di solidarietà per mettere fine all'ingiustizia e sostenere i diritti umani universali.

Firmato da:

- Palestinian General Federation of Trade Unions (PGFTU)
- General Union of Palestinian Workers (GUPW)
- Federation of Independent Trade Unions (IFU)
- Palestinian Professionals Association**
- Youth Workers Movement (Fatah)

- Central Office for the Workers Movement (Fatah)
- Progressive Workers Block
- Workers Unity Block
- Workers Struggle Block
- Palestinian Federation of Unions of University Professors and Employees (PFUUPE) – part of IFU
- Workers Liberation Front
- Labor Front Block
- Workers Solidarity Organization
- Workers Struggle Organization

**Includes the national syndicates of engineers, agricultural engineers, doctors, dentists, pharmacists, lawyers and veterinarians.


 

ATTACCO ISRAELIANO ALLA FREEDOM FLOTILLA
 

 
 
Una flotta composta da 9 navi con 10mila tonnellate di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza ridotta, ormai,  allo stremo dall’assedio che Israele impone dal 2006, e con  circa 700 pacifisti, è stata attaccata questa notte dalle forze armate israeliane. Per il momento, sembra,  siano state accertate 19 vittime ed una trentina di feriti.


Riportiamo alcuni significativi articoli su questo episodio:

 

Israele Stato terroristico di Cinzia Nachira

 

 


 

BASTA EMBARGO CONTRO GAZA!
di Mirca Garuti

 

Sabato 5 giugno Modena  è stata attraversata da una manifestazione di massa in solidarietà con la Palestina, per il diritto all’autodeterminazione, per la liberazione dei pacifisti e per la fine dell’ignobile embargo contro Gaza.

                                                      

  

 

   

 

L’azione contro la Freedom Flotilla, svolta in acque internazionali, ha causato, ufficialmente, la morte di 9 persone ed il ferimento di altre 45, tra cui alcuni in modo molto grave. Le otto navi della flotta che trasportavano materiali di costruzione, scolastici, generatori, impianti fotovoltaici, medicinali e beni di prima necessità, sono stati sequestrati ed i 750 attivisti, arrestati.
La notizia dell’attacco è stata immediata, come la reazione nei territori occupati, nelle regioni dei paesi arabi, in Europa e nel resto del mondo. Le Tv, i siti web, i giornali hanno riempito spazi, prime pagine con il racconto di quanto accaduto cercando, con le prime analisi dei fatti, di capire cosa, come e il perché di tutto questo.
Ci troviamo di fronte  all’ennesimo atto di terrorismo del governo israeliano.
Israele, come sua prima risposta,  giustifica l’accaduto come “legittima difesa”e così, i pacifisti, messi sotto accusa, sono diventati “Provocatori” e la flotta “la nave del terrore e dell’odio”.
La reazione dell’Onu è stata molto cauta. Dopo una riunione durata più di dieci ore, ha rilasciato solo una dichiarazione formale con la quale condanna gli atti sfociati nella perdita di vite umane, chiede il rilascio dei civili e l’apertura di un’indagine “rapida, imparziale, credibile e trasparente”(ma non internazionale).  Anche, però, tutta l’indignazione mostrata in questi giorni da parte dei governi occidentali e di quelli arabi non si è tradotta, alla fine,  in nulla di concreto. Nessuno propone di rompere gli accordi di cooperazione economica o militare con il governo Netanyahu. È un’indignazione volta a calmare le rispettive opinioni pubbliche e nella quale l’Italia, nonostante la presenza di suoi sei cittadini coinvolti nella Flotilla, assieme agli Stati Uniti e Olanda, ha votato contro la risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite che chiedeva di “inviare una missione internazionale per indagare su violazioni delle leggi internazionali”. Il Ministro degli Affari Esteri italiano Franco Frattini ha spiegato questo NO affermando che “Israele è uno Stato democratico e perfettamente in grado di condurre un’inchiesta credibile e indipendente”.
In Italia, come nel resto del mondo, soltanto la crescita di una mobilitazione di massa potrà aiutare il popolo palestinese.
Così è stato: tantissime persone, spontaneamente, sono scese in piazza in tante città, paesi, per protestare contro l’impunità in cui si avvolge Israele! Manifestazioni che, a volte, sono state attraversate da violenze da parte di polizia o da semplici cittadini al grido di “Viva Israele!”.

 

    

 

E’ successo a Qalandiya, posto di blocco che divide Ramallah da Gerusalemme, una giovane artista americana, Emily Henochowicz, durante la manifestazione, subito dopo l’attacco israeliano alla Freedom Flotilla, è stata colpita in pieno volto da un candelotto di gas lacrimogeno sparato dalla polizia israeliana. Ha subito l’asportazione del bulbo oculare ed altre fratture al viso.
L’indagine interna (sempre e solo quella!) ha accertato che è stato solo un incidente: il candelotto ha colpito prima il muro e, poi di rimbalzo, il viso di Emily.
Sembra, invece, che la guardia di frontiera israeliana abbia sparato in successione tre candelotti ad alta velocità mirando ai manifestanti, Emily era solo ad una quindicina di metri di distanza dalla polizia, quindi, l’impatto è stato molto forte. Un attivista israeliano ha dichiarato che, in questi casi, il gas lacrimogeno dovrebbe essere sparato con una traiettoria di 60 gradi, ma, spesso non succede e, l’esercito spara sui dimostranti a distanza ravvicinata.

 

A Roma, invece, al termine della manifestazione di venerdì 4 giugno, un ragazzo ed una ragazza,  mentre tornavano a casa, hanno subito un’aggressione, un pestaggio in piena regola,  da quattro ragazzini in motorino. Dieci secondi di terrore, di rabbia, e poi, con il grido “Forza Israele”, tutto finito! Aspettano di colpire due persone isolate, tranquille, non vanno dentro il corteo a confrontarsi con gli organizzatori o con i militanti, no, sarebbe troppo difficile!

 
 

Anche le notizie apparse sui giornali sono state, a volte, molto pesanti e molto lontane dalla verità.

 

 

Il titolo migliore va al “Giornale” con il commento di Vittorio Feltri “Israele ha fatto bene a sparare, Dieci morti tra gli amici dei terroristi”, oppure l’articolo che porta la firma di Fiamma Nirenstein : "Dieci morti per una verità capovolta" All’articolo della Nirenstein risponde Miriam Marino, scrittrice ed attivista per i diritti umani:
“Rovesciamento della verità , bugie, sono tutti strumenti usati dalla Nirestein in modo eccellente nella sua fervente propaganda per una causa persa. Gli argomenti sono quelli del ladro incallito che accusa gli altri di rubare. Secondo lei a Jenin non fu fatta strage, il piccolo Mohamed Al Dura si sarebbe assassinato da solo e i pacifisti turchi avrebbero provocato le teste di cuoio che hanno fatto l'arrembaggio piratesco in acque internazionali. I civili per lei sono “guerrieri di prima fila”e perciò è giusto ucciderli. La serie di vomitevoli stupidaggini che elenca l'articolo è tale da richiedere un rotolo di scottex, mi soffermerò su alcune perle: siccome la striscia di Gaza è dominata da Hamas che a suo dire perseguita i cristiani, (i quali sono andati via per sfuggire alla vita impossibile sotto occupazione e non ad Hamas) e che condanna a morte tutti gli ebrei (ma pare che non abbia eseguito la condanna visto che gli ebrei ci sono ancora) che usa bambini, edifici allo scopo di combattere l'occidente intero (siamo ancora all'aberrante dottrina dello “scontro di civiltà”) e così abbiamo anche giustificato il crimine di “Piombo fuso” si sa, a Gaza case, scuole, ospedali,bambini, non esistono di per se, ma per essere usati da Hamas di modo che Israele li bombardi. Il piccolo particolare che a Gaza c'è un milione e mezzo di persone, la metà  bambini e minori, oltre Hamas, non sfiora la mente dell'illuminata articolista.
Da tempo sono disgustata dagli articoli della Nirestein fin dagli anni della seconda Intifada, quando occupava la prima pagina di “Shalom” il giornale nazionale ebraico con articoli pieni di ipocrite e velenose menzogne. Come  donna e come ebrea non posso accettare e tollerare un simile disprezzo per la verità , per ogni criterio di legalità e di giustizia.”

 

Nell’agosto 2005 il governo israeliano inizia il ritiro dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza. Le scene che ritraggono le forze militari mobilitate per smantellare gli insediamenti illegali fanno il giro del mondo. Viene solo sottolineata la sofferenza ed il sacrificio dei coloni costretti ad andarsene. In realtà questo “ritiro” non è altro che un trasferimento da Gaza alla  Cisgiordania in alloggi aggiuntivi o in nuovi insediamenti, ma soprattutto, è che i Palestinesi non hanno, in realtà,  nessuna sovranità nella Striscia. Israele mantiene, infatti, il controllo su tutti gli accessi via mare, terra e cielo. Gaza era ed è una prigione isolata e violata. Questo “ritiro” è stata una mossa vincente per Israele, per vari motivi: mantenere quelle colonie era diventato troppo oneroso, attaccare, ora, la Striscia diventava più facile, in quanto non esistevano più ostacoli ed infine il premier israeliano Sharon aveva ottenuto il plauso della comunità internazionale per la sua umanità.
A fine gennaio 2006 a Gaza, come in Cisgiordania e Gerusalemme Est, ci sono le elezioni politiche.
Hamas vince a Gaza. “Il popolo palestinese è stanco dell’incompetenza di Fatah e della corruzione endemica che lo corrode. Se la corruzione esisteva fin dai tempi di Arafat, questa era controbilanciata, per così dire, dall’esistenza di una linea politica pressappoco coerente. Con la morte del presidente dell’Olp e dell’Autorità Palestinese, di Fatah  non resta che la corruzione, o quasi.”(Michel Warschawskj in Programmare il Disastro, genn.2009).
Gaza è attaccata ripetutamente: estate 2006(“Pioggia Estiva”)  febbraio 2008 (“Inverno Caldo”) ed infine  dicembre 2008/gennaio 2009 (“Piombo Fuso”).

 

Sono molteplici le violazioni del diritto internazionale che Israele ha commesso nell’ultima operazione “Piombo Fuso” denunciate da varie indagini indipendenti e dal rapporto Onu “Goldstone”. Prima di tutto c’è l’embargo, un piano di isolamento economico e politico imposto da Istraele alla Striscia di Gaza, da molto tempo: limitazione di beni che possono entrare a Gaza, il taglio al rifornimento di energia elettrica ed acqua e la chiusura dei confini per persone e cose. Israele, vincolato dalla Quarta Convenzione di Ginevra, dovrebbe assicurare una adeguata distribuzione di cibo ed attrezzature sanitarie per andare incontro ai bisogni della popolazione.
L’esercito israeliano ha poi deliberatamente attaccato la popolazione civile,  rifiutando, spesso, anche il legittimo permesso di evacuare i feriti o l’accesso alle ambulanze. Ha usato armi improprie, come il fosforo bianco ed i missili flechettes. Ha distrutto infrastrutture industriali, fabbriche alimentari, impianti idrici, sistema fognario ed abitazioni ( es. attacco al Mulino “Al Bader”, l’unico funzionante all’interno della Striscia, all’azienda di allevamento polli, che forniva più del 10% del mercato di uova, al complesso”Namar Wells di Jabalya” composto da due pozzi, sistema di pompaggio, generatore e deposito carburante).  Tutti questi non erano obiettivi militari, ma, erano indispensabili per il sostentamento della popolazione, così come per le abitazioni. E’ stato dunque violato il diritto, per le famiglie colpite dalle distruzione, ad una residenza adeguata. E continua il divieto assoluto di introdurre cemento per la ricostruzione, in quanto, Israele teme che possa servire alla costruzione di nuovi bunker usati da Hamas. Inoltre, civili palestinesi  sono stati usati come scudo umano, sono stati incarcerati, per un lungo periodo, senza aver commesso nessun reato e sono stati oggetto di  rappresaglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate dai leader israeliani, la distruzione di beni civili sarebbe motivata da una risposta al lancio dei razzi (“distruggere 100 case per ogni razzo lanciato”), si tratta, dunque, di rappresaglia contro civili, contrarie al diritto umanitario internazionale. Il sistema sanitario è stato messo a dura prova, anche perché, gli ospedali e le ambulanze erano diventati un obiettivo degli attacchi israeliani. Non sono quantificabili i numeri delle persone che hanno  riportato disabilità permanenti, così come, la previsione relativa al numero di individui con problemi e disturbi mentali, è molto alta. Sono state compiute violazioni delle specifiche disposizioni relative alla protezione dei diritti umani dei bambini, particolarmente di quelli che sono vittime di conflitti armati, ma anche di disabili e donne.
Israele ha violato obblighi specifici in qualità di Potere Occupante, come chiaramente illustrato nella Quarta Convenzione di Ginevra, quali l’obbligo a mantenere in attività centri medici e ospedalieri e fornire i servizi correlati nonché a concordare programmi d soccorso, nel caso in cui i territori occupati non siano adeguatamente forniti.
Ma, alla fine, Israele, si considera sempre “l’unica vera democrazia del Medio Oriente”!
Per fortuna, non tutti sono d’accordo su questa affermazione e, la lotta per chiedere “Diritti” per il popolo palestinese continua …
Lo dimostra il fatto che stanno arrivando sempre più notizie relative alla possibilità di tentare di arrivare a Gaza da altri convogli o da rappresentanti di altri paesi: la “Barca Ebraica”, il “Viva Palestina”di George Galloway, la Mezzaluna Rossa iraniana, il Segretario generale della Lega Araba, Amr Musa.

 

LA "NAVE DEGLI EBREI" (JEWISH BOAT) PER GAZA PARTIRÀ PRESTO

 

In un porto del mediterraneo (e non diciamo per ora quale) un piccolo vascello aspetta una missione speciale: partirà per Gaza. Per evitare sabotaggi, data e nome esatto del porto di partenza verranno annunciati solo poco prima della partenza.
"Il nostro obiettivo è chiedere la fine dell'assedio di Gaza, di questa illegale punizione  collettiva della intera popolazione civile. La nostra barca è piccola, per questo quello che portiamo può solo essere simbolico: portiamo borse per la scuola, piene di regali degli studenti delle scuole in Germania, strumenti musicali e materiali artistici. Per i servizi medici portiamo medicine essenziali e piccole attrezzature mediche e per i pescatori portiamo reti e attrezzature. Siamo in collegamento con i servizi medici, educativi e mentali a Gaza."
''Attaccando la flotta della libertà Israele ha dimostrato, ancora una volta, a tutto il mondo la sua odiosa brutalità. Ma io so che ci sono moltissimi israeliani impegnati nella campagna per una pace giusta con passione e coraggio. Dal momento che sulla nostra barca ci saranno importanti giornalisti dei canali radiotelevisivi, Israele avrà una grande occasione per mostrare al mondo che c'è un'altra strada, una strada di coraggio e non di paura, una strada di speranza e non di odio'',dice Edith Lutz, una degli organizzatori e passeggeri della “nave degli ebrei”.
La ''Jüdische Stimme'' (Voce ebraica per una pace giusta in medio oriente), insieme ai suoi amici della rete “Ebrei europei per una pace giusta in Medio oriente” e “Ebrei per la giustizia per i palestinesi (UK)” inviano un appello ai leaders del mondo perché aiutino Israele a tornare alla ragione, al senso di umanità, alla vita senza paura.
Le “voci ebraiche” si aspettano che i leader di Israele e del mondo garantiscano un passaggio sicuro verso Gaza per la piccola nave e in tal modo aiutino a realizzare un ponte verso la pace.
 
Edith Lutz, Ejjp-Germany
Kate Leiterer, Ejjp-Germany
Glyn Secker, Jews for Justice For Palestinians (UK)

 

Mentre questi ultimi avvenimenti sono ancora alla ribalta delle tv e giornali, un’altra vicenda rimane, invece, in sordina. Si tratta della costruzione della barriera egiziana di acciaio di circa 10km., a prova di bomba, che sta avanzando lungo il confine tra Egitto e Gaza. L’opera del “Muro della vergogna”, tempo un anno, sarà conclusa. Il suo intento è quello di bloccare tutti i tunnel sotterranei, ma invece, costringerà, in realtà, i palestinesi solo a scavare più in profondità. L’embargo illegale imposto da Israele costringe la popolazione di Gaza ad inventarsi sistemi per avere quei beni di prima necessità negati dal governo occupante. Il governo di Mubarak è riuscito a rimanere in silenzio di fronte alle proteste del mondo arabo, anzi, più volte la polizia egiziana ha minacciato i suoi residenti sul confine di Rafah di non parlare con la stampa. Se da una parte l’Egitto dichiara che “Chiuderemo tutti i tunnel, e’ un nostro diritto costruire questa  barriera, ed e’ anche legittimo”, dall’altra, con la sua posizione molta ambigua, vuole dimostrare, ora, la sua vicinanza alla popolazione di Gaza aprendo, a tempo indeterminato, il valico di Rafah, però con la condizione “fino a quando non ci saranno violazioni dall’altra parte”.



09/06/2010


ISRAELE SPARA SU FLOTILLA,UCCISI ALMENO 16 CIVILI

Gaza 31 maggio 2010 (foto dal sito www.haaretz.com la nave turca ”Mavi Marmara”) Nena News

 

Almeno 16 attivisti internazionali sono stati uccisi e oltre 30 sono rimasti feriti la scorsa notte quando le Forze Armate israeliane hanno aperto il fuoco contro il convoglio navale ”Freedom Flotilla” in navigazione verso Gaza, dove avrebbe dovuto scaricare 10mila tonnellate di aiuti umanitari e far scendere a terra circa 700 pacifisti. Lo riferisce la televisione privata israeliana “Canale 10″. Al momento nessun attivista italiano partecipante alla missione pacifista sembra essere rimasto coinvolto ma la notizia attende una conferma definitiva.
  Secondo quanto riferito dagli organizzatori della “Freedom Flotilla”, nel cuore della notte, commandos israeliani calandosi dagli elicotteri hanno abbordato, sparando, la nave passeggeri turca “Mavi Marmara”. Un filmato visibile in streaming mostra i soldati israeliani sull’imbarcazione e alcuni passeggeri uccisi o feriti.
   L’attacco è avvenuto in acque internazionali, a 75 miglia al largo della costa israeliana. Da parte sua Israele dice di aver preso il controllo delle imbarcazioni pacifiste che non avevano risposto alla sua intimazione di invertire la rotta. I suoi militari, aggiunge, si sarebbero “difesi” dai colpi d’arma da fuoco sparati da alcuni passeggeri della nave turca. Una versione seccamente smentita dagli organizzatori della ”Freedom Flotilla” che al contrario parlano di strage.
    La coalizione formata dal Free Gaza Movement (FG), European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), Perdana Global Peace Organisation, Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden e International Committee to Lift the Siege on Gaza, ha lanciato un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare l’attacco contro civili che portavano aiuti di vitale importanza ai palestinesi di Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. (redazione Nena news)

 

 

FLOTILLA…ISRAELE SI LAMENTA PURE PER COSTI ARREMBAGGIO


 Tel Aviv, 31 maggio 2010
Oggi si contano i morti dell’arrembaggio israeliano alla Freedom Flotilla diretta a Gaza ma gli amministratori del ministero della difesa a Tel Aviv sono impegnati in altri conteggi.
Costa tre milioni di shekel (circa un milione di dollari) il centro di identificazione e detenzione allestito al porto di Ashdod, destinato ad «accogliere» i circa 700 attivisti internazionali a bordo delle imbarcazioni pacifiste arrestati dai commando israeliani. Come prevede un portavoce del ministero della difesa, che ha parlato al quotidiano economico on line «Globes», molti dei pacifisti stranieri che arriveranno al centro di detenzione Ashdod non collaboreranno ed attueranno forme di protesta per l’uccisione e il ferimento di  tanti loro compagni, “allungando” i tempi della detenzione e, di conseguenza, anche i costi per il loro mantenimento.
Da parte sua «Globes» aggiunge che lo Stato di Israele dovrà pagare il costo dei biglietti aerei necessari per rimandare a casa gli attivisti arrestati e che la Marina militare dovrà spendere fondi per il mantenimento della flottiglia sequestrata con la forza e al termine di uno spargimento di sangue in alto mare. L’Esercito, prosegue il giornale on line, dovrà provvedere a far arrivare a Gaza almeno una parte delle 10mila tonnellate di aiuti umanitari a bordo delle navi pacifiste, allo scopo di migliorare l’immagine internazionale dello Stato ebraico dopo la strage dei pacifisti.
(redazione Nena News)

 

PIRATI E ASSASSINI!

