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Mondo lavoro » Progetto Marchionne all'IVECO di Brescia  

“MODELLO” MARCHIONNE ALL’IVECO DI BRESCIA
Alessandro Fontanesi


Se servivano altri esempi, per mettere in chiaro quale sia la situazione dei lavoratori negli stabilimenti Fiat, giunge puntuale il caso della Iveco - Fiat a Brescia, dove il “modello” Marchionne è degenerato come la peggiore delle malattie. Senza tanto smentirsi, infatti, Fiat opera in completo spregio della condizione di lavoro dei dipendenti, mettendoli gli uni contro gli altri, disdicendo ogni accordo che in passato era stato assunto dall’azienda.
La storia ha inizio diversi anni fa, per la precisione nel 1999, anno in cui la Fiat cede il reparto stampaggio lamiere della Iveco di Brescia, alla Mac Magnetto di Torino. In quell'occasione, attraverso la trattativa con i sindacati a trovare soluzioni per il futuro dei lavoratori, il gruppo dirigente FIAT si era assunto l’impegno a tutelare l'occupazione nel caso i nuovi acquirenti decidessero in futuro di cessare ogni attività. Per un po’ tutto va bene, poi quel “futuro”, che pareva soltanto la peggiore delle ipotesi, si trasforma in realtà.
Nel 2009 Mac Magnetto decide la cessazione delle attività e la chiusura del reparto rilevato dieci anni prima da Fiat. Il che significa perdita del posto di lavoro per ben 91 dipendenti, “ridimensionati” in seguito ad 85. Inizia così, da quel 2009, una lotta durissima per il riconoscimento di quegli accordi sottoscritti al momento della cessione del reparto, che Fiat non intende rispettare.
L’inerzia con cui la politica nell’ultimo decennio ha assistito inerme al brigantismo sociale operato da Marchionne, ha generato questo stato degenerativo delle cose. I sindacati organizzano così ben 75 giorni di presidi ai cancelli della Iveco bresciana e soltanto dopo l’imponente mobilitazione, Fiat si fa carico di riassorbire nello stabilimento, i lavoratori in esubero.
La questione però riesplode nei primi mesi di quest’anno perchè, terminata la cassa integrazione per gli 85 “esuberi” della Mac Magnetto di Torino, viene aperta la mobilità, ovvero, nessun posto di lavoro è salvo.
E’ a luglio 2012 che il prefetto di Brescia prende in mano la situazione convocando tutte le parti sociali, ma Fiat rifiuta di sedersi allo stesso tavolo con la Fiom. Gli incontri si susseguono, ma la Fiat poco alla volta si defila. Il “modello” Pomigliano si fa strada, anche perchè avuta carta bianca su quell'accordo, anche altrove non ci saranno più vincoli. Tanto che Fiat non si presenta neanche all’ultima convocazione del 20 novembre.
A questo punto è la Fiom che rompe ogni indugio, ricominciano i presidi ai cancelli dal giorno seguente, ma la risposta della Iveco – Fiat è drammaticamente vendicativa ed immediata, 2400 lavoratori vengono messi in libertà.
“I blocchi di protesta impediscono la normale attività produttiva” è questa la giustificazione addotta dalla Fiat. Una chiara ritorsione fascista uguale al licenziamento dei 19 dipendenti di Pomigliano, in conseguenza della sentenza di riassunzione dei 19 tesserati Fiom.
Ritorsioni, ricatti, vendette, lavoratori messi gli uni contro gli altri, è questo il “modello” Pomigliano, il “progetto” Fiat,  a cui tutta la politica aveva guardato come “modello” di innovazione.
Fiat, grazie a questa politica assente per manifesta inettitudine, crede di confondere le acque e nascondere le evidenti responsabilità per ognuno degli accordi che non ha mai rispettato. Ed è veramente insopportabile che al teatrino redentorio delle primarie, di tutto questo non sia stata proferita parola.

02-12-2012
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