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Comunicati Stampa
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Tunisia 14 gennaio 2012
UN ANNO DOPO LA RIVOLUZIONE
Viaggio in un paese libero
di Mirca Garuti e Flavio Novara

Il 17 dicembre 2010 inizia la rivolta del popolo tunisino contro il suo dittatore, una sommossa popolare conclusasi il 14 gennaio 2011 con la cacciata del vecchio presidente Zine el-Abidine Ben Ali dal palazzo del potere.
L'effetto scatenante di una situazione già da tempo insostenibile, la morte di Mohamed Bouaziz. Un giovane laureato che per vivere faceva l'ambulante abusivo a Sidi Bouzid e che per protestare contro la polizia comunale che gli aveva sequestrato la merce, moriva dandosi fuoco nella piazza principale del suo paese.
Una serie di manifestazioni di piazza del tutto spontanee scuotono molte città del centro sud della Tunisia. La paura che, fino a questo momento, aveva immobilizzato il popolo, ha trovato la forza e l'energia di trasformarsi, dissolvendosi in un onda travolgente contro la frustrazione per la disoccupazione, la corruzione dei poteri, l'indifferenza delle autorità e per la mancanza di libertà d'espressione e di stampa. La reazione della polizia è molto dura. L'8 ed il 9 gennaio rappresentano la fase più nera: 25 morti, ma la forte repressione non ferma i dimostranti, anzi la protesta si amplifica e si diffonde nelle altre città arrivando fino a Tunisi.
“Dégage!” (vattene!) urla la gente dal sud al nord della Tunisia.
La maggior parte sono giovani che chiedono democrazia e libertà. Gli stessi, per lo più laureati senza uno sbocco per il futuro e condannati già ad una sicura immigrazione, che hanno deciso, attraverso Facebook e la rete dei blogger, di dare nuova speranza a tutti i popoli arabi oppressi.
Dégage la parola d'ordine della rivolta: dall'Egitto, ancora non conclusa e dai continui scontri e martiri, all'Algeria, al Marocco, alla Libia ed alla Siria.
Tutte diverse tra loro e tutte non spurie dall'ingerenza straniera, sia essa islamica, come Arabia Saudita e Qatar o laico-judaico-cristiana come Francia, Regno Unito, Usa e Israele.

Dalla conclusione dei movimenti di quei giorni, poco si è saputo e il silenzio mediatico ha impedito di comprendere senza strumentalizzazioni cos'è stata la rivolta tunisina di quei giorni e cos'è oggi la nuova Tunisia liberata. A metà luglio 2011 a Tunisi c'è stata infatti una nuova ondata di manifestazioni, fermata in modo violento dalla polizia. Qualcuno ancora chiede perché continuano a scendere in piazza dal momento che la dittatura è finita. La libertà senza una vera giustizia sociale non può essere considerata una vera libertà .
A che punto è quindi ora, il processo di democratizzazione e come si sta evolvendo la questione della laicità dello stato? E la questione immigrazione, come è stata risolta dal governo italiano? Quanta responsabilità ricade sulle spalle dell’Italia?
Per questo ancora una volta, la redazione di Alkemia ha deciso di provare a dare una testimonianza diretta di ciò che sta avvenendo in quel paese del dopo elezioni, per la prima volta democratiche, e che ha visto uscire trionfante il partito En-Nahdha di ispirazione islamica.
Un viaggio non solo tra i partiti, movimenti politici e di opinione per sentire i loro progetti e programmi, ma sopratutto con il popolo della capitale Tunisi, o di Regueb, nel cuore contadino del paese. Unica voce mancante il Sindacato, impegnato in un importante congresso, che con la tattica e sciopero generale come sviluppo e continuità del movimento, ha consentito e contribuito a dare corpo e azione ad una mobilitazione spontanea e senza un vero progetto politico.
TUNISIA UN PAESE IN MOVIMENTO di Mirca Garuti 
TUNISIA: I GIOVANI ASPETTANO ANCORA di Maurizio Musolino 
LA TUNISIA UN ANNO DOPO LA RIVOLTA di Gustavo Pasquali 
A CHE PUNTO SONO LE RIVOLUZIONI di Gilbert Achcar 
IL RACCONTO DI QUEI GIORNI
di Fabio Merone
(http://www.facebook.com/itinerari?sk=wall&filter=2)
IL PARTITO DI MAGGIORANZA ISLAMICO EN-NAHDHA

La differenza che subito si percepisce nell'incontro con i rappresentanti del partito di maggioranza islamico En-Nahdha rispetto a quelli della sinistra, delle donne democratiche e del popolo tunisino è nel luogo dell'incontro stesso. Non è una cosa irrilevante avere a disposizione un intero edificio di otto piani, nuovo e moderno, con uno staff di persone adibite all'organizzazione ed al controllo. E' una dimostrazione di forza e di potere.
Le altre forze, divise e frammentate, hanno accolto la nostra visita in appartamenti in edifici o addirittura presso uno studio professionale messo a nostra disposizione per questo speciale evento.
L'incontro è stato molto interessante e pieno di promesse verso un'evoluzione del potere islamico, attraverso la costruzione di uno “stato di diritto”. Il partito En-Nahdha esite da 40 anni ma è sempre stato in clandestinità, fortemente represso sotto la dittatura di Ben Ali.
Il grosso punto interrogativo per noi occidentali è sempre quello legato alla laicità dello stato. Riuscirà il nuovo governo tunisino ad andare verso una democrazia senza obblighi di religione? Riuscirà la nuova Tunisia a non subire le pressioni di altri stati arabi come il Qatar o l’Arabia Saudita?
A questa domanda risponde, Rached Ajmi Lavorimi Resp. Dipartimento Cultura del partito En-Nadhdha alla presenza anche del loro leader spirituale Rached Ghannouchi.

Rached Ghannouchi - Guida Spirituale del Partito di ispirazione islamica
Rached Ajmi Lavorimi - Resp. Dipartimento Cultura
LA VOCE DELLA RIVOLTA: I BLOGGER TUNISINI

Il primo impatto con la società tunisina avviene con l'incontro alla “Casa Sicilia” dei vari blogger che hanno avuto la capacità di far arrivare la voce della rivolta tunisina fuori dai suoi confini.
Per la prima volta sentiamo anche parlare di problemi legati alla droga. Un fenomeno che ha avuto un'impennata improvvisa poco prima dell'inizio della rivoluzione. Solo un caso? Si tratta di droghe molto economiche e quindi diffuse nei quartieri poveri: 15 dinari per una dose sufficiente per 4 persone.
Una testimonianza diretta degli avvenimenti di quei primi giorni di rivolta e, nello stesso tempo, una accesa discussione su come deve essere portato avanti questo processo di democrazia.
1° Parte
2° Parte 
LA VOCE DELLA RIVOLTA: I CITTADINI DI REGUEB
Il movimento di rivolta ha avuto il suo epicentro iniziale, in una regione (circoscritta tra Sidi Bouzid, Kesserine e Tahla) dove la crisi si è mostrata dai profili netti: alta disoccupazione e sfruttamento. Un sottosviluppo del comprensorio agrario da anni abbandonato dai grandi finanziamenti destinati alla costa turistica. Una società contadina che pur sviluppando un alto livello di formazione delle giovani generazioni, ha subito solo politiche di gestione repressiva della povertà. Quale sviluppo agrario per queste zone? Quali nuove proposte dal popolo per il rilancio dell’occupazione?

LA RIVOLTA CONTADINA di Fabio Merone 

IL CONVEGNO DI REGUEB 

TAVOLA ROTONDA: QUALE PROGETTO PER UNA NUOVA TUNISIA 
LA VOCE DELLE DONNE: ATFD

In un appartamento addobbato di manifesti di lotta e di diritto delle donne, incontriamo Monia Benjemia, rappresentante de l'Association Tunisienne des Femmes Démocrates che esiste da più di 20anni e lotta per il miglioramento della donna all'interno di un codice di famiglia. In Tunisia non esiste la poligamia ed il ripudio, ma la situazione femminile è molto difficile. Non le troviamo contente, si sentono molto preoccupate per un governo ancora molto conservatore, forse più di prima. Da anni reclamano una legge specifica sulla violenza della donna. Si interrogano sul perchè molte donne hanno iniziato a mettere il velo, anche a bambine piccole. Sotto il regime di Ben Alì il velo era vietato, lo stato dittatore era fortemente laico, oggi, con il partito En-Nahdha al potere la società maschilista tunisina si sente autorizzata ad esprimere il proprio sentimento religioso.
Il diritto al divorzio e all'aborto ottenuto nel 1956 e 1967 (prima quindi che in Italia!) non mette le donne tunisine al riparo di una forte discriminazione nella loro vita sociale.
Sono un'associazione di sinistra e finora hanno sempre rifiutato di entrare a far parte di un qualsiasi partito politico.
Ovunque si vada, la strada per una vera parità di diritti per la donna è sempre molto lunga e tortuosa. All'apparenza sembra sempre che non ci siano problemi, ma la realtà è ben diversa e, queste donne ne sono una precisa testimonianza.
Monia Benjemia - portavoce Ass. delle donne democratiche tunisine

INCONTRO CON I PARTITI DELLA SINISTRA TUNISINA

La sinistra tunisina è formata da diversi partiti che alle ultime elezioni del 23 ottobre 2011 si sono presentati divisi e con una campagna elettorale che è servita, oltre a condurli verso la sconfitta, a mettere in evidenza solo le differenze tra le varie correnti politiche lasciando cadere nel vuoto il vero obiettivo che era quello di dare ad un paese per anni sotto dittatura, una base costituzionale e legale.
Oggi dopo quella sconfitta, forse qualcosa sta cambiando. Incontriamo il Pcot (partito comunista dei lavoratori tunisini), El-Ettajdid (partito democratico dei lavoratori), il Watad (movimento patriottico nazionale) e la rete Destourna.
Il Pcot non ha i connotati storici di un partito, nasce infatti solo nel 1986 in clandestinità ed è stato riconosciuto solo dopo la rivoluzione.
Affermano che gli islamisti furono presenti solo nell'ultima fase della rivoluzione.
Quello che è successo è stata una vera rivoluzione perchè ha colpito il potere politico, ma il vecchio sistema è ancora ben presente anche perché non esiste ancora un progetto politico chiaro per questo paese.
Questo partito ha proposto la costruzione dell’Assemblea Costituente ed il suo segretario, analizzando le ultime elezioni, afferma che il Pcot non è in effetti un partito elettorale ma rivoluzionario. Questa è stata un'esperienza unica ed importante, ora il partito si deve preparare per la seconda fase.

Hamama Hanmami - segr. generale del PCOT (Partito comunista dei lavoratori in Tunisia)

Il Partito democratico dei lavoratori El-Ettajdid è il partito più importante in Tunisia dopo quello islamico En-Nahdha. Dopo la caduta di Ben Ali sono sorti in Tunisia 111 partiti, 81 dei quali hanno partecipato alle elezioni. Si trovano dunque all'opposizione dentro l'assemblea costituente ed il loro obiettivo ora è quello di costruire un largo coordinamento democratico del centrosinistra per potersi presentare uniti alle nuove elezioni, per parlare di costituzione e per recuperare quel 1.300.000 di elettori rimasti senza rappresentanza. Così inizia il suo discorso il segretario generale del partito storico della sinistra tunisina, Ahmed Ibrahim evidenziando che il partito vincitore, in realtà , rappresenta solo il 25% della popolazione. Il segretario continua la sua esposizione facendo un'analisi sul fallimento delle elezioni per poter creare una presa di coscienza da sviluppare in questo periodo di transizione, in attesa di nuovi probabili elezioni, dopo una nuova legge elettorale. Elemento fondamentale per questa costruzione è il sindacato, istituzione molto legata ai lavoratori, artigiani e contadini. Altra parte importante è la massa giovanile che si trova coinvolta nelle piazze, nelle manifestazioni, nei presidi ma è assente nelle forme strutturali della vita dei partiti. In fondo i destinatari di questa rivoluzione sono proprio loro, i giovani!
Termina questa chiacchierata il Sig. Tarek Chaaboune che conosce molto bene la situazione della comunità tunisina in Italia, la seconda per grandezza all'estero. Comunità più vittima di tutte le altre, abbandonata dalla stessa ambasciata, lasciata a se stessa in balia degli eventi nel silenzio più totale. Tra l'Italia e la Tunisia ci sono solo forti interessi economici, occorre recuperare quelli culturali e politici.

Ahmed Ibrahim - segr. generale del El - Ettajdid (Partito Democratico dei lavoratori) e Tarek Chaaboune - resp. esteri del partito

Il Watad, movimento patriottico nazionale di sinistra democratica, ha come riferimento politico Antonio Gramsci. Sono in Parlamento con un parlamentare.
Parliamo con il Sig. Chokri Belaid.
La crisi attuale mette in evidenza la necessità di una mobilitazione generale con vari partiti di sinistra nel mondo per creare un fronte unico democratico nel Mediterraneo. Bisogna creare un'alleanza per contrastare l'avanzata della destra religiosa in questo paese. Elenca i tre punti fondamentali che questo partito intende portare avanti, sperando anche con l'aiuto dei sindacati per ottenere così una forza maggiore all'interno dell'assemblea costituente: diritti economici e sociali - civili e donne - sviluppo. Vuole sottolineare che la rivoluzione all'inizio è stata spontanea, ma dopo il 14 gennaio, con l'apporto dei sindacati, tutto è diventato di sinistra, mentre è passato solo il messaggio che tutto “era spontaneo” e questo ha indebolito le forze di sinistra a livello elettorale.
Oggi tutto è in trasformazione.
Chokri Belaid - EL-WATAD (Movimento dei nazionalisti democratici)

Incontriamo il leader della Rete Destourna, Jaouhar Ben Mbarek nello studio della sorella avvocato. La situazione odierna si presenta meno gloriosa di un anno fa, è un momento molto difficile da un punto di vista economico e il dibattito che oggi c’è all’interno dell’assemblea costituente non è rivolto alla costruzione di un patto sociale ma alla spartizione del potere politico all’interno del nuovo partito costituito. Continua il suo discorso spiegandoci come è stato ottenuto il risultato elettorale e non nasconde la sua preoccupazione per la legittimità della rivoluzione e per un suo futuro democratico. Per tutto questo è importante mettere insieme tutte le forze progressiste, avere un vero programma politico condiviso e partire dai comitati locali. La grande frustrazione che avvolge i tunisini non è solo legata al risultato elettorale ma anche al fatto che il partito En-Nahdha è riuscito ad imporre la propria agenda. Il movimento Destourna non vuole far parte delle future alleanze, ma vuole essere una massa critica per evitare gli errori del passato. Occorre una presa di coscienza più profonda e non si può pensare solo di unirsi sotto alcune sigle senza il coinvolgimento delle masse con progetti propositivi. La coalizione strategica dei 3 partiti che presiedono l’assemblea costituente, chiamata del leader della rete Destourna, la troika, è dominata dal partito islamico En-Nahdha con 89 seggi con il primo ministro Hamadi Jebali, dal Congresso per la Repubblica (CPR) con 29 seggi e Presidente della Repubblica Moncef Marzouki e dal partito socialdemocratico Attakattol con 21 seggi ed il capo della costituente Mustafa Ben Jafar. La troika non ha rispettato i termini del contratto per il quale il popolo della Tunisia è andato a votare: la costituente doveva durare un anno. Questo patto è stato cancellato, ora non c’è più un limite di tempo. Il Destourna non è un partito ma una rete laterale, un movimento volontario, una rete di lavoro ed aggiunge che tutta la sinistra è andata verso il popolo mentre invece doveva andare con il popolo. Qui sta la differenza con il partito islamico.

Jaouhar Ben Mbarek - portavoce del RETE DESTOURNA (Nuovo Movimento di Sinistra)

SIRIA: LA MILITARIZZAZIONE, L'INTERVENTO MILITARE
E L'ASSENZA DI STRATEGIA
di Gilbert Achcar

Ho potuto assistere alla riunione dell’opposizione siriana che si è svolta l’8 e il 9 ottobre scorsi in Svezia, nei pressi della capitale Stoccolma. Un certo numero di oppositori, uomini e donne, attivi in Siria o all’estero, si sono riuniti con degli importanti membri del Comitato di coordinamento (CC) venuti appositamente dalla Siria per l’occasione, con la partecipazione dell’esponente più significativo del Consiglio Nazionale siriano [CNS, l’altra fazione della opposizione siriana, quella maggiormente riconosciuta all’estero], Burhan Ghalioun, il suo presidente.
Gli organizzatori della conferenza mi avevano invitato a parlare del tema dell’intervento militare straniero nell’attuale situazione in Siria. Il mio intervento è stato accolto con interesse e mi era stato chiesto di scriverlo (avevo pronunciato il mio discorso basandomi su brevi note). Mi sono impegnato a farlo, ma diverse incombenze mi hanno impedito fino ad oggi di mantenere l’impegno.
Gli eventi in Siria in questi ultimi giorni sono precipitati, dando vita a un dibattito sempre più vivace intorno alle questioni dell’intervento militare e della militarizzazione della crisi, i due argomenti del mio intervento in Svezia. Questi sviluppi mi hanno spinto a ottemperare al mio impegno prima che fosse troppo tardi. Svilupperò, quindi, le tesi che ho sostenuto in Svezia, con un commento sugli sviluppi più recenti relativi a queste questioni.
Il mio intervento alla conferenza di ottobre era stato preceduto da una domanda rivolta da un partecipante a Burhan Ghalioun relativamente alla sua posizione, o quella del CNS, riguardo agli appelli per un intervento militare in Siria. Ghalioun aveva risposto che questa questione non era attualmente in discussione, poiché nessun Paese esprimeva una qualsiasi volontà di intervenire militarmente e che «quando saremo di fronte a una simile volontà d’intervento, adotteremo la posizione appropriata».
Ho iniziato il mio intervento sottolineando che l’opposizione siriana doveva definire una posizione chiara sulla questione dell’intervento militare straniero, perché è evidente che questa ha un’influenza importante sulla prospettiva di un intervento del genere. La reticenza che oggi possiamo osservare da parte degli Stati occidentali e regionali rispetto a un intervento diretto potrebbe cambiare domani se le richieste d’intervento fatte dall’opposizione dovessero moltiplicarsi.
È stata la richiesta del Consiglio Nazionale Transitorio libico per un intervento militare internazionale, formulata agli inizi di marzo, che ha spianato la strada alla Lega araba per fare un’eguale richiesta, seguita dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Se l’opposizione libica avesse rifiutato ogni genere di intervento militare diretto (invece, come ha fatto, di opporsi solo a un intervento terrestre e di chiedere un sostegno aereo), la Lega araba non avrebbe potuto chiedere l’intervento e l’ONU non avrebbe potuto avallarlo.
La Libia e i costi dell’intervento militare straniero

Avendo partecipato alle discussioni relative a quest’argomento, ho preso spunto per il mio intervento dalle lezioni dell’esperienza libica. Come la grande maggioranza dell’opinione pubblica araba, avevo espresso la mia comprensione per il fatto che i ribelli libici fossero stati costretti a chiedere un sostegno straniero per evitare il massacro di massa che avrebbe potuto essere commesso se le forze di Gheddafi avessero assaltato i bastioni della rivolta a Bengasi, a Misurata e altrove, non essendo in quel momento i ribelli in grado di respingere un simile attacco con le proprie forze.
Abbiamo addossato a Gheddafi tutta la responsabilità d’aver creato le condizioni che hanno portato all’intervento straniero, mettendo in guardia i ribelli verso ogni illusione relativamente alle intenzioni delle potenze occidentali che evidentemente intervenivano in loro favore. Infatti, l’intervento militare straniero in Libia si è realizzato ad un costo elevato, che può essere riassunto in questo modo:
- Il prezzo politico immediato dell’intervento straniero è stato quello che ha permesso a Gheddafi di rivendicare che in qualche modo egli rappresentasse la sovranità nazionale e di poter accusare i ribelli di «essere agenti dell’imperialismo occidentale». Ciò ha influenzato una parte della società libica, seppure limitata.
- Il prezzo politico più importante è stato che le potenze che sono intervenute si sono sforzate di togliere ai ribelli libici il loro potere decisionale. Esse non si sono limitate a fermare l’attacco contro i bastioni della sollevazione e a impedire a Gheddafi di usare la sua forza aerea. Sono andate ben oltre, distruggendo le forze aeree libiche (gli Stati occidentali, in particolare la Francia e la Gran Bretagna, aspettano con impazienza di poter vendere armi alla Libia del dopo-Gheddafi) così come parti importanti delle infrastrutture e degli edifici pubblici del Paese (gli Stati occidentali e la Turchia hanno iniziato a farsi concorrenza per [accaparrarsi] il mercato libico della ricostruzione anche prima della caduta del regime di Gheddafi). Le potenze occidentali hanno rifiutato di fornire ai ribelli libici le armi che chiedevano urgentemente e insistentemente per poter proseguire la liberazione del loro Paese senza intervento straniero diretto. Delle armi sono state fornite (dal Qatar e dalla Francia) solo nella fase finale della battaglia. Questi invii limitati hanno accelerato la caduta del regime di Gheddafi, dopo un lungo periodo di impasse sui fronti.
- L’obiettivo delle potenze occidentali era quello di imporsi come attori principali nella guerra contro Gheddafi in modo da poterla dirigere. Hanno voluto stabilire una mappa per la Libia del dopo-Gheddafi; a questo scopo hanno creato anche un comitato internazionale. Esse hanno anche cercato, ad un certo momento, di concludere un accordo con la famiglia Gheddafi, alle spalle del Consiglio Nazionale libico. In conseguenza, il destino della Libia stessa veniva elaborato a Washington, Londra, Parigi e Doha più che in Libia, prima della liberazione di Tripoli. Certo, il desiderio degli Stati occidentali di controllare la situazione in Libia dopo Gheddafi era del tutto illusorio, come avevamo previsto. Ma ciò avviene oggi mentre in Libia regna il caos, aggravato dall’ingerenza occidentale e regionale.
La Siria: tra la Libia e l’Egitto

Tuttavia, l’impressione che oggi prevale è che l’intervento straniero ha evitato che la sollevazione libica venisse schiacciata, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe posto fine al processo rivoluzionario in tutta la regione araba. L’intervento ha permesso ai ribelli libici di liberare il loro paese dalle grinfie del brutale dittatore ad un costo che è stato comunque ben inferiore a quello che gli iracheni hanno dovuto pagare per essere liberati dal regime tirannico di Saddam Hussein da un’invasione straniera. L’occupazione dell’Iraq giunge al termine dopo otto anni terribili, durante i quali il Paese ha toccato il fondo ed ha pagato un prezzo umano e materiale esorbitante, tutto questo per trovarsi oggi di fronte un futuro oscuro e minaccioso.
La conseguenza di questa differenza tra la Libia e l’Iraq è che, mentre il secondo è un esempio piuttosto repellente per i siriani, l’esempio libico ha instillato in molti il desidero di imitarlo. Ciò si riflette nei crescenti appelli a un intervento militare dopo la liberazione di Tripoli, al punto che la giornata di mobilitazione di venerdì 28 ottobre è stata contrassegnata dalla richiesta di una no-fly zone.