 

Israele ha assassinato un  numero imprecisato di attivisti internazionali in acque internazionali tra Cipro e Gaza, tra le 19 e le 25 persone. L’attacco pirata portato questa notte alla nave ammiraglia della Flottiglia della Libertà era stato pianificato e annunciato da giorni. Le autorità israeliane, non temendo di cadere nel ridicolo, parlavano di arrembaggio.
Non è la prima volta che Israele assassina attivisti internazionali, né è sorprendente che Israele si faccia beffa delle acque internazionali e del diritto internazionale.
Questa flottiglia disarmata aveva come obiettivo quello di tentare di rompere l’assedio che Israele e l’intera comunità internazionale impone a Gaza fin dal 2006: un milione e mezzo di civili ostaggi, privati dei più elementari beni di prima necessità e diritti.
Mentre scriviamo questo comunicato si apprende che Israele ha sequestrato l’intera flottiglia con gli attivisti che la compongono, per dirigerla verso il porto di Ashdod, dove, preventivamente svuotata, la prigione locale «accoglierà» gli attivisti internazionali che, dopo l’identificazione, dovrebbero essere forzatamente rimpatriati.
Questo atto di palese illegalità internazionale non ha nessuna giustificazione.
Israele lo ha commesso forte dell’impunità internazionale di cui gode e della complicità internazionale su cui può contare.
Quello che ora le autorità internazionali devono fare sono cose elementari:

-    chiedere l’immediata liberazione delle navi e degli attivisti;
-    condannare senza appello Israele per questo atto piratesco senza senso;
-    portare di fronte a un tribunale internazionale i responsabili politici e militari di questo atto barbarico;
-    imporre a Israele di togliere l’assedio a Gaza e non solo per motivi umanitari;

Se ciò non verrà fatto semplicemente i governi occidentali a partire dall’Italia saranno tutti complici della morte lenta e disperata di un milione e mezzo di civili, corresponsabili dell’assassinio di tante persone disarmate il cui unico carico è rappresentato da beni di prima necessità, materiale da costruzione, materiale medico.
Mobilitarci immediatamente in solidarietà con il popolo palestinese di Gaza sotto assedio, con le vittime,  i feriti e gli arrestati della Flottiglia internazionale è nostro dovere.
Ora il governo italiano ha il dovere di proteggere i propri concittadini in mano agli israeliani e chiederne l’immediata scarcerazione.

GRUPPO BDS SALENTO

 

GAZA, ASSALTO IN MARE

 

Sono almeno venti le vittime dell’assalto dell’esercito israeliano, avvenuto questa mattina all’alba, di una delle navi che portano aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La barca assaltata, la Mari Marmara, fa parte della Freedom Flotilla, gruppo di imbarcazioni partite da vari paesi per portare sollievo alla popolazione civile di Gaza.
Impossibile contattare gli altri attivisti della Flotilla, i cui telefoni sono stati oscurati nella notte, poche ore prima dell'assalto dei corpi speciali israeliani. Tutti i membri della Flotilla sono da considerare in stato di fermo e le unità militari israeliane li stanno portando nel porto di Haifa, mentre in un primo momento il loro arrivo era previsto nel porto di Ashdod. L'ultimo comunicato stampa della rete che gestisce l'iniziativa recita: ''Lo streaming video mostra i soldati israeliani che sparano a civili, e l'ultimo messaggio diceva "Aiutateci, siamo stati abbordati dagli israeliani".
La coalizione formata dal Free Gaza Movement (FG), European Campaign to End the Siege of Gaza (ECESG), Insani Yardim Vakfi (IHH), Perdana Global Peace Organisation , Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, e International Committee to Lift the Siege on Gaza lancia un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare questo brutale attacco contro civili che stavano tentando di portare aiuti di vitale importanza ai palestinesi imprigionati a Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. La diretta dell'iniziativa umanitaria veniva seguita in diretta sul sito della coalizione, WitnessGaza.
Il numero delle vittime non è accertato, l'unico numero è stato fornito da un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Quest'informazione, fornita in una intervista in tv, non ha per ora altra conferma.
Le immagini, trasmesse in tutto il mondo da al-Jazeera, che ha una troupe a bordo di una delle navi, mostrano elementi delle forze d'assalto israeliane che fanno irruzione a bordo. La Radio Militare israeliana ha confermato, poco fa, che le vittime sono almeno 16. Secondo i militari israeliani, gli incursori avrebebro incontrato resistenza nel tentativo di salire a bordo, in quanto alcuni membri dell'equipaggio brandivano non meglio precisate 'armi da taglio'.
L'assalto è avvenuto a 65 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza, in acque internazionali. Il cargo batteva bandiera turca e il governo di Ankara ha già rilasciato una nota nella quale chiede immediati chiarimenti al governo israeliano. La polizia turca ha protetto dall'assalto di un gruppo di dimostranti la sede diplomatica israeliana ad Ankara.
Una fonte ufficiale dell'esercito israeliano, sentito dalla televisione al-Arabiya, ha confermato che che le vittime sono 19: nove cittadini turchi e diversi arabi, anche se non è stata fornita la nazionalità di tutte le vittime. Al momento sono stati inoltre ricoverati 16 feriti, tra cui dieci soldati israeliani colpiti con coltelli durante l'assalto alle navi dai volontari. Si attende l'arrivo di tutte le navi nel porto di Ashdod mentre prosegue il recupero dei feriti da parte della marina israeliana.
La Turchia ha convocato l'ambasciatore israeliano ad Ankara dopo l'assalto. Lo ha reso noto un diplomatico turco. "L'ambasciatore Gabby Levy è stato convocato al ministero degli Esteri. Faremo presente la nostra reazione nei termini più perentori". Il vice-premier Bulent Airnc ha convocato una riunione di emergenza ad Ankara a cui partecipano tra l'altro il ministro dell'Interno, il comandante della Marina e il capo delle operazioni dell'esercito
''Proclamiamo per domani uno sciopero generale a Gaza e in Cisgiordania in solidarietà con i volontari della flotta attaccata dai militari israeliani", ha annunciato Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas. Haniyeh ha indetto una conferenza stampa, in diretta televisiva, questa mattina. ''Quella di oggi sarà ricordata come la giornata della libertà per il popolo palestinese - ha affermato - tutte le vittime di questo attacco saranno i martiri del nostro popolo''. Haniyeh ha invocato la collaborazione dell'Autorità nazionale palestinese, guidata da Abu Mazen e che controlla la Cisgiordania, della Lega Araba e dell'Unione Europea.  La Lega Araba ha reagito subito, convocando per domani al Cairo una riunione urgente dopo l'attacco di questa mattina. Lo ha reso noto una fonte della Lega Araba citata da al-Arabiya.
Alta tensione anche in Israele. La polizia israeliana, appena è stata diffusa la notizia dell'assalto alla nave della Flotilla, ha predisposto la chiusura al traffico di alcune vie di comunicazione sensibili, in particolare in zone dov'è alta la presenza di arabi-israeliani. Movimenti di polizia si sono, in particolare, registrati subito nella zona di Wadi Ara, dove la tensione è alta, in quanto si è diffusa la notizia che una delle vittime sarebbe lo sceicco Raed Sallah, originario di questa zona.
La polizia israeliana ha inoltre deciso di isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme.
31/05/2010 da PeaceReporter  Christian Elia

 

Gaza: la CGIL esprime profondo cordoglio, ora ferma condanna Israele

Riprendere immediatamente il processo di pace, con il coinvolgimento della Comunità Internazionale
La CGIL, di fronte ai gravissimi fatti di questa notte che hanno visto l’assalto militare israeliano al convoglio umanitario nelle acque internazionali di fronte a Gaza, con un numero elevato di morti e feriti tra gli attivisti pacifisti, esprime il suo profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e chiede al Governo Italiano, all’Unione Europea e alla Comunità Internazionale la più ferma condanna del comportamento di Israele.

Non è più possibile rimanere inerti di fronte al continuo aggravarsi del dramma della popolazione di Gaza. La CGIL sostiene con forza la richiesta dell’Alto Rappresentante per la politica estera europea Catherine Ashton “dell’immediata apertura senza condizioni del libero passaggio del flusso di aiuti umanitari, beni commerciali e persone da e per Gaza”.

L’Italia e la UE, coerentemente con tale posizione, devono essere ben più incisivi rispetto all’insostenibilità dell’attuale situazione umanitaria di Gaza e devono chiamare in causa la diretta responsabilità di Israele che continua nel suo rifiuto del rispetto dei deliberati e dei trattati internazionali, come dimostra anche la mancata adesione al trattato di non proliferazione nucleare.
Di fronte alla reiterata politica unilaterale di Israele, occorre assumere provvedimenti concreti, a partire dall’invio di una forza di interposizione per garantire ai Palestinesi normali condizioni di vita. Occorre  riprendere immediatamente il processo di pace, con il coinvolgimento della Comunità Internazionale, al fine di evitare l’ulteriore drammatico aggravamento delle tensioni nell’area medio-orientale che questo episodio violento rischia di rialimentare.

La CGIL, sulla base di tali posizioni, promuoverà iniziative su tutto il territorio nazionale.
31/05/10

 

 

Movimento di liberazione nazionale palestinese
Fateh – sezione Italia

 

Oggi la marina militare dell’esercito d’occupazione israeliana, ha commesso l’ennesimo atto di brutale criminalità, nelle acque internazionali, attaccando questa volta, i pacifisti solidali con la causa palestinese. Con la loro flotilla erano diretti a Gaza, trasportando  tonnellate di aiuti umanitarie alla sterminata popolazione della striscia di Gaza, costretta a vivere, da quattro anni circa, sotto un criminale assedio.

Il movimento di liberazione nazionale palestinese “fateh” sezione Italia, esprime la sua piena condanna, di questo crimine, compiuto contro gli attivisti della solidarietà e chiede, a tutte le forze politiche, sociali, comitati di solidarietà e organizzazione internazionale, di condannare questa catena di assassini programmati e l’occupazione di un popolo che subisce tuttora una pulizia etnica, iniziata 60 anni orsono.  Chiede, inoltre, alla comunità internazione, di considerare questo governo israeliano illegale e fuori dalla comunità internazionale e di adottare tutte le misure di sanzioni nei suoi confronti.
Esprime la rabbia e il profondo dolore a tutti i partecipanti alla flotilla per questo vile atto, che ha causato la caduta di 19 morti e decine di feriti, e chiede il rilascio immediato di tutti i componenti della flotilla, per poter proseguire la loro missione e raggiungere Gaza.

Rivoluzione fino alla vittoria!

Roma 31maggio2010
 

IL 25 APRILE SENZA FASCISTI E SIONISTI ALLE NOSTRE MANIFESTAZIONI

dal Comitato "Palestina nel cuore"



A tutti gli antifascisti
Ai soci dell’ANPI
Agli iscritti all’ANPI giovani

 
Oggi a Roma il comizio convocato dall’ANPI a Porta San Paolo è stata l’occasione per assistere a una serie di gravissime provocazioni che come antifascisti e democratici non siamo disposti a tollerare e di cui chiediamo conto alla direzione dell’ANPI nazionale e romana.
Alla  commemorazione del 25 aprile è stata invitata la neo-presidente della Regione Lazio Renata Polverini; un invito reso più grave dall’imminenza del  7 maggio, giorno in cui  il blocco studentesco ha convocato la sua marcia su Roma insultando la storia di una città  medaglia d’oro della Resistenza: un merito riaffermato nel corso degli anni dalle lotte antifasciste delle generazioni di giovani che si sono susseguite.  Renata Polverini è parte di una coalizione politica reazionaria, promotrice  di politiche classiste, razziste, clericali e omofobe.
Come se non bastasse, erano presenti e sono stati invitati sul palco esponenti dell’Associazione Romana Amici d’Israele, calata a Porta San Paolo con un delirante volantino inneggiante al sionismo e a Israele, e sventolando bandiere israeliane, tra cui faceva bella mostra di sè la bandiera dell’aviazione israeliana; l’aviazione  israeliana l’anno scorso  ha perpetrato – lo ricordiamo a chi se lo fosse dimenticato -  il massacro di Gaza bruciando oltre  1400 vite in 20 giorni, e continua a bombardare quotidianamente la striscia di Gaza stretta in un assedio criminale. Cosa c’entrano questi sciacalli con la Resistenza? La nostra Resistenza ha combattuto per dare a tutti la possibilità di emanciparsi e di vivere in uno stato laico e ospitale: il sionismo è un’ideologia neocoloniale che mira alla supremazia del popolo ebraico e alla sopraffazione del popolo palestinese, negandogli il diritto alla vita, alla terra e alla libertà; “il problema è la natura etnica del sionismo: il sionismo non ha gli stessi margini di pluralismo che offre il giudaismo, meno che mai per i palestinesi. Essi non potranno essere mai parte dello stato e dello spazio sionista e continueranno a lottare” (da “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappè, docente israeliano rifugiatosi in Inghilterra, all’università di Exeter).

Contro la politica di apartheid dello stato israeliano in tutto il mondo sta crescendo  una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni: “La stessa questione della uguaglianza è ciò che motiva il movimento per il disinvestimento di oggi, che ha come obiettivo la fine dell'occupazione israeliana da 43 anni e l'iniquo trattamento del popolo palestinese dal governo israeliano. Gli abusi che i palestinesi si trovano ad affrontare sono reali, e nessuna persona dovrebbe essere offesa da atti di principio, moralmente coerente e nonviolenta per opporvisi. Non è affatto sbagliato accusare Israele in particolare per i suoi abusi come non lo era accusare il regime dell'Apartheid in particolare per i suoi abusi”.  (Desmond Tutu, arcivescovo emerito di Città del Capo).

L’ANPI ospita invece i sostenitori di Israele!

A coloro che ingiustamente vi accusano di slealtà o danno a loro arrecato da questa vostra richiesta di disinvestimento, vi propongo, con umiltà, che il danno subito dal confrontarsi con pensieri che sfidano le proprie opinioni impallidisce rispetto al danno fatto da una vita sotto occupazione e quotidiana negazione dei diritti fondamentali e della dignità. Non è con rancore che critichiamo il governo israeliano, ma con speranza, una speranza che si possa realizzare un futuro migliore per israeliani e palestinesi, un futuro in cui sia la violenza degli occupanti che la conseguente resistenza violenta degli occupati finiscano, e dove una popolazione non domini su un'altra, generando sofferenza, umiliazione e ritorsioni.
In mezzo a loro c’era non solo il neofascista Riccardo Pacifici ma anche la deputata del  PDL nonché colona sionista israeliana Fiamma Nirenstein che si è dichiarata sorpresa dalla contestazione e così farnetica nel suo blog: “E' del tutto sconcertante assistere ad atteggiamenti di tale aggressività da parte di gente che ancora osa sventolare bandiere con falce e martello e soprattutto bandiere palestinesi nel giorno della Liberazione”.

Sono le nostre bandiere: non tollereremo mai più simili offese nè che una simile razzista abbia agibilità nei nostri cortei.
 
Chiediamo conto ai dirigenti dell’ANPI di queste scelte: è chiaro il vostro tentativo di voler  riscrivere la storia e i valori dell’antifascismo, invitando personaggi come Renata Polverini, Fiamma Nirenstein e associazioni che sostengono uno stato  guerrafondaio e razzista come lo stato di Israele. L’apologia di Israele non ha niente a che vedere con la lotta di liberazione, la politica di Israele contraddice apertamente l’articolo 11 della costituzione italiana (così spesso citato dall’ANPI): Israele ha sempre utilizzato la guerra e il terrore come strumento politico  principale. E’ di questi giorni il decreto militare di espulsione emesso da Israele, che colpirà decine di migliaia di palestinesi residenti in Cisgiordania perché privi di documenti che Israele stessa si rifiuta di dargli.

Ci rivolgiamo ai giovani iscritti all’ANPI e a tutti gli iscritti all’ANPI perché si facciano promotori di una protesta  presso i loro dirigenti, colpevoli di scelte che snaturano i valori di questa associazione!

Agli antifascisti: difendiamo i valori dell’antifascismo! Nessuno spazio per i sionisti e per i revisionisti! Ora e sempre resistenza a fianco dei popoli oppressi.

Roma, 25 aprile 2010
(dal sito:Forumpalestina.org)


PALESTINA: DALLA CRISI USA-ISRAELE AD UNA NUOVA INTIFADA?

 



Le frizioni tra la nuova amministrazione statunitense e Israele tutto possono essere tranne che sorprendenti. Compreso lo stile di brutalità con le quali sono emerse.

La brutalità diplomatica, e non solo,  del nuovo governo israeliano…e dell’ “opposizione”

Tzipi Livni, ex primo ministro israeliano, criminale di guerra, durante i bombardamenti sulla striscia di Gaza del 2008-2009 rivendicò, in modo chiaro, che la politica israeliana sarebbe stata costellata da azioni “folli”. Lei è una che se ne intende: in 22 giorni, sotto la sua responsabilità, sono stati assassinati 1.400 civili palestinesi, di cui un numero intollerabile di bambini.
La Livni è la rappresentante moderata di un’«opposizione» al governo il più oltranzista, razzista e xenofobo della storia israeliana.  Il governo è peggio. 
In questo quadro, appena abbozzato, non è sorprendente che il ministro dell'interno israeliano  Eli Yishai, esponente dell’estrema destra religiosa, abbia contribuito a tendere i rapporti con gli USA, annunciando, durante il viaggio nella regione del vice presidente John Biden, la costruzione di 1.600 nuovi alloggi nella colonia di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est. Tutto questo dopo che l’inaugurazione, in grande stile, di una restaurata sinagoga, risalente al XVII secolo, sita a poche centinaia di metri dalla Moschea di Al Aqsa, aveva già prodotto, agli inizi del mese di marzo, scontri tra palestinesi e esercito israeliano.
Si può perfettamente concordare con Gideon Levy, una delle poche voci rimaste lucide del giornalismo israeliano, che in un editoriale su Hareetz, il giorno dopo l’annuncio di Yishai, ringrazia il ministro per aver sollevato la nebbia della patina dorata con cui si voleva avvolgere la visita di Biden in Palestina.

L’agenda degli USA non coincide con quella israeliana

È chiaro che ora, a poco più di un anno dall’annunciato ritiro dall’Iraq, l’amministrazione USA ha bisogno urgentemente di allentare la tensione sul dossier palestinese.
Il tentativo avviato ormai da mesi dall’amministrazione Obama è quello di tornare al “clima di Oslo”. Per questo motivo, Biden aveva il compito di approntare un “negoziato indiretto”. Indiretto perché è evidente l’impossibilità di poter avviare un negoziato reale. Sarebbe bastato poco a Obama, Biden e Clinton per ritenersi soddisfatti.
In cambio di una loro posizione intransigente contro l’Iran e il suo nucleare, si sarebbero accontentati di una promessa di congelamento degli insediamenti a Gerusalemme est. Ovviamente, anche se ciò è insufficiente, una cosa simile sarebbe bastata agli USA per imporre all’ANP di Abu Mazen di accettare dei negoziati.
Se lo scompiglio prodotto da Yishai ha provocato una crisi che non possiamo prevedere come si concluderà, tuttavia conferma un dato: le agende di Stati Uniti e Israele, oggi, non coincidono.
A Tel Aviv, durante il discorso tenuto all’università, Biden ha detto parole precise in questo senso: « A volte proprio un vecchio amico di Israele, appunto come me, deve far sentire la sua voce».
Questo, ovviamente, non significa che concretamente, come si è già detto, gli USA siano pronti a rimettere in discussione la politica di colonizzazione della Cisgiordania, che prosegue indisturbata, né, ancor più, la costruzione del Muro di separazione e l’assedio feroce alla striscia di Gaza. Ciò significa che, come ribadito da Netanyahu nel suo viaggio negli Stati Uniti, il suo governo rivendica il «diritto» a costruire a Gerusalemme perché si rivendica Gerusalemme come capitale eterna dello Stato ebraico di Israele. Per altro a Gerusalemme, compresa la sua periferia, già vivono 200.000 coloni.
Moshe Dayan, il generale che nel giugno 1967 conquistò la parte est della città, con questo slogan attraversò la Porta di Damasco, uno degli accessi alla città vecchia di Gerusalemme.
Oggi, nel 2010, Netanyahu inscrive l’azione politica del suo governo in questa direzione, mai abbandonata in questi quarantatre anni di occupazione.
Netanyahu e il governo israeliano si possono permettere questa disinvoltura perché è chiaro che l’alleanza di fondo con gli Stati Uniti – soprattutto quella militare – non è scalfita neanche dalla brutta figura di Biden in Medioriente e neanche dalla vendetta attuata dallo staff della Casa Bianca che ha tenuto, la visita di Netanyahu negli USA e soprattutto il suo incontro con Obama, nell’ombra.

