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Mondo lavoro » Alitalia "Meglio falliti..." G.Malabarba  
Alitalia: “meglio falliti che in mano a ‘sti banditi”

 Gigi Malabarba

 Il ritiro, non si sa per quanto definitivo, dell’offerta di Cai per l’acquisizione di Alitalia è una vittoria dei lavoratori. La cordata italiana inventata da Berlusconi rappresentava un’operazione ancor più in perdita di quanto potesse essere la svendita ad Air France costruita all’epoca del governo Prodi. Tralasciando le differenze su slots, rotte, vettori e numero di esuberi (5mila al posto di 9mila), sul piano economico la compagnia francese si sarebbe accollata almeno un miliardo e mezzo di debiti, rispetto al vero affare per Cai che puntava ad accaparrarsi tutto quanto per 350 milioni. Bene ha detto l’SdL – il sindacato di base maggioritario tra gli assistenti di volo – che a quella stregua l’Alitalia se la potevano comprare direttamente i 20mila lavoratori con il loro Tfr…

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Per non parlare poi dell’inesistenza di un piano industriale di rilancio della compagnia di bandiera, da parte di imprese e finanzieri interessati a ben altri affari da concludere in accordo con un governo alla ricerca di un nuovo ‘risultato’ da spendere sul piano mediatico.

 

Tuttavia non è neppure questo il punto principale che è stato per ora solo parzialmente stoppato. In gioco c’era, e c’è tuttora, il sistema contrattuale italiano sopravvissuto a 15 anni di politiche di concertazione sindacale e di deregolamentazione degli istituti di tutela giuridica e legislativa del mondo del lavoro.

 

Questo aspetto è apparso sulla stampa solo per la contemporaneità della vertenza Alitalia con il confronto sul sistema contrattuale, dove la casualità non c’entra un fico secco.

 

In questo quadro, quello che è stato presentato come ‘il fronte del rifiuto’ sindacale (Cgil, SdL e associazioni professionali) è tutt’altro che scevro da contraddizioni. Da un lato, infatti, la tenuta unitaria a fronte dell’operazione apertamente reazionaria e filopadronale di Cisl, Uil e Ugl è stata positiva e ha permesso di andare a vedere le carte di Cai e governo, sia attraverso una mobilitazione molto determinata e senza fughe in avanti, sia con una ‘controproposta’ che ributtava la palla all’azienda (da considerare, quindi, sul piano tattico e non certo contenutistico). Dall’altro è evidente che la Cgil non ha sottoscritto l’accordo con Cai per motivi risibili e senza arretrare di un millimetro nell’impostazione già concordata con Cisl e Uil sulla riforma del sistema contrattuale. Un modo per salvare la faccia e per prendere tempo che non porterà Epifani ad invertire la rotta intrapresa e che lascerà la Cgil (e i lavoratori che organizza in tutto il paese) in mezzo al guado, come avviene già sul piano politico col Pd.

 

Per quanto concerne la vertenza Alitalia, al di là di quel che può succedere anche nel giro di qualche giorno dopo il ritiro di Cai, bisogna dire con chiarezza alcune cose.

 

Primo, che di fronte alle crisi dei settori industriali strategici negli anni ’90, quando ancora non era stato disperso gran parte del patrimonio esistente, i governi di centrosinistra (anche il primo Prodi appoggiato dal Prc) e l’insieme delle principali forze della sinistra politica e sindacale avevano ormai rimosso l’obiettivo della nazionalizzazione di queste imprese in funzione degli interessi della collettività. Con il risultato (vedi Fiat, ma la considerazione vale ancor più per Alitalia) di immettere fiumi di denaro pubblico a beneficio esclusivo dei privati; a volte assai di più di quanto servisse per la totale acquisizione – o il suo mantenimento – da parte dello Stato.

