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Notizie Modena » Alluvione bassa modenese:il futuro è nel passato  
Il post alluvione della bassa modenese: analisi di un disastro

Tra polemiche, rabbia e sfiducia, il futuro è uno sguardo al passato

di Ermanno Bugamelli


Una cicatrice nella coscienza del territorio
Domenica 19 gennaio 2014 è una data che lascerà una cicatrice profonda nella coscienza del nostro territorio. Quel tratto rettilineo e in apparenza solido di argine del fiume Secchia che alle 6.25 del mattino si sbriciola alla pressione della massa d’acqua, segna il confine tra il temuto e la realtà, sfonda la barriera dell’inquietudine per sfociare nella paura tangibile. Alle voci disperate ed incredule dei primi abitanti di S.Matteo di Modena che chiamando i soccorsi raccontano di un fiume d’acqua e fango che sta invadendo la statale Canaletto, le case e la campagna, si unirà il grido di dolore di migliaia di persone che nel giro di alcune ore vedranno la propria terra sommersa da una delle più disastrose alluvioni che la storia di Modena ricordi. La sequenza degli eventi segue la pendenza naturale di un territorio che viene mano a mano ricoperto dall’acqua che fuoriesce dalla falla di oltre 80 metri del Secchia. Acqua che frenata ad est dall’argine del Panaro costringe il dramma ad avanzare a nord verso quella Bassa Modenese già martoriata dal sisma del Maggio 2012. Comuni come Bastiglia e Bomporto vengono massicciamente allagati con danni per svariati milioni di euro. In successione verranno sommerse ampie zone dei comuni di San Prospero, Camposanto, San Felice, Finale Emilia, e a Modena la frazione di Albareto oltre alla località San Matteo. Il bilancio è terribile. Una vittima, il generoso volontario di Bastiglia Oberdan Salvioli. Migliaia gli sfollati. Oltre 75 chilometri quadrati di provincia colpiti da alluvione, 2500 gli ettari agricoli sommersi, 1800 aziende coinvolte, 5000 lavoratori interessati. Numeri di un autentico disastro con danni per decine e decine di milioni di euro, la cui conta non potrà definirsi conclusa senza quantificare il mancato profitto dei terreni agricoli che ricoperti dalla melma fluviale risultano al momento improduttivi. Una tragedia privata dell’adeguata attenzione dai media nazionali.