Verso una terza intifada?



L’altra carta in mano a Netanyahu è il caos che regna sovrano in campo palestinese e arabo.
Certo, l’ANP di Abu Mazen, sempre più in crisi, cerca di recuperare credibilità presso il suo stesso popolo grazie a questa crisi.
In molti scordano facilmente tre cose elementari: la subalternità dell’ANP verso Israele, la complicità dell’ANP nei massacri di un anno fa a Gaza e il ruolo attivo dei Paesi Arabi, soprattutto dell’Egitto, nell’assedio di Gaza. I palestinesi, anche di Cisgiordania e di Gerusalemme Est, non dimenticano, al contrario.
A guardare la mappa degli scontri esplosi a marzo, ci si rende conto che essi sono scoppiati lì dove l’ANP e le sue forze di repressione erano meno presenti. I centri più grandi della Cisgiordania erano totalmente controllati ed era impossibile una qualsiasi forma di protesta.
Questo a dimostrazione del fatto che l’ANP sta puntando a inserirsi nello scontro tra Stati Uniti e Israele come elemento passivo. Di questo atteggiamento evidentemente cerca di approfittare Hamas.
Con la proclamazione della giornata della collera, il primo venerdì dopo l’annuncio dei nuovi 1.600 alloggi a Gerusalemme Est, l’organizzazione di ispirazione islamica ha cercato di inviare un messaggio all’ANP: state attenti che riusciamo, se vogliamo, a prendere la leadership della rivolta anche in Cisgiordania. Ma questo, oltre all’effetto propagandistico, è tutto da dimostrare.
Ciò che invece emerge in modo chiaro è che Hamas cerca di riprendere il ruolo che aveva prima del 2006, quando, anche se può sembrare paradossale, la vittoria schiacciante alle elezioni legislative, lo ha messo più in difficoltà di quanto si aspettasse.
Negli anni precedenti al 2006, Hamas ha costruito il suo consenso e il suo radicamento tra la popolazione palestinese, grazie al fatto che si presentava contemporaneamente come l’unica forza politica in grado di garantire un sostegno concreto alla popolazione e contraria agli accordi di Oslo.
A causa dell’assedio a Gaza sicuramente la capacità di garantire il sostegno concreto è molto diminuita. Inoltre, in vari momenti, le conseguenze di questo si sono trasformate in scontri armati anche all’interno della Striscia prima contro Fatah (giugno 2007) e poi contro altre formazioni politiche di ispirazione islamica ben più estremistiche di Hamas (2009).
Inoltre, non è un dettaglio secondario, Hamas deve far fronte a condizioni di vita a Gaza sempre più intollerabili.
Una vera e propria catastrofe economica: nell’arco di due anni, il 95%  delle imprese hanno chiuso e il 98% degli impieghi, nel settore privato, sono andati distrutti. L’impossibilità di importare cemento ed altri materiali edili, impedisce di fatto la ricostruzione dopo la devastante distruzione del 2008-2009.
Inoltre, a meno di non volersi bendare gli occhi, il clima politico a Gaza è tutto tranne che rose e fiori.
Questo, ovviamente, non significa sposare l’idea che stia per realizzarsi il progetto israeliano, europeo, statunitense e arabo di una rivolta della popolazione palestinese di Gaza contro Hamas. Significa non perdere mai di vista di che natura è l’organizzazione politica Hamas: un’organizzazione conservatrice e reazionaria che fa della religione lo strumento privilegiato di controllo politico, culturale e sociale.
Il compito di Hamas viene «facilitato» da Israele che l’assedia e tenta di «sradicarla» militarmente e dall’ANP che cerca di usare questo assedio e le aggressioni militari perché non ha speranza alcuna di sostenere il confronto, dai Paesi arabi e l’Occidente che partecipano a pieno ai piani di Israele.
Ma la decomposizione quasi totale delle organizzazioni politiche in Cisgiordania sia che siano  o no legate all’ANP e, l’inefficacia assoluta sul piano politico ed economico dell’ANP,produce anche l’effetto, che, a lungo termine, non può che dare risultati implosivi, dell’impossibilità di sfruttare in positivo l’afflusso consistente di aiuti economici che essa riceve dall’estero.
L’ultima iniezione, 500 milioni di dollari, l’ha ricevuta in queste settimane dalla Lega Araba.
Lega Araba che, riunita d’urgenza dopo le dichiarazioni israeliane su Ramat Shlomo, non ha potuto che prendere atto del fallimento del piano lanciato, del tutto ignorato da Israele, nel 2002 dall’Arabia Saudita e, che consisteva nell’impegno da parte araba a riconoscere Israele in cambio della restituzione dei Territori Occupati, compresa Gerusalemme Est.
Si può osservare che la Lega Araba ha impiegato otto anni a capire ciò che era chiaro già nel 2002, quando Sharon iniziò la costruzione del Muro e che aveva come obiettivo quello di annettersi di fatto gran parte della Cisgiordania, creando l’ennesimo fatto compiuto.
Oggi, dopo le enormi mobilitazioni di un anno fa al fianco dei palestinesi di Gaza, i Paesi Arabi hanno (come molte altre volte nella storia) la necessità di far finta di schierarsi per evitare che le proprie popolazioni scelgano fino in fondo la via dell’opposizione interna. Tra l’altro, al contrario di ciò che si pensa, nei diversi Paesi arabi non tutto è piatto e inamovibile.
Gli scontri di queste settimane in Cisgiordania, con quattro giovani adolescenti assassinati, in meno di dodici ore tra il 20 e il 21 marzo, hanno fatto ricordare in parte ciò che avvenne nel dicembre 1987 allo scoppio della prima Intifada e nel settembre 2000 allo scoppio della seconda.


Ma oltre alla banale constatazione del mutato contesto generale, le differenze con le due precedenti rivolte sono abissali, soprattutto con la prima Intifada.
All’epoca, quello che sembrava un episodio (un camionista israeliano che investì otto lavoratori palestinesi) di  « ordinario razzismo e colonialismo»  divenne, invece, la miccia che avrebbe incendiato tutti i Territori Occupati e, si rivelò una rivolta auto-organizzata che riuscì  a mantenere, a lungo, lo scontro con l’esercito occupante,  a coordinarlo ed a renderlo efficace politicamente.
Ciò che rese tutto questo possibile furono diversi fattori, ma tre di essi influirono in modo determinante: la Cisgiordania e Gaza erano occupate direttamente dall’esercito israeliano; il gruppo dirigente dell’OLP, nell’esilio dorato di Tunisi, solo dopo alcuni mesi, riuscì a prendere il controllo della rivolta; le organizzazioni che, nei Territori Occupati,rappresentavano la galassia dell’OLP, con l’esclusione di Hamas, nei venti anni di occupazione avevano sviluppato un coordinamento  «di base » e una collaborazione politica che non era assolutamente caratteristica dell’OLP  «dell’esterno».
Soprattutto il terzo elemento portò alla nascita del Comando Nazionale Unificato, di fatto una direzione all’interno dei Territori Occupati che non si contrapponeva ufficialmente all’OLP, ma, che era comunque alternativa ad essa. Si era creato quello che si può definire un  «dualismo di potere» tra interno ed esterno. L’organizzazione interna consentì il coinvolgimento capillare della popolazione palestinese, sganciando le rivendicazioni dirette del popolo in rivolta dalle alchimie diplomatiche in cui era invischiata all’esterno l’OLP.
Questo  « dualismo di potere » era inaccettabile per la direzione dell’OLP a Tunisi che riuscì alla fine, a disarticolare l’auto-organizzazione interna, grazie anche a Israele che chiuse gli occhi sulla nascita (nel 1988) di Hamas e sulla sua crescita. Anche se,  è necessario sottolinearlo, la carta vincente per Hamas fu quella di presentarsi presso i palestinesi come alternativa all’OLP, di cui non mancava di sottolineare la corruzione.
Come  è noto, la prima Intifada  « finì  » con gli accordi di Oslo dopo sei anni di strenua lotta che la popolazione palestinese pagò con un prezzo umano altissimo.
Ma sicuramente la pantomima che si svolse sul prato della Casa Bianca nel 1993 non sarebbe stata possibile senza la prima Intifada.
Quegli accordi erano il risultato dell’incrociarsi di tre interessi: Israele aveva capito che, nonostante l’OLP avesse determinato lo  « svuotamento » dell’Intifada, doveva creare le condizioni perché una cosa simile non si ripetesse; l’OLP aveva bisogno come l’aria di un  «risultato» da esibire al proprio popolo; i Paesi imperialistici, in primis gli USA, avevano bisogno di un  «risultato» sul versante più pericoloso del Medio Oriente, soprattutto dopo il fallimento della prima guerra del Golfo nel 1991.
I sette anni di tregua che dividono la firma degli accordi di Oslo e lo scoppio della seconda Intifada nel 2000 rivelano in pieno alla popolazione palestinese l’intreccio degli interessi di cui prima si parlava.
La colonizzazione anziché essere fermata, o anche solo diminuita, raddoppierà.
Il rientro, con grande clangore di trombe, della direzione dell’OLP, in primis di Yasser Arafat, nei Territori Occupati, invece di essere il presupposto per la costruzione di una direzione politica in loco che avesse come obiettivo quello di arrivare ad uno Stato indipendente, si trasformò, in breve tempo, al contrario, nella crescita esponenziale di un apparato che, di fatto, aveva come compito prioritario il controllo dei palestinesi, perché gli obiettivi di Oslo, tutti favorevoli a Israele, si realizzassero.
Quando Ariel Sharon, nel 2000, con la piena collaborazione del governo allora presieduto da Ehud Barak, compì la provocazione, passeggiando, attorniato dalla stampa internazionale e dall’esercito, sulla Spianata delle Moschee, era chiaro che i palestinesi avrebbero reagito.
Quella che fu chiamata la seconda Intifada, però, aveva profonde differenze con la rivolta del 1987.
Le divisioni all’interno dell’apparato dell’ANP portarono alla militarizzazione della rivolta, con l’esclusione della popolazione. Al posto degli scioperi generali, le milizie dell’ANP che non avevano a disposizione che poche armi leggere, iniziarono a reagire agli attacchi dell’esercito israeliano, che, non facendosi sfuggire l’occasione, rispose usando, contro i fucili,tutte le armi a sua disposizione: dagli elicotteri di guerra ai carri armati. Il conto è presto fatto se si tiene conto che quello israeliano è l’esercito più tecnologizzato del Medio Oriente.
Il costo umano fu enorme e pagato molto più rapidamente che in precedenza.
La leadership di Arafat era sempre più in difficoltà: dal lato militare (cosa scontata visto la sproporzione dei mezzi in campo), dal lato politico, ancor di più, perché si sforzava di tenere insieme il «profilo diplomatico di Oslo» e, contemporaneamente, di apparire comunque a capo della rivolta. Cosa che ovviamente risultava impossibile.
La marginalizzazione delle masse portò lo scontro su un livello insostenibile, ossia quello militare.
Nel 2002 Sharon lancia l’operazione «Scudo di difesa» che altro non era che la reinvansione militare della Cisgiordania.
In seguito a questa operazione fu iniziata la costruzione del Muro di separazione, che, in realtà,  serve solo  ad appropriarsi delle terre palestinesi e alla messa sotto assedio di Yasser Arafat, nel suo quartier generale alla Muqata a Ramallah, dove rimase prigioniero e malato in pratica fino alla fine dei suoi giorni, nel novembre 2004.
Dopo la sua morte, l’ANP non ha alcun gruppo dirigente reale e credibile e, la scelta di investire nella successione, un burocrate scialbo come Mahmud Abbas, non fa che acuire le contraddizioni.
Contraddizioni che nel gennaio 2006 si traducono nella vittoria imponente di Hamas alle elezioni legislative.
Hamas, nel corso degli anni, si delineò come un’organizzazione assai pragmatica, ben lontana dall’estremismo confessionale che caratterizzava altre organizzazioni politiche di ispirazione islamica in altri Paesi arabi. In altri termini, essa portava avanti la lotta in nome di Allah, ma soprattutto contro Israele: infedele, ma anche occupante, o almeno in questo modo l’ha percepita la maggioranza della popolazione palestinese, soprattutto a Gaza.
Questo pragmatismo ha messo in sordina il suo carattere religioso. Anche perché, a differenza di altri Paesi arabi in cui lo scontro confessionale è più drammatico (l’Iraq), sia a Gaza che in Cisgiordania, l’omogeneità religiosa, ossia la stragrande maggioranza sunnita e una minoranza cristiana, ha permesso a Hamas di presentarsi innanzitutto e sostanzialmente ancora come l’organizzazione che privilegiava la resistenza agli accordi a tutti i costi.
Quando nel giugno 2007 forzando l’acceleratore dello scontro arrivò a cacciare gran parte dei dirigenti di Fatah, ancora presenti a Gaza, la situazione mutò radicalmente.
Questo mutamento consisteva fondamentalmente in due fattori: Hamas si trovava a gestire e non cogestire il potere, il blocco imposto da Israele, con la complicità esplicita di alcuni Paesi arabi, soprattutto l’Egitto, gli USA e l’Europa diventa totale.
L’ANP, dal canto suo, cerca di approfittare della divisione tra Cisgiordania e Gaza, ma nonostante tutto il conto è ancora sbagliato.
Da un lato, come abbiamo già detto, c’è l’incapacità di gestire in modo appropriato le risorse economiche di cui dispone, dall’altro, la volontà di non uscire dalla «logica di Oslo» porta l’ANP a restare, di fatto, estranea alla lotta quotidiana dei palestinesi di Cisgiordania: dal Muro all’espansione delle colonie, alla sempre maggiore violenza dei coloni e dell’esercito.
Quando poco più di un anno fa l’ANP accettò l’aggressione israeliana contro Gaza, sperando le risolvesse, così, un po’ i problemi, essa per non precipitare nell’abisso dei propri errori,cercò goffamente di fare marcia indietro, ovviamente, senza riuscirci.
E gli scontri di questo drammatico inizio di primavera lo dimostrano.
Non possiamo prevedere ora se si andrà verso una «terza Intifada». Certo, il clima resta incandescente e, come abbiamo tentato di spiegare, molto più confuso rispetto al passato.



Prospettive

Oggi Hamas è certamente più in difficoltà.

Da un lato, per le conseguenze dell’aggressione e dell’assedio, come rilevato sopra, ma anche, se non soprattutto, perché è chiaro che una «stabilizzazione religiosa» che le consenta di conservare il controllo della Striscia, non è scontata.
La galassia dei gruppi «jihadisti», che si riconoscono nella rete di Al Qaida e che, come obiettivo, hanno la costituzione a Gaza di un emirato islamico, cresce e cerca di approfittare del fatto che, dopo la devastante aggressione del 2008-2009, il governo di Hamas a Gaza sta cercando una via d’uscita politica, non solo militare.
Questo, ovviamente, passa anche attraverso il cercare di fermare i lanci di razzi contro Israele, cosa che avviene utilizzando una forza di sicurezza interna di quindicimila agenti, che su una popolazione di un milione e mezzo di persone non è poca cosa.
Hamas cerca anche di edulcorare il proprio pragmatismo introducendo leggi che impediscono alle donne di andare in moto e ai parrucchieri di avere clientela femminile.
Inoltre, per garantirsi i fondi economici ha imposto una tassa sulle «merci di importazione» che a Gaza significa solo una cosa: tassare i beni di prima necessità che riescono ad entrare nella striscia dai tunnel sotterranei che la collegano all’Egitto.
Sulle prospettive occorre essere prudenti perché, nonostante la divisione tra Gaza e Cisgiordania, è chiaro che, è una pura illusione, poter pensare che queste due porzioni del popolo palestinese abbiano destini separati.
Sia in Cisgiordania e che a Gaza vanno formandosi delle nuove aggregazioni politiche diffuse in cui confluiscono sempre più persone. Queste non si possono però confondere con quella che in Occidente amiamo chiamare «società civile»  che significa niente, sia qui che lì.
L’organizzazione di comitati in Cisgiordania che nascono sempre più spesso per lottare contro il Muro, i check-point, la colonizzazione, che non di rado vedono anche la presenza di israeliani; e, la nascita, a Gaza dei comitati per la lotta contro la «zona cuscinetto» imposta da Israele, una vasta zona frontaliera che di fatto impedisce a molti contadini di lavorare quelle terre, tra le più fertili della striscia, sono lì a dimostrare, ancora una volta, che nulla si può dare per scontato in Palestina.
Ma tutti questi sono segnali da tenere presenti per poter comprendere  se ci potrà essere o no una terza Intifada sulle orme della prima.
Per altro, i giovani palestinesi che, nel mese di marzo, si sono più volte scontrati con l’esercito israeliano non fanno certo riferimento organico a Hamas, né, ovviamente, all’ANP.
Certo, i giovani palestinesi non hanno alcun timore di scontrarsi con uomini in divisa, siano israeliani o palestinesi, ma è anche vero che, se non troveranno una sponda politica adeguata alle loro richieste, ma solo un rimaneggiamento di vecchi slogan, magari sotto mentite e «nuove» spoglie, i loro sforzi, e certamente le loro vite, andranno sprecati.

07/04/2010


IDENTITA’ E CONFLITTO di Cinzia Nachira
Il  caso Israeliano-Palestinese


Parlare del conflitto  israeliano-palestinese, il più complicato e complesso nel quadro medio-orientale, non è facile. 

Cinzia Nachira, nel suo nuovo libro, edito da Shahrazad edizioni e presentato a Modena,  il  25 febbraio scorso, presso la sala Circoscrizione del Centro Storico – Piazza Redecocca 1, ci mostra, in modo semplice e diretto, tutta la molteplicità delle basi fondamentali direttamente implicate nel problema.
L’obiettivo di Cinzia è quello di far riflettere su quanto è accaduto e sta accadendo in quella terra martoriata. I mezzi di comunicazione si limitano, infatti, ad offrirci unicamente notizie di cronaca, senza mai arrivare alle radici del conflitto.

Cinzia, invece, comincia dall’inizio.  Il suo saggio cerca di far comprendere la complessità delle identità degli attori protagonisti del conflitto ed a cogliere le motivazioni ed i contesti storici che sono alla base della guerra coloniale in Palestina, in particolare l’antisemitismo europeo.
Offrendoci una tale analisi, Cinzia Nachira, come sottolinea Michel Warschawski nella sua postfazione, ci aiuta a cogliere le linee possibili di frattura sulle quali possiamo basarci per far avanzare la pace, ossia il diritto.

Un ulteriore approfondimento di tale conflitto, attraverso il libro di Cinzia, è stato anche sviluppato dal Professore di Filosofia del diritto, Danilo Zolo, invitato a partecipare a questa presentazione.