Tuttavia, chiunque immagini che uno scenario simile a quello libico possa ripetersi in Siria, si sbaglia crudelmente. L’opposizione siriana deve essere cosciente che un eventuale intervento militare diretto in Siria (a causa dell’opposizione a un intervento indiretto, come la fornitura di armi) sarà più costoso del caso libico e questo per diverse ragioni che si possono così riassumere:
- La situazione militare in Siria è molto diversa da quella che c’era in Libia. Quest’ultimo paese è caratterizzato dall’esistenza di concentrazioni urbane separate da spazi territoriali quasi desertici, spesso vasti. In queste condizioni la forza aerea diventava essenziale, tanto più che le zone controllate dai ribelli libici erano pressoché prive di sostenitori del regime. Per questo il regime ha fatto ricorso alla forza aerea nella sua offensiva controrivoluzionaria. E questo ha anche reso il sostegno aereo straniero molto efficace per la protezione delle zone ribelli e la limitazione del movimento delle forze del regime al di fuori delle zone abitate, tutto ciò ad un costo in perdite di civili relativamente contenuto.
Invece, la densità di popolazione in Siria è molto più elevata che in Libia e oppositori e sostenitori del regime molto più mescolati fra di loro, cosa che ha impedito al regime siriano di usare la sua forza aerea in modo massiccio. Di conseguenza, una zona di esclusione aerea sulla Siria avrebbe solo degli effetti molto limitati se dovesse riferirsi solo al suo significato effettivo. Oppure avrebbe conseguenze devastanti in termini di vite umane e di distruzione, se dovesse assumere l’aspetto di una guerra aerea generalizzata contro il regime, come è stato nel caso della Libia. Dato che le capacità difensive dell’esercito siriano sono ben più significative di quelle di Gheddafi, il livello e l’intensità dei combattimenti sarebbero molto più elevati in Siria – senza dimenticare che il regime siriano non è isolato come lo era quello di Gheddafi e che un intervento militare straniero in Siria infiammerebbe l’intera regione, che è altamente esplosiva.
D’altronde, attualmente nessuna città siriana corre il rischio di un massacro su vasta scala come lo correva Bengasi, e nessuna si trova di fronte a un destino paragonabile a quello della città siriana di Hama nel 1982, quando il regime di Assad* riuscì a isolarla dal resto del Paese. La forza dell’insurrezione siriana risiede nell’essere largamente estesa e che i ribelli non hanno commesso l’errore di prendere le armi, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe considerevolmente indebolito lo slancio della sollevazione e avrebbe permesso al regime di sopprimerlo molto più facilmente.
I ribelli siriani fino ad ora hanno fatto ricorso a delle forme di lotta come le proteste notturne e le manifestazioni del venerdì (e ciò non per ragioni religiose, ma perché il venerdì è il giorno ufficiale di vacanza ed è difficile per il regime impedire alle persone di riunirsi nelle moschee), in modo da preservare l’anonimato della maggioranza dei manifestanti. Questo metodo di manifestare che si coniuga alla guerriglia è il più appropriato quando una sollevazione popolare deve far fronte a una repressione brutale messa in atto da una forza militare di una superiorità schiacciante.
* Qui si riferisce a Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente siriano Bashar al-Assad. [NdT]

- Al contrario del caricaturale regime di Gheddafi – che si era da anni rivolto a diversi Stati occidentali con i quali aveva stabilito una stretta cooperazione in ambito economico, in quello della sicurezza e dei servizi segreti – il regime siriano resta un ostacolo per gli Stati Uniti nella realizzazione dei loro progetti nella regione, a causa della sua alleanza con l’Iran e con gli Hezbollah libanesi e a causa del suo sostegno a diverse forze palestinesi che si oppongono alla loro capitolazione sotto l’egida degli Stati Uniti.
Riconoscere questa realtà non deve in nessun modo suggerire l’astensione dal sostegno delle rivendicazioni popolari per la democrazia e i diritti umani, sia che ciò avvenga in Siria o in Iran. Tuttavia, occorre prenderla in considerazione nel modo in cui lo fa l’opposizione iraniana che si è categoricamente opposta ad un intervento militare straniero negli affari interni del Paese e difende il proprio diritto a sviluppare l’energia nucleare di fronte alle minacce israelo-americane che tentano di impedirlo sostenendo che l’Iran costruisce delle armi nucleari.
L’opposizione siriana giustamente critica il regime per il suo opportunismo, ricordando tanto l’intervento in Libano contro la resistenza palestinese e il movimento nazionale libanese nel 1976 quanto la sua adesione alla coalizione sotto la direzione degli Stati Uniti nella guerra del 1991 contro l’Iraq. Coloro che criticano la doppiezza del regime siriano rispetto alla causa nazionale non devono consentire a quest’ultimo di apparire credibile quando pretende di combattere «agenti» di potenze occidentali, chiedendo l’intervento di queste stesse potenze occidentali. L’opposizione nazionale non deve consentire al regime di scavalcarla nella difesa della causa nazionale. Essa deve comprendere che, poiché il territorio siriano è parzialmente occupato da Israele con il sostegno degli Stati occidentali, non deve chiedere aiuto rivolgendosi ai nemici e agli oppressori della Siria. Se queste potenze intervenissero, sicuramente cercherebbero di indebolire la Siria, così come hanno indebolito l’Iraq.
- Rovesciare un regime, qualunque esso sia, è un obiettivo strategico per raggiungere il quale i mezzi cambiano secondo i casi e i Paesi. La strategia dipende dalla composizione del regime che i rivoluzionari decidono di abbattere.
Prendiamo in considerazione, per esempio, le differenze tra il caso dell’Egitto e quello della Libia.

In Egitto, l’esercito regolare in quanto istituzione era e continua ad essere la spina dorsale del regime. Il potere di Mubarak ne era il prodotto e si basava sull’esercito, ma non lo «possedeva». Per questo motivo la sollevazione popolare si è sforzata di preservare la neutralità dell’esercito per rovesciare il despota. Questa strategia si è rivelata vincente, anche se ha creato nelle masse l’illusione che l’esercito in quanto istituzione e i suoi comandanti potessero mettersi a disposizione del popolo in maniera disinteressata. Invece di stimolare lo spirito critico del popolo e dei soldati e di avvertire che le alte sfere dell’esercito avrebbero fatto in modo da preservare i loro privilegi e il loro controllo sullo Stato, le principali forze del movimento di opposizione hanno in realtà contribuito a diffondere delle illusioni fra le masse. Il risultato è stato che la rivoluzione egiziana è rimasta incompiuta; vi sono infatti tanti elementi di continuità quanti sono gli elementi di cambiamento, se non di più.
In Libia, invece, Gheddafi aveva dissolto l’istituzione militare e l’aveva ricostruita sotto forma di brigate collegate alla sua persona attraverso legami tribali, famigliari e finanziari. Era dunque impossibile contare sulla neutralità dell’esercito ed era ancora meno possibile far si che si unisse alla rivoluzione. Il regime libico poteva essere rovesciato solo attraverso la sconfitta delle sue forze armate; in altri termini, per mezzo della guerra. Dato che l’equilibrio militare tra le forze di Gheddafi e i ribelli, che erano quasi disarmati, era in maniera schiacciante sfavorevole a questi ultimi, l’intervento di un fattore esterno era inevitabile: armando l’insurrezione (lo scenario migliore) o sotto forma di un intervento diretto nella guerra tra i ribelli e il regime attraverso l’occupazione del Paese (lo scenario peggiore) o ancora attraverso dei bombardamenti aerei senza invasione, come è stato il caso della Libia. Il risultato è stato che in Libia il cambiamento è stato molto più profondo rispetto all’Egitto visto l’affossamento generalizzato delle istituzioni del regime di Gheddafi. Oggi, la Libia è un Paese senza Stato, ossia senza un apparato che monopolizza le forze armate e nessuno sa quando uno Stato sarà ricostruito, o a cosa assomiglierà.

Dove si situa, quindi, la Siria in questa equazione strategica? Essa si situa in un certo modo tra il caso egiziano e quello libico. In Siria, come nel caso della Libia, il regime si è circondato da forze speciali che sono tenute insieme da legami famigliari e confessionali e da privilegi. È necessario battersi contro questa guardia pretoriana per far cadere il regime. In questo senso, il comandante dell’Esercito libero siriano, il colonnello Riyad al-Assaad, ha fatto bene lo scorso 5 novembre a dichiarare al giornale Al-Sharq Al-Awsat [un quotidiano arabo con sede a Londra] che «chiunque pensi che il regime cadrà pacificamente sogna semplicemente».
Tuttavia, dato che Israele occupa una parte del suo territorio, la Siria, contrariamente alla Libia, dispone anche di un esercito regolare basato sulla coscrizione generale di giovani e i cui soldati e sotto-ufficiali riflettono la composizione del popolo siriano da cui provengono. Di conseguenza, uno degli assi principali della strategia rivoluzionaria siriana deve essere quello di associare i ranghi dell’esercito alla causa della rivoluzione.
Il ruolo dell’esercito nella strategia dell’opposizione

Se l’insurrezione siriana avesse avuto una direzione dotata di una visione strategica (qui possiamo osservare chiaramente i limiti delle «rivoluzioni Facebook»), avrebbe cercato di estendere le reti dell’opposizione all’interno dell’esercito insistendo allo stesso tempo perché i soldati non disertassero individualmente o in piccoli gruppi, ma invece lo facessero nel più gran numero possibile. In assenza di direzione e di strategia, soldati e ufficiali hanno iniziato ad abbandonare i loro ranghi in maniera disorganizzata. In questi ultimi due mesi la portata delle defezioni si è estesa. Queste defezioni hanno messo in imbarazzo l’opposizione politica, alcuni membri della quale rimproverano ai militari dissidenti di rappresentare una minaccia e di far deviare la sollevazione dalla via pacifica, mentre altri li salutano chiedendo loro contemporaneamente di non impugnare le loro armi contro il regime. Quest’ultimo appello è una proposta suicida della quale i dissidenti hanno buoni motivi per infischiarsene.
Il compito strategico di convincere i soldati siriani a unirsi alla rivoluzione non deve contrapporsi alle manifestazioni popolari e alla loro natura non violenta. Qui, ancora una volta, il caso siriano combina fra loro elementi dell’esperienza egiziana e dell’esperienza libica, ossia folle di manifestanti pacifici e scontri armati. La non-violenza delle manifestazioni popolari era, e resta, una condizione fondamentale dello slancio di questo movimento e del suo carattere di massa, con la partecipazione femminile. Questo slancio è esso stesso un fattore decisivo nell’incitare i soldati a ribellarsi contro il regime.
Così, la questione strategica più complicata in Siria è quella di poter combinare le mobilitazioni pacifiche di massa con l’estensione del dissenso militare e degli scontri armati senza i quali le forze del regime non saranno mai sconfitte e questo mai accadrà. A meno che, ovviamente, non si aspetti che degli ufficiali di alto rango del vertice della gerarchia del regime escano allo scoperto e forzino la famiglia regnante a fuggire dal Paese e a rifugiarsi in Iran. Se ciò dovesse accadere, la Siria si troverebbe in una situazione simile a quella dell’Egitto, dove una parte del vertice della piramide è caduta senza che questa crollasse completamente.
Quanto a un intervento diretto in Siria, sia che questo assuma la forma di un’invasione o si limiti a dei bombardamenti a distanza, esso metterebbe fine alla tendenza verso la dissidenza all’interno dell’esercito e compatterebbe i suoi ranghi causando uno scontro che convincerebbe i soldati che è stato sempre vero ciò che il regime non smette di ripetere dall’inizio della sollevazione, ossia che esso è di fronte a un «complotto straniero» che cerca di asservire la Siria. Le richieste avanzate da Riyad al-Assaad, il dirigente dell’Esercito siriano libero (nell’intervista citata precedentemente), per un intervento internazionale che miri a «imporre una no-fly zone o una zona interdetta alla navigazione» e a creare una «zona di sicurezza al nord della Siria che verrebbe amministrata dall’Esercito libero siriano» sono, nei migliori dei casi, prove ulteriori della mancanza di una visione strategica nella direzione della sollevazione siriana. Queste sono anche un effetto della miscela fra miopia e reazione emotiva di fronte alla brutalità del regime, un effetto che porta alcuni suoi oppositori a sperare che ciò arrivi a determinare una catastrofe ancora maggiore in Siria e in tutta la regione.
Coloro che auspicano la vittoria della sollevazione per la libertà e per la democrazia del popolo siriano in modo da rafforzare la propria patria invece che indebolirla, devono elaborare una posizione più chiara su queste questioni cruciali. Non è possibile limitarsi ad ignorarle in nome dell’unità contro il regime, perché da queste dipendono sia il destino della lotta che quello del paese stesso.
Questo articolo è stato pubblicato in arabo nella sezione «opinione» dal giornale libanese Al-Akhbar il 16 novembre 2011. È stato tradotto in italiano a partire dalla versione francese pubblicata da A l’Encontre (http://alencontre.org/moyenorient/syrie/syrie-la-militarisation-l%E2%80%99intervention-militaire-et-l%E2%80%99absence-de-strategie.html).
Traduzione di Cinzia Nachira
28/11/2011
LA CATTURA E L'UCCISIONE DI MUAMMAR GHEDDAFI
di Cinzia Nachira

La cattura e l'uccisione di Muammar Gheddafi hanno sollevato uno strano ed inquietante coro di scandalo nella sinistra italiana.
È bene fare luce su alcune note cruciali del coro per evitare equivoci e perché la discussione non si concentri sulle parole, anziché sulla sostanza degli eventi. È evidente che se Muammar Gheddafi fosse stato processato sarebbe stato meglio per tutti. Le immagini della cattura e del linciaggio di Muammar Gheddafi sono tremende e le zone d'ombra sulle sue ultime ore di vita sono molte e inquietanti. Lo sono, visto che vi è stato l'intervento determinante della NATO (grazie ai suoi «corpi d'élite») per individuarlo e consentire ai ribelli la sua cattura.
È necessario, però, cercare di capire come è possibile che la sinistra italiana si sia dimostrata ancora una volta per un verso priva di memoria storica e per un altro verso cinica, pur mascherando il suo cinismo con riflessioni umanitarie. Forse è il caso di ricordare che quando Benito Mussolini fu giustiziato, uno degli argomenti principali dei giustizieri fu che in caso contrario sarebbe stato probabile che, invece di essere processato per i crimini commessi, Mussolini venisse riciclato in un modo o nell'altro nel nuovo sistema politico-istituzionale italiano. Questo per riflettere sulla percezione che in Italia, soprattutto negli ambienti politico-culturali della sinistra, si è avuto di ciò che sta avvenendo nel mondo arabo.
Le reazioni scomposte di molta parte della sinistra italiana hanno dimostrato in modo evidente quanto poco fosse conosciuta la storia dei popoli dell'Africa del Nord e del Medioriente. Tranne rari e lodevoli casi, le analisi partono dal nostro punto di vista e non dal loro. Possono esserci dittatori di serie A e dittatori di serie B? Evidentemente no, se ci si pone dalla parte dei popoli che quelle dittature subiscono. Assolutamente sì, se invece si cercano facili e rassicuranti scorciatoie per evitare di ammettere che la Primavera araba ha sorpreso la sinistra europea per il buon motivo che il Maghreb e il Mashrek sono stati lo specchio delle nostre sconfitte politiche e culturali.

Nelle ore convulse che hanno seguito l'uccisione di Gheddafi e la diffusione dei video amatoriali del suo assassinio, si sono sovrapposte moltissime versioni della traduzione in italiano di ciò che Gheddafi gridava contro i ribelli. Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere le immagini sottotitolate dalle varie emittenti e poi riportate dai giornali. Una di queste versioni era quella secondo cui Gheddafi avrebbe detto ad uno dei ribelli: "Perché mi fai questo? Che ti ho fatto?". Se fosse vera (il condizionale è d'obbligo) sarebbe per un verso molto sconcertante, ma per altri versi anche quella più congeniale ad un dittatore che dopo quarantadue anni di potere assoluto sul suo popolo considerava ancora indiscutibile il suo potere. Quale despota oppressore ha mai ammesso che chi era oppresso potesse pensare che l'oppressione non fosse a fin di bene invece che il detonatore dell'odio contro la sua persona? Nessuno.
Gheddafi non ha fatto eccezione. Ma, quanto al mondo arabo, vi erano dittature riconosciute come tali dalla sinistra italiana ed altre no. Nella seconda categoria sono state inserite la Libia e la Siria. Ma se la caduta di Ben Ali e di Hosni Mubarak è stata esaltata e si sono definiti questi eventi come l'esito di un processo rivoluzionario, quanto alla Libia e alla Siria si è parlato di manipolazioni esterne. Questo perché a loro giudizio sia Muammar Gheddafi che Bashar el-Assad non potevano non essere diversi da Mubarak e da Ben Ali. Per poter dimostrare questa tesi si sono portati ad esempio molti episodi. Nel caso libico si è sostenuto che la rivolta armata anti-gheddafiana provava che la Libia non faceva parte del processo complessivo delle rivolte arabe, ma che i ribelli erano al soldo dell'Occidente per dar vita ad un colpo di Stato cruento. Strana affermazione questa, visto che viene da una sinistra che giustamente negli anni passati si è schierata a favore di molte lotte armate di liberazione: dal Nicaragua alla Palestina. Sostenere la legittimità della lotta armata significa forse non riconoscere il valore delle masse che, smettendo di avere paura, scendono in piazza? Evidentemente no. Significa invece cercare di capire come e perché ci siano rivolte armate e rivolte pacifiche. E significa soprattutto non dimenticare che anche in Tunisia e in Egitto il costo umano della rivolta è stato altissimo e che se non c'è stata la guerra civile lo si deve al fatto che gli eserciti di quei paesi hanno scelto di non difendere i dittatori.
Chi ha seguito la vicenda egiziana ha capito fino in fondo la logica della rivolta. Il tentativo di assalto da parte di una folla di sostenitori di Mubarak (mentre l'esercito rimaneva passivo) contro Piazza Tahrir occupata da decine di migliaia di persone accampate da giorni, disarmate e senza possibilità di difendersi è stato il momento in cui la deriva della guerra civile era dietro l'angolo. Soprattutto c'era la consapevolezza dell'equivoco in cui erano caduti gli egiziani, in particolare a causa di quelle forze politiche che, pur essendo all'opposizione, speravano di accordarsi con Mubarak: l'equivoco di pensare che l'esercito fosse parte integrante, se non il motore, della rivolta.
In realtà, e questo era chiarissimo, il ruolo «super partes» dell'esercito derivava dalla spaccatura verticale dell'apparato del regime che aveva compreso una cosa molto semplice: per potersi salvare dall'ondata imprevista e possente delle proteste doveva abbandonare al suo destino il presidente Mubarak e tutti coloro che erano compromessi con gli aspetti peggiori del regime. Ma tra il 28 e il 30 gennaio niente e nessuno poteva essere certo che questo atteggiamento non cambiasse. Tutto era appeso ad un filo fragilissimo. Ciò che ha evitato una strage di proporzioni superiori è stata la capacità degli occupanti di Piazza Tahrir di difendersi malgrado tutto dall'attacco, non certo la sua «bontà».
Il fatto che da questo episodio sia scaturito uno scontro non armato ma comunque molto forte - i morti furono decine e migliaia i feriti - e ne sia derivata la caduta di Mubarak, ha portato la sinistra italiana a considerare autentica la rivolta egiziana. C'è da chiedersi quale sarebbe stata la reazione se invece gli eventi avessero preso un'altra strada, più dolorosa se non tragica. Se si fosse aperto uno scenario diverso, non sarebbe stato possibile mettere in dubbio l'autenticità delle proteste del popolo egiziano e la sua volontà di sbarazzarsi della dittatura. Lo slogan che da Tunisi si era esteso all'intera regione: "Il popolo vuole la caduta del regime" non avrebbe perso di significato e di efficacia.
Sicuramente il caso libico è stato diverso dagli altri soprattutto perché l'Occidente ha deciso di intervenire direttamente, nell'unico modo che conosce: militarmente. Nei casi degli altri paesi arabi (sia in Nord Africa che in Medioriente) l'Occidente era riuscito, in primis gli Stati Uniti, a fare pressione perché i dittatori fossero abbandonati. Non è un caso se, sempre in Egitto - uno dei paesi più importanti per gli interessi statunitensi in Medio Oriente - Barak Obama ripetesse come una cantilena che era necessaria la «transizione nell'ordine», dove evidentemente l'ordine era il mantenimento e la salvaguardia degli interessi degli USA.

Che l'intervento in Libia, anche prima della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del marzo scorso, fosse dettato principalmente dalla volontà di difendere i propri interessi era chiaro a tutti. Ma nel caso della Libia non esisteva un apparato statale o militare che si potesse conservare pur eliminando il dittatore. Per altri versi, inoltre, se l'Occidente avesse lasciato a Gheddafi la possibilità di schiacciare la rivolta nel sangue, si sarebbe trovato nell'impossibilità di gestire un processo di cambiamento radicale. Per questo motivo, inizialmente Francia e Gran Bretagna e poi la NATO hanno approfittato della richiesta di aiuto da parte del Cnt (Consiglio nazionale transitorio) e dei rivoltosi. E questo è stato uno degli elementi principali per screditare da sinistra l'opposizione libica, assumendo questa richiesta come la «prova» che in Libia la rivolta era eterodiretta dall'Occidente. Questo è stato l'alibi anche per nascondere ciò che realmente Gheddafi era da molti decenni. In modo sorprendente una buona parte della sinistra italiana ha rispolverato il Gheddafi del pan-arabismo e del pan-africanismo degli anni '70 e del Libro Verde (bizzarramente ribattezzato come una interpretazione originale di un tentativo di uscita dal sottosviluppo) per sostenere che chi sosteneva che la rivolta libica era parte della Primavera araba si era venduto alla NATO o in procinto di vendersi.
Tutto questo però significava non soltanto voler ignorare ciò che il regime aveva significato per il popolo libico, ma soprattutto dimenticare, o meglio occultare, i discorsi insolenti di Gheddafi e di suo figlio Saif al-Islam: per loro il popolo libico era una massa di topi, ovvero cani drogati e pagati da al-Qaeda. Infine la sinistra italiana che giustamente si era mobilitata da favore del popolo palestinese durante l'aggressione israeliana tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, non è stata colpita dal fatto che Gheddafi, in un'intervista trasmessa da una rete satellitare francese, per giustificare gli assedi di Misrata e Bengasi aveva sostenuto di "averlo dovuto fare così come Israele aveva dovuto bombardare Gaza per sradicare Hamas".

In definitiva, se anche solo per puro esercizio intellettuale si rileggessero e si riascoltassero i discorsi che Gheddafi ha pronunciato dal 17 febbraio 2011 fino alla lettera che ha cercato di far pervenire a Silvio Berlusconi il 5 agosto scorso, una cosa sarebbe chiara: il dittatore libico ha cercato in tutti modi di ricordare all'Occidente e ai suoi governanti, da Barak Obama al governo italiano, i servizi resi durante gli anni in cui si era nuovamente allineato. Non è certamente un caso che due argomenti prevalessero in modo ossessivo: in caso di attacco alla Libia di Gheddafi nessuno più avrebbe controllato i flussi di migranti e avrebbe vinto l'opposizione anche perché pagata e infiltrata da Al-Qaeda.
Al di là di ogni possibile giudizio sul Cnt, queste dichiarazioni avrebbero dovuto quantomeno indurre a domandarsi a quali miti era legata la sinistra italiana. Spesso l'attaccamento a questi miti è sfociato in un aperto, pericoloso eurocentrismo.
Inoltre, nessuna delle accuse contro i libici in rivolta era fondata su analisi serie e non a caso non una di queste accuse ha poi trovato una qualche conferma sul terreno.
Ovviamente, sottolineare questi aspetti non significa nel modo più assoluto voler credere che improvvisamente il diavolo sia diventato un angelo, nel senso che non è possibile in nessun caso adombrare un ruolo «progressivo» dell'Occidente e tanto meno della NATO. Anzi, proprio l'annuncio della fine degli attacchi NATO subito dopo la cattura e l'uccisione di Gheddafi dimostra che per l'ennesima volta il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato utilizzato solo per una copertura «legale» di un intervento militare altrimenti difficile da gestire.
Ma in questa sede ciò che più interessa capire è perché proprio negli ambiti politici e culturali di rilievo è mancato un approccio approfondito e complessivo su ciò che accadeva nel mondo arabo. È prevalso invece un senso comune sparso a piene mani proprio da coloro che attaccavano Gheddafi in armi in nome della «loro democrazia». Giustamente Danilo Zolo in un articolo pubblicato dal Manifesto il 14 ottobre scorso ha scritto:
/*Un minimo realismo ci suggerisce che è notevole il rischio che prevalgano gli interessi di quella che Luciano Gallino ha chiamato la «nuova classe capitalistica transnazionale». Dall'alto delle torri di cristallo delle più ricche metropoli del mondo questa «nuova classe» cercherà di dominare i processi dell'economia globale, quella occidentale inclusa. In sostanza, «democrazia» finirà per essere definita la somma degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche d'affari, gli investitori istituzionali, le compagnie di assicurazione e così via. Attendersi che in questo contesto la democrazia possa rapidamente fiorire nei paesi arabi come una istituzione politica aperta ai giovani, agli operai, ai disoccupati, ai poveri, ai migranti rischia di essere generosa retorica./

Ma anche queste parole, che fanno da controcanto al facile ottimismo, non negano che ciò che è avvenuto nel Maghreb e nel Mashrek dal gennaio scorso ad oggi sia una svolta da cui sarà impossibile tornare indietro. In Tunisia e in Egitto la strada del cambiamento dopo la caduta dei dittatori è già percorsa da mesi e tuttavia le strutture dei vecchi regimi sono ancora in piedi. Ciò che è profondamente cambiato, però, è il popolo egiziano e quello tunisino. Ed è con questo cambiamento che tutti noi dobbiamo fare i conti. Questo cambiamento viene tuttavia negato dalla sinistra italiana al popolo libico. Per cui la fine cruenta di Gheddafi viene assunta come il momento in cui la Primavera araba è morta. Ancora una volta si chiudono gli occhi su ciò che avviene nel contesto generale: la Siria, lo Yemen continuano la loro lotta contro despoti sanguinari; la Tunisia conta i voti delle prime elezioni libere dopo ventitre anni di dittatura, con un esito elettorale carico di incognite; l'Egitto prosegue il suo cammino irto di difficoltà e di pericoli. Perché identificare la fine di Gheddafi con la fine di tutto questo?

È tuttavia difficile poter credere che la fine del dittatore libico porti a un'inversione della rivolta araba. Non è certamente un caso se dopo la morte di Gheddafi in Siria decine di migliaia di persone affrontavano a mani nude la repressione sanguinosa del regime di Bashar el-Assad e ritmavano lo slogan: "Bashar ora tocca a te". È bene chiarire che non si auspica la morte per linciaggio di Bashar el-Assad. Ma è necessario constatare che genere di eco ha avuto la fine di Gheddafi in Siria, in cui la repressione, secondo le stime più credibili, ha già mietuto 3.000 vittime, delle quali 200 bambini. Inoltre, non è da trascurare che sulla reazione dei siriani alla morte di Gheddafi ha probabilmente influito anche il fatto che a partire dalla caduta di Tripoli, nell'agosto scorso, Gheddafi ha avuto come unica cassa di risonanza la radio e la TV siriane, dalle quali ha potuto lanciare i suoi ultimi proclami.
Certo, non si dimentica facilmente il monito che scaturisce dalle parole di Zolo, ma ciò non significa poter accettare il ragionamento secondo il quale, caduto un mito al quale la sinistra italiana si era appesa, tutto sia ormai finito. Il fatto che le rivolte negli altri paesi stiano continuando, a dispetto delle aspettative deluse della sinistra italiana, invece, è la prova della ininfluenza di quest'ultima rispetto a questi popoli, che per fortuna non la ascoltano, impegnati come sono in uno dei momenti più difficili della loro storia. Se noi italiani, dal nostro comodo punto di osservazione, invece di giudicarli saccentemente riuscissimo ad avere quel tanto di capacità empatica necessaria, potremmo condividere questo cambiamento radicale del volto del Mediterraneo. Invece, ci stiamo negando questa possibilità.
Nell'immensa manifestazione del 15 ottobre per le strade di Roma, tra le tante bandiere di altri popoli c'erano anche quelle della nuova Libia e della Siria che inneggiavano alle due rivolte. Ci dovremmo chiedere che tipo di rapporto intendiamo stabilire con quelle persone che in piazza a Roma, e non a Bengasi o a Damasco, hanno tentato di mettere in assonanza eventi diversi. È doveroso anche osservare, a questo proposito, che sulle pagine dei giornali che fanno riferimento alla sinistra (anche in quelli in formato elettronico) nel gran numero di articoli dedicati alla morte di Gheddafi non vi è stata nessuna voce dei diretti interessati, i libici. In alcuni casi vi è un silenzio molto significativo ma preoccupante sulla morte stessa di Gheddafi, come se non fosse mai avvenuta.

