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Visti per Voi » Che, l'argentino  
Risplende ancora immortale, l’essenza di Ernesto “Che” Guevara

Che, l’argentino – voto : 7.5

di  Ermanno Bugamelli


Il primo di due atti
Il 10 aprile scorso è uscito sugli schermi nazionali l’attesissimo “Che, l’Argentino”, primo dei due atti con cui Steven Soderbergh affronta e racconta la vita e le imprese dell’icona rivoluzionaria Ernesto Guevara, affidandone l’interpretazione ad un grande Benicio Del Toro, coproduttore con il regista dell’intera opera. Trattasi di un progetto faraonico in cantiere da oltre un decennio, che ha richiesto uno sforzo di lettura biografica, documentazione e ricerca storica prolungatosi per quasi otto anni. Impegnativo condensare tante informazioni in un racconto che non ne snaturasse la veridicità. Una fatica che la produzione ha superato brillantemente, eludendo le tante trappole celate dalle numerose versioni personali dei testimoni viventi.
Il cerchio si chiuderà il prossimo 1 maggio, con l’uscita del secondo capitolo, intitolato “Che, Guerriglia”. Quattro ore e mezza di film che la produzione ha scelto di suddividere in due pellicole: la prima racconta il “Che” dall’incontro con Fidel castro a Città del Messico del 1955, fino al vittorioso epilogo della rivoluzione cubana, passando per la parentesi americana con il suo storico discorso all’ONU del 1964; la seconda, affronterà la frizione post rivoluzionaria con Fidel, fino alla difficile scelta di abbandonare l’isola dei Carabi per esportare la rivoluzione con esiti fallimentari in Africa, e fatali in Bolivia.

Il regista di Atlanta realizza l’opera più complessa di una carriera già costellata di grandi successi sia artistici che di botteghino. Uno stile che molti definiscono anti-hollywoodiano, quasi da cineasta indipendente. Sceneggiature fluide, dialoghi e sequenze esplicite, interpreti di primo piano, rendono il suo cinema immediato, di facile fruibilità ad ogni pubblico, ma senza pregiudicarne l’eleganza e la qualità. Pellicole importanti e di impegno sociale come “Traffic” (2001, Oscar come miglior regia), oppure “Erin Brochovich – Forte come la verità” ( 2000, oscar a Julia Roberts), si sono intervallate a lavori più leggeri ma raffinati come il trittico di “Ocean”, o quel “Sesso,bugie e videotape” che lo vide nemmeno trentenne al debutto, conquistare nel 1989 la Palma D’oro a Cannes.

L’essenza di un personaggio unico
Nel “Che,l’argentino”, Soderbergh e Benicio Del Toro riportano in vita l’essenza di un personaggio indimenticabile, discusso, unico nella storia. Il racconto non è strutturato seguendo un ordine cronologico, ma attraverso l’alternanza di tre periodi chiave della storia del personaggio, supportato da un montaggio di ottima fattura, perfettamente scandito nei tempi. Seguendo una via già intrapresa nel bellissimo “Traffic”, il regista sceglie di marchiare ognuno di questi con una diversa tonalità di colore. Una immagine dalla sfumatura ingiallita è utilizzata per la fase pre-rivoluzionaria del 1955 a Città del Messico, con l’incontro tra il medico argentino Ernesto Guevara ed il giovane avvocato cubano in esilio Fidel Castro (Demiàn Bichir), che unitamente ad un manipolo di amici ribelli pianificano la rivoluzione a Cuba, salpando in 82 per l’isola caraibica il 26 novembre del 1956.
Ai vividi colori naturali della nuovissima e agile Redcam digitale, è consegnata l’intera porzione dedicata al racconto dell’impresa militare cubana, tra i primi del 1957 e la fine del 1958. I rivoluzionari guidati dal “Che” e da Castro, rifugiatisi tra le pendici fitte di vegetazione della Sierra Maestra, organizzarono quella guerriglia che sfiancò l’esercito del generale Fulgencio Batista, fino a costringerlo alla fuga l’indomani della presa della città di Santa Clara, ultimo baluardo prima della marcia verso la capitale Havana. 
Ad un suggestivo e sgranato bianco e nero, Soderbergh affida la narrazione del viaggio del “Che” negli Stati Uniti nel 1964. Una fase della pellicola nella quale attraverso l’intervista di Lisa Howard (Julia Ormond), e il celebre discorso alle Nazioni Unite, con il suo atto di denuncia alla politica statunitense in tutto il Sud America, Guevara trasmette l’essenza delle sue riflessioni in materia di politica, giustizia sociale e naturalmente, di rivoluzione.