 

La presentazione

Le domande del pubblico

 

 

 


 

 

“GAZA FREEDOM MARCH”

Mirca Garuti

 


  Il Coordinamento modenese
contro l’occupazione della Palestina e ass. ALKEMIA
Presentano:

Di ritorno dalla Gaza Freedom March  



Nell'anniversario della guerra “Piombo Fuso” circa 1.300 attivisti provenienti da tutto il mondo, hanno aderito alla manifestazione contro l'assedio israeliano della Striscia di Gaza   che rende impossibile la vita di 1.500.000 abitanti.
Il governo egiziano ha bloccato gli attivisti internazionali alla periferia del Cairo, proibendo loro di raggiungere Gaza.
Il governo egiziano conferma così la sua complicità nel blocco della Striscia di Gaza.

 

Interventi degli attivisti di ritorno dalla marcia per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese:

Mirca Garuti, Flavio Novara, Goretta Bonacorsi, Franco Zavatti 

Avv. Fausto Gianelli 

 


COME POSSONO ESSERE NEGATI GLI AIUTI AI BAMBINI PALESTINI

Lettera aperta alla stampa e alle autorità diplomatiche degli Stati Uniti d’America.
Dr. Mingarelli Mariano

 

Il Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti ha il diritto di bloccare le transazioni e di tenere poi sequestrati i versamenti in denaro inviati, tramite la Western Union – Finint, a Betlemme per effettuare adozioni a distanza, finalizzate al sostegno di bambini di famiglie palestinesi molto povere?

Indubbiamente, qualsiasi persona di buon senso, a mio avviso, non può che rimanere stupita, se non disgustata e indignata di fronte all’assurdità di una tale disposizione, espressione di un comportamento inqualificabile, di totale inciviltà e disumanità, con la quale le autorità governative statunitensi hanno interferito arbitrariamente – e senza darne giustificazione alcuna – su un doveroso atto di generosità con il quale alcuni donatori di buon cuore hanno destinato un sussidio modesto, ma essenziale, a bambini poveri perché con esso fossero in grado di mitigare le privazioni di una vita precaria.

Ad ogni occasione pubblica, si parla di diritti dell’infanzia, di obblighi nei confronti dei bambini e della tutela del loro sviluppo, specie se soggetti alle violenze delle guerre, degli arbitri delle occupazioni militari, del degrado sociale delle comunità o delle istituzioni, ma poi – come nel caso in oggetto – si interviene in modo subdolo per creare barriere invisibili, ma invalicabili, laddove si tenta di creare ponti di solidarietà umana e si vanificano le prospettive di interventi indirizzati al sostegno di questi stessi diritti, che risultano essere così solo parole vuote nelle bocche afone dei potenti di turno!

Il fatto denunciato, che è all’origine di questa protesta, riguarda l’effettuazione dell’invio da parte mia di due commissioni di €.1795,00 l’una - per un totale, quindi, di €.3590,00 – ad un intermediario palestinese di Betlemme, al quale era stato affidato l’incarico di distribuire il denaro ricevuto a bambini espressamente indicati come destinatari di quote predeterminate.

Il denaro, messo a disposizione da alcuni donatori, è stato versato, per le operazioni di trasferimento, presso una sede abilitata della Western Union – Finint di Firenze nei giorni 3 e 4 del mese di agosto 2009.

Contrariamente ad ogni aspettativa, il denaro versato non è mai giunto a disposizione.

Dopo ripetute sollecitazioni e richieste di chiarimenti, in data 25 settembre 2009, la sede centrale di Milano della Western Union – Finint ha fatto sapere che le quote inviate, per le quali era attesa l’autorizzazione al trasferimento da parte della direzione competente con sede negli Stati Uniti, erano state invece trasmesse al Dipartimento di Sicurezza del governo americano, che avrebbe deciso in merito.

Da allora – ed è trascorso quasi un mese – non ho avuto più notizie sul destino dei €.3590,00 sequestrati e trattenuti indebitamente dal governo degli Stati Uniti.

Se non ci fosse il dramma dei poveri bambini destinatari di quel misero sussidio, quanto accaduto non potrebbe apparire che come una farsa che rasenta il ridicolo.

La grande potenza degli Stati Uniti d’America è preoccupata. Essa ritiene pericoloso l’invio di quella quota irrisoria di denaro a Betlemme in quanto potrebbe trasformarsi in una determinante stampella per il terrorismo internazionale!!!!

Se la tanto vantata “civiltà” degli Stati Uniti d’America non è capace di valutare in modo adeguato un problema di questo tipo, che cosa potremo aspettarci da lei quando si tratta di trovare la soluzione per problemi ben più sostanziali e di portata mondiale?

Firenze 19 ottobre 2009
Per contatti: mariano.mingarelli@tiscali.it 

ONU OSTAGGIO DELL’AMERICA E D’ISRAELE
IL TRADIMENTO DI ABU MAZEN

di  Mirca  Garuti


Rabbia, sconforto, dolore, sdegno sono i sentimenti provati da tutti i palestinesi e le varie organizzazioni palestinesi in Europa, alla notizia della decisione presa dall’Anp (la scorsa settimana a Ginevra) di accettare il rinvio a marzo 2010, deciso dal Consiglio Onu per i Diritti Umani, sulla discussione ed il voto del Rapporto Goldstone.

Il Consiglio per i Diritti Umani (Unhrc) nato nel 2006, ha sede a Ginevra ed è formato dai delegati di 47 stati membri delle Nazioni Unite, a rotazione per un periodo di tre anni. Il suo compito è quello di “supervisionare il rispetto e le violazioni dei diritti umani in tutti gli stati aderenti all’Onu ed informare l’opinione pubblica mondiale dello stato dei diritti umani nel mondo”. Il Consiglio ha quindi l’autorità per poter istituire “procedure speciali” di verifica, nel caso in cui riconoscesse violazioni di diritti umani in un paese. L’Unhrc può analizzare anche i comportamenti degli stati che non hanno aderito al trattato istitutivo, come Israele e Stati Uniti.
Il Consiglio aveva già condannato Israele a giugno 2006, sempre per violazione dei diritti umani contro la popolazione civile palestinese, provocando forti polemiche ed anche la condanna, da parte di Kofi Annan, all’operato del Consiglio. Da quel momento il Consiglio ha tenuto le distanze da Israele, ma, l’operazione “Piombo fuso” è stata troppo scandalosa, violenta per far finta di niente.

L’Onu, quindi, aveva affidato in aprile al giudice Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale sudafricana ed ex procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda, l’incarico di indagare sui crimini ed abusi subiti dalla popolazione civile di Gaza durante l’ultimo attacco degli israeliani (operazione “Piombo Fuso” 27/12/08 – 18/01/09).

L’inchiesta, decisa a gennaio scorso a Ginevra da una risoluzione Onu per i diritti umani, è stata anche condotta da Christine Chinkin, specialista di diritto internazionale, Hina Jilani, giudice della Corte suprema del Pakistan ed esperta per i diritti umani e Desmond Treves, colonnello irlandese in pensione. Goldstone, riferisce il Jerusalem Post, rimase “scioccato” da questa nomina, in quanto ebreo e membro del consiglio dei governatori dell’Università ebraica di Gerusalemme.
“Seguo con grande interesse ciò che avviene in Israele – ha dichiarato – e credo che potrò svolgere questo incarico con imparzialità – precisando che il suo team “indagherà su tutte le violazioni del diritto umanitario internazionale”.
Dopo cinque mesi di indagini, Richard Goldstone, dichiara nel suo rapporto, sia Israele che Hamas responsabili di avere commesso crimini di guerra, ma, con un distinguo: Israele è accusata di crimini contro l’umanità, Hamas, invece, di crimini di guerra per aver lanciato razzi contro i territori israeliani.
Secondo il rapporto, durante le tre settimane del conflitto, Israele ha “deliberatamente fatto un uso della forza sproporzionato”. La commissione afferma di avere delle prove che “indicano che Israele, a Gaza, ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale e della legislazione sui diritti umani”.

La guerra, va ricordato, ha causato 1.366 morti (430 bambini e 111 donne, 6 giornalisti, 6 medici, 2 operatori Onu), 5360 feriti (1870 bambini e 800 donne), 16 strutture ospedaliere colpite (tra cui l'ospedale al-Quds distrutto). Sono state distrutte 3 scuole dell'Unrwa, 19 moschee, 215 cliniche, 28 ambulanze, 20 mila edifici e campi e serre.
Durante i 22 giorni di attacchi di cielo, terra e mare, Israele ha utilizzato 1 milione di kg di bombe (di cui il 5% ancora inesplose), di cui ADM (armi di distruzione di massa), e DIME (Dense inert metal explosion).

 

Sempre secondo il rapporto, le operazioni militari israeliane “sono state pianificate con attenzione in tutte le loro fasi, come attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile”. Ricorda, inoltre, che lo stato sionista si era rifiutato di cooperare con gli investigatori dell’Onu.
Il documento Onu, condannando anche Hamas, spiega che “lanciando missili e sparando colpi di mortaio sul sud di Israele, i gruppi armati palestinesi non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile e, senza un obiettivo militare, essi costituiscono un deliberato attacco contro la popolazione civile”.
Sia Israele che Hamas hanno quindi criticato il rapporto Goldstone: lo Stato ebraico ha accusato il giudice di avere “scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli all’autodifesa” e definito il rapporto “scandaloso, estremista e del tutto sganciato dalla realtà”; Hamas, invece ha parlato di”un rapporto politico, parziale e disonesto, perché mette sullo stesso piano coloro che commettono crimini di guerra e coloro che resistono”.

Goldstone, durante la conferenza per la presentazione del rapporto, ha chiesto, inoltre, al pubblico ministero del tribunale dell’Aja, che il dossier venga esaminato “il più rapidamente possibile”.
Robbie Sabel, esperto di legge internazionale, ha precisato che dal momento che sia Israele che Palestina non fanno parte della Corte per i crimini internazionali (Cci), gli ufficiali israeliani non possono essere accusati di crimini di guerra. Le possibilità di affrontare queste accuse rimarranno molto basse, finché Israele non diventi membro ufficiale del Cci o finché l’Anp non si costituisca come Stato e s’iscriva alla Corte. Il rapporto, comunque, potrebbe, nei paesi la cui legge permetta di citare in giudizio altri paesi, far sporgere denuncia contro lo stato d’Israele. Ma anche questa possibilità ha il profumo di una semplice utopia, se, infatti, si rammentano tutti i tentativi di processare, da parte della Corte Suprema belga, Ariel Sharon, per il massacro di Sabra e Chatila del 1982, sulla denuncia di 23 superstiti.


Il rapporto Onu, comunque, composto da 575 pagine basate su 188 interviste, oltre 10mila pagine di documenti e 1200 fotografie, risulta essere la testimonianza più approfondita sul massacro di Gaza.
Israele, oltre ad attaccare Richard Goldstone, non ha mai cercato di affrontare i contenuti del report. Supportata dal silenzio della comunità internazionale, ha cominciato una massiccia campagna contro la sottoscrizione del documento, cercando di far credere che la sua approvazione potrebbe limitare la capacità di combattere la guerra al terrorismo.
Il quotidiano israeliano Haaretz cita alcune dichiarazioni rilasciate da Goldstone, in un’intervista televisiva “Alcuni assassinii sono stati certamente intenzionali..Non vi sono stati errori nel bombardamento di fabbriche. L’intelligence israeliana disponeva di informazioni precise”.

Nonostante tutto questo, il Presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha acconsentito al rinvio della discussione, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, del rapporto Goldstone.

Immediatamente la protesta. Alcune centinaia di persone hanno dato il via ad un corteo nel centro di Ramallah, scandendo slogan molto duri, dichiarando il rinvio come un “insulto al sangue dei martiri”. Lo sgomento è forte. Per la maggior parte dei palestinesi e delle varie organizzazioni per la Palestina si tratta di una “capitolazione” verso le pressioni statunitensi, in particolare del Segretario di Stato Hilary Clinton, basate sulla minaccia che l’approvazione del rapporto avrebbe spinto Israele ad abbandonare ogni possibilità di negoziato. Ma quale negoziato, se Israele continua a rifiutare di sospendere le costruzioni di nuovi insediamenti coloniali in Cisgiordania e le incursioni, quasi quotidiane, nella Striscia di Gaza?
La decisione del rinvio di Abu Mazen compromette anche l’accordo di pacificazione con Hamas che doveva essere firmato al Cairo il prossimo 18 ottobre. Il premier di Hamas, Haniyeh ha, infatti, dichiarato “La decisione presa dall’Anp di accettare il rinvio delle conclusioni del Consiglio sul rapporto Goldstone è irresponsabile e avventata. Questa decisione offende il sangue versato dai figli di Gaza durante il conflitto. Come possiamo sederci al tavolo con loro? Come possiamo firmare un accordo con persone che si comportano così?”.


Fa sorridere, si fa per dire, la decisione di Abbas, per cercare di salvare la faccia, di formare una commissione d’inchiesta sui motivi che hanno portato il suo governo a ritardare l’azione internazionale. Abbas essendo però il presidente dell’Olp non può aprire un’indagine sulle azioni del suo governo, quindi, sta solo cercando di non apparire il responsabile di un provvedimento che, per la sua importanza, può aver dato solo lui.
I motivi che hanno spinto Abbas a questa scelta sono dati principalmente dalle forti pressioni statunitensi, ma possono essere anche ricondotti a motivazioni commerciali o addirittura, sembra, ad un ricatto.

Richard Falk, relatore dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, infatti, ha rivelato che Israele avrebbe rifiutato di assegnare le frequenze alla seconda compagnia di telefonia mobile (il cui presidente è proprio uno dei figli di Abbas) in Cisgiordania, privando così l’Anp di un guadagno di 300milioni di dollari. Israele, inoltre, sempre da indiscrezioni, minacciava anche di congelare i dazi doganali e l’Iva incassata per conto dell’Anp.
Minacce quindi così importanti da considerarle prioritarie sulla memoria delle vittime di Gaza.

Il sito Shahab News riporta, da fonti che sembrano attendibili, la notizia di un presunto ricatto israeliano nei confronti di Abbas. Israele, infatti, avrebbe minacciato di rendere pubblico sia all’Onu che a tutti i media, un video nel quale è stata ripresa un’importante riunione, durante l’operazione “Piombo fuso”. Tre erano le persone presenti: Abbas, il ministro della difesa israeliano Barack ed il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Le immagini mostrano Barack titubante nel continuare l’offensiva, in quanto ha già creato troppi morti ed indignato l’opinione pubblica, ed invece, Abbas che lo incita a continuare per distruggere totalmente Hamas.
Non si sa ancora se questo video possa essere veritiero, ma, si sa che, mentre Israele massacrava Gaza, Abbas mandava i suoi uomini ad arrestare i militanti di Hamas in Cisgiordania.

Quale sia il motivo vero che ha spinto Abu Mazen a ritardare il rapporto Goldstone diventerà evidente nello sviluppo della situazione palestinese dei prossimi giorni o mesi.

La Libia, presidente di turno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, aveva richiesto, con l’appoggio di Egitto, Sudan, Lega Araba e Palestina, una seduta straordinaria specifica sul rapporto Goldstone. Il rappresentante Usa ha fatto però sapere che “Washington non sosterrà alcuna decisione presa dal Consiglio di Sicurezza sul rapporto Goldstone e che il luogo appropriato per discutere della relazione è il Consiglio Onu per i diritti umani a Ginevra”.

Ancora una volta, quindi, le legittime aspettative del popolo palestinese sono state tradite, salvando i criminali israeliani.


Recensione
OSTACOLI ALLA PACE  di Jeff Halper
di Paola Canarutto*

“La ‘pace’ verrà solo quando ‘gli arabi’ dispereranno di ottenere mai uno Stato tutto per loro che sia davvero vitale e sovrano, solo quando acconsentiranno ad una parvenza di Stato che lasci il controllo esclusivo di Israele su tutto il paese. Che sia attraverso il processo di pace di Oslo, o con i ‘passi unilaterali’ di Sharon, Israele persegue ossessivamente e vanamente un approccio ‘win-lose’, in cui cioè ci sia un solo vincitore, per cui bisogna soggiogare I palestinesi una volta per tutte” (pag. 19).


Jeff Halper è il direttore dell’ICAHD, il Comitato israeliano contro la demolizione di case palestinesi. Vive a Gerusalemme, ed in particolare qui opera l’ICAHD – che non solo denuncia le demolizioni di case, come mezzo per cacciare gli abitanti non ebrei dalla città, ma pure si impegna concretamente a ricostruirne alcune.
Per la demolizione di case, Gerusalemme – che per Israele è, ‘completa e unita’, la propria capitale -, è un ottimo punto di osservazione. La distruzione del quartiere al Mughrabi fu uno dei primi atti successivi alla conquista della parte est della città,nel ‘67; una donna morì sotto le macerie. Il vantaggio ottenuto fu di ottenere una grande piazza, in cui gli ebrei possono pregare davanti al Muro del Pianto. E questo è solo un capitolo nel lungo elenco di distruzioni, iniziate nel ‘48 con la costituzione dello Stato, quando furono rasi al suolo centinaia di villaggi arabi, per far sì che gli abitanti palestinesi,una volta cacciati, non vi tornassero. Poi, quelle a cavallo della Linea Verde, a Gerusalemme Est e a Gaza, a partire dal ‘67. Quindi, quelle per colpire i parenti di coloro che avevano osato rispondere con le armi agli attacchi israeliani; e, soprattutto, le distruzioni di case costruite senza permesso.
Dall’inizio dell’intifada al 2005, Israele ha abbattuto, nel corso di operazioni militari, più di 5.000 case. E sono demolite anche le case dei palestinesi che sono cittadini di Israele, quelle dei villaggi che lo Stato non riconosce, anche se sussistono da ben prima che questo fosse creato. Ed i palestinesi, che sono il 20% della popolazione di Israele, vivono confinati sul 3,5% del territorio.
A Gerusalemme, Israele ha deciso che la popolazione araba non deve superare le proporzioni che aveva nel ‘67. Per mantenere questo ‘equilibrio demografico’, ai palestinesi non è concesso costruire se non nelle zone già edificate; intorno alla città, intanto, si costruiscono sempre più colonie, a cui possono accedere solo ebrei. Oggi i palestinesi sono un terzo degli abitanti di Gerusalemme, ma hanno accesso solo al 7% della superficie urbana residenziale. Ed a coloro che, per questa crisi degli alloggi artificialmente creata, vanno a vivere oltre il confine metropolitano, la cartà di identità gerosolomitana – kfakianamente definita come quella dei ‘residenti permanenti’ – viene confiscata; e chi e è privo deve sottostare a tutte le restrizioni imposte agli altri cisgiordani.
A Gerusalemme, le colonie circondano la parte araba della città, impedendone lo sviluppo ed ostacolandone il contatto con il resto della Cisgiordania. Ma il divieto di costruire riguarda pure le aree cisgiordane definite, con gli accordi di Oslo, ‘zona C’, vale a dire sotto il completo controllo israeliano. Anche lì ai palestinesi non sono concesse licenze edilizie, e chi osa procurarsi un tetto sulla testa vive sotto la continua minaccia dell’arrivo dei bulldozer.
Jeff descrive il sistema di controllo, che divide la Cisgiordania in tronconi, dove i palestinesi possono passare da uno all’altro solo se in possesso di un permesso israeliano. Chiarisce il motivo del fallimento degli accordi di Oslo, nel cui periodo di applicazione raddoppiò la popolazione delle colonie. E spiega perché la tanto reclamizzata ‘generosa offerta di Barak a Camp David fu in realtà tutto meno che generosa: i palestinesi sarebbero comunque rimasti sotto il controllo di Israele.


“Tutto ciò richiede una particolare abilità: bisogna garantire ai palestinesi uno Stato indipendente mantenendone di fatto il controllo totale, e convincere la comunità internazionale ad accettare la situazione. Ecco così la ‘Matrice di controllo, un labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture che, dietro la facciata di ‘buona amministrazione’, nascondono il controllo israeliano, facendo sparire il tema dell’Occupazione dall’opinione pubblica” (pag. 25).