In questa prospettiva non possiamo chiudere gli occhi sul futuro incerto che si è aperto in Libia all'indomani della scomparsa del dittatore e sul fatto che ora, probabilmente, si potrà avere un quadro ben più chiaro di ciò che è avvenuto. L'incertezza del futuro della Libia è determinata in gran parte dal ruolo della NATO e dagli interessi occidentali che in quel paese sono enormi. Nessuno può credere ad un ruolo «positivo» della NATO ed è per questo ancora più grave che dall'inizio dell'intervento in Libia non vi sia stata la capacità di dar vita ad una minima opposizione a quell'intervento. Ma questa incapacità è largamente dovuta a tutte le contraddizioni che abbiamo fin qui illustrato e che hanno portato fatalmente ad allontanare la sinistra italiana dagli eventi libici.
È evidente che ora gli esponenti del Cnt si trovano con più problemi interni da affrontare di quanti probabilmente immaginavano di avere. Questi problemi, peraltro, sono già emersi nei mesi scorsi con delle rese dei conti tutt'altro che rassicuranti. Uno dei problemi più gravi sarà senz'altro quello di giustificare agli occhi dello stesso popolo libico non tanto la morte di Gheddafi, quanto ciò che sta emergendo dall'ingresso nella città di Sirte delle agenzie internazionali, come Human Right Watch e il rientro di coloro che erano fuggiti durante i combattimenti. Sembra chiaro che in quella città la popolazione sia stata presa in ostaggio non solo dalle milizie gheddafiane, ma anche dal Cnt e dalla NATO, pagando un tributo umano altissimo. Nei giorni successivi alla fine del dittatore e alla «liberazione» di Sirte, Mohammed, un vecchio conducente di taxi, intervistato da una agenzia di stampa francese, dichiarava: « Sono desolato di vedere la mia città ridotta in queste condizioni. I thowar (rivoluzionari) avrebbero potuto prenderla distruggendola molto meno. Ma c'era una forte resistenza da parte degli uomini di Gheddafi e penso che i thowar volessero punire Sirte». Lo stesso intervistato ammetteva che in città c'era un consenso maggioritario verso il regime e che, da una parte e dall'altra, si praticavano le punizioni sommarie e collettive. E ammetteva anche che questa spaccatura attraversava la sua stessa famiglia e che lui era stato l'unico a rifiutare questa logica e per questo motivo aveva abbandonato la sua città. Non può, però, essere messo in dubbio che questo meccanismo purtroppo è tipico di ogni guerra civile, non una «caratteristica» libica.
Ora, ovviamente, la posta in gioco è aumentata, è diventata enorme. In gioco c'è la necessità di non assecondare il meccanismo delle rappresaglie. Le incognite che si addensano sul futuro della Libia sono moltissime e tutte pericolose. In questo senso, la richiesta da parte del governo transitorio della prosecuzione della missione della NATO è molto preoccupante, perché è chiaro che le forze fedeli al vecchio regime non sono in grado di ricominciare a combattere.

Questa richiesta sembra dunque legata alle contraddizioni interne al Cnt che nessuno nega o nasconde. Inoltre, non è un dettaglio il fatto che questa richiesta dia la possibilità alla NATO e all'Occidente di presentarsi come un paladino in «soccorso della democrazia». Non è un caso se Anders Rasmussen, il segretario generale della NATO, si è precipitato a Tripoli con un triplice obiettivo: 1) confermare la fine delle operazioni alla mezzanotte del 31 ottobre; 2) confermare, comunque, la disponibilità della NATO per una nuova missione se lo chiedono le nuove autorità libiche. Questa disponibilità è stata annunciata con la seguente dichiarazione: «Se le nuove autorità lo richiedono, la NATO è pronta a fornire aiuti per la trasformazione del paese verso la democrazia»; 3) dichiarare che la NATO non ha alcuna intenzione di stabilire delle basi in Libia. Molto probabilmente quest'ultima dichiarazione è stata suggerita dalla volontà di non finire in un pantano simile a quello iracheno o a quello afghano. Inoltre, non è un caso se, tramite il suo segretario, la NATO non ha confermato la dichiarazione del primo ministro libico dimissionario, Mahmoud Jibril, circa il ritrovamento di un arsenale di armi nucleari in possesso della Libia. La scarsa verosimiglianza di questa affermazione emerge dal fatto che queste armi prima sarebbero state nucleari e poi chimiche. Quello che è certo è il riecheggiare di un vecchio argomento, quello delle armi di distruzione di massa, che poi non vengono mai trovate.
Ma, sia la richiesta per la prosecuzione della missione della NATO fino a fine anno fatta dal primo ministro uscente del Cnt, sia l'annuncio del «ritrovamento» di un arsenale di armi non convenzionali che Gheddafi avrebbe accumulato fin dal 2004 - venendo meno agli impegni presi con i governi occidentali - sono un regalo tanto inaspettato quanto immeritato per quei paesi occidentali che invece hanno portato, soprattutto negli ultimi vent'anni, alla devastazione di tanti Stati e non solo in Medioriente. In altri termini, se il futuro della Libia sarà determinato dalle «vocazioni democratiche» della NATO si può essere certi che sarà un futuro tutto in salita. Insomma, tutto ha senso tranne che fidarsi della NATO o delle «buone intenzioni» di paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e, naturalmente, l'Italia.
Ma in questo contesto tanto denso di incognite e pericoli, vi è un attore che non può essere ignorato e tantomeno cancellato dagli eventi: il popolo libico. Tornando all'inizio di queste riflessioni, è il caso di sottolineare che in Libia la rivolta è stata innescata dagli stessi motivi che hanno dato vita alle altre rivolte arabe: la volontà di liberarsi dalle dittature. Questa è stata la priorità. Il popolo libico ha dovuto confrontarsi con un regime che per difendersi ha preferito la guerra civile all'abbandono del potere. L'intervento armato occidentale che inizialmente ha impedito che la rivolta finisse schiacciata nel sangue, non era né «umanitario», né «democratico», ma puntava a non perdere il controllo del petrolio libico. In questa fase in cui sembra che il governo transitorio libico stia cadendo nella trappola di puntare sull'aiuto della NATO per costruire il futuro della Libia, vi è la negazione della tesi di chi riteneva che il «caso libico» fosse estraneo alle rivolte che stanno ridisegnando il volto del Mediterraneo. Si può star certi, al contrario, che un popolo che ha tanto sofferto in quarantadue anni di dittatura e che ha pagato un prezzo così alto per liberarsene, si impegnerà perché il suo avvenire non venga confiscato da chi fino al 17 febbraio 2011 ha sostenuto la dittatura che lo ha oppresso.
In questo senso, dare oggi per scontato il futuro della Libia sarebbe un errore gravissimo. E sarebbe anche una notevole responsabilità etica, prima ancora che politica, di cui tutti noi porteremo il peso. E porteremo ancora una volta il peso di non aver saputo ascoltare l'altro e di non aver capito. E a pagare il prezzo più alto saranno di nuovo i giovani, le donne e gli uomini che si sono fidati nel nostro esempio.
14/11/2011
I Profughi Palestinesi in Libano
di Mirca Garuti

Alkemia è tornata, anche quest'anno, in Libano, nei campi profughi palestinesi con il Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, nella settimana del ricordo del massacro del 1982.
Alkemia, anno dopo anno, insieme ai compagni attivisti di tutto il territorio nazionale, continua a raccontare ed a ricordare le sofferenze e le speranze di questo popolo. Lo dobbiamo a loro ed a Stefano Chiarini che ha creato il Comitato, proprio per essere con i profughi palestinesi, per non dimenticare e per lottare affinché sia fatta giustizia e sia riconosciuto il loro diritto al ritorno, di avere una terra su cui vivere ed un proprio Stato libero ed indipendente.
Speriamo sempre di trovare, come ogni anno, anche solo un piccolo miglioramento, ma la realtà è ben diversa! Tante promesse, ma tutte ancora volteggiano nell’aria del Paese dei Cedri.
Le visite si susseguono incalzanti tra i campi dei profughi palestinesi ed i vari rappresentati della società civile, giornalisti, esponenti di governo e di partiti.
L’anno scorso l’argomento centrale di ogni incontro o discussione era la trattativa di pace in corso tra Abu Mazen e Netanyhau, quest’anno invece è stata la richiesta, da parte del Presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’Assemblea Generale dell’ONU, del riconoscimento dello Stato Palestinese.

Il primo incontro è con il ricercatore indipendente, Jaber Suleiman, specializzato nella causa dei profughi palestinesi, docente universitario, attivista della società civile con il movimento “Il Ritorno”, membro fondatore in Libano del gruppo “Ritorneremo”, coordinatore del centro “Aidoun” e del comitato che ha cercato di portare Ariel Sharon davanti ad un tribunale internazionale. Senza indugio evidenzia, contrariamente a quello che sostiene Israele, che i palestinesi non hanno lasciato le loro terre per libera scelta ma unicamente a causa dei massacri, delle minacce e dell’occupazione del 1948, che ha dato inizio alla pulizia etnica della Palestina. I palestinesi che vivono in Libano sono poco più di 400.000 ed il 52% vive distribuito nei 12 campi esistenti sul territorio libanese. Affronta e confronta la situazione dei palestinesi in Libano rispetto agli altri paesi arabi. Parla direttamente, senza indugi, sul loro stato d’emarginazione totale, considerati, dalla legislazione libanese, come una categoria a parte, meno dei normali stranieri.
Suleiman continua a parlarci dei diritti negati ai palestinesi qui in Libano, argomento, purtroppo già conosciuto da molti di noi, ma, resta comunque molto drammatico dover sentire, sempre, Tutto quello che non possono fare e, non essere in grado di contribuire a cambiare la situazione. Prosegue il suo intervento con “il diritto al ritorno” sancito dalla Risoluzione Onu n. 194, spiegandoci il perché della sua importanza ed il rischio che si corre, oggi, con l’approvazione del Riconoscimento dello Stato Palestinese (N. d’ordine 194) alle condizioni d’Israele.
Suleiman, infine, chiude il nostro incontro rispondendo ad alcune domande che riguardano la scolarizzazione, il sistema sanitario e l’economia palestinese in Libano.
- 2° GIORNO 
UNO STATO PALESTINESE
di Wasim Dahmash
A proposito del riconoscimento preventivo dello Stato palestinese, mi limito ad osservare che almeno dalla morte di Arafat in poi, le azioni dell'ANP (Autorità Nazionale Palestinese, alias OLP o Fatah) non sono più solo indotte da Israele, ma piuttosto coordinate con gli organi dello Stato israeliano, vedi ad esempio l'organizzazione e il ruolo della polizia palestinese, e in politica internazionale basti ricordare il caso del rapporto Goldstone. Non vedo perché un'azione politica piuttosto rilevante come quella annunciata non debba essere come altre preventivamente concordata. I funzionari che guidano l'ANP (OLP-Fatah) non sono affatto persone stupide e sanno benissimo che non potranno disporre, come vorrebbero, di uno Stato palestinese autonomo in accordo con Israele. Allora a che cosa mirano? Si accontentano di uno Stato "temporaneo", come è nei programmi israeliani, o più modestamente di continuare a gestire l'ANP, così com'è, o più realisticamente di “tirare a campare” per qualche anno ancora.
Tutto l'establishment israeliano ha più volte ripetuto che uno Stato palestinese entro la cosiddetta "linea verde" vale a dire le linee di armistizio del 1949 (leggi Cisgiordania e Gaza) non è possibile, ma uno Stato palestinese sarebbe accettabile, anzi auspicabile, entro confini da stabilire, perché nei territori occupati nel 1967 delimitati dalla "linea verde" vivono oggi oltre 500.000 ebrei israeliani che non accetterebbero di essere cacciati via o di diventare cittadini palestinesi. La soluzione? Consisterebbe in uno scambio di territori. I territori cisgiordani abitati da israeliani andrebbero annessi ad Israele e i territori abitati da "arabi israeliani" sarebbero attribuibili al costruendo Stato palestinese. Ovviamente questo dovrà essere un processo da concordare tra le parti attraverso un negoziato che sarà, difficile, complesso e soprattutto molto lungo.
Tappa obbligatoria di questo negoziato è definire chi sono i soggetti della cittadinanza palestinese e della cittadinanza israeliana. Il passaggio dei coloni israeliani in Cisgiordania alla cittadinanza palestinese sarebbe escluso perché non lo vogliono e perché quei territori sono destinanti, nell'ambito dello scambio, a Israele. Il passaggio degli "arabi israeliani" alla "cittadinanza palestinese" sarebbe necessario perché loro sono palestinesi, così si realizzerebbe l'unità del popolo palestinese, e perché quei territori sarebbero destinati al virtuale "futuro Stato palestinese". In caso di mancato raggiungimento di un accordo globale di pace e sul futuro assetto dello Stato palestinese, come è nei programmi israeliani, i palestinesi, oggi cittadini israeliani, che nel frattempo avranno perso la cittadinanza israeliana, avranno bisogno di un permesso di soggiorno per continuare a soggiornare in "Israele". In altre parole Israele acquisisce una carta legale per espellere i palestinesi sopravvissuti alla pulizia etnica del 1947-49.

La nascita virtuale e il riconoscimento di uno Stato palestinese, sotto il profilo legale, è necessario ad Israele perché abbassa il tetto delle rivendicazioni palestinesi. A tutt'oggi, secondo il diritto internazionale, i profughi palestinesi hanno diritto a ritornare alle loro terre (risoluzione 194). Il riconoscimento di un "futuro" Stato palestinese limiterebbe questo diritto ai confini (virtuali) del costruendo Stato (virtuale). La proclamazione di uno Stato palestinese su una parte del territorio della Palestina mandataria renderebbe automaticamente legale l'esistenza sul rimanente territorio dello Stato coloniale tuttora illegale secondo la carta delle Nazioni Unite, anche se riconosciuto da molti Stati membri dell'ONU ed è ammesso alla stessa organizzazione alla condizione di applicare la 194 (Il ritorno dei profughi). Israele è l'unico Stato ammesso all'ONU in modo condizionato. Infatti la 181, presa a pretesto per "legalizzare" lo Stato d'Israele, non è una "risoluzione", ma è una "raccomandazione" di un "comitato ad hoc" indirizzata all'Assemblea Generale ed è in aperto contrasto con la carta delle Nazioni Unite. Si tratta semplicemente di un escamotage legale.
La "legalizzazione" dell'assetto politico del territorio palestinese legalizzerebbe l'assetto geopolitico vicino orientale scaturito dagli accordi Sykes-Picot. Ad esempio, lo Stato che potrebbe vantare maggiore legittimità nella regione siriana sarebbe quello sorto per esclusiva volontà dei suoi abitanti in un momento di lotta popolare ed è quello che oggi non c'è, cioè il Regno di Siria proclamato dal Congresso popolare pansiriano di Damasco nel 1918 in cui deputati eletti in rappresentanza di tutte le regioni siriane (oggi Siria, Libano, Palestina/Israele, Transgiordania, parte della Turchia) e di tutte le comunità confessionali, linguistiche, rurali e urbane, avevano proclamato l'indipendenza della Siria dall'Impero Ottomano.
L'assetto odierno garantisce un'instabilità permanente, una frammentazione progressiva, una dipendenza economica crescente e una sudditanza politica delle comunità della regione (non più una nazione, non più un popolo, non più popoli) nei confronti dell'Impero e delle sue manifestazioni corporative e statuali. La frammentazione politica agisce da acceleratore della frammentazione sociale e si nutre di essa, vedi lo scontro giordano-palestinese del 1970 e quello latente che ogni tanto riesplode, oppure gli infiniti conflitti libanesi, e così via. Il laboratorio siriano è stato poi esteso all'Iraq, ecc.

La trattativa per uno Stato palestinese dovrebbe inoltre includere un ventaglio di forze palestinesi, perché si è visto che trattare con una sola parte non ha portato alla pace desiderata. In altre parole bisognerà coinvolgere, oltre a Fatah anche Hamas, la quale organizzazione, per essere ammessa, dovrà però preventivamente soddisfare alcune condizioni che OLP-Fatah aveva a suo tempo fatto sue prima di essere ammessa al tavolo dei negoziati. Tra queste condizioni primeggiano il riconoscimento dello Stato d'Israele e la rinuncia al terrorismo. Vale a dire la rinuncia al 78% del territorio palestinese e la rinuncia al diritto alla resistenza sancito dalle Nazioni Unite. Tuttavia il coinvolgimento di Hamas sarà possibile solo in un quadro di accordo con ANP-Fatah, un accordo dal quale resteranno esclusi quelli che non accetteranno le condizioni imposte (ci sarà sempre qualcuno) e che diventeranno il nemico da combattere con beneficio di Israele e della sempre più accelerata frammentazione palestinese.
L'establishment israeliano sa benissimo che l'idea dello Stato è corrosiva del concetto di "liberazione". A questo è servita negli anni e a questo serve oggi. La stragrande maggioranza dei palestinesi oggi vorrebbe uno Stato. Pochi i palestinesi che non lo vogliono. E' mia opinione che i maggiori rappresentanti dei palestinesi dei territori occupati nel 1967, vale a dire, Fatah e Hamas, pur con tutti i distinguo del caso e con tutte le dovute differenziazioni, sono due organizzazioni di indirizzo populista. Questa situazione è decisamente favorevole a Israele che cerca di trarne tutti i possibili vantaggi. Tuttavia, questi non sono gli aspetti della questione per cui dubito dell'opportunità di chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese virtuale. Un aspetto più importante, a mio avviso, è questo: uno Stato che si fonda in base a un accordo tra governi (se non è frutto della lotta popolare) non per azione dei suoi cittadini, non può realizzare il diritto all'autodeterminazione, né quella nazionale, né comunitaria e tantomeno individuale. Altro elemento non meno importante del precedente è questo: il diritto all'autodeterminazione è un diritto inalienabile, cioè, come ci insegnano i giuristi, non frazionabile, e questo significa che non è negoziabile, non può essere oggetto di negoziato, va solo e semplicemente realizzato.
Appare sempre più evidente che le azioni della politica internazionale, come i grandi cambiamenti a livello economico-finanziario, si realizzano lungo direttive dove non esiste nessun controllo pubblico di nessun tipo, né popolare (stampa, partiti, associazioni, ecc.), né rappresentativo parlamentare, e a volte nemmeno statuale. Cioè si agisce al di là delle sedi istituzionali palesi. Esiste un divario sempre più profondo tra la realtà e la rappresentazione che ne viene data. Gli esempi sono ormai innumerevoli. Un esempio immediato può essere quello della guerra in Libia. L'opinione pubblica delle nazioni coinvolte nella guerra non ha la percezione di vivere uno stato di guerra, non solo per l'enorme divario nelle armi impiegate - il controllo dei cieli rende scontato l'esito - ma anche per il totale controllo delle informazioni per cui viene celato il ruolo degli eserciti delle nazioni coinvolte, come sono celati le cause e gli obbiettivi della guerra. In altre parole: una realtà virtuale si sovrappone a una realtà tangibile fino a coprirla del tutto.
Una cosa simile si presenta nella situazione palestinese. Il cosiddetto processo di pace (realtà virtuale), ha coperto la strisciante colonizzazione del territorio palestinese e la progressiva sostituzione della popolazione autoctona (realtà tangibile). Allo stesso modo, le manovre politiche dell'ANP-OLP-Fatah si svolgono su un piano di realtà non tangibile. Esempio: la lotta popolare contro il muro, contro il sequestro delle terre, contro le demolizioni delle case, ecc. si svolge sullo stesso piano reale sul quale si svolgono le azioni repressive, cioè nella realtà tangibile, anche se viene coperta sempre più dalla realtà virtuale. E' altamente probabile che la richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese non sarà presentata alla prossima sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU. In caso contrario è probabile che la richiesta stessa non venga immessa nell'ordine del giorno. In ogni caso entra a far parte della realtà virtuale.
L'occupazione e la spartizione dei territori dell'Impero Ottomano è avvenuta con la guerra. La spartizione, avversata dalle popolazioni, ha acquisito veste legale per imposizione. I territori del Regno di Siria sono stati divisi tra la Francia e l'Inghilterra. Le due potenze hanno frammentato ulteriormente il territorio, creando nella Siria meridionale due entità statuali: Palestina e Transgiordania. Nel 1922 L'Inghilterra legalizzò il nuovo assetto presso la “bottega legale” della Società delle Nazioni. Nel territorio tra il Mediterraneo e il fiume Giordano è nato lo Stato di Palestina. Il territorio di questo Stato continua ad essere occupato da una potenza occupante che è espressione e continuazione della potenza occupante madre, nata per sua dichiarata volontà. I palestinesi, cioè la comunità umana che ha modellato la storia e il paesaggio culturale di quel territorio, hanno diritto a reclamare tutto il loro territorio. La legalizzazione di una spartizione della Palestina è ovviamente a spese del popolo palestinese, nega i suoi diritti fondamentali, riconosciuti a tutti i popoli. La raccomandazione 181 dell'Onu non legalizza la spartizione della Palestina ed è contraria allo spirito e alla lettera della Carta delle Nazioni Unite (Ogni popolo ha diritto all'autodeterminazione).

L'Autorità Nazionale Palestinese (leggi OLP-Fatah) è nata in base agli accordi tra il governo israeliano e l'OLP-Fatah, detti Accordi di Oslo. Questi accordi sono stati dichiarati “decaduti” da una delle due parti contraenti, il governo israeliano. Sono quindi legalmente nulli. L'ANP non ha nessuna veste legale, ma cosa ben più importante, non è un'autorità legittima, nemmeno sul piano rappresentativo degli abitanti delle regioni occupate nel 1967 che sono circa il 30% dei palestinesi. Infatti, i deputati eletti nelle liste di Hamas al Consiglio Legislativo Palestinese, sono quasi tutti nelle carceri israeliane! Per non dire che le elezioni furono vinte da Hamas e non da Fatah e che il mandato del capo dell'ANP-Fatah, Mahmud Abbas Abu Mazen, è scaduto da anni. A maggior ragione l'ANP non rappresenta i sei o sette milioni di palestinesi in esilio (di cui 4,820,229 profughi registrati, secondo le statistiche ONU), nemmeno i palestinesi che vivono nei territori dichiarati Stato d'Israele, i cosiddetti “arabi israeliani” (oltre 1.300.000 persone). In poche parole l'ANP non ha nessuna veste, nessun diritto a negoziare a nome del popolo palestinese. E tuttavia nessun governo legittimo e legalmente riconosciuto è autorizzato a ledere i diritti inalienabili della popolazione che governa o quelli di altre, così come nessun organismo internazionale può disporre del territorio o della vita di una popolazione.

Gli Stati hanno ragione di essere in quanto istituzioni, volute e accettate dai cittadini, atte a realizzare e garantire i diritti degli stessi cittadini. Uno Stato che “imbroglia” sui diritti fondamentali, perde una parte della sua legittimità. Lo Stato che lede in parte o in toto i diritti dei cittadini, li nega o peggio li cede, perde ogni legittimazione. Uno Stato che compie una “pulizia etnica” e la perpetua nel tempo, compie un crimine contro l'umanità e come tale va trattato fino a quando non riconoscerà i propri crimini e cercherà sinceramente di porvi rimedio. Il diritto dei profughi palestinesi al ritorno in tutta sicurezza alle loro case e nelle loro città e il diritto all'indennizzo dei danni subiti nei sessanta tre anni trascorsi al loro esilio, è il primo passo da compiere per cominciare un percorso che porti a una convivenza pacifica, paritaria e civile tra i cittadini autoctoni, i palestinesi, e i cittadini acquisiti, gli israeliani. Le formule possono essere di diversi tipi, e tutte possono rivendicare una uguale legittimità, ma il nocciolo della questione resta sempre uno e uno solo: il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese.
17/07/2011
VIETATO L’INGRESSO
AGLI AMICI DEI PALESTINESI
di Mirca Garuti

Israele, con la chiusura di ogni accesso possibile a chiunque si dichiari “amico dei Palestinesi”, continua a mantenere la sua ferrea linea difensiva. Un tempo, neppure troppo lontano, si leggevano i cartelli “Vietato agli ebrei” oppure “Vietato ai meridionali”, ora invece il divieto è rivolto ai Palestinesi ed ai loro sostenitori, in nome della “sicurezza” israeliana.
Lo dimostrano i fatti delle ultime due settimane relativi alla missione della Freedom flotilla 2 e all’evento “Welcome to Palestine”. La Flotilla non è riuscita a partire. Il governo greco ha fatto l’impossibile, tra ispezioni e sabotaggi, per bloccare la partenza in direzione di Gaza di tutte le navi, compreso anche la piccola “Dignité”, l’unica che era riuscita a salpare. Mercoledì 6 luglio, la Dignité aveva ormeggiato, nel tardo pomeriggio, ad Ormos Kouremenos, un piccolo porto nella parte più orientale di Creta, per fare l’ultimo rifornimento, prima di ripartire per Gaza. Dopo aver caricato i primi mille litri di combustibile, è stata avvicinata da una vedetta e cannoniera della guardia costiera greca. Inizia così una trattativa tra i passeggeri e gli uomini in uniforme (una dozzina): i documenti sono sottoposti a più controlli, le telefonate si moltiplicano e la discussione continua per due ore. Non viene trovato nulla!