Il fuoco incrociato della polemica
Non si era ancora superata la primissima emergenza, che la polemica esplode incandescente. Sotto accusa l’AIPO (Agenzia Interregionale sul fiume PO), il cui operato o meglio, il non operato in termini di manutenzione e vigilanza sulle condizioni di fiumi e argini, viene posto al centro delle cause della rottura dell’argine del Secchia. Sul fuoco della rabbia che esplode tra cittadini che allo shock, devono sommare il danno per la perdita di case, aziende, lavoro, automobili, raccolti, e la frustrazione per gli innumerevoli appelli inascoltati da anni sulla visibile incuria a cui è soggetto il territorio, alcuni funzionari dell’AIPO rilasciano dichiarazioni che attribuiscono la responsabilità del cedimento alle tane scavate da nutrie, volpi e tassi. Frasi meritevoli di ilarità generale se il contesto non risultasse così drammatico da innescare una reazione collettiva. Il fuoco incrociato impazza: la Forestale apre un’inchiesta sulla gestione AIPO; la Protezione Civile viene accusata di tempi di reazione lenti nella lettura della gravità della situazione, di non aver allertato la popolazione in tempo utile perché mettesse in salvo se stessa, beni e cose. Il quotidiano Il Resto del Carlino in data 8 febbraio 2014 attacca l’AIPO su presunti sprechi e disfunzioni. Sotto accusa le 14 sedi, i soli 80 sorveglianti idraulici su 360 dipendenti (di cui 120 amministrativi), le spese in consulenze (1 milione nel 2011, 1,6 nel 2012) e l’investimento dichiarato di 225 milioni di euro negli ultimi dieci anni nella gestione dei fiumi in regione, non riscontrabili nel reale stato di argini e letti. Nel dettaglio emerge che in provincia di Modena per gestire 285 chilometri di argine ci sono 6 sorveglianti, 3 tecnici e 3 amministrativi. Da più parti vengono richieste le dimissioni di Luigi Fortunato direttore AIPO, il quale oltre a respingerle, nel corso di una audizione in Consiglio Regionale in merito all’indagine sulle responsabilità negli eventi difende l’operato proprio e dell’ente :”…Nonostante il lavoro in queste condizioni sia faticoso, sono pieno di colleghi che amano quello che fanno…”. Riguardo le dinamiche di spesa aggiunge: “…AIPO non ha autonomia di bilancio e non può disporre autonomamente di fondi per interventi strutturali se non in occasioni particolari”, in pratica l’agenzia è soltanto “soggetto gestore ed attuatore ed opera in relazione a quello che è la programmazione”. Una difesa d’ufficio che rimanda alle amministrazioni la patata bollente dei fondi, ma arricchita grazie al cielo anche dalla formale discolpa della fauna fluviale, verso la quale non esisterebbero prove dirette. Un’altra chiave di lettura quanto meno inquietante viene fornita da Alessandro Annovi della LDE (Lega per la Difesa Ecologica). Secondo Annovi AIPO “…è responsabile certamente moralmente e forse giuridicamente. Ma esistono altri responsabili: protezione civile e politica.” L’analisi verte sul coinvolgimento della Protezione Civile nel monitoraggio e nelle previsioni, ma soprattutto punta il dito sulle scelte di una politica che da oltre un trentennio ha smesso di porre al centro delle scelte urbanistiche la difesa di un territorio storicamente soggetto a fragilità idraulica. Annovi però va molto oltre: “Ingegneri e geometri costituiscono una casta autorefenziale e impermeabile…con una intima adesione alla poesia del cemento…” e continua, “…ogni singolo manufatto viene denominato opera d’arte e la manutenzione, intesa come mantenimento della funzionalità è difficile e non dà lustro al progettista e quindi non viene fatta.”


Imbarazzanti paradossi
Se spesso l’alibi invocato è la mancanza di fondi a disposizione e l’assenza delle relative infrastrutture, proprio gli interventi più imponenti effettuati in provincia da decenni, costituiscono un imbarazzante paradosso. Parliamo delle casse d’espansione sul Panaro tra i comuni di Modena, Castelfranco e San Cesario sul Panaro, e di quelle sul Secchia a Campogalliano. Due maxi interventi risalenti agli anni 70-80 che dovevano regolare il flusso d’acqua dei due fiumi e proteggere capoluogo, comuni e provincia dalle disastrose alluvioni della storia. Entrambe sono al centro di polemiche perché inaugurate ma in realtà mai collaudate. Nessuno si è mai preoccupato di allagare le casse e verificare che gli argini delle stesse contenessero l’acqua prevista. I 26 milioni di metri cubi della cassa del Panaro ed i 16 milioni di quella del Secchia, le capienze a progetto dei due dispositivi, sono numeri sulla sabbia. In pratica i capisaldi della sicurezza nella gestione idrica del territorio, (solo quella del Panaro è costata negli anni oltre 30 milioni di euro), potrebbero rivelarsi un catastrofe nell’ipotesi di un utilizzo al massimo della capacità teorica. Una situazione inverosimile e imbarazzante,  in quanto a termini di legge senza un collaudo, la cassa di espansione non può essere allagata. Ma sino ad ora politici e funzionari di turno, si sono preoccupati di porle al centro di pompose inaugurazioni a colpi di conferenze e caldarroste, come avvenne nel 1998 per la cassa del Panaro con il ex duo sindaco-assessore provinciale Giuliano Barbolini e Giancarlo Muzzarelli, che la sancirono “finita e funzionante” ma rinviarono la verifica più importante. Forse perché allora come ora nessuno è in grado di garantire che gli argini sono sicuri? Nella recente emergenza di fine gennaio 2014, la chiusura delle nuove paratie (montate solo nel 2012) della diga sul Panaro ha indotto l’allagamento parziale delle casse, ma in un contesto non equivalente ad un collaudo vero e proprio. In attesa di capire come uscirne comitati e cittadinanza hanno negli anni esercitato pressioni su enti e comuni. Tentativi forse riusciti e nelle ultime settimane entrambe le casse sono state oggetto lavori di manutenzione e pulizia. Ma anche qui si cela del marcio, perché l’esigenza degli interventi è nella rimozione delle cataste di legname mosse dalle piene che si ammassano sui dispositivi di regolazione delle acque. Nel caso del Panaro la responsabilità è nel degrado della briglia selettiva che all’altezza di Spilamberto doveva frenare i tronchi impedendo che da monte giungessero alla diga più a valle. I denti di un pettine in cemento armato e acciaio si sono spezzati negli anni con costi di manutenzione rivelatisi inutili prima, e mai più investiti poi. Anche a Campogalliano nella cassa sul Secchia il legname si addossa alla diga ad ogni piena, ma a preoccupare maggiormente sono le infiltrazioni dagli argini verificatesi ripetutamente nel corso delle ultime piene di gennaio. Svariate le segnalazioni dei cittadini allarmati anche per il visibile stato di abbandono in cui appare destinata l’area.