Soprattutto, Jeff spiega il motivo di base delle angosce dei governi israeliani, che mirano a tenere i territori occupati nella guerra del ‘67, ma non gli abitanti. Che hanno un ‘difetto’ fondamentale: non essere ebrei.
Questo ‘problema demografico’ esclude che si possa dare loro la cittadinanza. Se non se ne vogliono andare ‘con le buone’, ‘occorre’ rinchiuderli in dei bantustan. A governare i quali occorre mettere dei leader palestinesi acquiescenti alla volontà israeliana. In questo modo, l’occupazione si è trasformata in apartheid. Ma la situazione dei palestinesi è peggiore di quella dei neri sudafricani, quando governavano i razzisti bianchi: il Sudafrica aveva bisogno della manodopera nera, mentre Israele ha sostituito la manodopera palestinese con immigrati dalla Cina, dalla Thailandia, e così via.


“Poiché entro la fine del decennio i palestinesi potrebbero sorpassare in numero gli ebrei nell’area compresa tra il fiume Giordano ed il Mediterraneo, Israele considera la ‘bomba demografica’ come la principale minaccia alla propria egemonia. Per contrastare questo trend, Israele persegue attive politiche di trasferimento della popolazione: esilio e deportazione, espropriazione della terra, demolizione delle case ecc., tutto ciò per rendere la vita tanto impossibile da indurre la popolazione a un’emigrazione ‘volontaria’.”


Oggi, dopo la vittoria elettorale della destra e dell’estrema destra in Israele, queste parole - scritte nel 2005 – suonano ancora più profetiche, presaghe di un futuro ancora più nero del presente.
Nel fare chiarezza in un mare di disinformazione, voluta dalla propaganda israeliana ed egregiamente propagandata dai nostri media, il libro di Jeff è fondamentale. Sorgono alcuni dubbi nel leggere le soluzioni che prospetta: fallita l’idea dei due stati, data l’espansione delle colonie; negata dalla stragrande maggioranza degli israeliani ebrei, e non apprezzata nemmeno dalla maggior parte dei palestinesi, l’idea di uno stato unico, in cui i primi si troverebbero ben presto in minoranza, ma i secondi resterebbero comunque, almeno per un primo periodo, sottoposti al volere del gruppo ebraico, Jeff propone l’idea di una confederazione, comprendente anche la Giordania. In questo modo, gli ebrei di Israele non dovrebbero temere di diventare minoranza: anche se tornassero dei profughi palestinesi, questi potrebbero avere la cittadinanza di un altro stato della confederazione.
Fiamma Bianchi Bandinelli aveva suggerito, dalle pagine di Una Città, che questa Unione del Medio Oriente dovrebbe trovar sbocco nell’Unione Europea, e tale sembra a tutt’oggi l’ipotesi più ragionevole: Israele cerca continuamente di migliorare i propri rapporti con la UE, mantenendone fuori i palestinesi. Ipotizzare uno sbocco solo medio-orientale alla confederazione – per ora solo ipotetica – equivale secondo me a proiettare anche nel futuro il dominio israeliano sui palestinesi, stante l’alleanza di USA e Israele con la Giordania (e l’Egitto).
Ma queste sono solo ipotesi. La forza del libro di Jeff sta secondo me molto più nella parte in cui espone con estrema chiarezza lo status questionis, piuttosto che in quella in cui propone soluzioni. Perché è questo che manca, soprattutto in Italia: l’informazione. In mancanza di questa, si accetta la vulgata israeliana, secondo la quale la causa dei problemi non è mai l’occupazione, ma il ‘terrorismo’ – parola che comprende gli attacchi palestinesi contro la popolazione civile, ma mai quelli israeliani. Dal terrorismo palestinese Israele proclama di poter fornire scampo solo imponendo ‘misure di sicurezza, dai posti di blocco al Muro. Jeff, invece, spiega con estrema chiarezza come Israele abbia espropriato il 24% della Cisgiordania e l’89% della Gerusalemme Est araba, confinando i palestinesi in enclave ed espandendo gli insediamenti; come, durante gli accordi di Oslo, abbia creato un massiccio sistema di autostrade, che agevolano il transito dei coloni, creando nel contempo barriere insuperabili ai palestinesi (le cui auto qui non possono transitare); e come si impossessi dello 80% delle risorse idriche cisgiordane, lasciando ai palestinesi solo quel che resta.
Si può solo sperare che un numero maggiore di libri di questa chiarezza sia tradotto in italiano.
* Ass. Ebrei Contro

7 aprile 2009

 


 

 

“PROGRAMMARE IL DISASTRO"
La politica israeliana  in azione


di Michel Warschawski

  Presentazione del libro con l’Autore

 Nel corso della serata è stato presentato anche il libro: “Gaza: restiamo umani”
di Vittorio Arrigoni, cronache da Gaza nei giorni del massacro.

Con:
Michelangelo Cocco, giornalista de "Il manifesto".

Michel Warschawski:

Le domande del pubblico:

 Michel Warschawski fu tra i primi israeliani a rifiutare ripetutamente il servizio militare, e per questo più volte incarcerato.  Attualmente dirige l’Alternative Information Center di Gerusalemme.

 A cura di:
SINISTRA CRITICA e del Coordinamento modenese contro l'occupazione della Palestina

(19/03/09 Sala Ex Oratorio del Palazzo dei Musei, V.le Vittorio Veneto, Modena)


 
E … DOPO LA GUERRA A GAZA …

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Piena tutela legale ai soldati contro le accuse di “crimini di guerra”

Lo Stato di Israele fornirà tutela legale ai soldati che hanno combattuto nella guerra di Gaza contro eventuali incriminazioni da parte della Corte penale internazionale. Il Primo ministro Ehud Olmert ha dichiarato che "Ufficiali e soldati impegnati nell'operazione “Piombo fuso” devono sapere che sono totalmente al sicuro da tutti i tribunali e Israele aiuterà a proteggerli”. Olmert ha dato incarico a Daniel Friedman, ministro della Giustizia, di presiedere una commissione che coordinerà “gli sforzi di Israele per la tutela legale nei confronti di chiunque ha preso parte alle operazioni”. La censura militare israeliana ha già posto il divieto a rivelare l'identità dei leader delle unità militari che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, nel timore che possano affrontare l'accusa di crimini di guerra. Amnesty International ha già definito “innegabile” l'uso di fosforo bianco nelle aree affollate di civili, in violazione della legge internazionale. Il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto che i responsabili del bombardamento di edifici delle Nazioni Uniti possano venire chiamati a rispondere delle loro azioni. Otto agenzie umanitarie hanno chiesto al governo israeliano di indagare sulle conseguenze sui civili, descrivendo come “terrificante” il numero delle donne e dei bambini uccisi. Israele ha insistito che “è stato fatto il possibile per limitare le vittime civili, accusando Hamas di nascondersi dietro i civili per lanciare razzi nel sud di Israele”. Fonti mediche israeliane hanno fissato in 1.330 il numero dei morti e a 5.450 quello dei feriti.


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Ventidue giorni di genocidio a Gaza hanno fatto salire l'indice di gradimento verso il partito di destra Likud e il suo leader, Benjamin Netanyahu.

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Il prossimo 10 febbraio si svolgeranno, infatti, le elezioni parlamentari in Israele, e dai sondaggi diffusi dal quotidiano Maariv, il Likud otterrebbe "28 seggi" alla Knesset, mentre il partito di centro-destra Kadima "24", il Laburista “16” e e il fondamentalista religioso Shas "9".

1300 morti e oltre 5000 feriti palestinesi "offerti" dal laburista Ehud Barak, ministro della Difesa, e dalla ministra degli Esteri Tzipi Livni, leader di Kadima, all'altare delle elezioni israeliane sembrano non siano stati sufficienti per l'elettorato della "unica democrazia del Medio Oriente". Evidentemente, la maggioranza degli israeliani sembra privilegiare un politico in particolare, Netanyahu, che invoca da tempo una "guerra totale" contro la Striscia affamata e assediata, che rifiuta la creazione di un qualsivoglia stato-banthustan palestinese, e per il quale gli insediamenti, illegali, sono espressione dei "valori del sionismo".
In realtà, durante le tre settimane di crimini di guerra israeliani contro Gaza, i sondaggi si sono mostrati favorevoli a Livni e Barak, ma, evidentemente, l'effetto-morti è durato poco, e l'estremismo del Likud, con al suo interno un'ala di coloni oltranzisti, piace molto agli israeliani.
(26/01/2009 Peacereporter)



UNA DELEGAZIONE SVIZZERA A GAZA: “SIAMO SCIOCCATI !”
Una delegazione svizzera, che sta visitando Gaza, ha dichiarato di essere stata scioccata dall’immagine di distruzione causata dall’esercito israeliano durante l’aggressione contro la Striscia di Gaza, aggressione durata per tre settimane e che ha causato la morte o il ferimento di più di settemila cittadini palestinesi, nonché la distruzione di migliaia di case.
Anwar al-Gharbi, portavoce della “Campagna Europea Contro l’Assedio di Gaza”, da cui è stata organizzata la visita in collaborazione con l’associazione svizzera “Diritti per Tutti”, ha detto che la delegazione, che sabato 24 gennaio è potuta entrare nella Striscia di Gaza tramite il valico di Rafah, ha visto da vicino gli effetti della distruzione, recandosi presso l’ospedale al-Shifa e presso la sede distrutta del Consiglio Legislativo Palestinese.
Al-Gharbi ha affermato: «L’aggressione israeliana ha toccato le persone, le pietre e le piante, ed è quello che si vede girando per Gaza». Ha inoltre aggiunto: «Quanto hanno commesso le forze di occupazione nella Striscia di Gaza è un crimine di guerra, nel vero senso del termine».

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La delegazione composta da parlamentari svizzeri, On. Carlo Sommaruga, membro della Commissione Parlamentare degli Esteri, On. John Charles Rele, parlamentare e presidente dell’Ordine dei Medici, On. Antonio Hogoros, On. Josef Zisyadis, dal presidente dell’associazione “Diritti per Tutti”, da Anwar al-Gharbi, dall’avvocato Henry Jen loy e da due giornalisti svizzeri, vuole conoscere da vicino gli effetti della guerra israeliana sulla vita nella Striscia di Gaza.
In una dichiarazione alla stampa al-Gharbi ha detto: «La delegazione ha confermato di fare tutto il possibile per trasmettere al mondo esterno l’immagine della terribile distruzione di cui è testimone, rivelare i crimini dell’occupazione israeliana e premere per processare i capi dell’occupazione».
I deputati, durante la loro visita al CLP a Gaza, hanno ribadito il sostegno del Parlamento svizzero e dei parlamenti europei al CLP e il loro rifiuto di tutte le aggressioni nei confronti dei deputati palestinesi, di quelli detenuti, con in testa il Presidente del Consiglio Legislativo Aziz Dweik, e di tutti i deputati eletti democraticamente.



IL TERREMOTO ISRAELIANO A GAZA
 (PCHR)*

L' offensiva delle forze di occupazione israeliane (IOF) sulla striscia di Gaza ha reso il territorio simile ad una zona colpita da un terremoto pretendendo che i diritti civili e di proprietà di intere famiglie spariscono.

Più del 43% delle vittime sono donne e bambini.

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Interi servizi di molte aree sono dissolti. Le infrastrutture sono completamente distrutte. Centinaia di famiglie sono senza casa.

L'offensiva lanciata dalle forze di occupazione israeliane (IOF) sulla Striscia di Gaza, tra il 27 dicembre e il 18 gennaio 2009, ha causato distruzione totale in molti territori della Striscia di Gaza, come se fossero state devastate da un terremoto. Durante l'offensiva su Gaza, le IOF hanno impiegato il loro intero arsenale utilizzando le loro forze aeree, di terra e di mare. Alcune aree sono state quasi completamente rase al suolo, mentre molte abitazioni e edifici civili sono diventati "colline di polvere". L' offensiva delle IOF ha causato la morte di innocenti civili disarmati, compreso un vasto numero di donne e bambini. Tra le vittime sono incluse intere famiglie (per maggiori informazioni, consultare il comunicato stampa pubblicato dal centro palestinese per i diritti umani (PCHR) durante l'offensiva delle IOF sulla striscia di Gaza).
Dopo la ritirata delle IOF dalla Striscia di Gaza nella prima mattinata del 18 gennaio 2009, i volontari del PCHR hanno potuto osservare da vicino la crisi umanitaria causata dall'offensiva israeliana. Era ovvio che il loro intento fosse quello di eliminare qualsiasi elemento di civilizzazione presente nella Striscia di Gaza. Hanno deliberatamente e sistematicamente distrutto le risorse vitali facendo ritornare Gaza decenni indietro. Attraverso i dati e le statistiche che il PCHR ha raccolto, saranno mostrati tutti i crimini di guerra commessi dalle IOF contro i civili palestinesi e le loro proprietà. Il PCHR si avvale di un team qualificato di volontari e giuristi in grado osservare e documentare i danni reali causati dalle IOF durante la loro offensiva sulla striscia di Gaza.
La più vasta scala di distruzione ha avuto luogo nella città di Gaza e nella zona nord della Striscia. Nella città di Gaza le zone più colpite sono state: il quartiere di Tal al-Hawa, a sud della città, i quartieri di al-Zaytoun, al-Tufah e al-Shuja'iya, a est della città.
Invece le zone più colpite nella zona nord della Striscia di Gaza sono state: al-'Atatra, Jabal al-Rayes, Jabal al-Kashef e al-Twam. Il numero maggiore di vittime si è riscontrato in questi due governorati.

La tabella in basso fornisce dati sui morti e i feriti

 

 

 

Governorati di Gaza

 

Totale

% totale di morti e feriti

Zona Nord della striscia di Gaza

Città di Gaza

zona centrale della striscia di Gaza

Khan Yunis

Rafah

Numero totale dei morti

1285

--

462

533

157

83

50

Morti tra civili e membri delle forze di polizia non coinvolti nei combattimenti

1062

82.6%

 

 

 

 

 

Morti dei civili

894

69.6%

401

313

81

61

39

Morti tra i bambini

280

21.8%

125

105

21

16

13

Morti tra donne

111

8.6%

54

41

10

5

1

Totale dei feriti

4336

--

1914

1000

530

395

497

Bambini feriti

1133

26%

591

200

140

100

102

Donne ferite

735

17%

385

100

90

76

84


* Centro palestinese per i diritti umani
(26/01/09 infopal)

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Hamas rappresentate dei palestinesi:
giusto o sbagliato?

Due opposte posizioni, in un unico dibattito

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Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas
quale legittimo rappresentante del popolo palestinese

 di Angela Lano *

Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea.
Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione.

Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo.
Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica.

Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas.

Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico.

Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto.
Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah.

Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente.

A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…

Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente.

Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti.
Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa.

Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto…

Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina.
Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza.

Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas.

Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente.

Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali.

Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”.

Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente.

Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2007).

Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco.

La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc.

Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee.

Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”. Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente.
È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano.
Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo?

Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah?

Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele?

Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità.
Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”.

Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione.

La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo.

Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri... L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, qual inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…

In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.

* direttrice di Infopal.it


 
Il legittimo rappresentante del popolo palestinese non può che essere l’OLP
di Bassam Saleh

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Porto la Palestina nel mio DNA da quando sono nato in quella terra martoriata. È la mia vita. Ho vissuto in quella terra la mia infanzia che è la mia memoria, la mia storia passato presente e futuro. La Palestina per me è cultura aperta e coscienza viva. È lotta contro l’ingiustizia la sopraffazione e lo sfruttamento.

