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DETACHMENT – Il Distacco
di Enrico Gatti


Regia: Tony Kaye
USA, 2011.
Voto: 9


Cosa succede quando la vita diventa troppo complicata? Cosa succede quando le difficoltà si accavallano portandosi dietro insostenibili sofferenze?
Succede che ad un certo punto, impercettibilmente, silenzioso e rapido avviene il distacco. Il distacco è un’arma di difesa, è uno stato d’animo, il distacco diventa a poco a poco un modo di vivere. Lontano da tutto e da tutti, anche quando non si può essere più vicini, per non sentire il male e riuscire a sopravvivere.
Lo splendido film di Kaye racconta proprio questo, e molto di più. Il pessimismo del film non rimane confinato nella dimensione intima e personale del protagonista, ma si estende all’intero sistema partendo proprio da dove il sistema dovrebbe nascere: dalla scuola. La frontiera urbana delle grandi metropoli americane ci è stata raccontata in molti modi e bene ne conosciamo le caratteristiche; nonostante questo il film riesce a rinnovare il soggetto evitando di descrivere nel dettaglio la vita e i disagi dei ragazzi preferendo invece mostrare, su di loro, gli effetti della deriva della società tutta. I giovani studenti non sono l’origine del problema, non destabilizzano il sistema provocandolo, sono piuttosto i sintomi visibili della malattia.
Con una serie di istantanee il film raccoglie i frammenti di vite non vissute o vissute troppo intensamente. Il montaggio frenetico con stacchi che si susseguono senza seguire il ritmo della scena, o quello dei dialoghi, alimenta il senso di smarrimento e di confusione. La fotografia nitida e dai colori vividi illumina i volti intristiti, ritratti in primissimi piani, al limite del dettaglio. Le musiche completano sapientemente il tutto senza alleggerire l’atmosfera.
Uno stile al servizio del messaggio come del resto tutti gli elementi della storia, alcuni dei quali entrano forzatamente nell’insieme incrinandone in parte la verosimiglianza, ma forse volutamente, in maniera quasi surreale, per urlare ancor più a gran voce la disperazione di chi sembra non vedere alternative alla fine (stiamo parlando del protagonista o del regista?).
Nessuna speranza e nessuna soluzione, nemmeno l’abbraccio finale del protagonista con la giovane, che lui stesso ha aiutato, sembra sufficiente a risollevare la sua esistenza. Tutto sembra destinato a rimanere compromesso perché, secondo la filosofia del film, o si accetta di diventare una scatola vuota e senz’anima con una salvifica incapacità di soffrire, o è il mondo a mettere da parte anzitempo chi non è mai riuscito a compiere il distacco.


Protagonista assoluto della pellicola Adrien Brody (anche produttore), bravissimo e intenso. All’altezza anche tutto il resto del cast: Lucy Liu, Christina Hendricks, James Caan, Brayan Cranston, Marcia Gay Harden, Blythe Katherine Danner.
L’utilizzo di interviste, oltre che di movimenti di macchina, che ricordano lo stile mockumentary accentuano il realismo della pellicola, anche quando le soluzioni narrative possono apparire forzate per il loro incessante susseguirsi nella mancanza di eccezioni (positive).

 

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