Quentin Girard giornalista del quotidiano “Libération” così racconta : “Il capitano non ha tenuto un diario di bordo ed i costi d’entrata nel porto turistico, 30 euro, non sono stati pagati. Solo che in questo piccolo porto di pescatori, non c’era la capitaneria per dichiarare il loro arrivo –Dobbiamo aspettare”. Girard continua – “Sono le 22, quando la guardia costiera ci dice che dobbiamo seguirli per andare in un altro porto per firmare le autorizzazioni e che la Dignitè potrà ripartire il mattino seguente”.
La piccola imbarcazione francese è dunque costretta a ripartire nella notte, scortata dalla guardia costiera. E’ andata un po’ oltre rispetto alle altre navi, ma non è sufficiente!
La Grecia, come il resto dell’Europa, esegue gli ordini del governo d’Israele e non esiste nessuna scusa, nemmeno la sua crisi economica.
Si è persa, dunque, la Dignità di agire e di pensare in piena autonomia.

La prepotenza israeliana non si è espressa solo con la Freedom flotilla 2 ma anche con l’evento “Welcome to Palestine”, bloccando tutti i voli in partenza dall’Europa verso Tel-Aviv, dimostrando così la sua pericolosità non solo verso tutti i Palestinesi ma anche per la democrazia europea.
L’intenzione delle centinaia di attivisti internazionali era quella di partecipare alla settimana “Welcome to Palestine”, organizzata da oltre 40 associazioni palestinesi, in molti villaggi e città della Cisgiordania, dal 9 al 16 luglio, portando la loro solidarietà e condivisione per le difficoltà dei palestinesi di vivere sotto occupazione. La novità, rispetto a tutte le altre precedenti iniziative, è quella del “non nascondere le intenzioni dei partecipanti” una volta arrivati all’aeroporto Ben Gurion. La trasparenza di questi obiettivi si è trasformata in una “minaccia alla sicurezza”, tanto che, il premier Benyamin Netanyahu ha ordinato alle varie forze di sicurezza di “agire in modo deciso contro i tentativi di creare una provocazione all'aeroporto”, evitando però “attriti non necessari con gli attivisti internazionali”. Il governo d’Israele teme, di fronte a tutte queste ultime azioni, di perdere per lo più l’immagine che sta cercando di modificare nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.

Israele, come risposta al programma degli attivisti, ha aperto una stanza speciale per i controlli all’aeroporto di Tel Aviv, dove autorità dell’aviazione, rappresentanti del ministero della sicurezza, degli esteri, della polizia ed altri opereranno senza sosta fino all’ultimo arrivo degli attivisti. Tutti i passeggeri prima del decollo ed a bordo degli aerei saranno controllati, perché tutti potranno essere potenziali partecipanti a quest’evento.
Israele ha presentato una lista nera con 347 nomi. Il Ministero degli interni israeliano ha inviato una lettera a tutte le compagnie aeree che chiede di ”non imbarcare i radicali pro-palestinesi” definiti “hooligans”, sui voli diretti a Tel Aviv. Il comunicato continua: “A seguito delle dichiarazioni degli attivisti pro-palestinesi in arrivo in Israele per sconvolgere l’ordine e per confrontarsi con le autorità israeliane” è stato deciso di rifiutare loro l’ingresso nel paese, “secondo la Legge d’Ingresso in Israele del 1952″.
La richiesta di collaborazione delle varie compagnie aeree ha funzionato! Centinaia di attivisti, infatti, sono stati bloccati nell’aeroporto francese Charles de Gaulle ed anche l’Alitalia ha sospeso i voli. L’appello degli attivisti, invece, non ha avuto riscontro. Chiedevano, in un comunicato stampa diffuso giovedì scorso, alle compagnie aeree di “non accettare le azioni provocatorie ed illegali e i ricatti del governo israeliano”.


Olivia Zemor, una dei responsabili dell’organizzazione della missione Welcome to Palestine – Bienvenus en Palesatine, ha affermato “Noi siamo persone pacifiche e non vogliamo sconvolgere l’ordine in Israele. L’aeroporto è sotto occupazione israeliana”.
Le proteste negli aeroporti di Londra, Parigi e Ginevra continuano, mentre a Tel Aviv, circa 130 attivisti, che erano riusciti ad arrivare all’aeroporto Ben Gurion, sono stati arrestati e sono in attesa dell’espulsione dal territorio d’Israele. Si apprende che qualcuno dei francesi arrestati, prima dell’interruzione telefonica, sia riuscito ad inviare messaggi che segnalavano aggressioni fisiche contro di loro e la separazione tra quelli con sembianze “arabe” da quelle “occidentali”.
Nello stesso momento, all’aeroporto di Parigi, i passeggeri in attesa di partire per Tel Aviv sono stati caricati dalla polizia. Hanno organizzato, senza indugio, un sit-in di protesta anche perché le compagnie non hanno nessun’intenzione di procedere ai rimborsi.
Alcune fonti palestinesi riportano che circa 50 attivisti, eludendo i vari controlli, sono riusciti a raggiungere la West Bank.
Sophia Deeg, coordinatrice tedesca degli attivisti ha aggiunto: “Molti dei partecipanti sono famiglie o persone anziane che non sono mai state in Palestina. Il loro intento è solo quello di mettere in luce la forte restrizione della libertà di movimento che è in vigore in Palestina”.

Ugo Volli ha affermato, invece, in un articolo apparso sul sito di “Informazione Corretta” che queste due iniziative sono da considerarsi due vittorie ottenute con la collaborazione di Grecia, Cipro, Turchia e di alcune compagnie di linee aeree internazionali, contro chi continua a non voler riconoscere la sovranità statuale israeliana. E’ Israele ad essere “assediato”, Volli continua nel suo articolo a dichiarare: “Ha scritto qualcuno che stati e società non spariscono mai, a meno che si suicidino. Questo è particolarmente vero per Israele, che è assediato da prima della sua nascita da stati e movimenti che provano sistematicamente a distruggerlo trovando il suo punto debole: prima con le guerre convenzionali, poi col terrorismo aereo e con quello suicida portato nel cuore delle città: tutti fortemente ridimensionati, se non abbandonati, quando hanno trovato una difesa adeguata. Ora da qualche anno il gioco è la delegittimazione, la guerra giuridica e dell'opinione pubblica, per cui il sistema politico occidentale è il terreno privilegiato e i mezzi di comunicazione e gli opinion leader i principali strumenti di combattimento. E' possibile e naturalmente sperabile che il fallimento delle flottiglie marittima e aerea e dei tentativi di invasione dei confini convinca prima o poi i palestinesi ad abbandonare anche questa forma di lotta e magari anche a riprendere seriamente una strategia di pace con Israele abbandonata del tutto, dopo il breve momento di Oslo, una decina d'anni fa”.

Israele considera fondamentale solo il suo diritto di autodifendersi in nome della sicurezza e del riconoscimento di Stato Ebraico, respingendo invece tutte le sue responsabilità per le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. L’arroganza di questo governo non ha limiti e lo dimostra l’ultima legge approvata dalla Knesset, lunedì 11 luglio, con 47 voti favorevoli e 38 contrari. Si tratta della "Boycott Bill". Dopo tre votazioni, da oggi Israele può chiedere un risarcimento di circa 10mila euro per danni finanziari provocati dal boicottaggio economico, culturale ed accademico e, può revocare le esenzioni dalle tasse e benefici legali ed economici a tutte quelle persone, istituzioni o gruppi israeliani che sostengono il boicottaggio del proprio Stato. Saranno penalizzate anche tutte quelle società e compagnie israeliane che vorranno lavorare con compagnie palestinesi.
Per mettere in pratica la Boycott Bill, non serviranno prove tangibili, ma, sarà sufficiente, il solo invito al boicottaggio con l’obiettivo di causare danni economici e d’immagine. Si condanna dunque il pensiero, il gesto, l’intenzione!
La Boycott Bill ha solo un giorno, ma già si vedono i risultati: la compagnia israeliana per l’elettricità e lo sviluppo tecnologico “Arca”, ha cancellato, oggi 13 luglio, il contratto che aveva per la costruzione della nuova città palestinese di Rawabi a nord di Ramallah (prima città pianificata dall’Autorità Palestinese).

Questa legge è stata presentata dal parlamentare avvocato del partito Likud, Ze’ev Elkin ed è stata approvata da tutta la coalizione di maggioranza e dalle opposizioni, con il voto contrario solo del partito di Kadima e quello d’astensione di “Indipendenza”. I parlamentari di Kadima non si sono risparmiati nei confronti del Premier: “Netanyahu ha passato la linea rossa della stupidità e dell’irresponsabilità nazionale. Il suo governo crea problemi ad Israele e dovrebbe essere il primo a pagarne il prezzo”.
I dissidenti della società civile israeliana hanno definito la legge antidemocratica contro la libertà d’espressione e manifestazione. Il governo si è difeso, come il solito, affermando che questa legge è solo un mezzo per tutelare lo Stato di Israele contro una delegittimazione globale. Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno già annunciato che presenteranno ricorso all’Alta Corte, definendo la legge “completamente anticostituzionale perché limita la libertà d’espressione politica ed è contraria al diritto internazionale”. “La Knesset tenta non solo di chiudere la bocca della protesta contro l’occupazione, ma anche di impedire alle vittime e a chi si oppone di lottare contro”, ha detto Hassan Jabarin, direttore generale di Adalah, organizzazione per i diritti umani, certo che il “Boycott Bill” non riceverà mai l’assenso dell’Alta Corte.
Se però Israele è stato costretto a promulgare una legge ad hoc significa che la campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) messa in atto fino a questo momento, ha dato i suoi risultati.

Israele non si limita a bloccare la Freedom Flotilla2, la Welcome to Palestine, ad emanare una nuova legge contro il BDS, ma organizza anche viaggi turistici al fine di far conoscere la “facciata buona” d’Israele. L’ambasciata israeliana a Roma, infatti, ha pianificato un tour nello Stato ebraico, senza mettere piede nei Territori Occupati, per un gruppo di giovani politici italiani, da domenica 10 luglio a venerdì 15. Nel giorno in cui era approvata la “Boycott Bill” i giovani italiani erano in visita al Parlamento israeliano. Che tempismo perfetto!
Il giro turistico in Israele, da Gerusalemme, Nazareth, Tel Aviv prevede incontri con il Sindaco di Sderot, un meeting con i rappresentanti dei Jerusalem Venture Partners(fondi di capitali a rischio), con la società di smaltimento rifiuti Hetz Ecologia, una cena dibattito con Claudio Pagliara (corrispondente Rai da Israele), la visita ad un kibbutz, ai valichi d’osservazione al confine del Libano e della Siria e, per finire, la scoperta di una “Tel Aviv by night”.
L’invito ufficiale dell’ambasciata ai giovani delegati italiani così declamava: “Riteniamo che conoscere direttamente Israele e sperimentare la sua realtà attraverso un viaggio possa essere utile per meglio comprendere la complessità del paese e della regione”.
Giovanni Donzelli, consigliere regionale toscano del PDL, invitato in qualità di rappresentante della Giovane Italia, ha dichiarato: “Sarà un’occasione preziosa per conoscere meglio la complessa realtà politico-istituzionale e non solo, di un paese verso il quale siamo legati da profonda amicizia”.
Sul suolo israeliano, in questi giorni, è presente anche il Segretario del PD, Pierluigi Bersani. Durante un suo incontro con la cooperazione italiana a Ramallah, ha così commentato la visita dei giovani politici: “Se i ragazzi che fanno parte della delegazione mi avessero chiesto un consiglio – anche se non lo hanno fatto – avrei detto loro di andare, ma di tenere gli occhi aperti, di pensare con la propria testa”
Naturalmente, il viaggio dei giovani politici, ha suscitato una pronta reazione da parte di cittadini italiani, cooperanti e non, che risiedono in Israele e nei Territori Occupati. Hanno diffuso una lettera, un appello ai giovani politici italiani per “aprire gli occhi” perché la realtà israeliana non comprende solo Israele, ma anche un altro mondo, quello palestinese, che deve essere conosciuto.
Esiste un altro tipo di turismo: il turismo responsabile che permette di capire quello che invece si tenta di nascondere.
13/07/2011
(fonti:peacereporter.net - nenanews.com)
FREEDOM FLOTILLA II: ROTTA VERSO GAZA
di Mirca Garuti
Sabato 25 giugno è partita dalla Corsica, diretta a Gaza, la prima imbarcazione della seconda Flotilla, dedicata all'attivista italiano Vittorio Arrigoni ucciso il 14 aprile scorso. (La lettera della famiglia di Vittorio Arrigoni)
Si tratta della nave francese “Dignité – Al Karama” (Dignità). Omeya Seddik, cittadino francese d’origine tunisina, ha dichiarato, in un comunicato stampa, “Noi speriamo di fare una breccia nel blocco. Questa flottiglia s’inserisce nella scia naturale delle rivoluzioni per la libertà e la democrazia; ha poi aggiunto imbarcandosi “Ora sta alla comunità internazionale garantire la sicurezza dei passeggeri e il loro arrivo col carico di aiuti umanitari da consegnare alla popolazione di Gaza”.
Il popolo che sostiene la causa palestinese non si è arreso. Dopo la reazione violenta del 31 maggio dello scorso anno, da parte della marina militare israeliana, alla Prima Flotilla che ha causato la morte di nove attivisti turchi, è sorta spontanea la decisione di dare una risposta forte alla continua repressione israeliana nei confronti del popolo palestinese della Striscia di Gaza, sotto assedio da più di 4 anni. Nonostante tutti gli avvertimenti lanciati da Israele, centinaia di volontari (500/600) di 22 paesi s'imbarcheranno a bordo di una decina di navi.
A questa missione parteciperà anche una nave italiana, la “Stefano Chiarini” con una delegazioni di 12 o 15 italiani, tra cui il vignettista Vauro Senesi e il fotografo veterano Tano D’Amico. Vauro, prima di partire, ha scritto una lettera all’ammiraglio israeliano comandante delle forze navali d’Israele, nella quale esprime l’orgoglio di “chi ancora crede che valga la pena spendersi per gli altri” senza nascondere la paura d’incontrare le navi da guerra israeliane con i suoi commandos armati.
Il numero ridotto degli italiani è dovuto alla volontà di offrire ospitalità a militanti di diverse nazionalità tra cui un gruppo d’ebrei americani contrari al blocco di Gaza ed alcuni attivisti della Mavi Marmara che, a causa delle forti pressioni internazionali ricevute da Ankara, non potrà partecipare all'iniziativa.
Per garantire la massima trasparenza, nei prossimi giorni al Pireo, con una cerimonia pubblica dovrebbero essere caricate, sulle navi in partenza per Gaza, gli aiuti umanitari, giocattoli, materiale scolastico e medicine.
Ricevo, mentre sto scrivendo queste righe, una mail da Alberto Mari un caro amico pronto a partire sulla nave italiana.
Non posso fare altro che dire “Grazie. Alberto… stai attento… in bocca al lupo… porta il mio, il nostro abbraccio agli amici di Gaza… ai gazawi…
LA REAZIONE D’ISRAELE
“L’iniziativa della Freedom Flotilla – spiega in un comunicato il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia – è assolutamente legale e non violenta. Respingiamo con forza le ridicole insinuazioni della propaganda sionista in merito alle armi od altri strumenti offensivi a bordo delle nostre navi”. La tensione è alta. Israele continua a ripetere che non ha nessuna intenzione di far passare questa nuova missione, definita, dall'ambasciatore israeliano all'Onu, Ron Prosor, in una lettera inviata direttamente al Segretario generale Ban Ki-Moon, “un'agenda politica estremista”, accusando, addirittura, le tre principali organizzazioni dietro la Flotilla – Campagna europea contro l’assedio di Gaza, Free Gaza Movement e l’International solidarity movement – di mantenere contatti stabili con formazioni «terroristiche». Prosor ha avvertito che la realizzazione della spedizione navale provocherà «conseguenze gravissime».
Fonti militari israeliane hanno inoltre rivelato che respingeranno gli attivisti con cannoni ad acqua. "Ci aspettiamo anche di essere fermati e accerchiati", ha dichiarato la coordinatrice italiana della missione, Maria Elena Delia, "ma noi non retrocederemo e, in nessuna maniera reagiremo alle forze israeliane".

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu, lunedì 27 giugno ha riaffermato la necessità di impedire alla Flotilla, organizzata da militanti filo-palestinesi, di raggiungere le coste della Striscia di Gaza. L’unica concessione possibile è quella di raggiungere il porto egiziano di El-Arish, dove gli aiuti umanitari potranno arrivare a Gaza attraverso il valico di Rafah. Netanyahu non si limita a voler fermare gli attivisti, ma vuole chiudere la bocca ai giornalisti presenti sulle varie imbarcazioni. Vietato raccontare. Chi tenterà di arrivare a Gaza, sarà punito con il divieto, per i prossimi 10 anni, di entrare nello Stato ebraico. Alla giornalista ebrea israeliana Amira Hass , inviata speciale del quotidiano “Ha’aretz”, che dovrebbe imbarcarsi su una nave canadese, sono state fatte minacce di ritiro dell’accredito stampa.
Le minacce israeliane non hanno trovato riscontro, solo pochi giornalisti hanno scelto di andarsene, la maggior parte di loro, invece, è rimasta.
L’associazione israeliana della stampa estera ha rilasciato una dichiarazione che definisce questa minaccia “un messaggio raggelante per i media internazionali” e che ''solleva seri interrogativi circa l'impegno d’Israele sulla libertà di stampa".
La difesa israeliana non si limita solo alle minacce rivolte ai governi dei paesi coinvolti in quest’iniziativa, agli attivisti e giornalisti con il tentativo di bloccare tutta l’organizzazione, ma va ben oltre, arrivando quasi a raggiungere l’ inverosimile.
Secondo fonti israeliane, sulle navi sarebbero presenti “agenti chimici incendiari”, tra cui lo zolfo, da utilizzare contro i soldati della marina israeliana.
Il Capo di Stato Maggiore sionista Benny Gantz ha definito, durante una cerimonia ufficiale dell’IDF (esercito israeliano) la flotilla “una provocazione” e che “rafforza la bugia secondo cui la popolazione di Gaza sarebbe affamata, mentre ciò non corrisponde a verità” e che, secondo il quotidiano Ha’aretz, avrebbe nominato “parchi acquatici e spiagge” riferendosi alla Striscia che Israele tiene sotto assedio da anni.
Il Jerusalemen Post afferma che Israele avrebbe speso ingenti “risorse di intelligence” per sapere chi parteciperà e cosa ci sarà a bordo delle navi della Flotilla 2.
Avigdor Lieberman, Ministro degli Affari Esteri, avrebbe definito alla Israel Radio i partecipanti come “terroristi in cerca di provocazioni e di sangue” , mentre avrebbe espresso “estrema soddisfazione” per i ritardi.
Sempre per il Jpost, è stato creato un sito “flotillafacts.com”, un contenitore di immagini, notizie e video per screditare la Flotilla 2 e presentare i suoi partecipanti come “terroristi”.
Questo sito è stato creato da “StandwithUs”, un’organizzazione finanziata dalla lobby ebraica americana con un budget da 4 milioni di dollari con base a Los Angeles.
Le accuse di possedere armi e di avere stretti legami con Hamas sono state smentite, si tratta di “una flottiglia pacifica, diretta a rompere l’assedio illegale su Gaza, non ad attaccare o aggredire alcuno”.
Melissa Lane del convoglio Usa “Hope of Audacity” ha ricordato che “Ogni passeggero del convoglio ha firmato una dichiarazione di adesione ai principi della nonviolenza. Non cerchiamo alcun tipo di confronto fisico con l’esercito israeliano. Vogliamo solo arrivare a Gaza.”

La Germania, la Grecia e gli Stati Uniti, dietro la forte pressione diplomatica israeliana, hanno cercato di ammonire con forza i propri cittadini dal prendere parte alla Flotilla 2. Due deputati tedeschi, Annette Groth e Inge Hoeger che, l’anno scorso si trovavano sulla Mavi Marmara, si sono ritirati. Il Dipartimento di stato Usa ha avvertito i 36 cittadini americani della “Audacity of Hope” che le acque di Gaza sono «pericolose e instabili». I coloni israeliani, attraverso il loro sito d’informazione “Arutz 7”, per contrastare la partecipazione alla Flotilla 2 d’ebrei statunitensi, si sono invece concentrati sulla figura dell’avvocato ebreo di New York, Richard Levy che, nei giorni precedenti, aveva dichiarato: “È importante che ci siano ebrei nella nave, la lobby filo-israeliana nel nostro Paese è molto potente. Non possiamo sostenere l’assedio israeliano, moralmente e giuridicamente inaccettabile”.

Nonostante tutte le minacce da parte del governo d’Israele, il convoglio è deciso a partire!
Oltre alle imbarcazioni che trasportano passeggeri, ci sono anche due cargo con oltre tremila tonnellate d’aiuti diretti al popolo di Gaza sotto assedio.
I rappresentanti delle 10 navi della Freedom Flotilla 2 "Stay Human" il 27 giugno hanno tenuto ad Atene una conferenza stampa: «Partiremo giovedì o venerdì nonostante le pressioni israeliane. E gli ostacoli amministrativi creati dalla Grecia non ci fermeranno», così promette Vanguelis Pissias, uno degli organizzatori greci della Freedom Flotilla 2.
«Siamo qui per sfidare la politica degli Stati Uniti e di Israele verso Gaza e per resistere alle pressioni diplomatiche (avviati dagli israeliani) per fermare la Flotilla», ha affermato Ann Wright, un colonnello Usa in pensione ed ex diplomatico che, nel 2003 ha rassegnato le sue dimissioni come protesta contro la guerra in Iraq voluta dal governo di Washington, che ora fa parte della delegazione che salirà sulla nave americana “Audacity of Hope”. La stessa nave che, nei giorni scorsi, è stata oggetto di un fermo, da parte delle autorità greche, per un’altra ispezione, perché non ritenuta “atta a navigare”, per un esposto contro la nave da parte di un privato. Secondo il Jerusalem Post, dietro a questa denuncia anonima, ci sarebbe l’Israel Law Center, un gruppo legale israeliano. I passeggeri della “Audacity of Hope” si sono appellati al governo greco affinché accelerasse i tempi di controllo e si sono dichiarati pronti a "sfidare la politica USA e d’Israele verso Gaza". Ann Wright il 27 giugno aveva dichiarato che "La nave che abbiamo noleggiato (battente bandiera a stelle e strisce e registrata in Usa, dr) è stata esaminata ed ha subito ispezioni per mesi da tecnici qualificati. Non crediamo ci sia la necessità di una nuova ispezione ma accettiamo che le autorità greche procedano con rapidità in modo che non ci siano altri ritardi nella partenza”.
Com’era del tutto prevedibile, il premier George Papandreou, avendo rapporti molto stretti con Israele (un progetto congiunto per un gasdotto nel Mediterraneo orientale) cerca di boicottare la flotilla, per prendere tempo, rallentando la partenza, con la complicità indiretta degli scioperi di questi giorni, contro le misure pesanti d’austerità decise dal governo, da parte dei lavoratori greci.
Medea Benjamin, uno dei passeggeri della nave e fondatrice del movimento CodePink ha affermato che "Israele ha dichiarato apertamente che sta facendo pressioni sui governi per fermare la Flotilla, e chiaramente la Grecia è un attore chiave dal momento che molte navi partono dalla Grecia".
Sulla nave americana si trova anche Alice Walker, attivista dei diritti civili, scrittrice e vincitrice di un Premio Pulitzer con "Il colore viola". (Lettera di Alice Walzer alla CNN)

Le ultime notizie che ci arrivano attraverso solo i siti di “Nena-news.com” e “Peacereporter.net” riportano ancora una situazione difficile, creata per stancare i militanti in attesa di partire. La pressione israeliana è continua e si materializza sotto forma di continue ispezioni, cavilli burocratici e richieste sempre più gravi alle compagnie di assicurazioni. Quello che è successo alla “Hope of Audacity” è accaduto al cargo greco-svedese-norvegese – spiega Maria Elena Delia – che avrebbe dovuto essere caricato il 28 giugno, davanti ai giornalisti per rispettare il principio di trasparenza. Questo però non è accaduto, il carico è stato bloccato, causa la denuncia di essere “troppo inquinante”. E’ chiaro, quindi, che ogni più piccolo pretesto è buono per prendere tempo e portare sconforto tra i partecipanti.
Le autorità greche hanno ufficialmente comunicato che nessuna nave può lasciare il porto con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza.
Un video sul sito “Ship to Gaza-Sweden” mostra il danno subito dalla nave greco-svedese, la “Juliano”(in onore di Juliano Mer-Khamis direttore del Freedom Theatre di Jenin, assassinato il 4 aprile scorso). L’elica è stata manomessa ed ancora non si sa quando potrà essere riparata.
Gli organizzatori, per tutelarsi di fronte a questi impedimenti burocratici e sabotaggi, hanno inoltrato una richiesta alle autorità e polizia greche di avvio d’indagini e di procedure per garantire la sicurezza delle navi.
Una volta superato questo muro, si potrà constatare quale linea politica vorrà prendere il governo di Atene.
Due navi sono comunque già in viaggio verso Gaza, quella francese “Dignity”, autorizzata dal Governo francese e quella irlandese “Freedom”.
Notizia dell’ultima ora: “un gruppo di cittadini giordani ha acquistato in Grecia una barca per 560mila euro per aggiungersi alla missione e portare medicinali. Per una nave che viene messa fuori uso dai sabotatori, un’altra è pronta a sostituirla, a conferma che le motivazioni dietro la Flotilla «Stay Human» sono profonde e generano nuovi consensi e iniziative”. (Nena-News.com)
Aspettando la partenza di tutto il convoglio, possiamo leggere ogni giorno su “Il Manifesto” il diario di bordo di Vauro, imbarcato sulla “Stefano Chiarini”
Gaza… stiamo arrivando
30/06/2011
NICHI VENDOLA GUARDA LO STATO D’ISRAELE
di Mirca Garuti

Il Presidente della regione Puglia Nichi Vendola e l’assessore al Mediterraneo Silvia Godelli hanno incontrato il 28 aprile scorso, in occasione della presentazione dello spettacolo “Lo stesso mare” al Teatro Petruzzelli di Bari, l’Ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia, Gideon Meir.
“Con il Festival della Cultura ebraica – dichiara il Presidente della regione Puglia – abbiamo prodotto una semina, perché quell’evento conteneva in sé l’idea che i rapporti economici, commerciali, istituzionali devono essere inseriti in un contesto di conoscenza delle culture, dei costumi e di amicizia tra i popoli”. "Ancora oggi, sempre secondo Vendola, in un’Europa che conosce i veleni dell’antisemitismo, conoscere la cultura ebraica è un antidoto fondamentale a una delle più odiose forme di intolleranza”
“Poi –continua – c’è una gamma assai variegata e ricca di possibilità di relazioni. Israele è un Paese che ha fatto investimenti straordinari sin dalla sua nascita, sull’innovazione. Un Paese che ha trasformato aree desertiche in luoghi produttivi e in giardini, un Paese che si confronta col tema mondiale del governo del ciclo dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti con pratiche di avanguardia. Penso che la possibilità di sviluppare reciprocamente le attività turistiche e la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siano altri elementi importanti di una relazione che con la mia visita in Israele può raggiungere un punto di svolta”.
Nichi Vendola, come il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non vede la realtà palestinese, non vede il muro, la situazione umana, politica, economica di un popolo sotto occupazione da oltre 60 anni. Non ha speso nessuna parola sul colonialismo israeliano, sulle migliaia di prigionieri palestinesi rinchiusi nelle prigioni israeliane senza processo ma solo in detenzione amministrativa, sull’assedio inumano della Striscia Di Gaza e sui profughi costretti, il più delle volte, a vivere in situazioni drammatiche senza diritti. Nessuna condanna ad un governo che non ha mai rispettato una risoluzione dell’Onu.
E se Vendola quindi si dimostra cieco di fronte a questa dura realtà a poche settimane dall’uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza, per noi, popolo che combatte il colonialismo israeliano in terra Palestina, Vendola non esiste o meglio è da boicottare, come l’economia di guerra israeliana, compresi quegli accordi e relazioni che invece il Presidente della Puglia vuole promuovere.
Rispondono a Nichi Vendola:
Miryam Marino
Cinzia Nachia
GOLDSTONE HA APERTO LA STRADA AD UNA SECONDA GUERRA
CONTRO GAZA
Gideon Levy*

Chiunque abbia reso onore al primo Goldstone dovrebbe chiedergli: Che cosa esattamente sa oggi che non sapeva prima? Sa che criticare Israele significa subire una campagna di pressione e calunnia a cui non può resistere, lei “ebreo che odia sé stesso”?
Gli ultimi dubbi sono scomparsi tutti in una volta e i punti interrogativi sono diventati punti esclamativi. Ezzeldeen Abu Al-Aish ha scritto un breve libro in cui ha inventato la morte delle sue tre figlie. I 29 morti della famiglia Al-Simoni sono ora in vacanza ai Caraibi. Il fosforo bianco era solo l’effetto pirotecnico di un film di guerra. Coloro che sono stati uccisi mentre sventolavano la bandiera bianca erano solo un miraggio nel deserto, come lo erano le voci sulle centinaia di civili uccisi, inclusi donne e bambini. “Piombo fuso” è diventata una frase di una canzone di Hanukkah per bambini.