La Palestina è una lotta per la liberazione e la libertà, con tutti i nobile significati di questa parola. Libertà di espressione: scritta, visiva, orale, pensiero, figurativa, artistica, sociale, culturale e ideologica. Questi ideali ci l’hanno trasmessi i padri fondatori delle rivolte palestinese e sono comune catalizzatore fra la maggior parte di questo popolo, che lo hanno legato ad altri popoli in lotta per un mondo diverso e migliore.
Stiamo parlando di un popolo che da sessanta anni vive sotto occupazione militare e sopporta l’ingiustizia e l’indifferenza mondiale nei suoi confronti. Ma è determinato a portare avanti la sua lotta di liberazione per il diritto a vivere in pace come gli altri popoli del mondo.
Nella lunga marcia verso la liberazione, il popolo palestinese, si è liberato nel 1968 dalla tutela e dal controllo diretto dei regimi arabi sul l’OLP, facendo fluire dentro tutti le fazioni della Resistenza palestinese sotto lo slogan unire tutti i fucili contro il nemico sionista. Da quella data, approfittando anche dal riconoscimento arabo, l’Olp ha avuto il riconoscimento da tutto il popolo palestinese come unico legittimo rappresentante, poi è arrivato il riconoscimento internazionale con l’invito del presidente Arafat all’assemblea generale dell’ONU nel 1974. cosi l’OLP, è diventata l’entità che i palestinesi si riconoscono, una sorte di stato politico in attesa di trasferirsi nella terra di Palestina.
Nel Consiglio Nazionale Palestinese (il parlamento in esilio) sono rappresentati tutte le organizzazioni palestinesi, in modo proporzionale. Nell’esecutivo (il governo) dell’OLP la rappresentanza è paritaria, uno per ogni organizzazione, unica eccezione per Arafat che era considerato il presidente di tutti, quindi al di fuori della quota di Fatah. L’OLP è l’espressione del programma nazionale concordato fra tutti, ha rappresentato un pluralismo politico, di certo con alti e bassi, ma chi andava all’opposizione è rimasto sempre dentro, senza mai negare la rappresentanza dell’OLP, neanche nei momenti più delicati della nostra lotta. E quando parliamo di pluralismo dobbiamo vedere che tutte le strutture popolari di massa, studenti, sindacati ordini professionali, e militari, riconoscono nell’OLP la loro legittima rappresentanza nazionale, sia al interno della Palestina che nella diaspora.
Nonostante la politica moderata dell’OLP, di non ingerenza negli affari interni dei paesi arabi, questi ultimi hanno ostacolato il percorso dell’Olp, ed hanno provato, consigliati dagli USA e da Israele, a creare una alternativa docile, ma sono fallite. Come sono fallite le previsione di Kissinger quando diceva “Bye Bye OLP”, dopo l’uscita delle forze della resistenza dal Libano.
I movimenti islamici, in tutti quegli anni erano assenti dalla scena politica palestinese. Quindi non hanno partecipato alla lotta armata nè contro Israele nè contro certe regimi arabi.
Con la firma degli accordi di principio di Oslo, 1993, avvenuti durante la prima Intifada e dopo la prima guerra del Golfo, la questione palestinese imbocca una strada senza via d’uscita. Fra speranze di liberazione e ritorno in patria e delusione di tante promesse e inganni avuti dalla comunità internazionale. Quegli accordi, dal punto di vista dei palestinesi, prevedevano la nascita di un stato palestinese dopo cinque anni dalla firma. Ma gli israeliani avevano altri idee e la storia di questi ultimi anni lo dimostra: la costruzione del Muro, l’usurpazione delle terre palestinese, gli assassinii mirati, la distruzione delle infrastrutture, e per ultimo, ma non per importanza, la costruzione di nuove colonie e l’allargamento delle altre che di certo non permetteranno la nascita di uno stato palestinese.
La creazione formale dell’Anp, ha portato nel suo seno, fenomeni di corruzione e di mal governo, attribuiti al partito di maggioranza. Qui va sottolineato, che già dal 1996, subito dopo le prime elezioni legislative, gli stessi deputati di Fatah, Marwan Barghouti in testa, hanno fatto le prime denunce pubbliche contro i corrotti. Anche i militanti della stessa organizzazione non hanno mai smesso queste denunce. Questo fenomeno della corruzione è una grave e pericolosa malattia e deve essere curata, di sicuro non con le armi, ma con una riforma del sistema politico legislativo.
La lotta alla corruzione riguarda tutti i palestinesi, e non credo sia una caratteristica specifica di Fatah, perché i corrotti si annidano in tutti le organizzazioni e fazioni palestinesi, Hamas compresa. Essi riguardano in particolare alcuni livelli dirigenziali, quindi, generalizzare a tutti i militanti è un grave errore, come negare l’esistenza della stessa corruzione. Ma non dobbiamo cadere nella trappola mediatica che mira a considerare la corruzione il nemico principale da combattere, e farci dimenticare l’occupazione che è il vero nemico.
Angela Lano nel suo articolo, ci presenta Hamas, come un movimento patriottico, di sostegno concreto…. al popolo palestinese ed elenca un bel curriculum di Hamas, confrontato con l’Anp guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Un giudizio ingiurioso e gratuito, sia nei confronti di Fatah (secondo partito nel parlamento) sia per lo stesso Abu Mazen democraticamente eletto, o la democrazia dovrebbe riguardare solo l’elezioni stravinte da Hamas?! Anche qui gli amici della causa palestinese non avrebbero dovuto cadere nell’equazione dei due pesi e due misure!
Personalmente, non ero in sintonia con la decisione di Abu Mazen di indire le elezioni nel 2006, nè con la legge elettorale, perché tutto il processo elettorale si svolge sotto l’occupazione e perchè è il prodotto degli accordi di Oslo che Hamas non volle riconoscere. Ma il rispetto della volontà popolare uscita dalle urne è obbligo morale per noi palestinesi. Israele, Usa e Ue - che hanno spinto per queste elezioni - hanno commesso un errore enorme a non rispettare il responso delle urne. Non solo. L’errore più grave, secondo me, è stato di chiedere a Hamas di riconoscere Israele e accettare tutti gli accordi firmati dall’OLP, visto che questa ultima rappresenta “lo Stato” mentre Hamas, secondo gli stessi accordi, rappresenta il governo amministrativo.
Che Hamas ha vinto nessuno lo mette in dubbio, ma la domanda è: se ha vinto con la proprie forze o per la divisione dell’altra parte e quanto abbia giovato la legge elettorale. Credo che Hamas ha vinto più seggi, mentre Fatah ha preso più voti. Questa riflessione non cambia il risultato, e il presidente Abu Mazen, ha dato l’incarico al partito di maggioranza di formare il primo governo monocolore, perché tutti le fazioni palestinesi hanno rifiutato l’invito a fare parte del Governo di Hamas. E’ stato lo stesso Abu Mazen a presentare Haniyeh agli incontri ufficiali dicendo: questo è il governo del presidente, piaccia o no agli americani e agli israeliani. La stessa cosa è stata fatta con il secondo governo di unità nazionale a guida di Hamas, formatosi dopo duri scontri armati fra le brigate Qassam e le forze di sicurezza palestinesi. Dopo poche settimane, con il pretesto del piano Dayton, Hamas scatena una vera offensiva militare contro le forze di sicurezza, in quanto, secondo Hamas erano corrotti e prende il totale controllo di Gaza, occupa la casa di Arafat, e la casa di Abu Mazen e inizia la caccia ai militanti di Fatah disarmandoli, poi è toccato alle altre fazioni palestinese: FPLP, Jihad, Partito del Popolo. E’ stata una vera e propria presa militare del potere, e quale potere! Se era una offensiva contro la corruzione, perché la divisione e l’annuncio di creare un Emirato islamico a Gaza?? E perché continuare a insistere nella separazione e nella divisione delle due parti della Palestina, facendo un danno incalcolabile alla stessa causa palestinese? Perché disarmare i militanti che non appartengono a Hamas, quando Israele non ha mai smesso le sue incursioni a Gaza? Quale sono le ragioni di tutto questo se non consolidare un potere “Divino” indiscutibile?
Hamas predica la resistenza ma disarma una gran parte del popolo che altre organizzazioni avevano armato per difendersi dagli attacchi israeliani. Fino all’ultima tregua, che è stata violata decine di volte da Israele, in cambio (mai realizzato) dell’alleggerimento dell’ingiusto embargo imposto non solo dagli israeliani contro il popolo palestinese, dopo il primo e il secondo governo di Hamas. Allora mi domando quale è la differenza fra la tregua firmata di Hamas, e quella voluta da Arafat quando Hamas utilizzava gli attentati suicidi prima e i missili dopo? Per fortuna l’epoca degli “shaid” è finita, o almeno lo spero. I missili erano giusti quando li lanciava Hamas ma ora sono traditori gli altri quando li lanciano e vengono per questo perseguitati, solo perché Hamas deve dimostrare la sua capacità di controllare e far rispettare la tregua, e avere un posto sul tavolo dei negoziati? Se lo fa Hamas è volontà Divina, se lo fanno gli altri sono collaborazionisti, traditori e antipatriottici.
Poveri palestinesi! Tutti parlano in loro nome, e nessuno gli chiede se avete abbastanza per sopravvivere sia a Gaza che in Cisgiordania,
L’articolo di Angela Lano, merita una attenzione particolare, quando parla della persecuzione dell’Anp contro i militanti di Hamas, parla di squadroni della morte alla sud americana. Avrei desiderato che pronunciasse, anche per diritto di cronaca, i 650 militanti di Fatah uccisi, per mano delle brigate Qassam e dalla forza esecutiva. Che parlasse dei militanti gettati dal 15° piano. Di sequestri di intere famiglie, solo perché appartenenti a Fatah. Che spiegasse perché ha fatto un massacro alla prima commemorazione di Arafat ed ha vietato la seconda!! Avrei voluto leggere qualcosa della situazione delle donne di Gaza, e l’aumento dei delitti d’onore. O perché si bruciano i negozi che vendono i CD, DVD ecc.. O perché il ministro dell’educazione decreta di bruciare un libro di racconti palestinesi, per il solo motivo che alcune brani parlano di sesso.
Credo che le esperienze di tutti i movimenti di liberazione nazionale, ci hanno insegnato che la resistenza è un diritto dei popoli oppressi e occupati, e che la marcia verso la liberazione non esclude la combinazione fra lotta e trattativa. L’importante è il contenuto degli obbiettivi da raggiungere. La mia riflessione è che Oslo ha fallito perché non ha trattato dall’inizio le questioni di fondo dell’epoca nell’ottica di due popoli due stati: la fine dell’occupazione dei territori palestinesi occupati nella guerra del 1967, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi come previsto della risoluzione 194 dell’ONU, Gerusalemme, i confini e la questione dell’acqua. Che sono poi i punti dell’attuale negoziato, arenato per l’arroganza israeliana appoggiata e sostenuta dagli Usa e dagli europei. E devo dare atto al negoziatore palestinese di non aver ceduto alla forte pressione degli americani, europei ed arabi. Non solo, nella situazione di divisione interpalestinese, e con la mancanza dell’unità nazionale, siamo deboli sia per fare la resistenza sia per trattare. Prendo le dichiarazione di Abu Mazen, o c’è un accordo su tutti qui punti o niente accordo, e quando si raggiunge l’accordo, sarà il popolo con un referendum a decidere.
Hamas, non è all’altezza di essere il legittimo rappresentante del popolo palestinese perchè è escludente già dal nome, anche se alcuni cristiani l’hanno votata, come lo hanno tanti altri di Fatah per dispetto. E’ escludente perché è una costola dei Fratelli Musulmani, come dimostra il giuramento pronunciato dai dirigenti di Hamas nel 21° anniversario della nascita del movimento, dove ha fedeltà e obbedienza ai fratelli musulmani e non alla Palestina. Non rappresenta tutti i palestinesi, che sono rappresentati dentro l’Olp. Anche se ha vinto le elezioni nei Territori Occupati - ma non nella diaspora- ciò non le dà il diritto di essere il legittimo rappresentante, cosa che del resto non è mai stata chiesta nemmeno da al Fatah. Anche quando questa rappresentava più del 90% dei palestinesi, la rappresentanza era e rimarrà dell’entità politica cioè l’OLP. Hamas ha il pieno diritto a farsi riconoscere in quanto organizzazione autonoma come qualsiasi altra organizzazione e di avere le relazioni con chi vorrà. Infine mi è arrivato, come tanti altri, per e-mail, dal sito Gaza conference, il seguente documento, lo lascio alla riflessione di tutti.

Ricevo e trasmetto messaggio di Jennifer Lowenstein a Tom Suarez, amministratore del sito www.gazaconference.net


“Mentre non è ancora ufficialmente nel programma di Hamas, ogni dirigente di Hamas - compresi quelli che sono stati assassinati - ha inserito in documenti (alcuni in Inglese e altri in Arabo) la sua accettazione di uno stato Palestinese con i confini del 1967. Ognuno: Yassin, Zahhar, Abu Shanab, Haniyeh, Rantisi, Hamad, Mesh'al a Damasco, Usama Hamdan in Libano e altri. La cosa non è ufficiale perché essi temono di cadere nella stessa trappola in cui è finita Al-Fatah: riconoscere formalmente Israele senza ottenere niente in cambio.

Ho fatto proprio uno studio su questo tre anni fa quando ero una ricercatrice al Refugee Studies Centre ad Oxford ed ho un elenco dei documenti sebbene non fossi stata associata ad esso dal momento che allora sostenevo che questa è una vergogna perché persone come Mesh'al sono diventate anche più esplicite negli ultimi due anni.
Questo è esattamente il genere di elementi deliberatamente celati a noi dai media. Se le persone sapessero che Hamas ha implicitamente accettato Israele accettando uno Stato Palestinese con i confini pre-1967, immagina che miti dovrebbero essere tolti dalla circolazione. E' un peccato e una maledetta vergogna che la macchina propagandistica Israeliana sia così ben oliata e quella Palestinese praticamente inesistente in mezzo a tutta la corruzione e le divisioni interne”.



STORIA DI UNA STRAORDINARIA FOLLIA

Stamattina s'è svolta un'altra liberazione di ostaggio, al riparo dall'attenzione - o dall'interesse - dei nostri media. E' tornato finalmente dal suo esilio in Giordania, un bambino palestinese di circa tre-quattro anni. Per mesi e mesi le autorità israeliane non lo volevano fare tornare dal suo padre e dalle sue sorelle, che abitano nella Striscia di Gaza, con la "scusa" che egli, essendo uscito dalla Striscia di Gaza attraverso Rafah, cioè il confine con l'Egitto, dovrà ritornare da Rafah. Non poteva, secondo loro, tornare direttamente dalla Giordania.
Ma come mai, uno si chiede: un bambino che viaggia dalla Striscia di Gaza in Egitto, da lì verso la Giordania, per presentarsi al Ponte di Allenby chiedendo di entrare in Cisgiordania ? come poteva fare ? I fatti sono questi: una giovane donna, ammalata di cancro, si era recata dalla Striscia di Gaza al Cairo, per vedere se per il suo tumore al cervello si potesse fare qualcosa. Porta con se il più piccolo dei suoi figli, il maschietto, mentre le figlie, ormai di circa dieci e doci anni, rimangono con il padre. A loro non era stato concesso accompagnare la moglie/madre.
Al Cairo non possono fare nulla, e la mandano ad un ospedale di Amman in Giordania. I medici giordani le fanno capire che ormai non si poteva più operare e che avrebbe avuto qualche mese di vita. A questo punto la donna decide di tornare a casa, per passare gli ultimi mesi assieme ai suoi. Ma non può tornare, perché l'unica-democrazia- in-Medioriente, nel frattempo aveva deciso che una parte della popolazione,  sulla quale esercita il dominio, non possa più spostarsi dalla prigione nella quale è rinchiusa, nemmeno per tornare a casa. La donna resta in Giordania e muore lì, lontana dal marito, dalle figlie e dai propri genitori in febbraio di quest'anno. Dopo la sua morte, i parenti lontani che l'avevano ospitata ad Amman, cercano di fare tornare il bambino dal padre portandolo al Ponte di Allenby, dove il padre avrebbe potuto ricongiungersi con lui. Ma gli israeliani, che presiedono il Ponte Allenby, insistono che il piccolo debba rientrare nella Striscia di Gaza via l'Egitto, cioè dal confine di Rafah. Un bambino di tre-quattro anni, che aveva appena perso la mamma e che doveva ricongiungersi con il papà e le sorelle ed i nonni! un rischio per la sicurezza dell'unica democrazia in Medioriente!
Il padre, disperato, si rivolge alla Croce Rossa Internazionale e stamattina, dopo mesi e mesi di guerra burocratica, finalmente una collaboratrice della ICRC è riuscita a varcare il Ponte di Allenby con il bambino e, ore dopo, anche il passagio di Eretz, dove il padre e le sorelle hanno potuto abbracciare il piccolo.
Della liberazione del piccolo palestinese, stamattina, i nostri media non hanno parlato per niente, perché se l'avessero fatto, avrebbero rischiato di mettere a nudo la disumanità spietata, il sadismo che ispira il comportamento dello stato d'Israele nei confronti dei palestinesi occupati.

Susanne Scheidt
(dall’Associazione Italo-Palestinese di Firenze)


CISGIORDANIA: REPRESSIONE E OPPRESSIONE AI MILITANTI DI HAMAS

Da mesi in Cisgiordania e' in atto una repressione a tutti i livelli di Hamas, di tutti i suoi simpatizzanti e di chiunque abbia qualsiasi tipo di contatto con il movimento islamico, anche se si tratta di organizzazioni benefiche.
Questa repressione viene condotta parallelamente: da un parte, dalle forze di Fatah, organizzate sotto forma del pseudo governo guidato dallo pseudo primo ministro Salam Fayyad (che non ha una maggioranza parlamentare che lo sostenga, ma che gode dell'appoggio di USA, UE e ONU), e con il beneplacito del presidente Abu Mazen (anch'egli di Fatah, ovviamente); dall'altra, dalle forze militari israeliane di occupazione. Sia gli uni che gli altri usano la violenza (ci sono stati centinaia di arresti sia da parte israeliana che parte delle polizia palestinese filo Fatah, e almeno un prigioniero e' stato torturato a morte da questi ultimi). Ma soprattuto, sia Fatah che gli israeliani stanno attaccando le strutture benefiche legate ad Hamas, che pero' aiutano migliaia di palestinesi poveri.
Gia' a novembre il governo di Salam Fayyad ha intimato lo scioglimento di piu' di un centinaio di ONG palestinesi (guarda caso, quasi tutte legate ad Hamas o ad altri partiti di opposizione di sinistra), accusandole di presunte irregolarita' amministrative, ma sono le forze militari israeliane che stanno facendo il lavoro maggiore. Infatti, stanno chiudendo decine di strutture benefiche, compresi orfanotrofi, asili e scuole.
L'articolo che segue tratto da Haaretz e tradotto in italiano, e' una ironica (e a tratti spassosa) analisi di quanto sta accadendo, molto istruttiva, soprattutto perche' scritta da un giornalista israeliano (ed ebreo), che ne giudica l'efficacia dal punto di vista israeliano.


Dichiarazione dell’Unione dei Comitati delle donne palestinesi (UPWC)
di Maha Nassar*

Nonostante tutto il clamore mediatico sulla menzogna della riconsegna delle città alla Autorità nazionale palestinese in base agli accordi di Dayton, che si sono rivelati niente più che una cortina fumogena, i vampiri dell’occupazione hanno attaccato l’altra notte gli uffici dell’UPWC a Nablus, città che dovrebbe essere stata restituita all’ANP.
Hanno devastato l’ufficio e si sono impadroniti di alcuni degli oggetti presenti al suo interno. Gli occupanti hanno anche rubato i pacchi di genere alimentari che dovevano essere distribuiti alle persone bisognose della città, che subisce anch’essa il blocco economico, la fame e la miseria che sta soffrendo non soltanto la striscia di Gaza, ma che affligge anche la Cisgiordania.
Tutte le menzogne su quanto sia tranquilla la situazione in Cisgiordania vengono palesemente smascherate dagli attacchi quotidiani sferrati dall’esercito di occupazione a  Hebron, Nablus, Jenin, Ramallah e in altre città.
L’UPWC condanna questi attacchi violenti e indiscriminati alle nostre istituzioni nazionali e chiede all’ANP  di porre fine a queste azioni in assenza di qualsiasi prospettiva di negoziato entro la fine del 2008.
L’ANP, che dovrebbe essere politicamente responsabile della disciplina e della sicurezza nazionali, deve denunciare queste pratiche di occupazione che confliggono apertamente con le regole del diritto internazionale e non limitarsi a ignorarle.
L’UPWC chiede anche a tutte le istituzioni e organizzazioni che si battono per i diritti umani e la solidarietà internazionale di sostenere la nostra associazione e tutte le istituzioni nazionali di fronte a questa campagna infame, in modo da proteggere e rafforzare le nostre istituzioni nazionali e la causa delle donne palestinesi.
La nostra lotta è legittima sul piano nazionale e sociale ed è coerente, a livello politico, economico e sociale, con tutto ciò che è stato approvato dalla legalità internazionale. Pertanto ciò che l’occupazione sta facendo costituisce una patente violazione di queste leggi.
Ciò nonostante, e grazie all’esperienza di tanti anni di lotta, l’occupazione non riuscirà mai a fermare né a piegare ai suoi interessi le nostre istituzioni nazionali.
Invitiamo anche la società civile palestinese, le forze e i partiti nazionali ad alzare la propria voce contro l’attacco subito dalla nostra organizzazione. Un’orgazzazione che, come tutte le alte istituzioni palestinesi, deve essere protetta, indipendentemente dall’appartenza politica o ideologica.

*Presidente dell’UPWC


Allarme idrico in Cisgiordania, a causa della siccità e delle discriminazioni israeliane.
di Naoki Tomasini

L'estate è appena iniziata e minaccia di essere rovente. Nei territori palestinesi ci si prepara come sempre a razionare l'acqua, ma quest'anno la crisi idrica sarà peggiore. Lo annuncia l'ultimo studio del centro di informazione israelo-palestinese B'Tselem, secondo cui, quest'anno i palestinesi riceveranno almeno 40 mila metri cubi di acqua in meno rispetto al 2007. Una causa del fenomeno è certamente la siccità, ma gravi responsabilità pesano anche sul governo israeliano, la sua autorità territoriale e la compagnia che gestisce gli acquedotti, colpevoli secondo B'Tselem di discriminazioni nella concessione di permessi e nella distribuzione dell'acqua.
Gli abitanti delle colonie all'interno dei Territori, infatti, ricevono quantità di acqua tre volte e mezzo superiori delle quote riservate ai palestinesi, ai quali viene sistematicamente rifiutato il permesso di scavare nuovi pozzi. Israele, spiega il rapporto di B'Tselem, ha il totale controllo delle risorse destinate a entrambi i popoli, e anche il divieto di scavare nuovi pozzi è stato imposto da un ordinanza militare. Israele preleva acqua dal corso del Giordano e la pompa in Cisgiordania, verso i coloni e verso l'Autorità Palestinese. I primi, che sono circa 275 mila, ricevono 44 milioni di metri cubi di acqua, almeno 5milioni più di quanti ne ricevano i palestinesi, che in Cisgiordania sono almeno 2milioni e 300 mila. Secondo i dati di B'Tselem anche le risorse acquifere montane sono monopolizzate da Israele, che concede ai palestinesi di usarne solo il 20 percento. Combinando questi dati con la scarsità di precipitazioni degli ultimi mesi, si ricava la conclusione: quest'anno i palestinesi riceveranno tra i 40 e i 70 milioni di metri cubi di acqua in meno rispetto alle loro necessità. Poco importa se già adesso nei Territori il consumo di acqua pro-capite è di soli 66 litri al giorno, due terzi della quota minima fissata dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità, Oms.
Anche all'interno dei Territori ci sono differenze: se nelle città principali la situazione rimane accettabile, nei villaggi le cifre calano ancora. Stando al rapporto, i palestinesi dei villaggi consumano solo un terzo dell'acqua di cui avrebbero bisogno secondo l'Oms. Ci sono diverse centinaia di villaggi che non sono nemmeno connessi con l'acquedotto e dipendono dalle capacità di mobilità delle autocisterne: i palestinesi senza acquedotto sono 227mila, mentre altri 190 mila sono quelli che vivono in villaggi con infrastrutture idriche ridotte all'osso. In questi ultimi l'acqua arriva, ma solo per poche ore al giorno e spesso si interrompe per lunghi periodi. Non si tratta di problemi tecnici, semplicemente l'acqua è poca e la compagnia che gestisce l'acquedotto, l'israeliana Mekorot, decide in modo discriminatorio di tagliare le forniture ai villaggi palestinesi per non far mancare acqua alle colonie e alle loro coltivazioni. La compagnia respinge però le accuse di B'Tselem, sostenendo di avere fornito nel 2007 “il 30 percento in più di quanto stabilito con gli accordi di Oslo”. Le quote, sostiene la compagnia, non sono cambiate e, accusa, nelle zone di Betlemme e Hebron i palestinesi rubano consistenti quantità di acqua dalle tubature dirette alle colonie. Secondo le norme internazionali, ricorda B'Tselem, Israele è una forza di occupazione e, in quanto tale, ha il dovere di garantire il funzionamento delle infrastrutture idriche e acqua potabile per tutti.