Il futuro è uno sguardo al passato
All'infuori dalle responsabilità che saranno accertate, il futuro non può prescindere da una politica programmatica di gestione del territorio che inverta la rotta degli ultimi decenni. Servono scelte di buon senso frutto di competenza, perché la sensazione è che a volte non vi siano persone capaci nei ruoli chiave. Quando la politica non riesce a collocare le giuste competenze dove servono allora è un bel guaio. Perché interessi di parte, connivenze, clientelarismo, non si celano se le conseguenze delle scelte si misurano in perdite di vite umane e danni materiali che minano il futuro delle esistenze. Quel che sta accadendo è proprio questo: la gente ha perso fiducia nelle istituzioni. Dopo anni di inutili segnalazioni e appelli per un territorio che cede all’incuria, se crolla un argine rettilineo del Secchia il pensiero corre a qualcuno che non ha vigilato, riparato, manutenuto dove serviva. E allora nel pensiero comune, ogni tratto di argine ad ogni piena può divenire pericoloso. Se dopo quel crollo le esistenze di migliaia di persone vengono stravolte con scarse possibilità di ricevere risarcimenti, quella paura diventa frustrazione e rabbia, sentimenti che alimentano ulteriore distacco dalla politica e sfiducia. Per un cambio di direzione serve riprendere le fila del nostro passato. Non sarà casuale che le strade più importanti della bassa modenese portino i nomi di Canaletto e Panaria, oppure che paesi e località si chiamino Bomporto, Navicello, Naviglio. Le piene e le alluvioni da sempre sono fenomeni naturali da contrastare con forza ma insiti nella cultura delle popolazioni. In una terra tra due fiumi, con numerosi canali e torrenti, il rischio alluvione va inserito di nuovo alla base dei criteri urbanistici. I corsi d’acqua devono ricevere attenzione e fondi adeguati per la gestione e manutenzione, vanno rispettati e temuti affinché non generino più paura, anche in presenza di quei fenomeni estremi che il futuro climatico sembra riservarci. Un cambio di marcia che può significare nuovi posti di lavoro da assegnare ad imprese locali nella cura del proprio territorio, un ulteriore via per riallacciare il fondamentale legame che deve unire la gente alla terra in cui vive.

Non sembrano scelte complicate da compiere, e nemmeno troppo innovative…


“Se si vuole veramente la ripresa economica, se si vogliono determinare nuove possibilità di occupazione, se si vuole avere garanzia per l’aumento della produttività e quindi del reddito nazionale e il benessere delle popolazioni, le scelte da farsi in primo luogo sono quelle della difesa da così vaste ondate di piena dei fiumi e non la televisione a colori o le autostrade”


Domenico Pietri, Sindaco di Campogalliano, in occasione delle alluvioni del 1972 e 1973


Alkemia, 2 marzo 2014



 

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