Un articolo sorprendente e inatteso di Richard Goldstone apparso su The Washington Post qui è stato accolto con esultanza, un Goldstone party, qualcosa che non si vedeva da molto tempo. In effetti, le pubbliche relazioni israeliane hanno raccolto una vittoria e per questo le congratulazioni sono d’obbligo. Ma le domande restano pressanti come sempre, e l’articolo di Goldstone non ha dato loro risposta – se solo avesse cancellato tutte le paure e i sospetti.
Chiunque abbia reso onore al primo Goldstone deve onorarlo anche adesso, ma comunque deve chiedergli: Cosa è successo? Cosa esattamente sa oggi che non sapeva prima? Sa che criticare Israele significa subire una campagna di pressione e calunnia a cui non può resistere, lei “ebreo che odia sé stesso”? Questo avrebbe dovuto saperlo prima.
Sono stati i due rapporti del Giudice Mary McGowan Davis a farle cambiare idea? Se è così, dovrebbe leggerli più attentamente. Nel suo secondo rapporto, che è stato pubblicato circa un mese fa e che per qualche ragione non è stato menzionato in Israele, il giudice di New York ha scritto che niente suggerisce che Israele abbia avviato un’indagine su coloro che hanno progettato, preparato, comandato e diretto l’Operazione Piombo Fuso. Quindi come sa quale politica sta dietro ai casi che ha investigato? E cos’è questo entusiasmo che l’ha presa alla luce delle indagini fatte dalle Forze di Difesa israeliane dopo il suo rapporto?
Deve amare particolarmente Israele, come dice, per credere che le Forze di Difesa israeliane, così come altre organizzazioni, possano indagare su sé stesse. Deve essere un cieco amante di Sion per essere soddisfatto dalle indagini che non hanno prodotto ammissione di responsabilità e praticamente nessun processo. Solo un soldato è sotto processo per assassinio.

Ma mettiamo da parte i tormenti e le indecisioni del non più giovane Goldstone. Mettiamo da parte anche i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. Prendiamo in considerazione le conclusioni delle Forze di Difesa Israeliane. Secondo l’intelligence militare, nell’operazione sono stati uccisi 1166 palestinesi, di cui 709 terroristi, 162 che potevano essere o non essere armati, 295 testimoni, 80 minori di 16 anni e 46 donne.
Tutte le altre conclusioni descrivono un quadro molto più serio, ma diamo credito alle Forze di Difesa Israeliane. L’uccisione di circa 300 civili, incluse dozzine di donne e bambini, non è una ragione per fare un esame di coscienza nazionale? Sono stati tutti uccisi per errore? Se è così, 300 diversi errori non meritano un giudizio? È questo il comportamento dell’esercito più virtuoso del mondo? Se non è questo, chi si assume la responsabilità?
L’Operazione Piombo Fuso non è stata una guerra. La differenza di forze delle due parti, l’esercito fantascientifico contro i lanciatori di missili Qassam a piedi nudi, non giustifica le cose quando il colpo è stato così sproporzionato. È stato un duro attacco contro una popolazione civile stipata e inerme, in mezzo alla quale si nascondevano i terroristi. Possiamo credere che le Forze di Difesa Israeliane non abbiano deliberatamente ucciso i civili, non ci sono soldati assassini come in altri eserciti, ma non hanno nemmeno fatto nulla per impedire che venissero uccisi. Il fatto è che sono stati uccisi, molti di loro. La nostra dottrina di nessuna perdita ha un prezzo.
Goldstone ha vinto di nuovo. Prima ha obbligato le Forze di Difesa Israeliane a avviare indagini interne e a mettere insieme un nuovo codice etico; ora ha inconsapevolmente dato il via libera all’Operazione Piombo Fuso 2. Lasciamolo in pace. Stiamo parlando della nostra immagine, non della sua. Siamo contenti di ciò che è successo? Siamo davvero orgogliosi dell’Operazione Piombo Fuso?
* Haaretz – 7 aprile 2011
Traduzione di Letizia Menziani

JULIANO MER-KHAMIS: L’ARTE COME RE-ESISTENZA - Nena News 
THE FREEDOM THEATER 
In questo breve documentario Giuliano Mer-Khamis descrive il suo progetto innovativo a Jenin di Teatro e Cinema chiamato "The Freedom Theater".
COALIZIONE ITALIANA: STOP THAT TRAIN
Appello perché la Società Pizzarotti si ritiri dalla costruzione illegale della ferrovia ad alta velocità Gerusalemme - Tel Aviv che attraversa i territori Palestinesi occupati.

Il progetto per la realizzazione del treno ad alta velocità Gerusalemme – Tel Aviv, detto anche A1, è stato messo in cantiere fin dal 1995, ma ha subito interruzioni e cambiamenti in seguito alla opposizione della società israeliana a causa dei danni, che tale linea avrebbe comportato all’abitato e all’ambiente, tanto che varie società costruttrici si sono ritirate. Per questo il tragitto è stato cambiato ed ora, nonostante l’allungamento che la tratta subirà, correrà attraverso le aree vicine alla linea dell’armistizio del 1949 (la “Linea Verde”) e nell’Enclave di Latrun, e passerà attraverso una vasta area situata all’interno dei territori palestinesi occupati nel 1967, dove vivono comunità palestinesi, tra cui molti rifugiati del ’48 e del ’67.
Ciò comporterà, non solo un danno per l’ambiente (che non tollerato dalla popolazione israeliana viene imposto alla popolazione palestinese) ma rappresenta una palese violazione della Legalità Internazionale, in quanto, percorre 6,5 chilometri attraverso la Cisgiordania occupata, contravvenendo alla normativa internazionale sui Diritti Umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra, che vietano lo sfruttamento delle terre da parte della potenza occupante. Israele invece, ha espropriato le terre palestinesi, con lo scopo di costruire infrastrutture permanenti, e per soddisfare i bisogni esclusivamente della sua popolazione civile. Una volta completata infatti, la ferrovia ad alta velocità A1 fornirà servizi solo ai pendolari israeliani tra Gerusalemme e Tel Aviv.
Il progetto dell’A1 si inscrive inoltre nella politica israeliana di lungo periodo, che mira ad attuare il trasferimento forzato della popolazione palestinese, che dovrà, ancora una volta, come è evidente dal tracciato, andarsene, dal momento che la sottrazione di altra terra, porterà all’annientamento delle fonti di sussistenza, già ridotte, a seguito degli espropri eseguiti dalle autorità israeliane per la costruzione di infrastrutture a favore dei cittadini israeliani e per la costruzione del muro di separazione.
I villaggi maggiormente coinvolti sono Beit Surik e Beit Iksa.

A Beit Surik, i contadini palestinesi pur avendo subito la confisca di molta terra per la costruzione del Muro illegale israeliano erano riusciti a preservarne una parte essenziale per la sussistenza della popolazione del villaggio, grazie al parere del 2004 della Suprema Corte Israeliana che la aveva ritenuta “risorsa fondamentale per la sussistenza della comunità” (1). Ma ora rischiano di perderla definitivamente e completamente poiché, nonostante il tracciato pianificato per la ferrovia A1 passi attraverso la loro terra, la Suprema Corte Israeliana (2), in questo caso, non si è attenuta al parere del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia.
Beit Iksa è un villaggio che ha accolto molti rifugiati palestinesi, vittime della pulizia etnica israeliana nell’area di Ramle-Lydda nel 1948. Poi, con la guerra del ’67 larga parte della popolazione di Beit Iksa è stata indotta nuovamente alla fuga. Oggi, l’80% dei 2.000 abitanti rimasti sono registrati come rifugiati del ’48 dall’UNRWA. Israele ha già confiscato il 40% della terra agricola del villaggio per la costruzione della colonia ebraica di Ramot, mentre il 60% rimasto è situato dietro il Muro illegale israeliano. Il 10 novembre 2010 le Autorità israeliane hanno consegnato al Consiglio del villaggio di Beit Iksa un ulteriore "ordine di acquisizione delle terre”, che saranno utilizzate per il progetto ferroviario A1, per costruire una strada di accesso al tunnel e per la realizzazione di opere collaterali. Cinquecento alberi di ulivo sono a rischio di sradicamento, e questo significa la rovina delle famiglie già economicamente deboli, che soffrono gli effetti della disoccupazione e basano la propria sussistenza sull’olio di oliva che producono.
In questo modo il progetto per la ferrovia A1 diventa parte di un sistema infrastrutturale coloniale e di apartheid, che mentre provvede alle necessità della popolazione israeliana, nega quelle della popolazione palestinese che, su queste terre vive da secoli.
Allo stesso tempo costituisce un altro passo nell’implementazione della politica israeliana di trasferimento forzato dei palestinesi che, dopo essere stati privati dei propri beni e cacciati dalle proprie terre, vedono completamente negato il proprio diritto al ritorno.
Il coinvolgimento della Pizzarotti S.p.A. in questo progetto, nonostante la sua evidente illegalità, costituisce pertanto complicità nei crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele. Infatti, il conseguente trasferimento forzato della popolazione, (che è definito come il “sistematico, coercitivo e deliberato movimento di popolazione da un’area all’altra, con l’effetto o il proposito di alterare la composizione demografica di un territorio, in modo particolare quando (la motivazione) ideologica o politica asserisce la dominazione di un certo gruppo su un altro”) (3), costituisce un crimine di guerra ed un crimine contro l’umanità in base al Diritto Internazionale.
CHIEDIAMO PERTANTO ALLA AZIENDA PIZZAROTTI S.P.A DI RITIRARSI IMMEDIATAMENTE DAL PROGETTO
Al governo nazionale, ai governi locali e ai consigli cittadini di porre fine ai contratti con la Pizzarotti S.p.A., e a non stipularne di nuovi se non risolverà il contratto per la costruzione della A1.
Alle persone di coscienza, di avviare effettive campagne di disinvestimento rispetto a titoli ed istituti finanziari collegati alla Pizarotti S.p.A
Per adesioni: fermarequeltreno@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Note:
1. http://www.whoprofits.org/articlefiles/WP-A1-Train.pdf
2 http://www.whoprofits.org/articlefiles/WP-A1-Train.pdf. La Corte Suprema israeliana non ha riconosciuto la sentenza del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia ed ha di conseguenza agito in complicità con i progetti statali di utilizzo del Muro come strumento per il furto di terra e per il trasferimento forzato della popolazione palestinese indigena.
3. La dimensione dei Diritti Umani nel trasferimento di popolazione, tra cui lo stabilimento delle colonie, report preliminare preparato da A.S. Al Khawasneh e R.Hatano. Commissione sui Diritti Umani e Sottocommissione sulla prevenzione delle discriminazioni e per la protezione delle minoranze, IV-V Sessione, 2-27 agosto 1993, E/CN.4/Sub.2/1993/17 of 6 July 1993, para 15 and 17.
17/02/2011
AT-TUWANI: L’INTEGRALISMO COLONIALE ISRAELIANO
IN UN VILLAGGIO LONTANO DA OGNI RISORSA E CONFINE
di Alessandro Verona
Hafez parla piano.
Sulla collina un ulivo maestoso protegge dal sole d'Agosto, appena sotto lo sguardo c'è At-Tuwani, e alle nostre spalle, nascosta oltre al bosco di pini, l'occupazione israeliana.
Ha mani grandi e affusolate, che si muovono lentamente mentre parla.
Lo sguardo è fiero, per niente rassegnato, ma senza rabbia.
Quasi a dire che il costruire la pace passa anche per i nostri gesti, facendo tornare alla mente quel Gandhi che esortava ad essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo.
At-Tuwani è un piccolo villaggio di circa 200 persone, nelle colline semidesertiche a Sud di Hebron.
E' abitata soprattutto da pastori, fra cui Hafez, portavoce del movimento non violento locale.
Vent'anni fa è stata costruita la prima colonia, fatta di case a schiere e giardinetti, a poche centinaia di metri dal villaggio di pietra, dove le case più antiche hanno 500 anni.

Con il passare del tempo e il proliferare delle colonie, At-Twani si ritrova circondata: a Nord-Est Ma’on, ad Est gli avamposti di Havat Ma’on insediati nel 1982, e a Sud-Ovest Avi Gai.
Secondo le ferme condanne della giustizia internazionale ognuno di questi è illegale, come ogni altra colonia o avamposto nei territori occupati, mentre la giustizia israeliana giudica illegali i soli avamposti.
Dal 1982 ad oggi l’espansione delle colonie ha confiscato agli abitanti di At-Tuwani 1500 dunums di terre (1 dunum corrisponde a circa 1000 metri quadrati) e mediamente ogni anno vengono sottratti al villaggio circa 100 dunums.
La forte presenza coloniale in questo minuscolo villaggio di pastori dimostra quanto sia assoluta e capillare la volontà di sradicare l'identià palestinese, investendo ingenti somme di denaro e forze militari anche dove il numero di abitanti e le risorse del territorio sono così limitati.
Ma l'intimidazione dei coloni non si limita affatto alla presenza fisica in luoghi così aridi, dove pochi vorrebbero vivere senza esserci nati.
Dopo l'insediamento delle colonie, le incursioni si sono susseguite con frequenza.
I pozzi e il bestiame avvelenati, i campi sottratti poco a poco, gli spari dalle colonie verso i campi d'ulivi durante la raccolta, gli arresti arbitrari, l'abbattimento della moschea avvenuto a sorpresa nella notte: una politica della violenza e del terrore che tenta di rosicchiare lentamente l'appartenenza alla terra e la tranquillità del quotidiano, che Hafez e gli abitanti del suo villaggio continuano ad stringere con determinazione.

Così racconta delle pietre lanciate alle finestre e ai passanti (a volte con la spudorata connivenza dell'esercito), seguite dalle irruzioni dei coloni che a volto coperto entrano nelle case per picchiare gli abitanti, nella logica barbara che continua a susseguirsi in tutti i territori occupati.
E Hafez queste cose le conosce meglio di chiunque altro, perché la sua casa, la più vicina all'avamposto, è la più frequente meta dei coloni.
Ad At-Tuwani due gruppi si impegnano a sostenere la popolazione, operazione Colomba e CPT (Christian peacemaker team).
Operazione Colomba è il corpo non violento della associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, un esempio di corpo civile di pace.
Ragazzi e soprattutto ragazze, un gruppo molto giovane che si presta per lunghi periodi per proteggere il villaggio in condizioni non agevoli, tanto nei progetti quanto nel vivere la quotidianità.
Un'attività importante di queste associazioni è lo school patroling: i bambini del vicino villaggio di Tuba, che non possiede strutture dedicate all'istruzione, devono recarsi a scuola ad At-Tuwani.
Per farlo utilizzano la strada più breve, che permette un percorso di mezz'ora ma divide l'insediamento di Ma'on dall'avamposto di Havat Ma'on.
Dal villaggio la strada di ghiaia abbraccia la collina, per poi passare vicinissima a colonia ed avamposti. Questo punto dista circa 500 metri dalle abitazioni di At-Twani, e un centinaio di metri prima le volontarie e i volontari consegnano i bambini all'esercito israeliano, come è loro imposto.
Molto spesso la scorta militare arriva in ritardo, a volte tanto da far perdere le lezioni agli studenti.
Volontarie e volontari controllano la situazione fino al punto in cui è loro concesso arrivare, nel caso la scorta non si presenti ne sollecitano l'arrivo, e se alla terza chiamata non hanno successo si rivolgono all'associazione di avvocati israeliani a cui fanno riferimento.
Inoltre, come noto, l'esercito israeliano obbliga a tre anni di leva tutti i suoi cittadini, così fra quei soldati che prendono in consegna i piccoli è possibile che ci siano anche abitanti della colonia stessa, manifestando tutta la perversione di questo sistema.
Così a volte i coloni hanno mani libere per divertirsi, ad esempio facendo correre i bambini fino a scuola, inseguendoli con i loro enormi pick-up.
Abbastanza lenti per non investirli, abbastanza veloci per terrorizzarli.
Durante il resto della giornata i volontari restano soprattutto insieme ai pastori palestinesi, facilmente esposti al pericolo di attacchi da parte dei coloni - a volte diretti anche verso i volontari stessi - e arresti arbitrari da parte dei soldati.
La presenza internazionale, e il suo potenziale nel riprodurre sui media quanto vissuto in parte diminuisce questi rischi, perché tanto le dinamiche mediatiche quanto quelle politiche, purtroppo, hanno ormai portato i diritti umani ad essere rispettati in base al peso del passaporto.

At-Tuwani tiene il mento in alto, e i piedi ben piantati nella terra dei loro padri.
L'arroganza, la violenza e la tortura psicologica viene contrastata con l'informazione e la non-violenza, promossa in tutte le sue forme.
Fra queste c'è anche la Marcia della Pace, che nel 2010 si è fatta anche qui, nello stesso giorno della nota Perugia - Assisi.
Quella nelle mani di Hafez e dei suoi concittadini è una marcia lunga e difficile, ma percorsa sulla solidità della giustizia e protesa ai diritti umani più elementari, la libertà e l'uguaglianza.
E proprio per questo merita di avere voce.
Fotografie: Anna Gigante ( Gigante_Anna@libero.it )
Alessandro Verona ( bellerofonte1983@hotmail.com )
GAZA RACCONTATA DA VITTORIO ARRIGONI
di Nicola Lofoco