L’ESPROPRIAZIONE INDEBITA DELLE TERRE PALESTINESI.

Video Verità, 10.07.2008 villaggio di Ni'lin

Immagini originali della dimostrazione “non violenta” contro la costruzione del muro e l'espropriazione delle terre palestinesi per permettere l'ampliamento delle colonie israeliane di Hashmon'im, Mattityah e Modi'in Illit,  costruite illegalmente, secondo il diritto internazionale, entro i Territori Palestinesi Occupati.

http://www.youtube.com/results?search_query=Ni'lin&search_type=&aq=f

oppure.

http://www.youtube.com/watch?v=rSLoVbmVTW8 documenta

(digitare Ni’lin)

Gli allegati, relativi ad un'interrogazione scritta presentata alla Commissione dell'UE sulla successiva vendita nel Regno Unito e in Belgio delle unità immobiliari costruite nelle colonie israeliane e la illuminante risposta data dalla responsabile per la Commissione, la signora Benita Ferrero-Waldner, che dichiara la carenza di strumenti ( e di volontà politica ) dell'UE atti a reprimere tali reati, fanno capire perché il governo israeliano può portare avanti impunemente i suoi obiettivi di esproprio violento che sono premessa indispensabile alla realizzazione della pulizia etnica dei palestinesi con la loro espulsione dalla loro terra. 

L'UE si dimostra una volta ancora incapace di far applicare le clausole che sono alla base degli accordi di associazione bilaterale UE-Israele.


Le nozze di Khetai

Afghanistan - 18.7.2008

Afghanistan, una festa di matrimonio finita in tragedia

Khetai è un villaggio pashtun sulle montagne della provincia orientale di Nangarhar, vicino al confine pachistano.

Preambolo. Dopo essere rimasto vedovo, Lal Zareen non aveva più una donna che governasse la casa e cucinasse per lui e i suoi figli. L’unica figlia femmina, infatti, era destinata ad andare a vivere a casa del marito, non appena si fosse sposata. Quindi, non gli rimaneva che combinare subito un matrimonio di scambio per portare in casa una donna che così sarebbe rimasta. Così Lal ha dato sua figlia in cambio di una moglie per suo figlio maggiore Attiqullah, di 15 anni.

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Il nome della promessa sposa era Ruhmina. Lei e il figlio di Lal non si erano mai visti né conosciuti perché vivevano in due valli diverse.

La wara. Domenica mattina, Ruhmina, vestita con gli abiti tradizionali delle nozze, parte dal suo villaggio per la wara, la processione di donne e bambini di entrambe le famiglie che accompagna la sposa nella sua nuova casa, quella del suo futuro marito, intonando canti augurali. Dopo due ore di cammino, il corteo valica un passo tra i boschi, quando il canto delle donne viene interrotto da un’esplosione. Urla, panico. Le donne fuggono in una nuvola di polvere. Un’altra esplosione e un’altra ancora. Quando gli aerei da guerra della Nato se ne vanno, a terra rimangono quarantasette corpi dilaniati di donne e bambini. Tra questi anche quello di Ruhmina.

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Il massacro.“Ero a casa che aspettavo con mio figlio quando ho sentito le bombe”, racconta Lal. “Sono corso sulla montagna e mi sono trovato davanti una scena tremenda: pezzi di corpi e brandelli di carne erano sparsi nei prati e tra gli alberi. Mio figlio è ancora sotto shock”.

Attiqullah se ne sta chiuso in casa, accanto al padre, ripetendo: “Oggi è il suo matrimonio, la mia sposa sta per arrivare e poi sarò pronto a ricevere le vostre congratulazioni”.

“Portate questi a Karzai”, urla un vecchio indicando una pila di vestiti da festa inzuppati di sangue. “Ditegli sono il regalo delle donne che lo avevano votato, per ricambiare il dono che lui ci ha fatto mandandoci le bombe dei suoi amici stranieri”.

La rabbia. “Se gli stranieri che hanno commesso questo massacro non verranno puniti – minaccia Malek Jabar, un capo tribù del posto – non ci rimarrà altro che passare con la resistenza per vendicare le nostre donne e i nostri figli”.

“Finora abbiamo tenuto sotto controllo il tratto di confine di nostra competenza – gli fa eco un altro capo locale, Malek Zarbaz – ma se non otterremo giustizia per questo crimine le cose cambieranno”.

“O ci consegnano i responsabili così li possiamo impiccare oppure Karzai si deve dimette”, urla un altro anziano Rai Khan. “Se non succede né questo né quello, ci faremo giustizia da soli”.

Epilogo. I comandi Nato hanno negato la strage, dichiarando che le vittime erano tutti combattenti e che le accuse di vittime civili sono la solita propaganda talebana.

Karzai non ha rilasciato dichiarazioni, ma il governo di Kabul ha subito inviato una delegazione a Khetai. “Quando siamo arrivati sul luogo del bombardamento abbiamo potuto verificare che qui non c’erano combattenti: le vittime erano tutti civili”, ha dichiarato Borhanullah Shinwari, un membro della delegazione. “I responsabili devono essere perseguiti perché la pazienza di questa gente è finita: non possono più tollerare tutto questo”.

Ezatullah Zawab

(dal sito www.peacereporter.net)


Quei bravi coloni!

In questi ultimi mesi, il numero di attacchi contro la popolazione civile palestinese, che vedono il coinvolgimento di coloni israeliani della West Bank, è in costante aumento; secondo gli ultimi dati resi noti dall'Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (The Humanitarian Monitor, aprile 2008), nel solo mese di aprile sono stati riportati 25 incidenti di questo genere, rispetto ai 17 del mese di marzo, la maggior parte dei quali riguardanti gruppi di coloni armati che hanno attaccato Palestinesi al lavoro sulla loro terra o che portavano al pascolo le loro pecore.

L'ultimo di questi attacchi bestiali, assolutamente gratuiti e ingiustificati, è avvenuto domenica pomeriggio e ha riguardato un pastore palestinese 70enne, Khalil Salama al-Nawaj'a, sua moglie, la 68enne Thamam al-Nawaj'a, e il loro nipote Yousef, di 32 anni, picchiati selvaggiamente con mazze da baseball e spranghe da un gruppo di settlers mascherati provenienti dal vicino insediamento colonico di Susia.

Nel video che testimonia l'aggressione, visionabile sul sito internet della Bbc (http://news. bbc.co.uk/ 2/hi/middle_ east/7451691. stm), si vede chiaramente la donna che pascola le proprie pecore a breve distanza dall'insediamento, i coloni che arrivano dalla sommità della collina, il brutale pestaggio della famiglia di pastori.

La Bbc ha chiesto un commento al portavoce della colonia, che ha declinato l'invito, mentre la polizia ha affermato che sta indagando sull'accaduto, benché la realtà dei fatti dimostri come molto raramente, nel passato, un colono israeliano sia stato arrestato per violenza contro i Palestinesi o le loro proprietà.

Giovedì, 12 giugno, un gruppo di israeliani armati provenienti dalla colonia di Yitzhar ha attaccato la casa della famiglia Khalaf, nella città di Howwara, ferendo a coltellate il 33enne Ahmad Khalaf e picchiando selvaggiamente il 25enne Samir Ali, entrambi successivamente ricoverati presso l'ospedale di Nablus; nessun arresto o fermo è stato effettuato dalla polizia israeliana.

Giovedì, 5 giugno, alcuni coloni provenienti da Kiryat Arba, insediamento situato a est di Hebron, hanno attaccato i civili palestinesi a colpi di pietre e bottiglie, picchiando violentemente il 18enne Mahdi Maher Abu Hatta; nessuna arresto o fermo è stato effettuato dalla polizia israeliana.

Sabato pomeriggio, 3 maggio, coloni appartenenti all'insediamento di Yitzhar hanno dato fuoco ad alcuni campi coltivati nei pressi del villaggio di `Asira al-Qibliya, impedendo successivamente ai Palestinesi di raggiungere alcune aree interessate dall'incendio per spegnere il fuoco, scontrandosi con essi.

Giunti sul luogo, i soldati israeliani – anziché consentire ai pompieri di spegnere l'incendio ed arrestare i coloni autori del gesto – hanno apertamente spalleggiato i settlers, arrestando alcuni dei residenti del villaggio: forse erano stati troppo solerti nel cercare di spegnere le fiamme!

Ma, naturalmente, gli attacchi delle bestie coloniche non si limitano a queste violenze, né allo sradicamento di centinaia di piante di ulivo (oltre 1.200 nel solo mese di aprile), ma a volte hanno un esito ben più tragico.

Venerdì sera, 9 maggio, il 21enne Khaled Fat'hi al-Anati è stato ucciso a colpi di fucile dalle guardie della colonia di Ofra, mentre era a caccia nei terreni circostanti; nel mese di aprile, il 15enne Sherif Shtayyeh è stato investito e ucciso da un bus guidato da un colono israeliano mentre stava facendo attraversare al suo gregge la by-pass road situata vicino al villaggio di Salim, mentre il corpo di un altro palestinese 15enne è stato trovato senza vita nei pressi della colonia di Hamra.

Anche in questi casi, nessun arresto o fermo è stato effettuato dalle autorità israeliane…

Complessivamente, nel periodo compreso tra il settembre del 2000 e il mese di maggio di quest'anno, oltre 40 Palestinesi sono stati uccisi da coloni israeliani.

Degno di nota è il fatto che quando sono i Palestinesi ad attaccare un Israeliano, le autorità usano ogni mezzo a disposizione per arrestarli e sottoporli a processo, che avviene peraltro davanti ad una corte militare.

Viceversa, quando sono i coloni a commettere violenze o aggressioni, la polizia e l'esercito israeliani sono estremamente riluttanti a svolgere le dovute indagini, e nel corso degli "incidenti" non intervengono mai – come sarebbe loro dovere – a difesa dei Palestinesi e delle loro proprietà.

Nei rari casi in cui un colono è sottoposto a giudizio per crimini perpetrati nei Territori occupati, peraltro, esso viene giudicato in base al diritto penale israeliano e gode delle relative guarentigie, contrariamente a quanto accade per i Palestinesi che, come abbiamo detto, sono sottoposti alla giurisdizione delle corti militari.

Accade dunque che, per uno stesso reato e su uno stesso territorio, vengano applicate norme diverse in base alla nazionalità dell'autore del crimine, con una palese violazione (l'ennesima) del principio di eguaglianza di fronte alla legge.

Spesso si discute sullo status dei coloni israeliani, che secondo alcuni, pur risiedendo illegalmente negli insediamenti costruiti nei Territori occupati, godrebbero ugualmente delle garanzie previste dal diritto umanitario a tutela dell'incolumità della popolazione civile.

Ma definire "popolazione civile" queste sorte di bande paramilitari, spesso armate tal quale un esercito regolare e formate da bestie brutali e spietate, a volte appare davvero una forzatura.


 LIBERTA’ DI PAROLA IN ISRAELE

Nel Journal de Palestine di Marc Lemaire del 06-06-08

Purga ad Haaretz

Molti nostri lettori hanno notato che non ho pubblicato molti articoli di Amira Hass in questi ultimi tempi.

Non ho nemmeno pubblicato la cronaca regolare di Gideon Levy, intitolata "Twighlight Zone".

Per essere onesto con voi, ho spulciato le pagine di Haaretz alla ricerca di questi articoli stimolanti ma invano.

Stamattina ho scoperto perché… c’è stata una purga ad Haaretz.

I nuovi proprietari del giornale stanno lentamente ma sicuramente "eliminando" le uniche voci della verità e della ragione nella stampa israeliana… è così tipico di quanto accade generalmente nel «mondo libero della censura».

Ho ricevuto il testo seguente per email oggi… racconta tutto... è stato scritto da Edward C. Corrigan, un avvocato (Immigrazione e Diritto dei Rifugiati) che vive a Londra, Ontario, Canada.

E’ un eccellente articolo….

C’è stato un putsch nell'équipe di redazione ad Haaretz

Edward C. Corrigan

Un nuovo proprietario tedesco ha acquistato Haaretz ed attualmente è in atto un "putsch nell'équipe di redazione" del più importante giornale liberale sionista in Israele.

Secondo alcune fonti, il nuovo proprietario ha proceduto ad un’indagine approssimativa che ha rivelato che "l'occupazione non faceva vendere giornali" e si è quindi concentrato sul mondo degli affari (cioè The Marker).

L'editoriale regolare del venerdì di Gideon Levy, Twilight zone, è stato scartato, Amira Hass è stata retrocessa a giornalista indipendente con un mezzo salario, Meron Rapaport è stato buttato fuori e Akiva Eldar ha perso almeno una mezza pagina alla settimana.

Il giornale permetteva spesso ai giornalisti critici verso l'occupazione israeliana di pubblicare articoli che mostrano la realtà dell'occupazione alla popolazione israeliana e che poi circolavano in tutto il mondo.

La nuova direzione della redazione è disturbata da queste informazioni.

Haaretz era uno dei rari media israeliani decenti e mostrava che in Israele c’era un po’ di rispetto per la libertà di stampa e di dibattito critico.

Si ripete la situazione di quando Conrad Black ha comprato il Jerusalem Post ed ha assunto un censore israeliano.

I giornalisti corretti se ne sono andati tutti in segno di protesta, in particolare Benny Morris quando aveva ancora una coscienza morale.

Ciò riflette una tendenza più inquietante.

Norman Finkelstein si è visto recentemente rifiutare l'ingresso in Israele e in Cisgiordania.

Il vescovo sudafricano Desmond Tutu si è visto rifiutare l'ingresso in Israele.

Giornalisti palestinesi si vedono sistematicamente rifiutare visti di uscita da parte israeliana dai territori occupati per fare delle turné di conferenze e un gruppo di studenti palestinesi di Gaza si è ugualmente visto recentemente rifiutare un visto d’uscita per andare in università americane dopo aver ottenuto una borsa Fulbright del governo americano.

Sembra che gli Israeliani stiano chiudendo numerose se non tutte le fonti d'informazione critiche provenienti da Israele.

L'ipocrisia in tutto ciò è che, quando il Sindacato britannico universitario propone un boicottaggio delle istituzioni universitarie israeliane come mezzo di pressione su Israele e per protestare contro la politica israeliana verso i Palestinesi, gli Israeliani cominciano a gridare che il progetto di boicottaggio è una violazione della libertà di espressione e una violazione della libertà universitaria.

Le autorità israeliane hanno schiacciato la libertà universitaria e la libertà di espressione dei Palestinesi, ed anche quelle degli Israeliani critici da decenni.

Israele non vuole che la sua popolazione e il resto del mondo sappiano cosa fa ai Palestinesi.

Fonte : http://desertpeace.wordpre


 
GAZA, 8 MORTI TRA CUI UNA MADRE E 4 BAMBINI UCCISI DA UNA CANNONATA ISRAELIANA:

COMUNICATO STAMPA di LUISA MORGANTINI

Vicepresidente del Parlamento Europeo

29-04-2008 Bruxelles

questa volta però l'Ambasciatore italiano Marcello Spatafora non sospende per protesta la riunione del Consiglio di Sicurezza

Roma, 29 aprile 2008

Ieri una cannonata di un tank israeliano ha ucciso otto civili, tra cui una madre e i suoi quattro bambini di sette, sei, quattro anni e quindici mesi, mentre stavano facendo colazione, morti tutti tra le macerie della loro casa a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

Lo scorso mercoledì 23 aprile, invece, al Palazzo di vetro la riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu dedicata alla situazione in Medio Oriente, veniva sospesa su richiesta dell'ambasciatore italiano, Marcello Spatafora, in segno di protesta in seguito alle dichiarazione del rappresentante della Libia, l'ambasciatore Giadalla Ettalhi, che ha paragonato "la situazione di oggi a Gaza a quella dei campi di concentramento nazisti'' durante la seconda guerra mondiale.

Non dirò mai e non ho mai detto che la politica israeliana nei confronti del popolo palestinese è come quella dei nazisti contro ebrei, comunisti, omosessuali e zingari. L'unicità dell'olocausto appartiene alla storia europea, così come le persecuzioni contro gli ebrei, ed abbiamo detto mai più.

Non biasimo quindi il nostro ambasciatore che ha protestato contro il paragone fatto dal rappresentante della Libia su Gaza sulla politica israeliana uguale a quella nazista.

Ma protesto fortemente perchè il nostro Ambasciatore non ha agito in nessun modo affinché cessi l'illegale occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza e la punizione collettiva inflitta alla popolazione di Gaza ormai stremata.

Le notizie di uccisioni di civili, di bombardamenti, di demolizioni di case, di confisca di terre, si susseguono giorno dopo giorno: perchè il nostro ambasciatore non prova la stessa indignazione di fronte alle persone -donne, bambini, anziani- che a Gaza non hanno più pane o ai malati della Striscia che muoiono perché non possono curarsi o agli studenti che pur vincendo borse di studio in università prestigiose non possono andare fuori dalla Striscia perchè Gaza è chiusa e la sua popolazione rinchiusa in una prigione a cielo aperto?

Non indigna abbastanza il nostro ambasciatore il fatto che l'Unrwa, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è stata costretta lo scorso 24 aprile a sospendere la distribuzione di aiuti alimentari nella striscia di Gaza perché rimasta completamente priva del carburante necessario per il funzionamento dei suoi automezzi, in seguito al taglio dei rifornimenti decisi dalle Autorità Israeliane?

Non indignano sufficientemente neanche i 1562 ammalati palestinesi che necessitano di lasciare Gaza per cure urgenti ma ai quali vengono sistematicamente rifiutati i permessi di uscita rischiando la vita come i 133 palestinesi della Striscia già morti per aver ricevuto tale rifiuto.

Invito il nostro ambasciatore a recarsi a Gaza e vedere i corpicini dei bimbi nati prematuri che combattono per vivere ma che potrebbero morire per la mancanza di luce o di gasolio dovuto all'assedio israeliano: ma forse anche se volesse vederli con i propri occhi non potrebbe farlo, dato che sono le autorità israeliane in quanto forza occupante a decidere chi entra e chi esce da Gaza e persino un Nobel per la pace ed ex capo di Stato Usa, Jimmy Carter, non è potuto entrare.

E' davvero tempo che la diplomazia italiana, i Governi europei e l'intera Comunità internazionale non facciano dell'indignazione lo strumento ipocrita e connivente di una politica di "due pesi e due misure", ma siano capaci di ascoltare e di agire, facendo proprie le costanti denunce di violazioni dei diritti umani lanciate non solo dalle Organizzazioni israeliane, palestinesi e internazionali, ma anche dall'Onu o dalla Banca Mondiale che proprio ieri ha segnalato ancora una volta il drammatico deterioramento dell'economia palestinese nei Territori Occupati, dove, a causa "delle restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento e di accesso in Cisgiordania", il 35% della popolazione è in condizioni di assoluta povertà, nel 2007 si è registrata una crescita zero, con previsioni di stagnazione anche nel 2008 e dove il tasso di disoccupazione è in West Bank al 23% e nella striscia di Gaza al 33%, malgrado i 7,7 miliardi di dollari di aiuti promessi dai Paesi donatori.

I palestinesi, dopo 40 anni di occupazione e 60 anni di Nakbah hanno bisogno e diritto, non solo di aiuti, ma soprattutto di prospettive per il loro futuro, di giustizia e pace, della creazione di un loro stato, autonomo, sovrano, indipendente, basato sui confini del '67, con Gerusalemme capitale condivisa e in co-esitenza pacifica e in sicurezza con lo Stato di Israele.