L’amore e la rivoluzione
Allo spettatore giunge un film pieno, ricco, solido, ma che con ogni probabilità deve gran parte della sua luminosità, al brillare per la luce riflessa del personaggio. La premiata ditta Soderbergh/ Del Toro ci conduce nel viaggio rivoluzionario, descrivendo l’aurea che avvolgeva l’uomo ed il combattente. Ci conquista il suo essere altruista, l’inflessibilità verso se stesso e gli altri nel rispetto dei principi rivoluzionari, ci commuove la dolce tenerezza diretta alla povera gente che incontra e che di lui s’innamora. In una delle sue frasi più celebri, “Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti di amore”, si racchiude lo spirito di un uomo che proprio per amore degli ideali, sceglie sempre la strada più difficile, divenendo esempio e trascinatore. Una figura carismatica in grado di assumere al ruolo di guida per un popolo disperatamente affamato di cibo e di speranza. Un uomo in grado di trasformare in realtà, la folle utopia di 82 uomini male armati che salparono alla volta di Cuba per combatterne l’intero esercito che la occupava.

Le dinamiche della rivoluzione vengono raccontate in tutta la loro esplicita durezza. Giorni scanditi dalla fatica degli spostamenti continui sui terribili pendii della Sierra Maestra, che per un Guevara colpito da ripetuti e violenti attacchi di asma, assumono i contorni dell’odissea. L’asprezza dei combattimenti e la tragedia dei compagni feriti e morti in battaglia, fanno da sfondo al sentimento che animava i rivoluzionari, pronti al sacrificio individuale in funzione della vittoria finale di tutti. Degli 82 uomini salpati dal Messico per Cuba, solo 12 giungeranno alla Havana.
Benicio Del Toro ci regala la sua interpretazione migliore: e’ talmente perfetto da annullare la percezione recitativa, quasi si assista a filmati di repertorio. Vi sono diverse inquadrature della parentesi americana poi, intensi primi piani del suo viso assorto o preso ad ascoltare, che rimandano alle tante immagini icona che la storia ci ha consegnato. L’attore nativo di Porto Rico, giudica la propria prova come quella di cui va più fiero, per lo straordinario spessore umano e morale del personaggio. Meritatissima la Palma D’oro come miglior attore a Cannes 2008.
Al “Che” privato e alla sua giovinezza si concedono accenni fugaci. “Che, l’argentino” rappresenta una sorta di seguito naturale di quei “Diari della motocicletta” di Walter Salles del 2004, nel quale il giovane e asmatico medico, rampollo di una borghese famiglia di Buenos Aires, intraprese sul finire del 1951 un viaggio di oltre 12000 km lungo tutta l’America Latina. L’esperienza in sella alla “Poderosa”  gli consentì di percepire per la prima volta la drammatica condizione del sud del continente americano, una realtà fatta di ingiustizia sociale, miseria, fame, malattie.
L’anima rivoluzionaria fondò allora le sue radici.

Un mito ancora vivente
Ad oltre 40 anni di distanza dalla sua scomparsa in Bolivia, Ernesto Guevara rappresenta un mito ancora vivo nell’immaginario di molti, protagonista di un passato che tanti tentennano a consegnare definitivamente alla storia, forse per non certificare la irreversibile morte dei suoi ideali nel presente. Ci si interroga sulle ragioni dell’immortalità della sua icona. Alcuni la attribuiscono alla morte in giovane età; altri perché ha vissuto respingendo con forza ogni compromesso, rifiutando ogni possibile privilegio personale, dedicandosi con tutto se stesso ai principi prima che agli uomini.
Sono motivazioni entrambe credibili, ma un’altra vera ragione è che il mondo si è evoluto nei decenni ripiegandosi su se stesso in una globalizzazione di ingiustizie. Accade così che in tanti sul pianeta invocherebbero ancora il suo aiuto, per aggrapparsi al suo coraggio, sfamarsi della sua speranza, librarsi nella sua follia.



 

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