Vittorio Arrigoni arriva a Gaza nell’Agosto del 2008, come inviato de “Il Manifesto”, ed arriva per raccontare il dramma che vivono i palestinesi della striscia di Gaza. Alla fine del 2008, durante l’operazione israeliana “Piombo Fuso”, una orrenda operazione militare che causerà la morte di migliaia di persone,Vittorio Arrigoni riesce a documentare a tutto il mondo il dramma di quei giorni. Riesce a farlo con dei memorabili reportage inviati dai pochi internet point in funzione durante quelle giornate tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Un capodanno che Vittorio Arrigoni non dimenticherà mai.
L’operazione militare “Piombo Fuso” è stata successivamente condannata dalle Nazioni Unite (rapporto Goldstone) come crimine contro l’umanità.
Non è facile riuscire a parlare con Vittorio. I continui attacchi israeliani e le continue difficoltà di spostamento rendono difficile un contatto.
Ma siamo riusciti a metterci in contatto con lui, e con estrema lucidità ci ha raccontato le ultime notizie provenienti da Gaza:
“Gli attacchi israeliani ci sono quotidianamente, sempre contro i civili della striscia di Gaza. Ci sono ogni giorno alcuni adolescenti che raccolgono al confine materiale riciclabile, e sono stati anche oggi “cecchinati”. Ormai sono 4 anni che Israele impedisce l’ingresso di materiali edili per la ricostruzione. Manca il cemento, manca il ferro, manca il vetro. Per cui questi ragazzi si recano spesso al confine , a Nord, dove ci sono molti edifici distrutti dopo “Piombo Fuso”e cercano di riciclare quello che possono. E questi ragazzi sono sempre le vittime rituali dei cecchini israeliani. Vi è stata un escalation nelle ultime settimane. Vi è stato un rapporto di ben 21 organizzazioni che operano qui a Gaza per il rispetto dei diritti umani, tra cui Amnesty International e Save The Children, che hanno messo in luce una cosa importante. Lo scorso 20 Giugno Israele aveva dichiarato che l’assedio era stato “allentato”, ma secondo quanto denunciano le organizzazioni, si è trattato solo di un operazione ipotetica e di facciata.
Nei negozi di Gaza possiamo trovare 5 tipi di bibite israeliane, 3 tipi di patatine , mentre negli ospedali mancano le attrezzature mediche. Una lista stilata da alcune organizzazioni documenta come mancano 130 tipi di farmaci e di attrezzature mediche. A Gaza non si può fare la dialisi, non si può fare la chemioterapia, mancano le valvole cardiache. Il tanto ventilato “allentamento” dell’assedio a Gaza non è avvenuto. Per i progetti delle Nazioni Unite per la ricostruzione degli oltre 50.000 edifici danneggiati durante l’operazione militare “Piombo Fuso” erano necessario l’invio di 670.000 camion per iniziare il progetto della ricostruzione. Di questi 670.000 ne sono entrati solo 700. Parliamo quindi solo dell’ 1% . Si tratta di progetti di ricostruzione certificati dalle “ Nazioni Unite”. A Gaza anche se hai i documenti in regola con passaporti e visti è molto difficile lasciare la regione. Per 500 malati curabili, l’assedio alla striscia di Gaza ha rappresentato una vera e propria condanna a morte. Pur avendo avuto la disponibilità ad essere ospitati al altre strutture ospedaliere, come quella di Ramallah, non hanno avuto il permesso Israeliano per uscire e sono deceduti. Anche io ho conosciuto personalmente un ragazzo che aveva sua madre ricoverata in gravi condizioni. Non avendo potuto lasciare Gaza, sua madre è deceduta, pur sapendo che sua madre poteva essere curata anche sole poche decine di chilometri di distanza. Senza dare la possibilità di far entrare ed uscire merci e persone, è chiaro che questo significa l’intero collasso dell’economia interna. Il 93% dell’Industria ha dovuto chiudere, ed ora il 70% della popolazione di Gaza è disoccupata. I dati Unicef dicono che 98% della popolazione vive solo di aiuti umanitari. Vi è un economia di sussistenza, legata prevalentemente alla pesca Anche su questo, vi è da dire che i pescherecci di Gaza non possono andare oltre le 3 miglia dalla costa. Quando ci provano, perché devono farlo, perché le acque vicino alla costa sono povere di pesce, finiscono sotto tiro della marina israeliana. Recentemente anche la Croce Rossa Internazionale ha definito illegale l’assedio a Gaza. L’art. 33 della 4 convenzione di Ginevra condanna le punzioni collettive. Ed i pescatori subiscono ogni giorno punizioni collettive da parte degli israeliani. I pescatori non possono andare a pescare nel loro mare, ed i contadini non possono andare a coltivare le loro terre. Sempre secondo le Nazioni Unite, dopo Piombo Fuso, il 35 % dei terreni coltivabili di Gaza non sono più accessibili ai contadini perché sotto il tiro dei cecchini israeliani. Dal 20 Giugno sono stati documentati ben 59 casi di agguati di militari israeliani a civili palestinesi. Questa è la realtà che a Gaza si vive ogni giorno".
Dopo la tragedia della “Freedom Flotilla” è cresciuto l’isolamento internazionale di Israele. Quanto potrà durare ancora secondo te , in queste condizioni, l’assedio a Gaza?
“Il massacro della Freedom Flotilla ha scosso l’opinione pubblica di più di Piombo Fuso. La morte di 9 attivisti è riuscito a fare molto di più del massacro di 1.300 bambini. Questo ci fa capire che ci sono morti di serie A e morti di serie Z.
I caduti della Mavi marmara hanno cambiato molte cose. L’Egitto, per esempio, ha ceduto su alcune cose, come riaprire subito il valico di Rafah ed un tantino più permeabile. Da allora alcune centinaia di palestinesi sono riusciti a passare dal valico, altri invece non ci riescono, perché il tutto è gestito dal Mukabarak, il servizio segreto egiziano, che fa il gioco di Israele. Per molti palestinesi questo ha rappresentato una speranza. Qualcuno di loro è riuscito ad uscire ed a ricongiungersi con i propi famigliari sparsi per il mondo. Per la fine dell’assedio, bisognerebbe avere fiducia nella campagna di boicottaggio verso Israele. Non dimentichiamo che negli anni ’80 Nelson Mandela veniva definito come un terrorista da capi di stato importanti, come Margaret Thatcher. Eppure Nelson Mandela ha continuato a combattere contro l’Aparthaid, anche con il boicottaggio. E qui a Gaza la campagna di boicottaggio ha avuto effetti migliori in 5 anni di quanti non ne abbia avuti in 20 anni l’African Congress. L’illegalità dell’assedio a Gaza è stato percepito anche dal principale sindacato inglese, che rappresenta 6.000.000 di lavoratori, che ha iniziato una sensibile campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani. Dopo “Piombo Fuso “ i governi di Svezia e Danimarca hanno iniziato a convincere le propie industrie a non investire in Israele, riconosciuto come stato responsabile di crimini di guerra e violatore dei diritti umani. Anche molte rockstar si sono rifiutate di tenere concerti in Israele, come hanno fatto Santana e gli U2 di Bono Vox".
Durante “Piombo Fuso” sono state usate armi al fosforo. Che notizie hai in merito?
“ Durante Piombo Fuso sono stato personalmente testimone oculare di fosforo bianco usato contro i civili e contro gli ospedali, alcuni dei quali date alle fiamme usando proprio il fosforo bianco. Anche a Jabalia sono stato testimone dell’uso del fosforo bianco. Durante i bombardamenti non sapevo ne io ne chi era con me cosa ci stavano tirando addosso. E’ chiaro che nel vedere le assurde ferite che provocava ai civili, era chiaro che gli israeliani stavano usando armi non convenzionali. Vi è anche un problema che riguarda i terreni. Essendo Gaza sotto assedio, Israele proibisce l’ingresso di esperti per analizzare la contaminazione dei terreni e delle falde acquifere. Per questo motivo anche i controlli che si devono fare sono molto approssimativi, dato anche che i laboratori scientifici sono inutilizzabili da 4 anni. Questo è un fatto gravissimo che va denunciato. Pochi giorni fa ho incontrato una delegazione di medici turchi che vorrebbero fare chiarezza sui molteplici casi di cancro e di nascite di bambini deformi che si stanno verificando nelle zone bombardate. E’ la stessa identica cosa che è successa a Falluja in Iraq".
Tu sei stato uno dei pochi che è riuscito a raccontare con coraggio l’operazione “Piombo Fuso”, vivendo in prima persona quei drammatici giorni. Che ricordo ne hai oggi?
"Le ferite sono ancora aperte. Ogni giorno puoi vedere sempre tutte le 50.000 abitazioni ancora distrutte. Le sofferenze e le cicatrici le vedi ogni giorno negli occhi della gente, soprattutto quelle dei bambini. Ricordo che a Gaza city su 1.500.000 di abitanti ci sono 800.000 bambini. I drammi psicologici , soprattutto per loro, sono stati grandissimi. Molti di loro soffrono di patologie psichiatriche. Non è facile per loro vedere tutto quello che hanno visto. Non è stato facile per loro vedere tutti quei corpi letteralmente macellati e a pezzi. I miei ricordi, insieme a quelli dell’International Solidarity Movement, sono sempre drammatici. Eravamo gli unici attivisti presenti a Gaza in quei giorni. Si dice che la verità è la prima vittima di una guerra. Se pensiamo che Israele ha impedito a tutti i giornalisti internazionali di entrare nella striscia di Gaza, per “Piombo Fuso” è stato proprio cosi. L’obiettivo delle operazioni militari israeliane erano le ipotetiche basi di Hamas. In realtà, hanno bombardato scuole, ospedali, case, mercati e persino la sede delle Nazioni Unite. Non hanno avuto neanche scrupolo di colpire le ambulanze, violando tutte le convenzioni internazionali. Io e quelli dell’I.S.M. avevamo chiesto cosa potevamo fare ai nostri coordinatori. E ci avevano detto di scendere dalle ambulanze dove eravamo saliti per aiutare i feriti, perché non volevano altre Rachel Corrie. Ma ci fu risposto “ con voi sulle ambulanze continuano a sparare. Ma sparano un po’ meno…” E cosi decidemmo tutti di restare sulle ambulanze. Ho perso un amico che lavorava all’ospedale di Jabalia. E’ morto al centro di Gaza, mentre cercava di soccorrere un ferito. Mentre lo soccorreva, un carro armato israeliano ha fatto fuoco con l’ambulanza, uccidendo il mio amico. Sono immagini che resteranno sempre impresse in modo indelebile nella mia memoria. Le ferite peggiori sono quelle interne, che non si chiuderanno più. Il ricordo più brutto è stato quando ho visto tanti bambini dilaniati dalle bombe. In ogni caso, dopo tutta questa carneficina, l’opinione pubblica mondiale ha capito chi è la vittima e chi è il carnefice. Israele continua ad espandersi, la Palestina continua a morire".
DA QUANDO E' ILLEGALE ESSERE DI SINISTRA IN ISRAELE?
di Gideon Levy

La polizia, il sistema giuridico, la Knesset, lo Shin Bet e l'esercito si sono uniti ai propagandisti della destra per fare la parte dei giudici. Senza processi.
È giunta l'ora di rendere illegale a tutti gli effetti la sinistra israeliana. Che senso ha continuare a tergiversare? Che bisogno c'è di mettere in atto un processo legislativo oneroso ed estenuante, emanando leggi su leggi? A che servono tante proposte ed emendamenti? Invece di affannarsi a questo modo, ci sarebbe un cosa molto semplice da fare: proclamare la sinistra entità illegale all'interno dello Stato di Israele. Da quel momento in poi, chiunque pensi “di sinistra”, agisca “di sinistra”, manifesti “di sinistra” o tolleri ciò che è “di sinistra” sarà messo in prigione.
Ancora un'altra arma per scoraggiare gli stranieri, dunque (anche se questa volta gli stranieri sono “interni”, sono quelli di sinistra). Un modo, insomma, per ripulire il nostro campo. Un simile passo sarebbe in perfetta sintonia con lo “zeitgeist” che si è impossessato della maggioranza degli israeliani e rappresenterebbe il ritratto fedele della democrazia israeliana.
In Israele nel 2011 non è più permesso appartenere alla sinistra. Non è permesso manifestare per i diritti umani, opporsi all'occupazione o aprire indagini sui crimini di guerra. Azioni simili imprimono sugli israeliani il marchio della vergogna. Un colono che ruba l'altrui terra è un Sionista; un guerrafondaio di destra è un patriota; un rabbino istigatore è un leader spirituale; un razzista che espelle gli stranieri è un cittadino leale. È traditore solo chi è di sinistra.
Il nazionalista ama Israele, mentre l'uomo di sinistra lo disprezza. Il primo non ha bisogno di chiedere scusa per le sue colpe, mentre il secondo deve darsi da fare per smentire dicerie e false notizie. In Israele nel 2011 non è più possibile parlare delle opinioni espresse dai commercianti di mercati e bazaar. Attualmente, una maggioranza di agenzie governative ed enti giuridici sta prendendo parte a questa pericolosa catena di delegittimazione.
La Knesset ha deciso di creare una commissione parlamentare d'inchiesta per controllare le attività dei gruppi di sinistra “e il loro contributo alla campagna di delegittimazione d'Israele”. Un programma del genere farebbe impallidire persino il senatore Joseph McCarthy.

Nuri el-Okbi, cittadino beduino e attivista per i diritti umani, è stato messo in prigione per aver svolto, secondo il giudice Zecharia Yeminy, un'attività illecita. Il suddetto giudice non ha provato nessun imbarazzo nell'ammettere di aver assegnato al cittadino el-Okbi tale pena solo perché egli aveva manifestato in difesa del popolo beduino, diviso e disperso.
Jonathan Pollak, membro degli “Anarchici contro il Muro” e attivista contro l'occupazione, persona di cui ogni società sana sarebbe orgogliosa, è stato mandato in prigione solo per essere andato in bicicletta per strada.
Mossi Raz, ex membro della Knesset, era fermo sul marciapiede durante una protesta contro l'uccisione di un'attivista palestinese a Bil'in, quando è stato picchiato da un agente di polizia, messo in manette e arrestato.
I pacifisti vengono abitualmente interrogati dal servizio di sicurezza dello Shin Bet e ammoniti prima del tempo dal compiere qualsiasi tipo di violazione. Un gruppo di fisici è “di estrema sinistra”, una fondazione sociale “disprezza Israele”; delle donne che s'impegnano a monitorare i check-points sono “traditrici” e un centro d'informazione è accusato di essere “complice dei terroristi”.
Coloni che scagliano la spazzatura contro i soldati israeliani, o i loro amici che danno fuoco ai campi dei palestinesi, non vengono messi a processo; Pollak, invece, viene sbattuto in galera. Soldati che hanno ammazzato palestinesi che sventolavano bandiere bianche aspettano ancora una punizione; coloro che hanno rivelato circostanze come queste, sono stati denunciati. A tutto ciò si aggiunge un fiume di proposte di legge – dal Giuramento di Fedeltà alla Legge sulla Nakba. Tutti tasselli che, uniti insieme, formano un unico sconcertante quadro in cui la Sinistra è un nemico per il popolo e un nemico per lo stato.
Mentre accadono cose come queste, il danno reale all'immagine d'Israele e alla sua posizione nel contesto internazionale è causato dalla sua politica ostruzionista e dagli sforzi del governo per consolidare ulteriormente l'occupazione; deriva dalle azioni violente delle Forze di Difesa e dei coloni, accanto ai provvedimenti razzisti dei legislatori e dei rabbini.
Una sola giornata di Operazione Piombo Fuso ha reso insopportabile l'aria di Israele molto più di tutti i rapporti critici messi insieme. Una moschea data alle fiamme ha contribuito a gettare nel fango il nome di Israele molto più di quanto non abbiano fatto tutti gli articoli e gli editoriali critici verso lo Stato.
Eppure nessuno sollecita un'indagine su questi episodi. Poche persone, forse nessuno, è stato processato per azioni simili. Cosa rimane della sinistra, l'unica categoria che continua a difendere la moralità di Israele? I pochi che tengono accesa la traballante fiamma dell'umanità vengono accusati, condannati e puniti mentre le parti veramente colpevoli vengono scagionate da tutte le accuse. La polizia, il sistema giuridico, la Knesset, lo Shin Bet e l'esercito si sono uniti ai propagandisti della destra per fare la parte dei giudici (senza processi), mentre alla sinistra non è nemmeno consentito avere un avvocato difensore.
Un'unica legge semplificherebbe la questione: ogni israeliano deve sapere che è vietato. È vietato credere in un Israele giusto, vietato combattere contro le sue ingiustizie, vietato lottare per la sua anima. Ma un piccolo dubbio cerca ancora di insinuarsi nel cuore: tutti quelli che hanno intrapreso la lotta alla sinistra – dai capi dello Shin Bet e della polizia, ai giudici e ai legislatori di destra – vogliono davvero una “democrazia” senza sinistra?
18/01/2011
(Trad. Teresa Patarnello)
Versione originale in inglese: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/when-did-it-become-illegal-to-be-a-leftist-in-israel-1.335503
BIL'IN - PALESTINA: IL DIZIONARIO DELLA RESISTENZA NON VIOLENTA
di Alessandro Verona

Nei territori occupati palestinesi vige un vocabolario estraneo alle democrazie compiute.
Check points, occupazione, colonie, coloni, zone A, B e C, muri di sicurezza, strade dell'apartheid, campi profughi, terre rubate. E si articolano con una sintassi ben precisa.
Una sintassi lugubre, che si addentra da Israele con l'incitazione all'odio etnico, l'utilizzo strumentale e miope della storia, le religioni segnalate sulle carte d'identità, bollini di contrassegno sui passaporti degli arabi israeliani, l'esercito a selezione etnica, fin dentro alle viscere dei territori palestinesi occupati, con repressione armata, negazione dei diritti fondamentali, umiliazione delle tradizioni culturali e religiose, ostacolo al diritto al lavoro, sottrazione delle terre, disprezzo della diversità e del dissenso.
Questo malgrado le voci del nostro governo, dalla senatrice Bianconi al ministero degli esteri, utilizzino proprio il termine "democrazia compiuta" per definire Israele, umiliando un'altra volta la verità per lisciare il pelo viscido delle logiche di potere.
Eppure sotto l'ombra lunga dell'occupazione i palestinesi hanno saputo coniare i neologismi della resistenza, radicati nella dignità, nella promozione della cultura, nella lotta non violenta e nella giustizia internazionale.
Il paradigma di questa lotta pacifica è Bil'in, un piccolo villaggio nella Palestina centrale, a Ovest di Ramallah, dove lo stato d'Israele ha si è appropriato del 60% delle sue terre per costruirvi il muro di separazione (http://bilin-village.org/francais/xmedia/cartes/bilin-saffa.jpg – Fonte ARIJ, www.arij.org ).
Oltre a quella morale, questa lotta ha una base giuridica ben precisa: la risoluzione 242 delle Nazioni Unite e della Corte Internazionale di Giustizia condannano l'occupazione israeliana, e insieme alla risoluzione 338 si condanna anche la sua colonizzazione (legale o illegale secondo israele), oltre alle sentenze dei due organi internazionali che definiscono illegale il muro e dell'annessione delle terre per costruirlo.
Inoltre la presenza armata in territorio straniero è ritenuta illecita dall’Onu, e punibile con un intervento armato internazionale (come è successo in Kuwait 1991), oltre a violare la quarta Convenzione di Ginevra.
Fondamentale ricordare anche che le repressioni armate durante le manifestazioni sono vietate da tutte le Corti e da tutte le procedure internazionali in quanto violano i diritti umani.
La storia di Bil'in è tanto amara quando fiera.
Erano gli anni '80 quando le prime colonie israeliane si insediarono su una parte delle terre di Bil'in.
Dopo dieci anni vengono sottratti al villaggio palestinese 200 acri di terreni agricoli e destinati alla costruzione della colonia chiamata Kiryat Sefer.
Con il passare degli anni Kiryat Sefer si è espensa fino a diventare parte del blocco colonico di Modi’in Illit.
Nel 2001 quando iniziano le costruzioni di Matiyahu Est, estensione della già presente colonia di Matityahul, e mentre nel 2004 continuano le confische di terre ai palestinesi viene dichiarato l'inizio di costruzione del muro, che passerà passerà proprio di fronte villaggio di Bil'in tagliandone le terre in due.
La reazione della popolazione non tarda, nel Gennaio dell'anno seguente viene creato il comitato popolare di resistenza contro il muro e le colonie.
Subito iniziano le manifestazioni non violente, addirittura quotidiane per il primo mese, successivamente bisettimanali, fino ad arrivare all'attuale ricorrenza settimanale, ogni Venerdì, giornata sacra per i credenti musulmani.
La lotta della popolazione di Bil'in si sviluppa anche a livello legale, il comitato deposita infatti diverse denunce alla Corte Suprema israeliana richiedendo l'annullamento della definizione di "terra di Stato" sorta sugli acri confiscati al villaggio fra il 1990 e 1991, ma anche il blocco della costruzione del muro e delle costruzioni a Matityahu Est, sottolineando che il muro sarebbe sorto ben oltre alle abitazioni arabe da cui si vuol dividere Israele.
Inoltre, come ben visibile nella mappa dell'ARIJ, il muro si addentrerebbe ben oltre la Green Line, il confine stabilito nel 1967 che divide Israele dalla Palestina, per l'evidente volontà di annettere col suo percorso le colonie e le risorse naturali, in particolare le falde acquifere.
La Corte Suprema israeliana riconosce l'illegalità, ordinando l'interruzione delle costruzioni, poi richiedendo allo stato di Israele di giustificare il rifiuto di spostare il percorso del muro.
Nel 2006 si dirà contraria a nuovi insediamenti, ma legalizzando allo stesso tempo quelli già esistenti, a dispetto delle sentenze internazionali.
Ancora, nel Settembre 2007 giudica all’unanimità che il tracciato del muro danneggi Bil’in e ne ordina la modifica, nel frattempo però si decreta il mantenimento dei fabbricati di Matityahu-Est, costruiti sulle terre del villaggio.
Intanto i palestinesi costruiscono capanne sulle terre confiscate, in quella che sarà chiamata "Bil'in Ovest", la prima "colonia palestinese" sulle terre rubate. In tutta risposta i coloni incendiano la sua prima costruzione, distruggendola, per poi tentare di installare carovane sui terreni di Bil'in.
Nel villaggio si susseguono le incursioni violente, spesso notturne, riproducendo una costante privazione di libertà.
Si ambisce a dare ai palestinesi la percezione di avere polsi e dignità sotto i piedi del sionismo più crudele.
La resistenza non violenta di Bil’in non viene però scalfitta, e continua a lottare per far valere i propri diritti.
Dopo la creazione del Comitato popolare di resistenza inizia un percorso di lotta ben organizzata e non violenta che diventa simbolo del rifiuto dell'occupazione ed per gli altri villaggi, anche attraverso le conferenze sulla resistenza non violenta promosse dal comitato.
Le iniziative, sostenute dalla dall'attivismo internazionale civile e giuridico, attirano sempre più i media, in un'opposizione settimanale così stoica da essere, senza retorica, commovente.
Le manifestazioni coinvolgono bambini, anziani, donne di tutte le età, attivisti e giornalisti da tutto il mondo, e si dirigono verso il percorso che dovrebbe seguire il muro, ora costituito da una recinzione, ma non per questo meno tetro.
Haitham al Khateb, ragazzo di 34 anni nato e cresciuto qui, coinvolto dall'inizio nell'organizzazione delle proteste, mi guida all'arrivo a Bil'in in Agosto.
Da anni, grazie alla sua telecamera e alle fotografie del Comitato, documenta le gratuite violenze subite dalla popolazione durante le manifestazioni e nella vita quotidiana, dove le incursioni tolgono ogni tranquillità.
La sua telecamera è stata irreparabilmente danneggiata questo Venerdì,14 Gennaio, e i comitati internazionali hannno già attivato raccolta di fondi per permettergli di averne un'altra alla manifestazione della prossima settimana.

Quel Venerdì d'Agosto si ricordava lo scandalo delle fotografie della ragazza israeliana che condivideva su facebook i suoi "giorni più belli nell'esercito israeliano", con le istantanee delle umiliazioni inflitte ai prigionieri palestinesi in manette.
Due ragazzi palestinesi, uno dei Paesi Baschi e una ragazza norvegese guidavano il corteo con le mani legate e gli occhi bendati, e vicino a loro i fotografi della Reuters e di altre agenzie, già muniti di maschere antigas.
Questo perchè l'iter è purtroppo noto: all'arrivo alla linea dell'esercito d'occupazione, distante un centinaio di metri dallla recinzione incriminata, il corteo pacifico rivendica civilmente i suoi diritti sul territorio, il soldato più alto in grado afferma che si tratta di zona militare israeliano e deve essere sgombrata, e dai manifestanti partono i cori di libertà.
Quindi, senza preavviso nè ragione, inizia una sconsiderata pioggia di lacrimogeni.
Purtroppo a questi a volte si aggiunge la violenza fisica, fino ai proiettili "rivestiti di gomma", ma potenzialmente fatali.
Anche quel Venerdì succede lo stesso, Haitham subisce piccole abrasioni dall'aggressione dei soldati, qualcuno resta intossicato, ma al disperdersi dei gas nella conca che porta alla linea militare il corteo ritorna.
Dopo pochi minuti, il secondo attacco è più forte, i lacrimogeni non si riescono a contare.
I soldati strattonano la ragazza norvegese, che fingendosi una dei prigionieri palestinesi non aveva fatto altro che restare seduta e bendata ai piedi dei soldati.
Un manifestante tenta di portarla via tirandola per un braccio, i soldati la strattonano dall'altra parte, come fosse un oggetto.
Dopo aver vinto la resistenza, torcendole lo stesso braccio dietro la schiena, la trascinano di peso al di là della recinzione dove sorgerà il muro, senza che più torni al villaggio.
Intanto esili bambini di non più di 8 anni lanciano sassi, poco più che solletico per soldati armati non meno di come lo sarebbero in guerra e li bersagliano di rimando coi lacrimogeni, ma in quei sassi c'è la rabbia e l'urlo del dirsi ancora vivi, ancora lì, decisi a non cedere e restare nelle case loro e dei loro padri.
Al ritorno, malgrado la preoccupazione per l'attivista arrestata, il clima è di un'altra piccola vittoria.
La presenza dei giornalisti e il successo nel far parlare ancora di Bil'in è sufficiente.
Alla sede del comitato, Haitam mi mostra i tipi di lacrimogeni e i proiettili usati dall'esercito di occupazione, raccolti su quello che è un vero e proprio campo di battaglia.
Racconta con sguardo fiero le angherie che subisce la popolazione di Bili'n, le ritorsioni nei suoi confronti e in quelle del comitato, i momenti felici, come quello glorioso in cui sono riusciti a sradicare un pezzo di muro.
Su un manifesto rosso, sorridente, c'è il volto Bassem Abu Rahme, che nel 2009, durante un Venerdì come questo, è stato ucciso con un colpo in testa.
Stava esortando l'esercito a smettere di sparare, o avrebbero rischiato di uccidere le capre che erano al pascolo nelle vicinanze.
Bil'in ha i suoi martiri, Bassem è uno di loro.
E purtroppo il 31 Dicembre è stato raggiunto da un'altra ragazza: si chiamava Jawaer.
Jawaer Abu Rahme, la sorella di Bassem.
In un altro Venerdì di resistenza all'occupazione, il lancio dei lacrimogeni isralieni è stato tale da intossicare a morte Jawaer, che ha chiuso gli occhi all'ospedale di Ramallah.
Il Venerdì successivo il numero di manifestanti è stato altissimo e hanno urlato tutta la loro rabbia e il loro dolore ancora in modo pacifico, e ancora la risposta israeliana è stata violenta.

Bil'in versa il suo sangue, ma continua a vivere.
E con lei, la speranza di bruciare quel vocabolario d'odio.
Riscrivendone uno nuovo che inizi con le parole "libertà e pace".
17/01/2011
RICORDARE L’OPERAZIONE “PIOMBO FUSO”
di Mirca Garuti

Il 18 gennaio 2009 terminava l’operazione “Piombo Fuso” iniziata dal governo colonialista d’Israele il 27 dicembre 2008.
22 giorni di feroci bombardamenti su un piccolo lembo di terra, la Striscia di Gaza, abitata da oltre un milione e mezzo di persone. (v.Bombardamento Gaza dic.08 speciale)
A due anni di distanza voglio ricordare questa aggressione citando alcuni passaggi del libro “Un Parroco all’inferno”, un’intervista di Don Nandino Capovilla ad Abuna Manuel Musallam, parroco della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza per quattordici anni fino al 2009.

“Come essere umano, come palestinese e come arabo, prima che come cristiano e prete, finchè avrò respiro testimonierò quello che ho visto e vissuto per anni nella prigione di Gaza. Chi non ha visto e vissuto non può immaginare che livello di degradazione umana si può raggiungere attraverso un’oppressione morale e materiale che non è stata compiuta in un singolo tragico atto criminale, come i bombardamenti dei giorni dell’assedio”.
Che cosa ha portato nella Striscia il “piano di disimpegno” di Sharon nel 2005?
“Gaza era una prigione anche prima del 2006, controllata a nord e a sud da confini spesso invalicabili per i palestinesi. Fino al 2005, al suo interno vivevano quattromila coloni. Non avevano niente a che fare con noi, non cercavano né contatti né incontri. Erano considerati come “esterni” agli abitanti ed erano ovviamente protetti con misure eccezionali dall’esercito. Avevano le loro strade e tutta l’acqua a disposizione. Generalmente, prima di installare una colonia, cercavano la fonte e poi la costruivano esattamente lì. In molti casi nella Striscia hanno scavato pozzi e preso tantissima acqua portandola fino in Israele, che quindi era al centro del trasporto dell’acqua”.
E… poi l’inferno è scoppiato!
“L’attacco del 27 dicembre non è stato diverso da altri attacchi di Israele in altri posti e in altri momenti. Intendo dire che l’invasione è stata uguale ad altre, si è scagliata con la stessa violenza, con la stessa crudeltà, ha avuto la stessa tipologia di attacco che altrove, con cannoni, armi, missili, e anche con le stesse armi fuorilegge, quelle per esempio che spezzano in due sia gli oggetti sia le persone, sia qualsiasi obiettivo raggiunto, senza che si veda niente altro. La differenza rispetto ad altri attacchi israeliani è stata che questo attacco ha coinvolto il territorio della Striscia nella sua globalità, andando da Rafah a Beit Hanoun, e soprattutto la vera differenza è stata la lunghezza e l’intensità della guerra. Il 27 dicembre, all’improvviso, nell’arco di due minuti tutte le postazioni di polizia sono state colpite contemporaneamente, e sessantaquattro ufficiali della polizia sono stati uccisi. Ma i poliziotti e i vigili non sono soldati, non fanno la guerra, non sono militari e tutti questi morti, questi poliziotti sono civili innocenti”.
Chi e che cosa è stato colpito?
“In questa guerra hanno ucciso 1396 persone: 64 erano miliziani di Hamas, 320 erano bambini, 111 donne, 9 israeliani (3civili). I feriti sono stati 5300. Circa 4000 case sono state distrutte, 5 scuole dell’Unrwa. I raid aerei e l’artiglieria israeliani hanno distrutto anche decine di edifici pubblici, una ventina di moschee, 18 scuole, 215 cliniche mobili, 28 ambulanze”.