Chiedono, non tanto e non solo indignazione, ma libertà, indipendenza, legalità e fatti da parte del Governo Israeliano e della Comunità Internazionale che potrebbero cominciare proprio dalla fine dell'occupazione militare, dall'applicazione delle molte risoluzioni Onu da anni rimaste disattese e dal rispetto di diritti universali. E questo darebbe libertà e sicurezza ai palestinesi ma anche agli israeliani e i bambini di Sderot non vivrebbero più nell'ansia e nella paura di essere colpiti da rockets illegali che piovono sulla loro città.


ISRAELE – PALESTINA
LA PACE E’ ANCORA POSSIBILE?

Interventi di:
Sabri Ateyeh – Ambasciatore Autorità palestinese in Italia.

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Zvi Schuldiner – pacifista, professore del Sapir College – Israele.

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ARCI Modena 19-03-08


GUERRA: IN NOME DELL’OCCUPAZIONE E DELLA COLONIZZAZIONE
Mirca Garuti

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Il 15 gennaio, mentre Bush si trova ancora in Medio Oriente per promuovere un discorso di pace tra Israele e Palestina, Gaza è sotto l’assedio dei carri armati israeliani. Non è in verità una situazione vera di guerra, perché non c’è una normale guerra tra due eserciti, ma vi è solo un esercito che interviene contro un popolo che ne subisce l’aggressione. Le forze d’occupazione israeliane hanno invaso la zona ad est del quartiere Az-Zaitun e Ash-Shujaiyah, ad est della città di Gaza, con più di 20 corazzati militari e 2 bulldozer, sotto la copertura aerea degli elicotteri. I bulldozer israeliani hanno anche distrutto molti terreni agricoli. I carri armati hanno bombardato la zona intorno alla fabbrica Al-Sawda. Alcuni soldati hanno preso il controllo di diversi tetti delle abitazioni civili, mentre altri impediscono il passaggio delle ambulanze per soccorrere i feriti. I bombardamenti dell'artiglieria e dell'aviazione israeliana hanno provocato la morte di 18 persone e una quarantina di feriti. Tra le vittime c'è anche Husam Zahhar, il figlio del leader di Hamas ed ex ministro degli esteri, Mahmoud Zahhar. "Questa è una conseguenza della visita di Bush, che ha incoraggiato il governo israeliano ad ucciderci", ha così dichiarato il leader di Hamas , subito dopo l’aggressione ad una conferenza stampa. "

Il dott. Mu’awiya Hassanin, direttore del pronto soccorso del ministero della sanità, ha dichiarato che le bombe utilizzate dalle forze di occupazione israeliane sono non convenzionali: chiodi a frammentazione, che strappano e bruciano i corpi delle vittime.

Questo 15 gennaio è stato, dunque, uno dei giorni più sanguinosi negli ultimi mesi e, quello che preoccupa di più, è, che è successo durante i cosiddetti “colloqui di pace”.

Cosa nascondono, quindi, tutti questi incontri? Dove si vuole arrivare?

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Il funerale delle 18 vittime è stato celebrato, in un clima di rabbia e la folla ha invitato la popolazione a continuare ed ad intensificare la resistenza contro le aggressioni dell’esercito d’occupazione. Il primo ministro del governo della Striscia di Gaza Ismail Haniyah, ha confermato, durante il suo discorso al funerale, che il popolo palestinese rimarrà ancorato ai propri principi e diritti. Ha rilevato, inoltre, che "l’occupante soffre come soffrono i palestinesi", ma che quest'ultimo "attende la libertà, la dignità e il martirio, al contrario dell’occupante che cerca solo di sopravvivere". Ha parlato anche della "gran differenza tra chi cerca la dignità e l’onore e chi accetta la vita umiliante. Tra chi si oppone alle aggressioni e chi attende i baci e prende in giro Gaza, che è sempre stata il ”cimitero degli “invasori”. Il riferimento di Haniyah è rivolto naturalmente alla dirigenza dell'Anp di Ramallah. Infine, Haniyah ha messo in guardia "i piccoli collaborazionisti che si trovano sulle strade e che forniscono le informazioni all’occupazione, a non proseguire nel loro lavoro", spiegando di "aver dato ordini precisi alle forze di sicurezza di ricercare e perseguitare i collaboratori e le spie". Fino ad ora sono stati arrestati più di 30 sospettati.

Gaza: un assedio infinito

La Striscia di Gaza si trova sotto feroce assedio israeliano e internazionale dall’estate dell’anno scorso. Nessuno può uscire o entrare: un milione e mezzo di esseri umani sono rinchiusi in una grande prigione a cielo aperto. Non si può chiamare in altro modo una piccola striscia di terra di circa 50 km per 7. Un pezzetto di terra minuscolo con una densità della popolazione altissima, 3.227 per km2. È circondata dal lato della terra da ciclopici muri o da filo spinato per tutta la sua estensione. Dal lato del mare, i suoi pescatori possono arrivare a 6/7 km dalla riva, oltre quella distanza, la guardia israeliana li respingerebbe a mitragliate.

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Nessuno può uscire dalla Striscia se non con permessi molto speciali. In teoria solo i malati per farsi curare, ma le decisioni sono così arbitrarie che, negli ultimi due mesi, sono morte 30 persone. O perché non hanno avuto il permesso, o perché non l’hanno avuto in tempo per richiederlo. È ormai normale, che i malati aspettino sotto il sole per molte ore senza un riparo, solo perché qualcuno ha deciso che quel giorno, la “frontiera” deve restare chiusa. Nessuno studente che voglia continuare o avviare gli studi all’estero può farlo. La linea di confine non è una frontiera perché, l’ingresso e l’uscita dipendono esclusivamente dall’esercito/polizia/”autorità” israeliana. I confini della striscia sono stati imposti, costruiti e ora sorvegliati da un’unica autorità, il governo israeliano. Nessun cittadino israeliano ha il permesso di visitare Gaza, non perché glielo impediscano i palestinesi ma perché è il governo stesso israeliano che lo impedisce “per protezione”, anche contro la loro stessa volontà. Nessuno dei medici ebrei israeliani di “Physicians for Human Rights” che desideravano visitare Gaza,  ha avuto il permesso di entrare. Nessun israeliano potrà avere dunque l’opportunità, qualora lo voglia, di vedere, di vivere l’esperienza dell’altro, di vedere la situazione in cui si vive ogni giorno a Gaza assediata.

Certo lo Stato glielo impedisce, ma, a tutti oggi, internet, quotidiani come Haaretz, a volte anche documentari trasmessi dalla TV israelita in ore notturne, permettono di conoscere i resoconti dei pochi che riescono ad entrare o delle associazioni che lavorano dentro il territorio occupato (come il Gaza Community Mental Health Programme).

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Una situazione vicino al collasso

Le condizioni igieniche-sanitarie, già disastrate, sono ora al collasso. I bambini sono denutriti. Mancano cibo e acqua. Le madri partoriscono figli malati e sottopeso. Gli ammalati muoiono per mancanza di medicine. Nel corso di questi ultimi mesi ne sono morti 72, ma in “attesa di decesso” ce ne sono centinaia di altri. Alle sale operatorie mancano ormai le attrezzature basilari e i gas anestetici per gli interventi chirurgici. I feriti sono sempre più, come le bombe “non convenzionali” (che violano, in pratica, tutti i trattati internazionali) lanciate dall’esercito israeliano sulla popolazione palestinese.

La Striscia di Gaza è vittima della “pulizia etnica” (ethnic cleansing) pianificata da Israele, in violazione di tutte le leggi umanitarie internazionali e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. 

Dati generali:

Dal settembre 2000 ad oggi sono oltre 5.400 i palestinesi uccisi dall’esercito e dai coloni israeliani. Tra i morti ci sono un migliaio di minori, 370 donne e oltre 500 vittime di “omicidi mirati”.

Oltre 60.000 sono i feriti.

I detenuti sono 11.000, di cui 318 sono minori di 18 anni,  103 sono donne.

Israele controlla il 95% dell’acqua palestinese in Cisgiordania e Striscia di Gaza. 

Il 70% delle famiglie di Gaza vive sotto il livello di povertà. Il 42% vive in profonda povertà. Il livello più alto di miseria si concentra nelle province a nord di Gaza, 73%, e Khan Yunes, 75%. 

Il 19 gennaio il governo palestinese della Striscia di Gaza, guidato da Ismail Haniyah, ha invitato “la Repubblica Araba d'Egitto a prendere una decisione coraggiosa: aprire il valico di Rafah per far entrare i generi di prima necessità, salvare la vita dei feriti e curarli negli ospedali fuori della Palestina”.

Una ormai disastrosa situazione sanitaria

Il Ministero della Sanità della Striscia di Gaza, Dr. Medhat Abbas, a cui fanno capo 12 ospedali e 52 cliniche di primaria assistenza, il 20 gennaio, riportando la decisione presa dal governo israeliano di chiudere i confini della Striscia di Gaza, lancia un appello urgente alla comunità internazionale: “Le riserve di combustibile negli ospedali stanno scendendo di ora in ora, con il rischio che i generatori (d'emergenza) si possono fermare all'improvviso. Centinaia di pazienti sono destinati a morire entro breve, salvo che le forniture di combustibile siano immediatamente riprese.

Non vi è tempo da perdere. Ogni sforzo deve essere fatto per interrompere immediatamente quest’operazione israeliana. I reparti di neonatologia, i reparti per le cure intensive, le sale operatorie, reparti per i pazienti con insufficienza renale, i reparti di cardiologia, le sale parto si fermeranno entro breve”.

Infatti, come previsto, domenica 20 gennaio alle ore 20, un milione e mezzo di palestinesi si sono trovati completamente al buio!!

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Il governo di Hamas è stato costretto, infatti, a disattivare l’unica centrale termoelettrica di Gaza, che rifornisce circa il 30% del territorio, per la mancanza di carburante causata dal blocco totale dei varchi della Striscia. La popolazione è stata così colpita dalla rappresaglia dello Stato Ebraico agli attacchi dei razzi Qassam verso il sud del paese. Il leader politico di Hamas Meshaal si è rivolto a tutti gli stati arabi affinché potessero fare pressione su Israele per interrompere questo crimine sionista.

Un portavoce del ministro degli esteri israeliano accusa, invece, Hamas di avere creato uno stato d’emergenza “artificiale”, dal momento che Gaza continuerebbe a ricevere il 75% dei suoi regolari rifornimenti, solo per attrarre la “simpatia” internazionale.

Fonti mediche palestinesi in diversi ospedali della Striscia, hanno annunciato, il decesso di 5 cittadini palestinesi malati. La morte è stata causata dall'assedio e dalla chiusura dei valichi, che non hanno permesso a chi necessitava di cure, di recarsi all'estero.

I forni sono chiusi, il traffico delle auto bloccato, a causa della mancanza di rifornimento di combustibile.

Testimoni oculari hanno riferito che le forze d’occupazione hanno vietato l’ingresso a due camion carichi di medicine e di altri aiuti sanitari per la Striscia, nonostante le promesse di Olmert di permetterne l'entrata.

Khaled Radi, portavoce del ministero della sanità nella Striscia di Gaza, ha confermato che la situazione dei malati è disastrosa: la maggior parte di loro sono feriti degli ultimi bombardamenti israeliani, e se si dovessero fermare i generatori, sono a rischio di morte.

E, ha aggiunto che, "l’ospedale Ash-Shifa, il più grande della Striscia, ha una riserva che basta per un solo giorno, se lavora a pieno ritmo".

Il portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che stanno tentando di convincere Israele a riaprire le frontiere di Gaza almeno per gli aiuti e per il combustibile.

Ha, infine, proseguito: "Gli ospedali hanno ancora una riserva che non può durare più di due o tre giorni; se non sarà garantito altro carburante, potete immaginare cosa significherà per i malati".

La cronaca degli ultimi giorni

Il 23 gennaio, il numero dei cittadini morti per mancanza di cure adeguate era salito a 77. Una situazione che il popolo palestinese non poteva più tollerare e per questo ha deciso di assaltare il confine con l’Egitto. Testimoni oculari hanno riferito che, uomini armati hanno piazzato cariche esplosive sotto parti del muro, sul lato palestinese, a sud di Rafah, e lo hanno fatto saltare. L'esplosione si è sentita in tutta la città.

Il giorno prima, a mezzogiorno, centinaia di manifestanti palestinesi, in maggioranza donne, avevano protestato contro il proseguimento dell’assedio di Gaza. Avevano invaso il cancello principale ed erano entrati, per essere poi dispersi con la forza dalla polizia egiziana.

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Il ruolo dell’Egitto e la "Grande Gaza"

La polizia di frontiera egiziana ha cercato, in un primo momento, di contenere la rabbia, ma non si può fermare la disperazione di un popolo accumulata in più di sette mesi d’embargo, d’assedio e di violazioni del principale diritto umano: quello di vivere. Una marea, di disperati che a piedi, in macchina e a dorso di mulo, ha oltrepassato il confine alla ricerca di cibo, medicinali e di cose che erano ormai diventate proibitive ed introvabili.

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Rafah ora rappresenta la grande vittoria del popolo palestinese, che non si è mai rassegnato alla sua condizione e che continua a lottare per la sua libertà. L’Egitto in questo momento può apparire come la “terra promessa”, ma attenzione, può essere pericoloso. All’Egitto sta a cuore veramente la causa palestinese? Può esserci, forse, la possibilità che la Striscia di Gaza torni sotto il controllo egiziano?

Il consiglio di sicurezza dell’Onu, riunitosi in sessione d’emergenza, non è riuscito a trovare un accordo sul documento, proposto dalla Libia, che chiedeva ad Israele di aprire i valichi.

Il governo israeliano ha, infatti, in ogni caso, deciso di mantenere l'assedio alla Striscia di Gaza. Sarà concesso solo l’ingresso del gas per uso domestico e una quantità limitata di benzina per le ambulanze e per il funzionamento dei generatori elettrici degli ospedali.

Israele ha accusato, inoltre, il governo egiziano di quello che è successo alla frontiera con la Striscia di Gaza e di avere permesso una “libertà” ad un milione e mezzo di essere umani imprigionati da giugno dell'anno scorso. Il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Ariel Mikel, ha dichiarato: "Siamo preoccupati per l'apertura dei varchi, che permettono ai palestinesi di uscire da Gaza e possono permettere facilmente a Hamas di fare entrare armi e terroristi attraverso l’Egitto". Mikel ha aggiunto che "la questione della frontiera è di responsabilità solo egiziana, secondo gli accordi siglati con Israele.

Dopo due giorni di libero transito, i cancelli si sono richiusi! La crisi è rientrata e, dunque anche i Palestinesi devono tornare a casa. Hamas ha raggiunto un accordo con le autorità egiziane per la chiusura del valico entro due giorni e l’apertura, poi, di un confine controllato, gestito dal partito islamico insieme a rappresentanti del governo di Ramallah.

Anche se il confine di Rafah funziona solo a senso unico, gli abitanti di Gaza sanno, di non essere soli. Infatti, le manifestazioni a sostegno della loro causa, si moltiplicano nei vari stati arabi (Egitto, Giordania, Libano). La protesta sta mettendo in seria difficoltà il presidente egiziano Mubarak, preso da due fuochi. Da un lato deve considerare il sostegno delle popolazioni arabe, comprese quelle egiziane e dall’altro, deve affondare la rabbia del governo israeliano.

Il 30 gennaio le guardie di sicurezza egiziane hanno ripreso il controllo della frontiera tra l'Egitto e la Striscia di Gaza, chiudendo, con filo spinato, i varchi aperti nel muro di confine con Rafah. La polizia egiziana ha chiuso 11 varchi aperti. Ne rimangono aperti due nei pressi dell'area "brasiliana" e a Tal As-Sultan.

Ora il movimento dei palestinesi è molto diminuito e nella Striscia, i rifornimenti di cibo scarseggiano di nuovo.

Analisti egiziani ritengono che l'attuale drammatica situazione palestinese ai confini con l'Egitto e il transito di centinaia di migliaia di cittadini verso il Sinai faccia parte del vecchio piano israeliano della "Grande Gaza": la regione del Sinai destinata ad ospitare i "poveri abitanti della Striscia". 

Il numero dei "martiri dell’assedio israeliano" alla Striscia di Gaza, ossia dei decessi per mancanza di cure, al 31 gennaio è salito a 87.

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Attacco a Betlemme

Anche Betlemme non è stata risparmiata. Il 28 gennaio infatti, è stata assalita dalle forze d’occupazione israeliane. Un vasto dispiegamento dell’esercito composto di 25 blindati, accompagnato da cani poliziotto e da unità speciali di soldati travestiti da arabi, ha invaso Betlemme, vicino alla Basilica della Natività. I militari hanno circondato la zona e perquisito varie abitazioni e gruppi di giovani palestinesi hanno poi cercato di respingere l’invasione. Un adolescente palestinese di 17 anni è stato ucciso. Le forze d’occupazione hanno anche sequestrato diversi giornalisti, imprigionandoli all’interno di un negozio, per impedirgli così di seguire quanto stava succedendo. La loro azione ha avuto successo, questa notizia infatti, non è apparsa su nessuna televisione o giornale; è stata riportata solo sul sito www.infopal.it

Le ricorrenze

A fine gennaio del 2008 si celebreranno le giornate della “Memoria” istituite per ricordare, affinché non si debba mai più ripetere per nessuno, l’Olocausto e i 60 anni della creazione dello stato d’Israele.

Quello che m’indigna è che, mentre si procederà nella celebrazione di queste ricorrenze, nessuno invece si soffermerà, anche per solo un attimo, a considerare che sono sessanta anni di sofferenze, di privazioni, di morte, di catastrofe (nakba).anche per il popolo Palestinese.

Cosa c’è dunque da celebrare? Quando l’esistenza di un popolo è basato sulla non esistenza di un altro, non ci potrà mai essere una vera democrazia, una vera pace, un mondo uguale per tutti.


Campagna per Gaza: il 24 febbraio spegniamo le luci

vi invitiamo a spegnere le luci solo per 20 minuti

 dalle 20 alle 20,20

La Campagna è promossa dalla Federazione delle organizzazione islamiche in Europa


Aharon Shabtai dice “no” al salone del libro di Parigi

“Gentile Edna,

La ringrazio della lettera.

Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l’occupazione. Ed io non vi voglio partecipare.

Cordiali saluti,

Aharon Shabtai”

7 dicembre 2007

La signora Edna Degon, “chargée de mission Salon du livre 2008”, responsabile della organizzazione della presenza di Israele al salone del libro di Parigi, aveva invitato a partecipare Aharon Shabtai con la seguente lettera  sempre del 7 dicembre 2007:

“Gentile Aharon Shabtai,

il 13 marzo 2008 sarà inaugurato il Salone del Libro di Parigi nel quale Israele sarà presente in veste di "Paese ospite". Quaranta scrittori e poeti israeliani sono invitati a prendere parte alla settimana culturale francese.

Dato che le sue opere sono state tradotte in francese, viene da sé che Lei è tra gli invitati. Le piacerebbe partecipare? L'invito ufficiale sarà emesso dall'Ambasciata francese in Israele, una volta che tutti gli scrittori avranno dato la loro disponibilità.

Spero di tutto cuore che vorrà accettare l'invito, Parigi la aspetta.

Grazie e buone feste,

Edna”

Aharon Shabtai è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei e il più apprezzato traduttore di drammi greci in ebraico. Segue una delle sue poesie.

CULTURA

Il segno di Caino non apparirà
sul soldato che spara
alla testa di un bambino
da una collina sopra il recinto
intorno a un campo profughi
poiché sotto l’ elmetto
parlando in termini concettuali
la sua testa è fatta di cartone.
D’altra parte,
l’ufficiale ha letto The Rebel1,
la sua testa è illuminata,
per questo non crede
nel segno di Caino.
Ha passato il suo tempo nei musei
E quando punta
il fucile verso il bambino
come un ambasciatore di Cultura,
lui aggiorna e ricicla
le acqueforti di Goya
e Guernica.

Aharon Shabtai


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