 

A chi si trincera dietro il ‘divieto’ delle nazionalizzazioni da parte dell’Unione europea andrebbe fatto notare che è Tremonti il primo a procedere a ‘nazionalizzare’ i debiti di Alitalia (modifica legge Marzano) in barba alle direttive comunitarie. Ma è proprio alla sinistra che va semplicemente ricordato che una politica economica alternativa presuppone esattamente la rottura con la Ue , uno dei principali bastioni delle politiche liberiste nel mondo e il principale nemico istituzionale della classe operaia europea. Senza questo passaggio, ‘alternative’ nel quadro del governo del capitalismo portano alla fine fatta dalla sinistra radicale nel governo Prodi…

 

E’ disgustoso, peraltro, che il ministro-ombra del Pd, Pierluigi Bersani, faccia considerazioni – dall’opposizione – di apprezzamento degli interventi di salvataggio statale negli Stati Uniti, dopo essere stato per anni il massimo responsabile delle privatizzazioni in Italia, Alitalia compresa.

 

Secondo, che pur confermando con forza che proprio di fronte alla crisi capitalistica in corso occorre una politica radicalmente alternativa a quella del mercato (e Sinistra Critica nasce proprio in ragione della difesa e del rilancio di un progetto anticapitalistico fondato sul controllo pubblico – ossia sul controllo diretto di chi lavora – dei principali mezzi di produzione), un’organizzazione sindacale di classe con responsabilità di gestione del presente e del futuro di migliaia di lavoratori e lavoratrici deve aver ben chiaro l’orizzonte strategico e deve fare nel contempo i conti con rapporti di forza dati e con proposte immediatamente praticabili e negoziabili.

 

Sinistra critica sarà fino in fondo a fianco della resistenza del personale Alitalia e dei sindacati non concertativi in una partita tutt’altro che conclusa.

 
 

 Un grimaldello per sfondare il sistema contrattuale

 
 

I dipendenti di Alitalia ci mettono la pelle; governo, Confindustria e sindacati concertativi sferrano un colpo mortale al sistema contrattuale e ai diritti e alle garanzie di tutto il mondo del lavoro: questo era lo scenario in programma. In fondo, è successo molte volte nella storia del movimento operaio italiano. Basterebbe ricordare la sconfitta alla Fiat dell’80 con cui si volle chiudere definitivamente l’ondata operaia partita con l’autunno caldo del ’69, insieme a tutte le conquiste che portava con sè. Oppure il contratto dei metalmeccanici del 1990, sbloccato solo dopo l’accordo capestro di Fim-Fiom-Uilm-Fismic sulle contropartite per la futura apertura dello stabilimento di Melfi: chiusura della maggior parte delle fabbriche Fiat Auto del Nord e condizioni di maggior sfruttamento e minore salario nella fabbrica lucana. Ancora una volta la Fiat , a partire da una vertenza-chiave, otteneva di ridisegnare l’insieme delle relazioni industriali in tutto il paese.

 

Oggi la contemporaneità del confronto sindacale sul cosiddetto nuovo modello contrattuale con la vertenza Alitalia – come dicevo – rende ancor più esplicita la posta in gioco, con un ruolo di punta della Confindustria, direttamente implicata al massimo livello in entrambi i fronti. E con i medesimi alleati sindacali che hanno portato la Cgil a tirare la corda del cappio che da sola si era messa al collo…

 

Ottenuto in peggio il superamento degli accordi di concertazione del luglio ’93 sulla parte salariale, attraverso un’ulteriore riduzione programmata del potere d’acquisto e il vincolo obbligato del salario alla produttività, si punta ora allo svuotamento del contratto nazionale e al ritorno delle gabbie salariali (attraverso il federalismo fiscale bipartisan) e alla riduzione del sindacato al ruolo subalterno di gestore degli interessi e della competitività dell’impresa.

 

Sul possibile confronto con eventuali altri compratori di Alitalia è certo che il legame con la riforma del sistema contrattuale tornerà pesantemente a farsi sentire e la necessità di una risposta generale di tutte le categorie resta più che mai urgente.

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