Il 6 gennaio viene bombardata la prima scuola dell’Onu. In Italia si comincia a percepire che non si tratta di una guerra, ma di un massacro di civili.
“Oltre il cinquanta per cento delle moschee è stato colpito e persino quando hanno dovuto ammettere che avevano attaccato una scuola dell’Onu hanno affermato che si trattava di un gesto di autodifesa. Mai avevo assistito a un livello tale di ipocrisia: i TG occidentali stavano completamente stravolgendo la verità sui crimini compiuti, mettendo in campo tutte le possibili falsità, senza attirare su di loro l’indignazione generale e la protesta della comunità internazionale. I soldati israeliani si sono comportati come se fossero superman e agivano completamente al di fuori della legge. Dopo qualche settimana, finalmente alcune voci si sono levate nel mondo, e anche nello stesso Israele, per ammettere la verità: è stato un crimine, un crimine contro l’umanità”.
Durante l’attacco l’esercito israeliano ha usato armi illegali e terribili.
“In questa guerra l’esercito israeliano ha usato armi proibite, bombe che tagliavano qualunque cose o persone trovassero. Immagina come migliaia di lame possano sezionare e tagliare in due un armadio, un frigorifero, un letto o una persona. Così accadeva: all’improvviso qualsiasi obiettivo venisse colpito si divideva in due, fossero corpi oppure oggetti. Scene inenarrabili.
Hanno lanciato anche bombe al fosforo bianco: la materia al loro interno è liquida e questo liquido fa fumo. E quando i medici si illudono di averlo estromesso dal corpo colpito, questo, a contatto con l’ossigeno, si riaccende. La ferita diventa un fuoco e una brace che non si consuma. Mi chiedo perché dobbiamo accettare di essere umiliati fino a questo punto. Io sono convinto e ripeto che nessuna nazione, nessun popolo e nessun uomo accetta di essere sottomesso a tal punto da un altro popolo.”.
In quei giorni hai cominciato a scrivere appelli, a far presente al mondo che lì si stavano massacrando persone…
“Sì, il 13 gennaio ho scritto un appello per scuotere le persone: Non abbiamo cibo, l’acqua potabile scarseggia, i bambini sono terrorizzati. In questa grave situazione musulmani e cristiani si sono ancora più uniti e insieme cercano di sopravvivere. Siamo tutti palestinesi e siamo tutti vittime… abbiamo messo a disposizione la nostra scuola come rifugio. All’interno hanno trovato ospitalità molte famiglie e bambini. Il loro pianto è continuo, sono terrorizzati. In tanti anni non ho mai visto una cosa del genere… la popolazione è allo stremo. Il popolo palestinese non merita questo trattamento di sangue. Imploro tutti di fermare questa guerra e di riaprire il processo di pace. I palestinesi vogliono vivere in pace”.
Richard Falk, relatore speciale dell’Onu, il 4 gennaio ha dichiarato che “bombardare quotidianamente una popolazione indifesa in un’area sovraffollata come quella della Striscia rappresenta un crimine”…
“Concordo assolutamente con queste coraggiose affermazioni… perché a Gaza non ci sono solo terroristi, come d’altra parte pensano anche qui in cisgiordania. Che siano di Hamas o di Fatah, sono persone, con tutta la loro dignità di figli di Dio. O forse, sotto sotto, pensate anche voi che tanto sono di serie Z e che quindi..”se la sono voluta”. Certamente è duro dirlo, ma la strage degli innocenti si ripete ancora, proprio qui, come duemila anni fa, e i nuovi Erode sono più vivi che mai. Sentiamo che in Italia la gente giustifica e trova perfino legittimazione a questa guerra. Ma voi, informatevi bene e poi ragionate con la vostra mente e soprattutto con il vostro cuore. Non è tutto spiegato dal lancio dei qassam: i fatti di oggi hanno un retroscena che non giustifica per niente l’operazione “Piombo Fuso”. Andate a leggere la storia di questo Paese. Informatevi per capire bene come in realtà stanno le cose. Perché si comprende un’ingiustizia solo conoscendo la storia di questa terra.
Ma soprattutto, basta! Ci si deve muovere! E’ moralmente obbligatorio muoversi!”.
Ma quando mai allora si arriverà alla pace?
“Gli israeliani dovrebbero smettere di pensare di essere in pericolo, di sentirsi perseguitati. Devono smettere di vedere in ogni palestinese un terrorista. Israele grida sempre alla necessità di mantenere la sicurezza: solo stando insieme, palestinesi e israeliani, potranno capire che in realtà non sono gli uni contro gli altri, ma contro i fondamentalismi di entrambe le parti. Israele però ci sta continuamente impedendo di realizzare questa strada: il muro, i checkpoint, l’occupazione vanno nella direzione opposta. Non vogliono nemmeno che ci guardiamo l’un l’altro. E siccome hanno soldi e armi, pensano di essere invincibili. L’equilibrio tra Israele e Palestina non c’è”.
Come prete, come uomo e come palestinese, quale pace sogni?
“La pace deve essere basata sull’amicizia, sul perdono, sullo sviluppo, sulla giustizia, sul rispetto. Solo così potremo riunirci, israeliani e palestinesi, in modo da creare qualcosa di duraturo. Gli Israeliani dicono che Dio ha dato loro questa terra:ma l’ha data anche a noi! Questa terra è terra di Dio. Il cristianesimo è carità e speranza. L’Islam è pietà. L’ebraismo è una religione, non una nazione, così come il cristianesimo è una religione, non una nazione. Gli ebrei possono essere arabi, americani e francesi. Costituire una nazione che sia uno Stato ebraico non può funzionare”.
Nel maggio 2009 il Papa ha visitato la Terra Santa. I cristiani della Striscia di Gaza l’hanno invitato ma egli non è arrivato.
“Come comunità cristiana, avremmo desiderato che il papa arrivasse a Gerusalemme passando attraverso la ferita di Gaza. In vista del viaggio di papa Benedetto XVI in Terra Santa, per me è stata una gioia grande che la mia lettera aperta al papa venisse diffusa e tradotta in tante lingue. Ci saremmo però aspettati che il papa rimandasse la visita in Israele perché lui era il nostro Padre. Desideravamo che il papa prendesse una posizione chiara, che protestasse, che dicesse che questi palestinesi erano ingiustamente oppressi. Però, quando questo non è accaduto, i palestinesi, che in quanto cristiani dovevano essere l’obiettivo principale della visita pastorale del papa, si sono rattristati molto, perché egli arrivava senza prendere una posizione forte nei confronti di questa guerra. E quando ha deciso di venire comunque in Terra Santa, abbiamo davvero sperato che venisse a farci visita. I rappresentanti di Hamas erano pronti a offrirgli sicurezza a livello ottimale e una straordinaria accoglienza. Eravamo comunque consapevoli che non sarebbe venuto da noi in questa situazione, perché avrebbe ricevuto pressioni da Israele, dalla comunità internazionale (europea e americana in primis) e da Mahmoud Abbas. Ma i palestinesi, e i cristiani di Gaza in particolare, non condividevano questa decisione. La prima volta che qualcuno chiese al papa di venire a Gaza, sappiamo che accettò. Poi però ha cambiato idea. Ma noi, come cristiani e musulmani palestinesi, avremmo voluto un papa più coraggioso, che dicesse:”Voglio andare a Gaza perché non ho paura di niente e di nessuno, neanche delle guerre e delle persecuzioni”. E dicesse che per questo sarebbe andato lì dove le persone stavano più soffrendo. Io speravo che il papa volesse condividere con noi fino in fondo la sofferenza, contro qualsiasi volontà, contro qualsiasi disegno politico: a costo di andare contro Israele, contro la Palestina, contro tutti. Avremmo voluto che in quel momento ci avesse messo al centro delle preoccupazioni della comunità internazionale e di quella cristiana in particolare. E la Chiesa sarebbe stata segno grande della carità di Cristo per gli ultimi, i poveri, gli oppressi. La Chiesa è già presente e viva a Gaza. Essa invece non ha trovato e mandato nessuna personalità ufficiale a investigare su quello che è accaduto. Tutte le istituzioni hanno poi mandato qualcuno: abbiamo visto ambasciatori tedeschi, inglesi, americani. Ma la Chiesa non ha mandato nessuno, nessun gruppo di cardinali o di vescovi, per difendere i cristiani e soprattutto per vedere la situazione reale. Perché sono stati assenti? Quando la Chiesa era quella di Gesù, dei primi anni del cristianesimo, cercava davvero i più poveri per offrire loro il suo amore e la sua vicinanza. Ecco perché siamo stati così rammaricati per la mancata visita del papa. E’ la Chiesa che mi ha mandato a Gaza ed io ci sono andato, io, un semplice prete. Perché il rappresentante della Chiesa dovrebbe avere paura? Perché il papa stesso o qualsiasi altra persona di alto livello non mi ha chiamato per sapere come stavamo? Per dirci :”siete una piccola comunità, ma non preoccupatevi, siamo con voi”, affinché io potessi dirlo anche agli altri? Bisogna fare anche dei gesti, non solo parlare dal sicuro della propria dimora”.
L’operazione “Piombo Fuso” è stata anche ricordata, dopo un anno, dall’iniziativa “Gaza Freedom March” ( v.diario Gaza Freedom March 09) che doveva condurre 1500 attivisti di tutto il mondo dentro la Striscia di Gaza per cercare di interrompere lo stretto assedio imposta da Israele da più di tre anni. Purtroppo la marcia è stata bloccata al Cairo, ma non la lotta che, nonostante tutte le imposizioni da parte di Israele, continua.

La Freedom Flotilla (nove navi con 10.000 tonnellate di aiuti umanitari) in rotta verso Gaza assediata, il 31 maggio 2010 è assalita dalle marina militare israeliana: il bilancio delle vittime è di 9 morti e 45 feriti. (v.freddom flotilla)
Fra pochi mesi, una seconda e più grande flotta, la Freedom Flotilla 2, cercherà nuovamente di arrivare alla Striscia di Gaza e, questa volta ci sarà anche la nave italiana “Stefano Chiarini” con decine di attivisti e tonnellate di aiuti per le scuole ed ospedali palestinesi.
Ricordare, quindi, per non dimenticare e continuare a portare avanti con fiducia una lotta giusta per la dignità dell’uomo.
18/01/2011
ULTIMA LETTERA DALL'AFGHANISTAN
di Mirca Garuti

Perché la guerra in Afghanistan? A chi interessa continuare questo massacro? Terrorismo? Interesse economico? Potere militare? Quante domande per cercare di capire questo enorme conflitto……
Afghanistan un paese povero con la sola colpa di trovarsi in una posizione altamente strategica nell’Asia centro meridionale confinante con Cina, Iran, Pakistan, India, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. La Rivoluzione d’aprile (27/04/1978) diede vita alla Repubblica Democratica Afgana guidata dal leader del partito democratico, Nur Mohammad Taraki che portò una serie di riforme di carattere socialista nel paese, come la riforma agraria, la laicizzazione della società con l’obbligo per gli uomini di radersi la barba e per le donne con il riconoscimento del diritto di voto, dell’istruzione obbligatoria ed il divieto di indossare il burqa e di essere oggetto di scambio nei matrimoni combinati. Queste riforme però si scontrarono presto con le autorità religiose del paese e, nel mese di settembre 1979 Taraki fu ucciso su ordine di H. Amin, suo vice primo ministro che immediatamente lo sostituì. L’Armata Rossa il 27 dicembre 1979 invase così il paese. La guerra contro i mujaheddin, finanziati dagli Stati Uniti, fu lunga e violenta e cessò con la ritirata dei sovietici nel febbraio 1989. La guerra continua dal 1989 al 1996 tra le varie fazioni di mujahedin (tagiki, uzbeki, hazari, pashtun) e dal 1996 al 2002 tra talebani al governo (sostenuti da Pakistan ed Arabia Saudita) ed Alleanza del Nord o Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell'Afghanistan (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan ed Uzbekistan). Tutto questo ha causato la morte di un milione e mezzo di afgani, due terzi dei quali civili.
Il 7 ottobre 2001 inizia l'invasione dell'Aghanistan da parte delle forze della Coalizione a guida Usa con la motivazione di una rappresaglia collettiva per l'attacco del 11 settembre, in base al fatto che il regime talebano di Kabul ospitava Osama Bin Laden ed i campi di addestramento di Al Qaeda.

In realtà l'intervento militare americano era stato pianificato mesi prima dell'attacco alle Torri Gemelle, ma sempre, secondo fonti ufficiali, con l’obiettivo di distruggere solo le basi di Al Qaeda. In base invece a varie interpretazioni geopolitiche, le motivazioni vere si possono riscontrare sia nella necessità, da parte del governo americano, di dover stabilire una sua presenza militare duratura in un’area molto strategica legata ai gasdotti, ai corridoi commerciali ed alla recente scoperta di immensi giacimenti di uranio e sia nel dover riavviare la produzione di oppio, vietata nel 2000 dal Mullah Omar per accattivarsi un riconoscimento internazionale. All’inizio degli anni ottanta, nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici, armati dalla CIA, ci fu il grande sviluppo della coltivazione dei papaveri da oppio, unica vera ricchezza di questo paese. Il culmine si raggiunse invece negli anni novanta sotto il dominio dei talebani sostenuto da Usa e Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001, la produzione ed il traffico di oppio afgano tornò a crescere ad alti livelli superando addirittura quelli del periodo talebano. Non bisogna dimenticare che il governo Usa e la Nato non si sono mai impegnati veramente nella lotta al narcotraffico, sostenendo spesso i “signori della droga” come il fratello del Presidente afgano Hamid Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della CIA.

Dal 2001 ad oggi le truppe Nato (missione Isaf a comando Usa) insieme a quelle governative del governo di Hamid Karzai e milizie paramilitari locali contro i guerriglieri della resistenza afgana (talebani, miliziani, combattenti del ‘Hezb-i Islami e bande armate locali) hanno causato oltre 50.000 morti (quasi 2 mila soldati Nato, almeno 27 mila guerriglieri, 14 mila civili e 7 mila militari afgani).
Il numero dei militari italiani morti sul suolo afgano è ad oggi 35. La maggior parte di essi è rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece di incidenti e malori ed uno di un suicidio. Facciamo dunque parte di una guerra e non di una missione di pace!
La guerra in Afghanistan non solo ha un alto costo di vite umane ma anche economico. L’Italia nel 2010 per la sua partecipazione all’occupazione ha speso almeno 600 milioni di euro.
La corsa all’aumento progressivo di questo conflitto è sempre in crescita e lo dimostrano le cifre relative alle vittime ed alla spesa sostenuta.
Il costo della guerra: : nel 2002, 70 milioni di euro; nel 2003, 68 milioni; nel 2004, 109 milioni; nel 2005, 204 milioni; nel 2006, 279 milioni; nel 2007, 336 milioni, nel 2008, 349 milioni e nel 2009, 540 milioni .
Sorge dunque spontanea la domanda: ma quanti altri miliardi dovranno essere buttati via, sottratti a risorse ben più utili alla collettività, prima di dire Basta? Dov’è il movimento contro la guerra?
Purtroppo il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dichiarato, durante un incontro con la stampa a Milano la settimana scorsa, di essere pronto ad aumentare la presenza militare italiana in Afghanistan: "A inizio del 2011 ci saranno 4.200 militari in Afghanistan". L'incremento del contingente che a fine dello scorso anno contava circa quattromila uomini sarà possibile "perchè è aumentato il numero degli addestratori".

Quindi tutto continua….. anche se, da una attenta lettura dei fatti e situazioni che accadono all’interno dell’amministrazione americana intorno alla guerra afgana, si può facilmente comprendere tutta la sua falsità nelle varie motivazioni che l’hanno spinta a dichiarare guerra all’Afghanistan. Senza dover andare troppo indietro nel tempo, è sufficiente leggere l’articolo pubblicato online il 22 giugno 2010 su rollingstone.com (la versione integrale in italiano: http://www.rollingstonemagazine.it/magazine/articoli/stanley-mccrystal-generale-in-fuga/23286 (dal n. 853/2010 settimanale “Internazionale”)
Il reportage realizzato da Michael Hastings, giornalista freelance, ha sollevato tali polemiche negli Stati Uniti da dover indurre il presidente Obama ad accogliere le dimissioni del generale McChrystal, nominando al suo posto il generale David Petraeus, capo del comando centrale statunitense responsabile delle missioni militari in Medio Oriente. “Per quanto sia difficile perdere il generale McChrystal, credo che sia la giusta decisione per la nostra sicurezza nazionale - ha detto il presidente, la condotta raffigurata in un articolo di recente pubblicazione non soddisfa gli standard che dovrebbero essere rispettati da un generale al comando". Il 29 giugno McChrystal ha annunciato di voler lasciare l’esercito.
“Lo staff del generale – racconta così il reportage di Hastings – è una banda di assassini, spie, geni, patrioti, manovratori politici e pazzi scatenati. Ci sono un ex capo delle forze speciali britanniche, due ex componenti delle forze d’elite dei marines, un soldato delle forze speciali afgane, un avvocato, due piloti di caccia ed almeno una ventina di veterani ed esperti di controinsurrezione. Si sono battezzati scherzosamente Team America, ispirandosi ad un film dissacrante degli autori di South park. Sono orgogliosi del loro atteggiamento positivo e del loro disprezzo per l’autorità. Da quando è arrivato a Kabul nell’estate del 2009, il Team America ha cercato di cambiare la cultura della International security assistance force (Isaf), la missione che opera in Afghanistan sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite”. “L’esempio più lampante – continua ancora Hastings – del peso politico raggiunto da McChrystal è il suo modo di gestire il rapporto con Karzai. E’ McChrystal , e non i diplomatici come Eikenberry o Holbrooke, ad avere il rapporto più stretto con l’uomo su cui gli Stati Uniti contano per guidare l’Afghanistan. La dottrina della controinsurrezione richiede un governo credibile, e dal momento che Karzai non è ritenuto credibile dal suo stesso popolo, McChrystal si è dato molto da fare per rimediare”.
A questo punto sorge spontanea una domanda: ma…. distruggere un popolo, morire per queste persone, Perché?? Non è arrivato forse il momento di dire veramente “BASTA”!?
15/01/2011
Il Coordinamento modenese contro l’occupazione
della Palestina e Ass. Alkemia
presenta la conferenza:
ISRAELE:
DAL COLONIALISMO AL FASCISMO?

coordina: Mirca Garuti – resp. Medio Oriente - Alkemia
Interventi di:
Fausto Gianelli: Giuristi Democratici


Michele Giorgio: corrispondente dal Medio Oriente del quotidiano “Il Manifesto”


Cinzia Nachira: Docente di Storia Univ. Di Lecce


Le domande del Pubblico:

14 dicembre 2010

Gli appuntamenti politici della delegazione proseguono con l’incontro del leader della comunità drusa, Walid Jumblatt. E’ presentato da Kassem Aina, referente del comitato in Libano, come amico da sempre dei palestinesi e prosecutore del messaggio politico di suo padre, Kamal.
Il discorso iniziale di Jumblatt è breve; riconosce che la vita, nei campi profughi palestinesi, deve essere migliorata ed è necessario fare pressione affinché l’Unrwa (agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza dei profughi palestinesi) riprenda a svolgere il suo compito perchè, negli ultimi anni, il suo aiuto verso i profughi è molto diminuito. Il leader druso preferisce dare subito la parola ai componenti della delegazione. Le domande che si susseguono toccano tutti gli argomenti che riguardono la situazione attuale e futura dei palestinesi e libanesi.
Jumblatt parla della legge sul diritto al lavoro e dell’assistenza sociale che, grazie anche all’appoggio del suo partito, ha avuto l’approvazione del Parlamento Libanese.
“Ogni palestinese può accedere a qualsiasi lavoro tramite la richiesta di un permesso – risponde - ma, non bisogna dimenticare che restano ancora escluse ai palestinesi 63 professioni. In Libano esiste un sentimento di razzismo nei confronti dei palestinesi. Non siamo stati capaci di promuovere una legge sul diritto alla proprietà perché su questo problema esiste una divisione netta. Il Parlamento è questo e queste sono le sue decisioni. Ci sono arabi che hanno case e terreni, senza vivere qui, mentre i palestinesi che sono qui, non possono avere niente, è triste, ma è così”.
Sulle trattative di pace non ha molte speranze: ”Come si fa a credere alla creazione di uno stato palestinese, quando c’è un governo di destra israeliano, guidato da Netanyahu, che non è disposto nemmeno a congelare i nuovi insediamenti?”
La discussione ritorna sulle condizioni di vita dei palestinesi in Libano che, nell’attesa di un possibile ritorno alle loro terre d’origine, devono migliorare e diventare dignitose, nonostante ci sia un sistema confessionale molto difficile, dove i partiti della destra hanno sempre osteggiato i palestinesi.
Si parla, inoltre, della difficile ricostruzione del campo di Nahr El-Bared per i problemi sempre legati alla mancanza del diritto alla proprietà e del lavoro: “Situazione difficile e pericolosa per il Libano, dipende da una decisione politica ed economica, ma, la comunità internazionale deve anche cominciare a pagare quello che gli compete, conclude Jumblatt”.
Il dialogo si sposta sulla situazione riguardante la democratica interna libanese ed il suo sistema elettorale.
La concessione di voto sotto i 21 anni è una prospettiva molto remota, in quanto esiste un blocco totale dalla parte cristiana. Questa modifica porterebbe ad un gran cambiamento in ambito elettorale all’interno delle forze politiche perché i giovani, essendo principalmente figli di musulmani, andrebbero ad aumentare la divisione esistente, mettendo in minoranza la parte cristiana, considerando che, dall’ultimo censimento libanese, i cristiani rappresentano solo il 30%.
“Noi siamo solo un piccolo gruppo, ma il Libano rimarrà sempre diviso tra queste differenze”, così ripete Jumblatt, chiudendo il discorso.
Ritorna anche il caso “Hariri”.
“Le accuse – continua Jumblatt – prima sono state tutte rivolte alla Siria, mentre ora sono verso il movimento di Hezbollah. Noi abbiamo chiesto un tribunale internazionale per fare chiarezza, per avere una giustizia, ma, sembra quasi che ci sia, dietro a tutto questo, un gioco manovrato dall’esterno per far cadere le responsabilità sul territorio libanese. Bisogna cercare i responsabili, guardare ovunque, perché non potrebbe essere stato anche lo stesso Israele? “
Il tema della resistenza non poteva non essere trattato: “Non si può smobilitare la resistenza – sostiene Jumblatt – la resistenza deve continuare”.
Infine, alla richiesta di una probabile disponibilità ad offrire i propri porti a navi dirette a Gaza, Jumblatt, risponde, con molta fermezza, che tutte le forze politiche libanesi hanno preso insieme la decisione di non inviare nessuna nave, perché la spedizione potrebbe essere intesa come una dichiarazione di guerra, in quanto il Libano, dal 1948, è in guerra con Israele.
A questo punto, Stefania Limiti, come responsabile del Comitato, ringrazia il leader druso per aver ospitato la delegazione italiana a casa sua, sottolineando che i membri del comitato chiedono solo la garanzia della sua volontà politica di stare vicino al popolo palestinese.

Giovedì 16 settembre, anniversario dell’inizio del massacro di Sabra e Chatila (16-18 settembre 1982), il Comitato incontra Sheick Nabil Kaouk, responsabile Hezbollah del Libano meridionale.
“In nome di Hezbollah e della resistenza vittoriosa nel sud del Libano, porgo a voi e all’amico Stefano Chiarini, i nostri saluti – inizia così il discorso Sheick Nabil - oggi è una giornata triste per tutta l’umanità, è l’anniversario del massacro di Sabra e Chatila. Sabra e Chatila è una ferita aperta che continua a sanguinare. Nessuno ha pagato per quel massacro. Mi trovavo a Beirut nel 1982, ho visto l’attacco, ho visto, anche, alcuni libanesi partecipare a quel massacro. I misfatti di Sharon e Begin sono ben conosciuti, quei libanesi complici sono ben conosciuti, sappiamo chi sono, ma non sono mai stati accusati o processati. Se non riusciamo a portare Sharon e Begin davanti ad un tribunale, dobbiamo trovare quei libanesi complici e condannarli. Tutti quelli che hanno partecipato al massacro sono complici e vanno processati. Sono più di sessant’anni che i Palestinesi sono massacrati e la comunità internazionale sta a guardare senza aiutare nemmeno un profugo”.
I negoziati, per il responsabile Hezbollah, sono illusioni, non portano a niente, servono solo ad anestetizzare il popolo. Al popolo palestinese rimane una sola strada da percorrere: “Quella della strategia della resistenza, che ha dato la sua prova di vittoria sia nel sud del Libano e sia a Beirut”.
Conclude la prima parte del discorso affermando che Hezbollah sta subendo una grande campagna di minacce proprio per il suo appoggio alla causa palestinese, ma, non per questo, abbandoneranno i loro fratelli palestinesi.
L’impegno e la presenza costante del comitato sono molto apprezzati da Sheick Nabil che lo definisce “Una candela che illumina tutto il mondo”.
Le domande si concentrano sul disarmo di Hezbollah e sui diritti civili dei palestinesi.
“Il partito Hezbollah è armato perché si deve difendere - risponde Sheick Nabil – ogni volta che succede qualcosa, si ripresenta il problema del possesso delle armi. Abbiamo sempre avuto armi, occorre però chiedersi perché si devono usare, non da chi provengono. E’ dal 1982 che subiamo queste campagne pianificate da forze internazionali, ma, la nostra resistenza continuerà. Il nostro obiettivo è quello di prepararci contro qualsiasi aggressione”.
Sui diritti civili palestinesi, afferma che prima di tutto il problema dei profughi è una questione umana, morale e poi politica e confessionale. In Libano, però, qualsiasi cosa assume un aspetto religioso.
“Hezbollah – sostiene ancora Sheick Nabil – è al servizio dei palestinesi. E’ stato il primo partito che ha cercato di dare diritti al popolo palestinese. Tutto questo è una vergogna per tutta l’umanità. Noi siamo portatori di una strategia che porterà i palestinesi alla loro terra. Vogliamo anche noi l’unità palestinese, mi spiace dover affermare che la causa palestinese è assediata a livello arabo, internazionale ed israeliano. Non stiamo sognando, ma ci stiamo preparando al giorno della vittoria”.

