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Mondo lavoro » Fiat: la ritorsione  

MARCHIONNE: A POMIGLIANO DOPO I RICATTI, LE RITORSIONI
Alessandro Fontanesi


La Fiat, dopo essere stata obbligata da una sentenza di un tribunale della Repubblica a riassumere nello stabilimento di Pomigliano i 19 dipendenti iscritti al sindacato Fiom perché discriminati,   annuncia che ne licenzierà altri 19. Una ritorsione di stampo nazista, voluta da quello che ormai anziché un manager, è diventato un invasato capo popolo anti operaio e anti sindacale.
Questa vicenda, che segue il ricatto referendario messo in scena sempre a Pomigliano, col benestare di Cisl e Uil, dell’allora governo con a capo l’ex ministro di Confindustria Sacconi e della concorde indifferenza di tutti i massimi dirigenti nazionali del Partito Democratico, esprime nei fatti, la totale mancanza di rispetto della dirigenza FIAT della Costituzione italiana.
In un solo colpo Fiat e Marchionne non solo se ne infischiano della Costituzione che ha nel suo primo articolo proprio il lavoro quale principio fondante, ma non rispettano in nome del profitto, ciò  che decreta un tribunale, l'organo preposto proprio dalla Costituzione a fare rispettare le leggi.
Finalmente qualcuno comprenderà che l’interesse di Fiat e di Marchionne per quel referendum voluto ad ogni costo a Pomigliano, non era di mettere ai voti un “progetto”industriale che solo pochi mesi dopo l’azienda annuncerà abortito, ma avere via libera sulla manomissione dei diritti dei lavoratori. Come non è stato un caso che successivamente è stato cancellato anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Il “progetto” Fiat, era verificare nel Paese quanto era possibile fare per riportare le condizioni dei lavoratori ai livelli di inizio ‘900. Un risultato ben riuscito, non c’è che dire. Non è bastato dividere i lavoratori, mezzo subdolo per manovrarli, ora vengono messi gli uni contro gli altri con ritorsioni di stampo fascista. Persino un liberale come De Benedetti non ha potuto esimersi dal denunciare una simile vergogna.
Il ritornello della crisi, per la risoluzione della quale sarebbe lecito rinunciare anche ad un po’ di diritti, come disse la ex sindacalista Polverini, quasi fossero generi da acquistare un tanto al chilo al supermercato, è un paravento che solo l’attuale e concorde politica che “sgoverna” questo Paese poteva addurre come scusante per giustificare una simile porcheria. E dire porcheria è un complimento.
Il “progetto” Fiat era già un fallimento allora, ma a tutti ha fatto comodo tesserne le lodi, perché la politica tutta, da destra a sinistra, in vent’anni di alternanza al governo non ha saputo dare un progetto industriale vero e serio per questo Paese. Questo è quello che manca oggi all’Italia, ed è  per questo che serviva un “Marchionne” per supplire alle inefficienze della politica.
Anche Cisl e Uil, hanno rinunciato a considerare sindacalmente la vicenda Fiat, preferendo immergersi nella disputa tutta politica e accettare di mettere in un anglo il sindacato dei metalmeccanici che è bene ricordarlo, è il più rappresentativo dei lavoratori. Evidentemente anche per loro, la Costituzione è un feticcio da mostrare alla bisogna. Hanno dovuto aspettare che Marchionne lo comunicasse attraverso i Tg nazionali, che il “progetto” Fabbrica Italia non esisteva più, per “indignarsi” e riprendere a fare il loro mestiere. Bentornati!
E’ facile oggi accorgersi della grave irregolarità del progetto FIAT, come è stato facile per convenienza accettare che ciò avvenisse. Anche il “buon” Renzi, adoratore di Marchionne, per un pugno di voti in più alle primarie, non ha potuto fare altro che constatare il fallimento della politica della più grande fabbrica di auto del nostro paese.
Avevamo già denunciato le ambiguità e le responsabilità di tutto questo.
Non si può prediligere il profitto ad ogni costo anziché il rispetto dei diritti e delle regole.
Cosa aspetta questo Governo, primo garante della Costituzione in Italia, ad intervenire per impedire che questa rimanga fuori dai luoghi di lavoro?

07/11/12

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