Stefania Limiti, nel suo discorso, sottolinea due importanti momenti provati dal comitato in questa settimana trascorsa in Libano. Un tempo di dolore per l’impossibilità di dare, ai familiari delle vittime, la giustizia che chiedono da sempre, mentre, invece, può solo offrire la solidarietà e l’impegno di essere sempre al loro fianco nella lotta per i mancati diritti.
Un tempo di speranza, invece, è rappresentato dall’incontro, molto atteso ed importante, di tutte le forze che rappresentano la resistenza del popolo palestinese. “Il primo momento – prosegue Stefania - ci spiega cosa significa la preoccupazione e la prepotenza del sionismo, il secondo, invece, c’insegna come contrastare quel pericolo. In occidente si parla della Palestina disumanizzando i palestinesi e, la resistenza diventa così il primo pericolo per le democrazie di tutto il mondo”. Stefania dichiara, inoltre, che il comitato rappresenta quella parte che non è d’accordo con “quell’occidente”, ma crede invece sia proprio il sionismo il pericolo più grande della nostra democrazia.
“Siamo quella parte – spiega Stefania - che crede che le uniche possibili trattative per la Palestina sono quelle del ritiro delle truppe militari d’occupazione dai territori occupati. Crediamo nel diritto alla resistenza dei popoli. Veniamo qui ogni anno per ricordare che senza il diritto al ritorno non c’è una speranza di pace e veniamo qui perché qui c’è un pezzo di Palestina e vogliamo così essere al fianco del popolo palestinese”.

La delegazione riparte in direzione del carcere di Khiam verso il confine con Israele.
Khiam era il centro di detenzione e di interrogatori che Israele aveva costruito ed utilizzato durante la sua occupazione nel sud del Libano, dal 1982 al 2000. Venivano qui rinchiusi i militanti della resistenza libanese e palestinese. Arrivavano incatenati, incappucciati e narcotizzati per essere poi interrogati.
Torturati più che interrogati. Venivano denudati, legati, messi a testa in giù, picchiati ed applicati elettrodi alle dita, ai genitali ed ai capezzoli. I miliziani cristiani dell’ELS (Esercito del Libano del Sud), alleato degli occupanti, avevano appreso queste tecniche da Israele. Il 23 maggio 2000, quando l’esercito israeliano si ritirò, le guardie dell’ELS, fuggirono e la popolazione locale fece irruzione nel carcere, liberando i centoquaranta prigionieri rimasti.
La prigione da luogo di detenzione divenne in seguito un museo, un monumento alla memoria. Un luogo dedicato al ricordo di quelle atrocità per rendere conto di come questa “segreta” prigione fosse sempre stata fuori dai controlli e dalle norme internazionali.
Questa struttura era amministrata dal partito degli Hezbollah, il partito di Dio.
Stefano Chiarini in un articolo pubblicato da “Il Manifesto” il 24 giugno 2000, scrive: “Passati due cortili nei quali i prigionieri appena arrivati venivano picchiati sotto il sole o al freddo della notte per giorni e giorni, si entra in un dedalo di corridoi sui quali si affacciano decine di celle. Tutto è piccolo, angusto e sporco con un insopportabile puzzo di urina. Ibrahim, quarantacinque anni di cui cinque passati nel carcere di Khiam, in questo terribile luogo di detenzione, è tornato a visitare la cella di 4 metri quadrati che ha diviso per cinque anni con altri quattro suoi compagni e, come molti altri ex prigionieri, si è trasformato in una sorta di guida agli orrori del carcere e alle gesta della resistenza "nazionale" libanese. "In una cella così - ci dice Ibrahim indicando una stanzetta oscura, attraversata dai fili con la biancheria dei prigionieri rimasta lì appesa come ogni altra cosa, dove si trovava la mattina della liberazione - eravamo in cinque. Avevamo circa 10 minuti d’aria ogni 48 ore in quel cortiletto lì accanto con il tetto di sbarre di ferro coperte da filo-spinato e la possibilità di fare una doccia una volta al mese. Come cibo, cinque olive a testa e tre uova sode al giorno da dividere tra noi". "Ma tutto ciò era sopportabile rispetto ai pestaggi dell'arrivo, alle torture con la corrente elettrica fatte sotto la supervisione degli "esperti" israeliani e a mesi e mesi nelle celle di punizione di un metro e mezzo per due, sempre al buio, dove non ci si poteva neppure stendere. Un vero inferno" La stanza per le torture, piena di tavoli polverosi e sedie rovesciate con alle pareti delle griglie di ferro e sul soffitto dei ganci per appendere i prigionieri, si trova in uno dei torrioni d'angolo. In queste stanze non sono passati soltanto i militanti della resistenza islamica ma anche decine e decine di combattenti del PC libanese, molto attivo nella resistenza fino ai primi anni novanta e tanti giovani della zona colpevoli solamente di non aver voluto arruolarsi nelle milizie dell'Esercito del Libano Meridionale”.
Oggi tutto questo non esiste più. Dopo la guerra del 2006 è rimasto solo un cumulo enorme di macerie.
Nel settembre 2006 il comitato per non dimenticare Sabra e Chatila incontra, su queste macerie, il responsabile Hezbollah del Sud del Libano, Sheick Nabil Kaouk.
Queste sono le sue parole: “Questo carcere rappresenta la violenza d’Israele. Qui venivano torturati i nostri combattenti ed i prigionieri libanesi. Colpire questo carcere significa quindi voler cancellare le tracce di tutta quella violenza. I nostri giovani hanno condotto una grande resistenza contro Israele che ha attaccato il Libano usando armi proibite dalle convenzioni internazionali. Israele ha distrutto case, ponti, ucciso persone, ma, non la nostra determinazione di vivere. Grazie alla resistenza, il piano degli Stati Uniti e d’Israele è stato bloccato, volevano eliminarci, ma noi oggi siamo ancora più forti, volevano disarmarci, ma noi conserviamo ancora le nostre armi, infine volevano respingerci oltre il fiume Litani, ma noi siamo sempre presenti a ridosso del confine con Israele”.
Oggi, come negli scorsi anni, il comitato è ancora presente e non dimentica questi luoghi di memoria, come il partito Hezbollah non dimentica Stefano Chiarini, giornalista de “Il Manifesto” e fondatore del comitato.
Lasciato il carcere di Khiam, la delegazione si dirige verso Fatima Gate, il confine con Israele.
Non è possibile scendere dal pulman e neppure scattare fotografie.

La giornata termina con la visita al museo della resistenza di Mlita, inaugurato da Hezbollah il 21 maggio scorso.
Mlita rappresenta il luogo dove è nata e si sono svolte le più grandi operazioni di resistenza contro l’occupazione israeliana dal 1982 al 2000. La storia della resistenza è così diventata arte. Hanno collaborato a questo progetto circa 500 persone con circa 150mila ore di lavoro. Il museo occupa circa 60mila metri quadrati di superficie. Inizia da un fossato di circa 3000 metri quadri, chiamato “Abisso”, che rappresenta la sconfitta d’Israele, formato da armi, veicoli e carri armati. Vicino c’è la sala “L’esibizione” dove si trovano i vari equipaggiamenti militari israeliani. La seconda zona è chiamata “Il sentiero”, un percorso dentro una foresta con le varie postazioni dei combattenti. Al termine del “sentiero” si trova la “grotta”, una caverna costruita dagli stessi combattenti per rifugiarsi durante i bombardamenti, dove si trovano cucine, stanze da letto e varie armi.
Mlita è il museo realizzato per invitare a comprendere, di generazione in generazione, il valore della resistenza contro ogni occupazione.
Dopo la consueta riunione nella sala stampa libanese di tutte le delegazioni presenti per ricordare la strage di Sabra e Chatila, quella italiana incontra il responsabile internazionale del partito politico Hezbollah, Ammar Musawi.
L’argomento principale è Israele e la sua continua arroganza nel continuare a commettere qualsiasi azione senza mai renderne conto. Nessun tribunale internazionale ha mai condannato l’occupazione israeliana ed i suoi collaboratori.
Musawi non ha nessuna fiducia verso le trattative in corso tra Israele e Palestina: “Non siamo di fronte ad un risveglio delle coscienze – dice - in realtà manca la determinazione di trovare una soluzione e, purtroppo, non sono i primi negoziati e non saranno nemmeno gli ultimi”.
“Dove sono le buone intenzioni? – prosegue Musawi – Israele continua la costruzione di nuovi insediamenti, l’obiettivo non è raggiungere una pace, Obama ha bisogno, in questo momento difficile, di avere una buona immagine mediatica, quindi, le trattative continuano, come la speranza, da 40anni. La resistenza è considerata un ostacolo per la pace, ma la resistenza si è resa necessaria per la delusione delle masse arabe, di fronte alle continue promesse mai realizzate. Noi chiediamo alle grandi potenze di cessare la colonizzazione di altre parti del mondo, noi possiamo essere amici, ma non seguaci”.
Musawi richiama poi l’attenzione della delegazione verso il problema, sempre molto discusso, dell’olocausto. Rimarca la condanna, da parte del suo partito, per l’uccisione d’innocenti a prescindere dal numero delle vittime e domanda: “L’olocausto è successo in Europa, perché ne dobbiamo pagare noi le conseguenze? Perché non si può discutere su quello che fa Israele senza essere accusati di antisemitismo? Questa è un’usurpazione mentale! Non può essere una scusa per poter uccidere altre persone, non c’è giustificazione, Israele parla sempre di autodifesa, ma da chi si deve difendere?”. “Hezbollah è un avversario di Israele – continua – siamo sulla lista del terrorismo americano da 20anni, non abbiamo paura”.
La discussione, a questo punto, prosegue sull’assassinio di cinque anni fa del primo ministro Rafiq Hariri. Omicidio, come già sentito dire in altri incontri politici, avvenuto in un momento molto critico per il Libano. In un primo momento la responsabilità è caduta sulla Siria, senza nessuna prova, ed ora la sua imputabilità è verso il partito Hezbollah.
“Abbiamo capito – dice ancora Musawi – che questo assassinio sarà utilizzato per altri motivi politici. Ma perché l’assassinio di una sola persona merita il tribunale internazionale? Decine di migliaia di palestinesi e libanesi hanno il diritto di avere un tribunale internazionale, come per esempio, le vittime di Sabra e Chatila, Gaza, Kana… siamo di fronte ad una giustizia internazionale molto sproporzionata! L’accusa contro Hezbollah è motivata dalla nostra resistenza contro Israele e, quindi, siamo un avversario degli Stati Uniti e di quella parte di Occidente che appoggia Israele. Molti sono stati i tentativi di farci passare come un partito d’assassini e non di resistenza, siamo determinati a riaffermarci come un partito di resistenza e lanciamo una sfida a chiunque pensi di poter trovare anche una sola prova contro di noi. Abbiamo combattuto un esercito che stava occupando la nostra terra, ci siamo autodifesi. Se questo è il concetto di giustizia internazionale, è miserabile come risposta e, le accuse contro Hezbollah, servono solo a creare un solco tra i palestinesi. E’ un tentativo per dire ai sunniti libanesi che gli sciiti hanno assassinato il loro leader, è un invito quindi alla lotta tra le due confessioni. Noi vogliamo sapere chi ha ucciso Hariri, ma questo non deve essere strumentalizzato dalla politica. Rafik Hariri è stato ucciso cinque anni fa, la commissione d’inchiesta ha ascoltato tantissime persone, ma non Israele. Israele ha invaso tante volte il Libano, ha creato collaborazionisti, ci sono state uccisioni di uomini politici, ma nonostante tutto questo è sempre stato sollevato da ogni sospetto”.

I componenti della delegazione chiudono l’incontro porgendo a Musawi alcune domande che riguardano l’unità palestinese, una nuova probabile guerra, il diritto al ritorno, lo stato unico palestinese ed il movimento “terroristico” Hezbollah.
Musawi risponde invitando i suoi fratelli palestinesi ad essere più uniti perché la divisione rappresenta solo un punto di debolezza.
Una nuova guerra? Non esclude niente Musawi perché Israele può fare qualsiasi cosa, ma, considerando il periodo difficile che sta attraversando l’America, forse, il pericolo di un nuovo conflitto non è imminente.
Il diritto al ritorno è un diritto sacrosanto e qualsiasi passo che si fa per neutralizzarlo è un tradimento verso la causa palestinese.
Musawi ammette che l’idea di uno stato unico è buona, ma richiede la fine dello stesso progetto sionista. “Si deve distinguere il popolo ebreo dal progetto coloniale d’Israele. Gli ebrei hanno sempre vissuto bene con gli arabi, non sono mai stati perseguitati dall’Islam, ma non possiamo dire che questo può essere lo stato di tutti gli ebrei del mondo, può esserlo solo per quelli che ci abitano. Israele è l’unico stato al mondo in cui si parla di diritti ai cittadini secondo solo la religione e la lingua di appartenenza”.
Per l’ultima domanda Musawi ribatte che il movimento Hezbollah è considerato terrorista solo perché si trova sulla lista nera americana. Molti stati seguono le indicazioni statunitensi, infatti, anche l’ambasciata italiana in Libano non ha contatti con Hezbollah. Una parte del popolo italiano è schierata per la pace e per la causa Palestinese, mentre il suo governo sta con Israele. C’è un’enorme contraddizione in questi governi perché da una parte si dichiarano a favore della difesa dei diritti umani, mentre dall’altra offrono amicizia ad uno stato che non li applica minimamente.
L’ultimo incontro politico del comitato è con il Partito Comunista Libanese.
Il segretario generale Dr. Khaled Hadada inizia il discorso puntualizzando che il suo partito non essendo confessionale è penalizzato perché non può far parte del parlamento libanese. Il Pcl ha avuto un ruolo molto importante nella difesa del paese con Hezbollah durante l’ultimo conflitto del 2006.
“Il Partito Comunista Libanese è stato una delle forze politiche che si è sempre opposto all’arroganza e all’aggressione israeliana – afferma il Dr. Hadada - siamo stati i primi a prendere le armi contro l’invasione sionista del 1982. Ora stanno portando avanti le trattative con il principio dell’ebraicità dello stato. Tutti spingono perché queste trattative vadano avanti. Noi crediamo che l’America ed Israele stiano preparando una nuova guerra al Libano, un attacco al popolo libanese e palestinese. Il nostro partito ha avuto tanti martiri e migliaia di feriti e prigionieri. A causa del sistema confessionale non c’è unità nel popolo libanese, rendendo quindi il paese debole e soggetto ad incursioni. Quello che indebolisce la resistenza, indebolisce il sistema stesso. Il nostro piano è la solidarietà di tutti gli amici del mondo”.
Alla domanda: quando sarà la prossima guerra?
Hadada risponde: “Ci sono le condizioni per una nuova guerra, ma prima di attaccare l’Iran direttamente, lo faranno con gli altri paesi amici (Hamas, Hezbollah, Siria) che non potranno restare a guardare, quindi potranno colpire il Libano o la Palestina per tagliare loro le ali e gli aiuti. Non succederà tra due, tre mesi ma più avanti nel tempo. Dobbiamo essere pronti. Sarà una mina che non scoppierà solo nel Libano, ma avrà un effetto devastante tra sunniti e sciiti in tutto il mondo”.
All’ultima domanda: non vi sembra strano che Hezbollah faccia parte del governo?
“Qualsiasi legge elettorale – risponde Hadada – è il frutto dell’accordo tra le varie confessioni. Non c’è posto per il Pcl perché è trasversale e non vuole diventare alleato di qualcuno. Non possiamo dare il voto e non possiamo stringere alleanze, non c’è posto per noi in questo tipo di confessione, neppure all’opposizione, non ci vogliono né qui né lì”.

Il comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila” non incontra solo partiti politici e giornalisti ma anche uomini, donne e bambini palestinesi e libanesi. Questi sono gli incontri dolorosi, come diceva Stefania in un suo intervento, in quanto non possiamo offrire loro una speranza di giustizia, ma solo la nostra più totale solidarietà ed impegno nel portare la verità di questa situazione a conoscenza di tutti, fuori da questi confini. Le condizioni di vita all’interno dei campi profughi palestinesi in Libano non migliorano con il passare degli anni, in quanto subiscono l’influenza delle difficili situazioni politiche sia interne e sia esterne. Non manca solo la così detta Giustizia per la loro condizione di popolazione aggredita ed espulsa, ma anche la semplice considerazione che si sta parlando di “esseri umani” con i loro diritti. Visitare i campi, addentrarsi nelle piccole sporche viuzze, senza nessun sistema fognario, idrico o elettrico, diventa, anno dopo anno, sempre più frustrante. Si notano anche alcune diversità, purtroppo negative, come un maggior numero di donne velate e bambini che possiedono un’arma giocattolo. La guerra è ormai dentro i loro giochi. Le loro aspettative per un futuro migliore sono praticamente uguale a zero. Le bambine invece sono più gioiose, pronte a regalarci un sorriso.
Il programma della delegazione prevede uno spettacolo di musica e ballo con i ragazzi del campo Burji al Shamali. Questo è il momento più sereno di tutta la settimana. I volti sorridenti di queste ragazze e ragazzi, attraverso la musica ed i canti popolari delle terre che non hanno mai conosciuto, rappresentano l’umanità di tutto il popolo palestinese, la memoria della storia ed il futuro della Palestina.

Da un momento di gioia in un campo si passa ad un altro invece carico di tristezza, ricordi, rabbia e dolore: è il campo di Chatila. L’incontro con i familiari delle vittime del massacro è sempre atteso. Si ritrovano conoscenze, amicizie fatte solo di sguardi, abbracci, strette di mano e sorrisi. Il tempo a disposizione è sempre troppo poco e, spesso si ritorna in piccoli gruppi, per far conoscere, a chi non è mai stato qui, le persone ed i vicoli di Chatila. E’ diventata una città dentro un’altra città cresciuta in altezza con più di ventimila persone. L’aria malsana, l’umidità, la mancanza di luce e la cattiva alimentazione sono i fattori che determinano le molte malattie tra la popolazione, dal diabete, al cancro ed alla mortalità infantile.
Ci sono altre occasioni per rincontrare le donne di Chatila e, questa non è solo una settimana di ricordi dolorosi, ma vuole anche essere la settimana dedicata alla causa palestinese visibile a tutte le forze politiche del mondo arabo ed occidentale.
La manifestazione per l’anniversario del massacro di Sabra e Chatila ( v.Storia di Sabra e Chatila ) compiuto nel 1982 nei due campi palestinesi alle porte di Beirut dalle falangi libanesi con la complicità attiva d’Israele è al centro delle iniziative del comitato in Libano.
Le foto della manifestazione 
Alcuni componenti della delegazione sono riusciti a tornare, dopo molti anni, anche al Gaza Hospital a Sabra. Un tempo era stato l’ospedale, gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, dove le palestinesi e libanesi del campo andavano a partorire i loro bambini, dove i sanitari cercavano di soddisfare le esigenze sanitarie dei rifugiati e dove sventolava un’enorme bandiera della Croce Rossa. Era il secondo ospedale più importante del Libano e, per la sua posizione urbanistica, dominava il campo di Chatila, diventando così il testimone del massacro del 1982. Ora è diventato un luogo inabitabile dove vivono i palestinesi e libanesi rimasti senza casa e senza risorse economiche. Un campo profughi sviluppato solo in verticale. L’entrata è buia, maleodorante, per arrivare alle scale e per salire ai piani superiori è necessario avere una torcia o dei fiammiferi. Le condizioni nelle quali sono costretti a vivere sono indegne per qualsiasi essere umano.

La storia di questo campo è raccontata dal documentario di Marco Pasquini “Gaza Hospital” presentato al comitato l’ultima sera di permanenza in Libano. Il racconto è condotto da Youssef, barbiere palestinese che dal 1987 abita nel cortile dell’edificio insieme alle testimonianze di chi ha lavorato come personale medico o amministrativo al Gaza Hospital, come Swee Chai (chirurgo ortopedico di nazionalità malese), Ellen Siegel (infermiera ebrea americana) e Aziza Khalidi (amministratrice palestinese).
Swee Chai di religione cristiana era arrivata, attraverso un’opera di carità britannica, a Beirut per lavorare in un ospedale durante la guerra e, fino al giorno del massacro, considerava “terroristi” i palestinesi e la sua solidarietà era rivolta ad Israele. Nel 1982 lavorava al Gaza Hospital e fu una dei testimoni contro Ariel Sharon. Dopo quest’esperienza, ha fondato il M.A.P. (Madical Aid for Palesatine).
Ellen Siegel, all’epoca dell’invasione israeliana, si trovava come volontaria al Gaza Hospital. Nel 1983 ha testimoniato contro Ariel Sharon presso la Commissione d’inchiesta Israeliana sul massacro di Sabra e Chatila.
Ellen è tornata dopo 21 anni nei campi profughi palestinesi in Libano ed ha scritto una lettera che è un atto sia di amore e sia di accusa.
“Miei cari amici, per la prima volta dopo vent’anni, sono recentemente tornata a Beirut, a Chatila e al Gaza Hospital a Sabra, dove avevo lavorato come infermiera volontaria quell’estate del 1982. Sono tornata per ripercorrere quella tragica esperienza… La Commissione d’inchiesta israeliana decise che Sharon aveva una responsabilità indiretta – una conclusione contestata da molti al di fuori dell’establishment israeliano. I falangisti portarono avanti materialmente il massacro di uomini, donne e bambini e anche di loro si dovrà tenere conto nella nostra ricerca di giustizia. Di sicuro i Palestinesi sopravissuti non potranno mai avere un processo equo in Israele. Basta pensare che il governo israeliano ha respinto ogni responsabilità anche in un caso come quello della morte di Rachel Corrie. Sembra che il guidatore del bulldozer non avesse visto la ragazza che stava davanti al mezzo agitando le mani. Se Rachel Corrie, cittadina americana non ha potuto avere giustizia in Israele figuriamoci gli abitanti palestinesi di Sabra e Chatila. In ogni caso, i vostri amici d’ogni parte del mondo cercheranno ora di aiutarvi il più possibile e in questo ventunesimo anniversario saranno ancora al vostro fianco. Scriveremo lettere, faremo telefonate, scriveremo articoli, manderemo e-mail, organizzeremo dibattiti, invieremo interventi. Mentre voi ancora aspettate giustizia sappiate che la vostra causa non è stata abbandonata e non lo sarà mai… (da “Il Manifesto” 16/09/2003)
La Verità è Sempre Rivoluzionaria
(A.Gramsci)
13/12/2010
LE VERITA’ NASCOSTE
Oggi 29 novembre 2010, l’Onu celebra la Giornata Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese.
La Tavola della Pace ha elencato, in questa occasione, dieci notizie sui palestinesi che i media tendono a nascondere. Una buona occasione per farci riflettere sulla condizione dei palestinesi profughi nel mondo e di coloro che vivono sotto occupazione israeliana.
1. Privati da oltre sessant’anni della libertà, 4 milioni di palestinesi sono costretti a vivere sotto il peso dell’occupazione militare israeliana. 2.2 milioni hanno meno di 18 anni. Più di 1.800.000 palestinesi vivono da rifugiati nella propria terra. Quasi 3 milioni vivono in Giordania, Libano e Siria. Più di 20.000 palestinesi vivono rinchiusi in un campo profughi nel Città Santa di Gerusalemme.
2. Dall’inizio del 2010, l’esercito israeliano ha ferito 1074 palestinesi (in prevalenza giovani e bambini) che protestavano contro l’occupazione, contro l’espansione degli insediamenti e contro la costruzione del muro. Nel 2009 ne sono stati feriti 764.
3. Da quando il 26 settembre è finita la moratoria sulla costruzione di insediamenti nei territori occupati, i coloni israeliani hanno costruito 1650 case nuove, poco meno del totale di quelle costruite nel 2009.
4. Ai palestinesi invece non è permesso di costruire o ingrandire la propria casa in tanta parte della propria terra. Dal 24 novembre le autorità israeliane hanno abbattuto 18 case palestinesi e una moschea. 54 persone sono state gettate per la strada.
5. Il 23 novembre un gruppo di coloni israeliani accompagnati dalla polizia israeliana si sono impossessati di un palazzo palestinese di tre appartamenti di Gerusalemme. Tre famiglie palestinesi con 5 bambini sono finiti per strada. In luglio i coloni israeliani hanno fatto lo stesso con le case di altre 29 persone e otto famiglie. Osservatori internazionali parlano di “pulizia etnica”.
6. Nella settimana tra il 10 e il 23 novembre, l
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